Per una memoria condivisa

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Pane e companatico di Lucia FABI

LIBRI

Ai miei genitori,
a Vanessa, a Natalia.

Premessa  dell'autrice

Da sempre mi sono sentita legata alla terra, ai suoi prodotti, ai suoi profumi.
Oggi, frequentare di nuovo i luoghi di campagna dove ho trascorso momenti sereni dell'infanzia, mi ha aiutato ad iniziare un cammino a  ritroso e  ricordare avvenimenti lontani nel tempo ma che la memoria ha conservato intatti.  Ricordi legati agli affetti di persone care, a piacevoli emozioni, a dolci tenerezze che documentano anche un costume di vita, una società contadina semplice e per certi aspetti primitiva, dove il lavoro, il sudore, il sacrificio, erano rinconducibili al grande e radicato concetto della famiglia.
Il desiderio di comunicare questo mio ritorno alle radici miè parso tanto naturaleed interessanteda decidermi a fissare sulla carta piccole annotazioni.
Ma come un sasso buttato nello stagno, origina un susseguirsi di piccole onde, così è successo nella mia mente e  tutto è cominciato dal ricordo,  struggente  e tenero, di quando mia madre faceva il pane in casa.
Il pane dunque, ha rappresentato il sasso che ha originato un susseguirsi ininterrotto di ricordi che, iniziando dagli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, si sono estesi fino agli inizi degli anni Sessanta, quando anche nel mio paese si sono verificate grandi trasformazioni che hanno portato cambiamenti nel territorio, nel costume, nella società.
Il periodo di cui scrivo non è stato caratterizzato da grandi eventi (eravamo da poco scampati alla guerra) però si sono avuti dei passaggi significativi attraverso i quali è stato possibile  il cambiamento. Ma, proprio  perchè  non sono  successi  fatti importanti, si rischia  di perdere  una memoria  orale  ricca  di  aneddoti  e di vicende  legate  al costume,   alla  tradizione   e  alla  cultura   di  una  piccola comunità  che testimonia  la vita di gente semplice.
Ecco dunque,  "Pane e Companatico". Il pane, elemento  vitale  ed indispensabile   ed il companatico,   a volte  amaro  e intriso  di fatiche,  a volte tenero  e dolce; fattori  ambedue  indispensabili  che hanno  determinato  la crescita  di una  generazione   nata  a cavallo  del secondo conflitto  mondiale.
Rivolgo,   infine,  un  ringraziamento    a Natalino   e Maria De Cesaris  che mi hanno  aiutato in alcuni  aspetti specifici.  Ringrazio,  inoltre, le amiche Maria Luisa e Pina Ciavaglia che nelle fredde domeniche  invernali,  trascorse accanto al camino della casetta alle Fossatelle,  hanno contribuito  a ravvivare  iricordi.
Il paese, dove sono nata non si discosta  molto,  per la struttura  e le origini,  dagli altri centri della Ciociaria.
Giuliano  di Roma (http://www.paesionline.it/lazio/giuliano_di_roma/da_visitare_giuliano_di_roma.asp)
conserva,  infatti,  come questi, il tipico  aspetto  urbanistico  della zona, con  strette  viuzze, caratteristici portali, alcuni significativi  resti architettonici e pittorici in qualche chiesa e testimonianze  della presenza di un massiccio  castello del secolo XIV che fu di proprietà dei  Colonna, costruito sulle  ceneri  di  una  precedente poderosa  rocca,  fatta erigere  nel medioevo,  dai Conti  di Ceccano.
Il paese, piccolo  e grazioso, è adagiato in collina,  a 363 metri  di altitudine,  alle falde di monte  Siserno.  Dal suo naturale  belvedere  è possibile  ammirare  la verde  e leggendaria  valle dell'Amaseno.
Se  si osserva  il territorio   circostante,   lo  sguardo vaga su piccole  collinette  dolcemente  digradanti  e fino a qualche  anno  fa immerse  nel verde  più intenso,  ora alquanto diradato  a causa  delle numerose  costruzioni  nate un pò selvaggiamente   per tutta la campagna.
Se poi  lo sguardo  si sofferma  su monte  Sisemo, allora  di colpo  ci si sente  immersi  in un mare  di verde intenso  ed  animato.  Dal  paese  è possibile   scorgere   ad occhio  nudo i rami degli alberi  scossi ripetutamente   dal vento  e sentire  i numerosi  suoni  che  solo un orecchio attento e sensibile  riesce a distinguere.
L'inconfondibile canto  degli  uccelli  come  quello del Cuculo,  del Merlo,  del Fringuello,   della  Civetta,  lo stormire dei rami di leccio ed il suono di altre piccole  voci della natura, contribuiscono  a creare una deliziosa   sinfonia di note.
Un monte,  questo,  sempre  caro ai Giulianesi,  che, fino agli  anni Cinquanta,  traevano  dal suo bosco  molta legna da ardere. Oggi rimane solo meta di allegre scampagnate  giovanili.
Attraverso   un comodo   sentiero  in  poco  tempo  è possibile  raggiungere  la cima, che si trova a 789 metri  di ' altezza  e percorrerne  la cresta  in tutta la sua lunghezza. Lungo  il cammino  si possono  ammirare  piante,  arbusti e fiori di estremo  interesse. Alcuni di essi appartengono   a categorie protette quali ilcorbezzolo,  il ginepro e l'orchidea selvatica.
