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Gli stupri di guerra dal locale al globale

ARTICOLI > ARTICOLI SULLA GUERRA

Le violenze sessuali ad opera dei militari del Corpo di spedizione francese ( CEF )verificate prima, durante l’inverno, sotto le Mainarde,  nei comuni di S. Elia Fiumerapido, Acquafondata e Viticuso, Venafro, successivamente dal Garigliano e fino in Ciociaria, lungo i Lepini occidentali e orientali sono  state moltissime ma ufficialmente non esistono atti che definiscano in maniera precisa il numero complessivo di tali crimini.
Nel corso degli anni si è tentato di fare una stima, ma il numero è risultato sempre diverso se dichiarato dai francesi, dallo stato italiano, o dalle domande di sussidio richiesta dalle donne violentate. Una delle prime informative  a tale riguardo ci viene dal Comando generale dell’Arma dei carabinieri che il  25 giugno 1944 fa sapere alla Presidenza del Consiglio che nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo e Sgurgola in soli tre giorni si sono verificati 418 casi di violenza di cui 3 verso uomini e 29 omicidi compiuti da militari del CEF. Numeri da ritenere senz’altro limitati e circoscritti perché limitati ad una piccola realtà geografica.
Nel 1946-47 ci furono le prime domande per ricevere il sussidio straordinario per le donne violentate; queste però furono di numero limitate.
In questa parte d’Italia è dunque difficile  calcolare il numero delle violenze perché  c’è un’altra nota, sempre dei  Carabinieri risalente al 18 febbraio del   1947,  riportata da Tommaso Baris nel suo libro " Tra due fuochi " che sostiene :"...a  Giuliano di Roma sono molto comuni i casi che la nominata in oggetto ha dichiarato di non voler essere più risarcita su quanto prima richiesto per celare il fatto   per pudore."
 Negli anni successivi però furono inoltrate richieste di risarcimento da parte di donne non violentate. Non bisogna mai dimenticare che sin dagli anni 50 si apre la questione riguardante la veridicità degli stupri subiti e delle speculazioni ad essi collegati ad opera di personaggi senza scrupoli. Insomma noi abbiamo registrato in queste ricerche che da una parte esistono donne violentate che non denunciano il fatto, e da un’altra, donne che vanno alla ricerca di trovare qualche profitto da questa vicenda. Insomma ci troviamo di fronte una turbativa che danneggia la verità!
 Negli anni 1970-1974, trent’anni dopo, furono liquidate dall’Intendenza di Finanza di Frosinone altre domande.
 Attraverso l’Archivio Provinciale di Stato di Frosinone le liquidazioni erogate ci permettono anche di cogliere la filosofia con cui veniva valutato il danno. L’indennizzo infatti veniva quantificato sulla base dell’età della donna violentata: 250.000 lire da 8 a 18 anni; 200.000 dai 19 a 25 anni; 100.000 fino a 40 anni; 50.000 alle donne aventi una età più avanzata.
Infine, un assegno vitalizio fu concesso a chi  aveva contratto malattie contagiose, o invalidanti. Ma chi aveva già usufruito dell’indennizzo, non aveva diritto all’assegno vitalizio.