Lungo  la cresta,  il paesaggio  si presenta  alquanto diversificato. Alla folta lecceta, che non permette ai raggi del sole di filtrare  ed arrivare  al suolo,  si sostituisce  un bosco misto ad un 'ampia zona di conifere, messa a dimora con il rimboschimento   degli anni Cinquanta.
In prossimità  della pineta il paesaggio   si trasforma totalmente. Dalla  fitta  boscaglia, dove  il suolo  è reso morbido  dalla torba  umida  ed odorosa,  si passa  direttamente ad una fredda pietraia,  dove nemmeno  la presenza delle  numerosissime   piante  di pino,  riesce  ad' attenuare l'immediata   e  particolare   sensazione   che  si  prova  nel trovarsi in questo paesaggio dall'aspetto arido ed inanimato.
Sempre sulla cresta, a tratti, si aprono dei pianori.  In questi   spiazzi   di  prato  verde, comunemente    chiamati "cese" , sorgono  alcuni pozzi di acqua piovana, che rappresentano gli unici serbatoi  per conservare  acqua su questo monte.  In prossimità  delle  "cese''  è ancora  possibile  incontrare resti di alcuni "pagliari", antiche capanne a forma conica,  con la base costruita  in pietra,  a secco,  e con un tetto  di  "stramma'',   sotto  il quale  i pastori  trovavano riparo.
E' un vero  peccato  che  almeno  un paio  di questi, pagliai non vengano  ristrutturati  perchè offrirebbero  una testimonianza   concreta  di un passato  che ha fatto  parte della nostra  storia contadina.
Un monte,  il Siserno,  che va tutelato  e preservato perchè rappresenta  un'oasi naturale dove sussiste e chissà per quanto tempo ancora, un armonico  equilibrio  tra tutti gli elementi presenti nel suo territorio.
Continuando ad osservare l'ambiente che circonda il paese, ci si accorge che lo sguardo non spazia all'infinito, per via della catena dei monti Lepini che, snodandosi tutt'intorno, avvolge la piccola vallata e le colline circostanti, proteggendole, durante l'inverno, dalle forti escursioni termiche.
Il territorio di Giuliano di Roma si estende per 3399 ettari, di cui la maggior parte costituito da zone montagnose e collinari e quindi da poca pianura.
Fin dai tempi antichi queste terre erano coperte completamente da boschi, ma i nostri antenati, poco alla volta e palmo dopo palmo, riuscirono a disboscarle e, trasformando il territorio da boschivo in agricolo, iniziarono lentamente a coltivate  quei prodotti necessari  a soddisfare le loro più immediate esigenze alimentari.
Ma la natura del terreno, in molte zone argillosa e rocciosa, accompagnata da scarse possibilità d'irrigazione, non ha mai permesso un rigoglioso e conveniente sviluppo dell'agricoltura. Tuttavia malgrado le condizioni improduttive del suolo, i nostri nonni, attraverso durissime fatiche, trovarono sostentemento da quei prodotti, che riuscirono, a mala pena, a coltivare.
Per molto tempo,  infatti, l'occupazione  preminente dei Giulianesi  sarà rappresentata   dalla coltivazione  della terra sia come proprietari  che come coloni.
Dal censimento  effettuato  nel 1951 risulta che, con una popolazione  attiva di 1170 persone, 779 erano addette all'agricoltura, 391 in altri rami  di attività  economiche , quali industria, edilizia, commercio ed impiego pubblico.
Escluse poche proprietà di media grandezza, la restante parte del territorio risultava molto frazionata, a causa delle numerosissime divisioni avvenute nel corso degli anni per motivi di eredità o per l'acquisto diversificato di piccoli appezzamenti di terra. La piccola proprietà, oltre a non garantire il fabbisogno familiare, rappresentava uno dei motivi che non sollecitava l'uso delle nuove tecnologie.
Le condizioni generali della popolazione, che ammontava a 2843 abitanti, erano disagiate ed arretrate.
L'analfabetismo elevato ostacolava una regolare circolazione d'idee e frenava lo sviluppo economico.
L'informazione era oltremodo scarsa: la radio rappresentava un lusso che solo  poche famiglie potevano permettersi e non esisteva, inoltre, una rivendita di giornali.
Quando qualche anno più tardi anche Giuliano di Roma vivrà l'intensa stagione del fotoromanzo, "Sogno" e "Grand Hotel" saranno i settimanali più letti e si farà a gara per procurarseli andando a comprarli a Ceccano o a Frosinone.
L'unica strada di comunicazione con Frosinone non era completamente asfaltata; il tratto dal paese al bivio della Palombaralo sarà solo nel 1953. Rimarrà imbrecciata ancora per anni la strada di collegamento con Ceccano. Coloro che possedevano un'automobile si contavano sulle dita, mentre i mezzi di trasporto pubblici erano scarsi ed inadeguati.
Giuliano di Roma era servita dalla ditta Palombo di Villa S. Stefano, che assicurava le corse fino a Roma. I pullmans erano alquanto sconnessi e spesso andavano incontro a guasti meccanici, rimanendo fermi ore ed ore ai margini delle strade.
A tale riguardo, come si può dimenticare la mitica "Zazà", autobus mezzo  sgangherato che  sbalordiva  i passeggeri per la sua ostinata testardaggine nel voler a tutti i costi prolungare l'esistenza, viaggiando imperterrita tra bianchi polveroni ed incessanti scherzi goliardici di studenti, che con affezione usavano questo pullman per recarsi a scuola a Frosinone!.
"Zazà", come ogni autobus dell'epoca, aveva il portapacchi situato all'esterno, sopra iltetto, e vi si accedeva salendo una ripida e stretta scaletta posta sul retro. Qui sopra vi si trovava di tutto: biciclette, pacchi e valigie legati con lo spago, gabbie e scatole di cartone con dentro polli o conigli e quanto altro ancora.
In estate, però, il partapacchi si riempiva spesso anche di persone che preferivano viaggiare al fresco, sul tetto del pullman, anzichè all'interno strapieno di viaggiatori dove ristagnava un'aria maleodorante e appiccicosa.
Oggi queste folkloristiche immagini appartengono al passato perchè i moderni pullmans sono dotati di ogni tipo di confort. Soli in alcuni paesi del centro America è ancora possibile imbattersi in vecchi e traballanti mezzi pubblici stracolmi di persone, nel vedere i quali mi è ritornata alla mente la nostra indimenticabile "Zazà".
In quegli anni i Giulianesi  si servivano  anche di un altro caratteristico  mezzo di trasporto, rappresentato  dalla "34" di proprietà di Gigetto De Santis e Tullio Capodaglio. Questo camion  che i due si erano portati dietro di ritorno dalla  guerra  in  Africa,  veniva   adibito  al  trasporto   di qualsiasi  merce,  non escluse  le persone.
Tra i più singolari e avventurosi  viaggi che la "34" fece, vale la pena descriverne  uno effettuato  nell'ottobre del 1947, in occasione del matrimonio tra Ennio e Blandina.
Avevo  allora  cinque  anni  ed  il vago ricordo di quell'avvenimento riaffiora nella mia mente, come una sequenza di immagini di un film comico-grottesco.
Il rito fu celebrato a Bassiano, in provincia di Latina, paese della sposa. I familiari e gli amici dello sposo, non avendo altro mezzo a disposizione per recarsi alla cerimonia, decisero di noleggiare la "34".
Per l'occasione, nella parte posteriore del camion, furono sistemate delle panche per far sedere le persone. La mattina della cerimonia, vista l'incessante pioggia che scendeva, fu alzato alla meno peggio un tendone che doveva servire a riparare gli invitati.
La mamma dello sposo, zia Giulia, sedeva impettita in cabina accanto all'autista.  Indossava un bel vestito, impreziosito da una splendida parure di orecchini e collana di corallo. Ogni particolare di ciò che ella indossava contribuiva a mettere in evidenza l'atteggiamento dignitoso e altero di cui andava tanto fiera.
Il gruppo degli invitati si presentò quella mattina vestito con molta ricercatezza, come per partecipare ad una importante sfilata di moda.
Le donne indossavano abiti di elegante fattezza, con accessori studiati nei minimi particolari tanto che un cappellino in testa completava la "mise" di ognuna.
Gli uomini, in doppiopetto e capelli ben tirati e lucidi di brillantina, fungevano da perfetti cavalieri e con stile e galanteria, aiutavano le signorine a salire sul camion.
Il viaggio non si svolse nel migliore dei modi se consideriamo che la pioggia, nonostante il tendone, non permise loro di chiudere mai l'ombrello ed il vento riuscì a sconvolgere le tanto ricercate acconciature.
Percorrere su di un camion sconnesso e sobbalzante cinquanta chilometri di strada dissestata, piena di curve e cosparsa di pozzanghere, fu per  i nostri protagonisti un'impresa ardua ed indimenticabile. Tuttavia, arrivati a Bassiano, dopo una rapida riassettata, sfilarono per le vie del paese ostentando classe e signorilità. L'obiettivo prefisso era stato raggiunto: il paese intero era rimasto sbalordito al passaggio di quell'elegante corteo nuziale.
A Bassiano, infatti, l'avvenimento risulterà talmente clamoroso che sarà ricordato per diversi anni.
Questo  simpatico   episodio   dimostra   come  negli anni  del  dopoguerra   la  voglia  di vivere  e  di divertirsi fosse tanto forte da ricorrere anche ad espedienti piuttosto singolari. Se capitava l'occasione di uscire  dal piccolo paese  per  partecipare   ad una  qualunque  iniziativa   che interrompesse   la monotonia  quotidiana,  la si afferrava  al volo ed il divertimento  era così assicurato.
I miei cugini ad esempio, noncuranti  della mentalità conformista  presente  in quegli anni, organizzavano  delle vere e proprie feste da ballo, che si tenevano  in casa, alla "Caciara".
In sala avevamo  un bellissimo  mobile in legno che racchiudeva  una radio e nella parte superiore  era inserito uno di quei grammofoni  con il braccio  non ancora  automatico e con la puntina che doveva essere spesso cambiata.
I dischi,  numerosi  e gelosamente  custoditi,  erano a 78 giri e non ancora infrangibili.