 Merita di essere ricordato che il tema della violenza sulle donne fa parte di una lettera trasmessa dal vescovo della diocesi di Ferentino Tommaso Leonetti a Pio XII sin dal 20 giugno 1944. Dopo aver evidenziato sofferenze, distruzioni subite da parte della popolazione della diocesi, ed avere le stesse salutato  con lacrime di gioia l’ingresso delle truppe alleate, scrive che esse " caddero nell’ abisso, direi quasi  della disperazione quando le truppe di colore e specialmente i marocchini, s’abbandonarono al saccheggio e peggio alle più turpi violenze contro donne di ogni età e condizione, non rispettando né fanciulle, né povere vecchie."
 Il vescovo nella sua informazione fa presente una notizia che può rassicurare  il Sommo Pontefice e può essere molto utile a chi vuole conoscere in modo completo le dimensioni del disastro " Grazie a Dio, non ho cognizione che in mia diocesi avvenissero violenze, come altrove, contro religiose. Una statistica completa in questo campo non sarà mai possibile: le cifre approssimative fornitemi dai Parroci sono però assai gravi ".
 Il vescovo pur ritendo le stesse cifre provvisorie nella lettera  ne indica le dimensioni: Ferentino, nessuna violenza ( anche perché la città non è stata occupata dai marocchini); Amaseno 60; Ceccano 60, Villa Santo Stefano 150; Pisterzo, alcune; Prossedi alcune, Supino, alcune,  Giuliano di Roma alcune. Patrica, alcune.
 A leggere bene, dunque  gli  ultimi paesi potrebbe essere stati immuni o poco colpiti da tale violenze  ma un anno più tardi, il 18 ottobre 1945 l’arciprete di Giuliano di Roma, don Giuseppe Sperduti al vescovo di Ferentino Tommaso Leonetti, in modo riservato, scriverà " …ma la situazione morale, senza colpa della popolazione, diventò deplorevole per la violenza carnale subita da una trentina di donne da parte delle truppe marocchine, alla presenza anche di bambini e della gioventù: dette truppe si comportarono da vere bestie".
 Mentre a Patrica negli stessi giorni in cui il vescovo scrive al Papa, il sacerdote don Bufalini fa sapere  al delegato del vescovo don Giuseppe Sperduti che nel paese sono state violentate circa 60 persone.
 A Pisterzo, frazione di Prossedi, il parroco don Carlo Ceccanese invece nel suo diario parrocchiale, per grandi linee e senza mai quantificare con precisione scrive di parecchi  casi di  stupro avvenuti nel territorio, così come riporta Tommaso Bartoli nel suo libro " Prossedi con amore ".
 Per amore della verità o comunque della statistica riportiamo che  un rapporto del 17 ottobre 1956  stima che il numero delle violenze su uomini e donne su tutta la provincia di Frosinone è stato di 4.932 casi.
Se leggiamo i diari parrocchiali o pubblicazioni di sacerdoti rileviamo che attorno al tema delle violenze l’attenzione è minima mai approfondita, come se fosse qualcosa da dimenticare. Mi sembra utilissimo riprendere  un avvenimento riportato da don  Alfredo Salutini di Vallecorsa nel suo libro " Le mie memorie in tempo di guerra ", il quale nei giorni del passaggio dei franco-marocchini nel suo paese svolge le funzioni di sindaco. Salutini non aderisce alla richiesta francese di far consegnare le armi perché dice ai francesi che servono ai cittadini per difendersi dai marocchini. Egli partecipa attivamente alla ricerca di marocchini violentatori. Ottiene qualche risultato e riesce a far arrestare gli stessi ma:

" Un giorno l’ufficiale di polizia mi preannunciò che la mattina dopo si sarebbe svolto il processo contro l’algerino e i marocchini catturati dal capitano. Io avrei dovuto trovare dei testimoni in grado di riconoscerli per quelli che nella triste notte avevano abusato delle nostre donne.
Mi stupii che ancora li tenessero prigionieri. Le donne si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare. Convinsi mio padre e zio Paolo. In una stanza dei signori Altobelli attendemmo per circa due ore, prima che arrivassero due alti ufficiali francesi i quali si chiusero in una camera più interna. Si sentivano le voci che discutevano animatamente. Il tenente che venne per introdurre i testimoni li ammoni, per mio tramite, che il riconoscimento sarebbe stato arduo, dato che i soldati di colore ai nostri occhi non si distinguevano gli uni dagli altri.
 Sapevamo bene che chiunque essi fossero, quei prigionieri non erano certamente degli asceti. Ma perché caricarsi la coscienza con la loro condanna? A che serviva oramai tutto quello ?. La paura era finita. Il male non poteva essere rimosso. Che ognuno andasse per conto suo. Riferii che i testi non se la sentivano di assumersi la responsabilità del riconoscimento. L’ufficiale, evidentemente sorpreso, dopo averci ringraziati ci congedò
".
 Anche Alfredo Salutini, dunque, dal cui libro non emerge mai " buonismo " ma traspare, in ogni occasione un carattere sanguigno e coraggioso  subisce e sembra accettare questa rassegnata situazione.
 Questi episodi ci fanno capire come all’epoca e anche successivamente  sia stato  affrontato questo triste problema. Il dramma della violenza marocchina sulle donne è stato vissuto singolarmente dalle stesse, non c’è stata la possibilità di poterlo socializzare. Gran parte dei familiari pensò che il silenzio e l’oblio potessero costituire l’antidoto alla" vergogna "
Alcune donne violentate furono in qualche caso respinte dai propri uomini e abbandonate ad un destino di solitudine e dolore. Per queste vittime la rimozione sarà l’unica via di scampo per continuare a vivere. Avevano subito violenza, avevano contratto malattie veneree, non le avevano cercate. Eppure furono condannate da una  morale gretta e ingiusta a una esistenza isolata, arida e senza affetti.  Le donne colpite nell’interno delle famiglie e nella loro solitudine, il ricordo delle violenze mai condivise, è stato sempre amaro, privo di ogni conforto e quasi sempre vissuto con forti sensi di colpa  a causa di quella che fu vissuta come vergogna alcune donne morirono per aver sottaciuto di aver contratto malattie veneree.  Anche ed in particolar modo perché la rimozione è avvenuta non solo da parte delle donne violentate ma anche da parte delle istituzioni nazionali e locali.  In una società sessuofobica e maschilista   non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno Stato che non prese mai le loro difese.
 Abbiamo l’impressione che il silenzio, l’oblio, il non far conoscere le violenze abbiano dato spazio alle richieste di indennizzo da parte di donne non violentate anche se rimane difficile conoscerne le dimensioni.
A tanti potrà apparire   incredibile quello che stiamo per ricordare ma le autorità governative hanno provato a eludere la questione ancora nel 1951, quando una manifestazione promossa dal’Unione Donne Italiane il 14 ottobre presso il Supercinema di Pontecorvo a sostegno delle donne violentate, venne ostacolata dalla questura di Frosinone per motivi d’ordine morale. Di violenza sessuale pubblicamente non si doveva parlare.
 Le donne provenienti in autobus dai paesi vicini, in particolare da Esperia e Vallecorsa, furono fatte scendere fuori dal centro abitato, furono duramente spintonate e disperse. Le stesse comunque, a piedi, arrivarono ugualmente  all’appuntamento: alcune presero la parola rendendo la manifestazione drammatica, appassionata e commovente.
 Ci vollero sei mesi prima di discutere il 7 di aprile  1952 alla Camera dei deputati una interpellanza della deputata Maria Maddalena Rossi, organizzatrice della manifestazione di Pontecorvo. L’interpellanza  venne portata alla discussione ma   in una seduta notturna, perché il tema era ritenuto "peccaminoso" e non consono al prestigio della Istituzione.
 Oggi a tanti anni di distanza credo sia giusto ricordare e riconoscere agli amministratori del comune di Castro dei Volsci di aver rotto cinquantuno anni fa il muro di silenzio, di aver sfidato le convenzioni sociali attraverso la realizzazione del  Monumento alla Mamma Ciociara. Il 3 giugno 1964 con la inaugurazione del Monumento, rappresenta la fine dei silenzio e l’anno del  coraggio perché lo stesso  costituisce  un invito, anzi un dovere, a ricordare alle generazioni future la violenza esercitata sulle donne e sugli uomini del paese.
 Nello stesso tempo bisogna anche dire che tale atto non è stato ben accompagnato perchè è rimasto isolato, circoscritto quanto invece avrebbe meritato di essere ripreso, magari in altre forme, per mantenere una giusta attenzione al triste fenomeno che meritava di essere ben raccontato.
 Certo in questi cinquanta anni in provincia di Frosinone la ricerca su questo tema è andata avanti ma se togliamo l’impegno a tutto campo evidenziato da valenti storici come Tommaso Baris e Costantino Jadecola, molto spesso la memoria ha avuto una caratteristica locale e mai  una dimensione generale.
 Ecco perché va apprezzata  e ben evidenziata la felice idea avuta dai comuni di Amaseno, Vallecorsa e di Villa Santo Stefano di lavorare insieme e di coinvolgere in tale impegno le scuole e quindi le giovani generazioni.  Un plauso dunque ai sindaci di questi paesi, un apprezzamento  alla dirigente scolastica Antonia Carlini per aver saputo coinvolgere studenti e personale insegnante, prime fra tutte le professoresse Loi e Celletti. L’iniziativa di Amaseno del  23 di maggio ha permesso di conoscere le dimensioni mondiali della violenza sulle donne ( Bosnia, Ruanda ma anche quelle del  passato nei Balcani ed in Africa) Un giusto riconoscimento va rivolto infine alla dottoressa Simona La Rocca per aver coordinato la complessa attività e  per aver saputo lavorare con capacità e discrezione.

Lucia Fabi Angelino Loffredi

23 maggio 2015

 
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