Le feste si svolgevano  alla presenza degli adulti che, seduti in  un  angolo  dall'inizio alla  fine,  osservavano silenziosamente  e non permettevano alcuna  licenziosità fra le coppie.
lo mi divertivo  molto ed essendo  la più piccola  ero considerata  la "mascotte"  delle feste.  Ricordo  che i miei primi passi di ballo li ho fatti con Lelio, allora fidanzato  di Faustina,  e con Augusto, mio cugino, che facendo  posare i miei piedi  sopra  i loro, mi davano  i primi  rudimentali insegnamenti  di danza.  Ballando  in mezzo a tutte le altre coppie  mi sentivo  anch'io grande  e forse già sognavo  il mio principe  azzurro.
Ma non  tutta la gioventù di Giuliano si divertiva  allo stesso modo. La maggior parte dei giovani, sia uomini che donne, soggiaceva ad  un  modo di agire antiquato e moralista.
Il paese  non offriva nessuno  svago.   Non  esisteva una sala cinematografica  e solo più tardi verrà allestita un' "arena".
Nell'immediato dopoguerra, l'Azione Cattolica si era riorganizzata,  promuovendo alcune  iniziative  tra le quali una filodrammatica  frequentata,  però, da soli uomini che  si dilettavano  in 'recite rappresentate   nei locali  del "Monte",  alla presenza  di un folto pubblico.
Chi non studiava,  passava  il tempo  a bighellonare per il paese, aspettando  un lavoro o sognando un impiego; altri, più fortunati, trascorrevano  la domenica pomeriggio ,andando   a vedere  la partita  di pallone  a Frosinone   o a Ceccano.
A Giuliano di Roma non c'era un campo sportivo ed  i giovani erano costretti  a percorrere  molta strada a piedi per cercare  un prato  che  vagamente   somigliasse   ad un campo,  per potervi  giocare  una  partita  di pallone. Ma quando, finalmente,  lo avevano trovato e da poco avevano iniziato  il gioco,  all'improvviso   spuntava  imprecando   a gran  voce  il proprietario del  terreno, che  agitando un bastone  o una  forcina,  li redarguiva  aspramente,  tanto da costringerli di corsa ad abbandonare la partita da tempo fortemente  desiderata.
Il destino delle ragazze era ancora più avvilente. La maggior parte di esse accudiva alle faccende domestiche e l'unica distrazione consentita loro era quella di recarsi nel pomeriggio al laboratorio delle suore, dove tra preghiere e pettegolezzi vari, imparavano a ricamare. Nella grande e fredda stanza innumerevoli dita sfioravano candide lenzuola e tovaglie, lasciando su di esse il segno di un'arte raffinata e minuziosa.
Le giovan itascorrevano, così,le stagioni ricamando il proprio corredo e sognando di convolare presto a nozze.
Nessun'altra distrazione, salvo che per poche temerarie, era concessa loro.
Si dovranno aspettare gli anni Sessanta per avere l'innalzamento della soglia dell'obbligo scolastico. Fino ad allora le donne non erano incoraggiate nè aiutate ad ottenere un'istruzione superiore alla licenza elementare.
Attraverso l'esame dei dati pubblicati nel censimento relativo al  1951, è possibile  ricostruire  il livello d'istruzione presente in quegli anni a Giuliano di Roma.
L'indagine è condotta su 2510 abitanti residenti, in età dai sei anni in poi.
L'analfabetismo era presente in 709 casi di cui 446 erano donne; i semianalfabeti ammontavano a 354; coloro che possedevano la licenza elementare erano 1361 di cui 640 donne e 721 uomini.
I forniti di licenza di Scuola Media Inferiore erano 43 di cui 7 donne; di Scuola Media Superiore (classica, scientifica, tecnica e magistrale), erano 35 di cui 14 erano donne. Infine i laureati erano appena 8, tra cui una sola donna.
Dalla lettura di questi dati emerge una situazione che rispecchia quella ampiamente diffusa in tutta l'area centromeridionale. Va  considerato altresì che  molte persone, pur avendo conseguito la licenza elementare, subivano l'analfabetismo di ritorno. Infatti, a causa dr mancanza di stimoli adeguati e avendo trascurato l'esercizio della lettura e della scrittura, riuscivano appena a far di conto e ad apporre la propria firma.
L'altro elemento che emerge da questa analisi è che la discriminazione tra i due sessi era tale che la voce dei dati riferiti  alle donne viene completamente   omessa.
Fortunamente  gli anni successivi  al 1950 furono caratterizzati  da un graduale aumento di studenti di Scuola Media  Inferiore  e Superiore, anche di sesso  femminile, sebbene   ci  fossero   per  quest'ultime molti ostacoli  da superare, quali, ad  esempio, la  difficoltà a  viaggiare quotidianamente  in promiscuità  per poter frequentare  una scuola fuori dal paese.
Esisteva  anche la possibilità  per le appartenenti a famiglie  benestanti  di andare in collegio,  ove avrebbero ricevuto un'adeguata  istruzione ed una severa educazione.
I pochi  stimoli  culturali  che  il paese  offriva  non erano alla portata  di tutti, ma solo di alcune persone.
La maggior  parte  degli adulti, dopo il lavoro, trascorreva  qualche  ora al bar giocando  a carte,  mentre  il tempo  libero  delle donne  veniva  occupato  per la preparazione  delle numerose  ricorrenze  religiose.
Queste,  oltre ad assolvere  a bisogni  e desideri  propriamente   religiosi,   assumevano   un  grande   valore   di aggregazione sociale, rappresentando il fulcro  attorno al quale si muoveva,  a scadenze costanti, l'intera collettività.
L'impegno  non consisteva  solo nel partecipare  assiduamente  a messe,  tridui  e novene,  ma  nell'occuparsi anche dell'organizzazione   delle frequenti processioni, che coinvolgevano  tutto il paese.  Ricordo i lunghi preparativi che si facevano  per le festività riguardanti alcuni Santi, quali ad esempio S. Biagio, Sant'Antonio,  S. Rocco, e per le feste del Corpus  Domini,  il Sacro Cuore,  la Madonna della Speranza  ecc.
In   ogni  mese  c'era  una  ricorrenza   religiosa,   che andava   rispettata   e  preparata   minuziosamente. Nelle processioni  si abbelliva tutto ilpercorso  con le bandierine  e con le "catenelle"  che venivano  confezionate  a mano da tutti gli abitanti  del vicolo  interessato. Con fogli  multicolori  di  carta  velina  e con  grezza  colla  fatta  in  casa, impastando   farina  ed acqua, si confezionavano    questi  semplici  ma  scenografici   addobbi  che,  appesi  lungo i muri  e tra una finestra  e l'altra, davano  agli angusti  e bui vicoli un tocco di colore e luminosità. Dopo la processione gli ornamenti  venivano  accuratamente  piegati e riposti per essere  di nuovo usati nella successiva  ricorrenza.
Il clima  gaio  e movimentato  diventava  molto  più febbrile  nella preparazione  della processione  del Corpus Domini. Imbiancare  i vicoli, fissare le corde per esporre i migliori capi del corredo e procurare ifiori per l'infiorata, rappresentavano azioni che prevedevano tempo e lavoro. L'Ostia Consacrata che, solennemente veniva portata in processione, era accolta nei vicoli del paese, con grande magnificenza e le donne esponevano lungo i muri e dalle finestre delle proprie abitazioni preziosi capi di corredo, riesumati nei  vecchi bauli ed usati  solo in  rarissime circostanze familiari.
A queste singolari esibizioni, che formavano una sorta di museo  all'aperto, faceva da sfondo il bianco accecante dei muri. Il fresco odore della calce da poco spruzzata, l'inebriante e dolciastro profumo delle ginestre appena colte che predominava sugli altri fiori ed il clima particolarmente suggestivo che sprigionava questo evento religioso, contribuivano a creare nei presenti un parti­ colare stato d'animo, come un'estasi, che li predisponeva a distaccare la mente dalle cose materiali per avvicinarli spiritualmente al soprannaturale.
Rìcordi, questi, che difficilmente si dimenticano perchè carichi d'incanto e di suggestione e, nel mio caso, legati in particolare a via Cavour che, non a caso, ritenevo il vicolo meglio adornato perchè in questo luogo ricevevo un singolare genere di dolcezze. Infatti, quando da bambina, vestita da "Angioletto", partecipavo a questa processione, mi accadeva che in prossimità dell'abitazione di zia Iole Aversa, d'un tratto, tra un pregiato copriletto damascato ed una raffinata tovaglia, spuntava la sua mano e depositava nel cestino dove tenevoi petali di fiori, una manciata di squisite caramelline. Oggi, da grande, sono convinta che questo dolce episodio ha inciso, in modo preponderante, sul giudizio che avevo di tutto il vicolo.
Ma i Giulianesi,  oltre ad essere osservanti  delle festività  paesane,  erano anche molto devoti  alla SS. Trinità.
Ogni anno, infatti, tra maggioe giugno, in occasione di questa ricorrenza religiosa, da Giuliano partiva una folta compagnia di pellegrini che a piedi si recava al Santuario della SS. Trinità, situato sul monte Autore, fra i monti Simbruini.
La partenza avveniva all'alba, dopo la celebrazione della prima messa, dove ipellegrini ricevevano dal Parro­ co una particolare benedizione. Sulla piazza della Chiesa si radunava un gran numero di Giulianesi per assistere alla partenza della compagnia e molti preferivano seguirla fino alla chiesetta della Madonna delle Grazie.
Qui, tra la commozione generale e le ultime racco­ mandazioni, i pellegrini lasciavano parenti ed amici per inoltrarsi nella stradina che conduce alla Fontana  del Prete, iniziando così il lungo cammino che Ii avrebbe portati, dopo giorni di sacrifici e privazioni, alla meta desiderata.

Il percorso era alquanto accidentato, poiché non sempre si camminava su strada carrabile. Spesso  si procedeva su mulattiere e stretti sentieri di montagna, portando a spalla l'occorrente per il viaggio.  In verità, riposti in un fazzolettone o in una sacca di tela, avevano solo lo stretto necessario che consisteva in pane raffermo che, all'occorrenza, veniva ammorbidito con l'acqua, olive, uova sode, qualche salciccia. Uno scialle  o unavecchia coperta militare e qualche altra cosuccia di poco conto completavano il bagaglio.
Non esistevano particolari necessità alimentari, nè tantomeno divestiario e le stesse esigenze igieniche erano quasi del tutto ignorate.
Durante il cammino si effettuavano alcune soste per mangiare e per riposare. Di notte si dormiva poche ore, sistemandosi lungo il ciglio di una strada o, se si aveva più fortuna, ci si allungava sul sagrato o nell'interno di qualche chiesetta che, preti misericordiosi, lasciavano aperta per dare asilo ai pellegrini, che in questo periodo transitavano numerosissimi provenienti da tutti ipaesi del basso Lazio.

L'obiettivo era quello di arrivare al Santuario e adempiere così al voto fatto, per cui si procedeva o sotto un sole cocente o una pioggia sferzante, noncuranti dei possibili malanni.  Lungo il cammino si recitavano preghiere e litanie ma non si escludeva un sano divertimento mescolando, accompagnati dal suono dell'organetto, canti sacri e profani.
Durante il pellegrinaggio, inoltre, si coglieva l'occasione per consolidare le amicizie che venivano siglate con il rito di comparanza. Questa singolare cerimonia consistevanell'immergerenell'acqua gelida del Simbrivio, che allora  scorreva copiosa dalla montagna, la mano destra dei due amici agganciando, i mignoli e pronunciando alcune parole e preghiere. Terminato il rito si diventava compari per tutta la vita.
La compagnia, che normalmente procedeva alquanto sparpagliata, si riordinava   all'ingresso   dei paesi  situati lungo il tragitto:  Frosinone, Alatri, Guarcino,  Vallepietra. In  queste  occasioni   veniva  innalzato  lo  stendardo e si procedeva  uniti ed ordinati  dietro di esso.
"Cuccheo", personaggio   singolare,  apriva  la processione e, con il suono martellante  del suo tamburo, dava tono e ritmo al canto che vigorosamente  usciva dalle ugole stanche  di pellegrini.  L'inno alla Santissima, lungo e coinvolgente, riecheggiava  tra  i vicoli  stretti  e bui  del paese, provocando  profonda  commozione  tra gli abitanti che,  numerosi, accorrevano   per  assistere  al  passaggio ella compagnia.
I Giulianesi  avevano per lo stendardo  (il drappo che riproduce  l'effige  della  Santissima  Trinità) una speciale affezione,  poichè esso veniva donato alla  comunità esclusivamente come ex voto.
Durante  il pellegrinaggio veniva preso  in custodia da persone  particolarmente devote o da chi aveva una speciale  grazia  da chiedere.
Dopo aver superato gli  Altopiani di Arcinazzo e risalito la  stretta stradina,  finalmente, giungevano a Vallepietra. Attraversato il paese ipellegrini  arrivavano nella  piccola  chiesa  parrocchiale   dove,  continuando a cantare, entravano  in ginocchio fino al quadro raffigurante la Triade, per poi accasciarsi  esausti sui banchi. Ogni tanto il canto s'interrompeva  per dare sfogo ai lamenti, alle invocazioni, alla commozione  generale. Poi, all'improvviso, qualcuno  gridava  "Evviva,  evviva la SS. Trinità"  e tutti alI'unisono ripetevano per tre volte questa invocazione.
A questo punto la compagnia,  fiaccata,  si scioglieva, ed i pellegrini  uscivano   sulla  piazzetta  del  paese  ed a   gruppetti   sostavano   per mangiare  e riposare  qualche ora.
Nel  pomeriggio, ci si  rimetteva in  viaggio per ffrontare  l'ultimo  sforzo: la scalata del monte Autore. Questo percorso era pieno di insidie e pericoli, poichè era uno stretto e ripido sentiero  di montagna che si snodava tutto n  salita, tra  sassi in  bilico e acqua gelida  che bisognava  attraversare.
Usciti da Vallepietra  e prima di affrontare  la montagna, si oltrel?assava un ponte dove l'acqua del Simbrivìo scorreva fredda e tumultuosa. u questo ponte ogni pellegrino gettava dei sassi a discolpa dei peccati commessi, per presentarsi   alla Divinità  con  l'animo  purificato,  ed anche  per  tutti  quei  parenti e  amici  verso  i  quali  si chiedeva  una intercessione  speciale.
Era, inoltre, molto in uso affrontare  la montagna  a piedi scalzi, arrivando  in cima al Santuario  con le  estremtà lacerate e trafitte. uesto ulteriore  sacrificio  veniva affrontato  per dare più forza  alla richiesta   della  grazia.
Durante il periodo relativo alla festa della SS. Trinità il monte Autore brulicava di pellegrini  che invadevano la montagn;a ed i loro canti riecheggiavano fin giù nella valle producendo  un effetto   magico e suggestivo.

L'arrivo al Santuario esprimeva  il momento più alto della commozione.

Nell'interno della buia e  stretta  grotta,   avveniva l'esplosione delle implorazioni. Il canto si spegneva ed ogni pellegrino  procedendo in ginocchio, si avvicinava alla Sacra  Rappresentazione    implorando la grazia tra lamenti, pianti e grida. Ogni tanto si levava un grido che lacerava gli animi ed esclamava "Grazia SS. Trinità!Grazia!" e tutti all'unisono ripetevano l'accorata implorazione. Uscendo  dalla grotta, la compagnia  affaticata e desiderosa  di riposo, cercava un posto per trascorrervi la notte.Il giorno seguente era dedicato alle funzioni religiose  e la domenica  ci si riorganizzava  per ripartire.
Mentre   le  donne   si  preoccupavano  di  comprare medagliette, santini,  rosari  e fiori di carta da riportare  a parenti  e  amici, gli uomini s'inoltravano per stretti ed impervi  sentieri  tra le rocce,  per raccogliere  una particolare  verdura"Pennacchi", esili  fili  di erba con i quali adornavano  le loro mazze.
Il bastone, di cui tutti si erano premuniti  salendo la montagna, veniva spesso scalfito con piccoli e taglienti coltellini e adornato di fiori veri o finti, ostentato durante tutto il viaggio  e orgogliosamente   riposto in casa.
Il ritorno avveniva  la domenica  e non si affrontava tutto a piedi  ma  si  approfittava   di  mezzi  meccanici soprattutto  di  camion,  per  arrivare  il pomeriggio, alla Madonna delle Grazie dove tutta la popolazione di Giuliano  era in trepida attesa aspettando il ritorno  della compagnia. Dopo calorosi abbracci e saluti, iniziava una spettacolare e folkloristica processione, tra le più belle e commoventi di tutte le manifestazioni religiose. Un'infinità di roselline di carta multicolore, mista a fiori veri adornavano il pellegrino in più parti: tra i capelli, al collo, sul bastone, sul petto e sul cappello degli uomini. Vicino ai fiori, in bella mostra non solo veniva esibito il santino di carta raffigurante la Triade, ma erano appuntate una serie di spillette, tutte opportunamente benedette, da rega­ lare a parenti ed amici. Tutta la popolazione seguiva cantando al suono del tamburo e dell'organetto, lo stendardo anch'esso costellato di roselline di carta colorata per arrivare, infine, in piazza S. Maria Maggiore, dove si concludeva la processione.
Lo stendardo veniva accuratamente riposto in sagrestia per essere di nuovo usato l'anno successivo.
Oggi la devozione per la Santissima  Trinità è ancora viva e radicata,  ma è cambiata la tradizione e la maggior parte dei Giulianesi preferisce recarsi al Santuario con l'automobile.  Ma c'è ancora chi continua  a praticare la vecchia usanza di organizzare pellegrinaggi a piedi. Ogni anno,  infatti  una  compagnia, in verità sempre molto numerosa, si reca a piedi al Santuario ricalcando, con devozione, i passi che i nostri avi hanno percorso.
Certo i tempi sono cambiati, i sacrifici non sono più gli stessi, le comodità attenuano il disagio, ma ciò che rimane immutata è la fede e la convinzione che il sacrificio personale rappresenti il mezzo per eccelenza più degno, per instaurare un rapporto più diretto con la Divinità ed avere maggiori opportunità che la grazia venga concessa ed il proprio desiderio venga esaudito.
Il clima del tutto speciale che si viene a creare tra i pellegrini, contribuisce ad alleggerire le difficoltà ed a superare momenti particolarmenti critici.
Le donne del paese, sempre vigili ed attente, non solo dedicavano il loro tempo libero alle festività religiose, ma anche verso tutti gli altri avvenimenti che riguardavano la piccola comunità. Insomma, nonostante l'assoluta mancanza di svago, e di divertimento programmato, non c'era pericolo d'incorrere nella noia.
Tutto veniva vissuto coralmente e non era concesso condurre la propria esistenza con riservatezza poichè qualunque fatto si diffondeva a velocità sorprendente.
Se, ad esempio, una famiglia veniva colpita da un lutto, l'intero paese partecipava al dramma e ne rimaneva emotivamente coinvolto. In questo modo la collettività svolgevaun ruolo terapeutico rendendo il dolore più lieve ed accettabile.
Uno dei modi per distrarre i familiari colpiti dal dolore consisteva nel recarsi in casa del defunto per la veglia notturna. Questo ruolo veniva esercitato da particolari donne dotate di una singolare presenza di spirito ed una forte capacità comunicativa.  Elle puntualmente si presentavano, tristi ed addolorate ad ogni veglia, allo scopo di recare conforto ai familiari del defunto, ma soprattutto per aiutarli a "passare la nottata".  Attraverso il loro continuo chiacchierio, tra un "Deprofundis" ed una litania, sciorinavano una serie di racconti e pettegolezzi sulle più assurde e comiche situazioni successe a vari personaggi del paese, determinando, attraverso l'esasperazione dei fatti, un clima tragi-comico che spesso sfociava in una inconsapevole ilarità.
Per tali originali capacità, il mio pensiero va a Vincenza e Cesira Cologgi, due delle numerose donne che hanno esercitato spontaneamente questo ingrato, ma positivo ruolo.
La vita nel paese, insomma, trascorreva"impicciandosi" dei fatti altrui, contribuendo però, attraverso una costante attenzione a far rispettare integralmente le usanze.
Se due giovani, ad esempio, si fidanzavano erano tenuti a mantenere alcuni obblighi.
II 3 febbraio, in occasione della fiera di S. Biagio, il fidanzato doveva inviare alla fidanzata un cesto colmo di arance. A Pasqua la fidanzata contraccambiava il gesto, inviando al fidanzato un abbacchio, una pizza dolce di ventiquattro uova ed una camicia. A Ferragostoil fidanzatoinviava alla ragazza un grosso cocomero.
Per le nozze, invece, i preparativi erano lunghi e laboriosi. L'usanza voleva che il pranzo fosse riservato solo ai parenti stretti, mentre per tutti gli altri, veniva imbandito un rifresco che si teneva in casa.
Sedie e panche, prese in prestito dal vicinato, venivano accuratamente allineate e disposte in riga per far sedere gl'invitati che tenevano allargato sulle ginocchia un capiente fazzoletto ed in mano reggevano il bicchierino per i liquori. Essi rimanevano seduti per tutto il tempo, badando bene a non rifiutare nessuna portata. Alla fine del rinfresco si ritrovavano alquanto inebriati per tutto il liquore bevuto a stomaco vuoto, perchè i dolci venivano man mano riposti nel fazzolettone per essere riportati a casa per la famiglia.
Il rinfresco comprendeva sette portate di dolci, accompagnate da altrettante specialità di liquori.
Tutto veniva preparato in casa con grande anticipo rispetto al giorno fatidico, iniziando con i liquori che venivano confezionati mescolando i seguenti ingredienti opportunamente dosati: essenza, alcool, acqua e zucchero.
Le piccole bottigliette di essenza di liquore venivano comperate alle botteghe di Venezia, di Nazareno o di zia Iole che erano veri e propri empori poichè vi si trovava di tutto.  Dal genere alimentare che si vendeva sfuso, alle stoffe, alla merceria, alle scarpe, ecc.
Si trascorrevano le serate a riempire bottiglie di Anisetta, Acquavite, Milìefiorì, Crema Cacao, Strega, Mandarino e Vermuth.
Per i dolci s'iniziava con quelli che si mantenevano più a lungo come ad es. le ciambelle di magro, le tisichelle, le sciroppate, e le ciambelle all'uovo. Nei giorni seguenti si provvedeva a preparare le paste all'anice, i biscotti e per finire, le pizze dolci e la "pasta crescita ''.
Oltre che per il rinfresco, i dolci venivano usati anche per confezionare il "canestrigli",cestino da mandare a casa delle autorità del paese (Sindaco, Carabinieri, medicocondotto, ostetrica) e di amici e parenti particolarmente cari.
Tra le specialità culinarie di uno sposalizio Giulianese, particolare attenzione era riservata alla preparazione del cioccolato caldo, che la mattina della cerimonia doveva come primo atto essere portata al sacerdote officiante e poi servita agli invitati. Al sacerdote si doveva donare anche una bella e grassa gallina.
Ma tra le curiose e strane usanze che in quegli anni si era tenuti ancora a rispettare, vi era anche la regola della parentela.  All'atto del matrimonio, infatti, se tra i due promessi sposi correva un qualche vincolo di parentela, questo poteva e doveva essere sciolto solo se gli sposi versavano al parroco una certa somma di denaro che, variava a seconda se la consanguineità era più o meno stretta. Solo in questo modo veniva estinta la parentela tra i due sposi'. Un'altra usanza, osservata specialmente da chi poteva permettersi una ricca cerimonia, era il corteo nuziale che si svolgeva, interamente a piedi, da casa della sposa in chiesa e viceversa. Il corteo veniva dettagliatamente studiato assegnando ad ogni coppia un posto prestabilito.

Iniziava con gli sposi, subito seguiti  dai parenti e amici più intimi e man mano gli altri invitati, tutti, accuratamente abbigliati.
Lo scopo consisteva, fondamentalmente, nel mostrare agli abitanti del paese, che numerosi accorrevano al passaggio della sfilata, lo sfarzo della cerimonia.

I bambini, che a frotte seguivano il corteo, aspettavano che qualche invitato, festosamente, gettasse in aria dei confetti, per precipitarsi tutti insieme a raccoglierli.
Le abitudini erano moltissime e la maggior parte della popolazione le rispettava scrupolosamente. Un'altra delle molte regole osservate era ad esempio, quella che riguardava la puerpera.  Quando la donna partoriva non poteva uscire di casa se prima non aveva consumato un certo periodo d'isolamento, trascorso il quale doveva come primo atto recarsi in Chiesa per essere benedetta e riammessa nella comunità parrocchiale. Essa veniva accolta dal sacerdote sulla soglia della chiesa ed insieme ne percorrevano il perimetro interno recitando preghiere.
Anche al nascituro non era consentito uscire di casa se prima non aveva ricevuto il sacramento del Battesimo.
Il rito veniva celebrato in chiesa, alla presenza dei padrini, dell'ostetrica e dei parenti.  I genitori ne erano esclusi e rimanevano a casa. Il bambino dopo essere stato accuratamente vestito con indumenti bianchi, finemente ricamati a mano e con aggiunta di nastri e merletti, veniva condotto in chiesa dalla levatrice.
Il corteo iniziava con una schiera di bambini, tutti vestiti a festa, che procedevano compìti e contenti del ruolo che erano stati chiamati a svolgere. Alcuni reggevano un asciugamano di spugna o di tela colorata di fine fattezza, ma quello speciale che serviva per asciugare il capo del battesimante era di candido lino bianco ricamato a mano. Altri portavano una brocca con l'acqua, una pagnotta di pane ed una candela, tutti elementi necessari allo svolgimento del rito.  
Seguiva  la levatrice con in braccio  il nascituro  ed ipadrini e parenti che chiudevano il corteo. Terminata la cerimonia, si ritornava a casa con la madrina che teneva in braccio il piccolo.
Ai bambini del corteo battesimale come ricompensa, veniva dato un pacchetto con dentro un biscotto, un confetto e qualche altro dolcetto secondo le disponibilità della famiglia del neonato. Alle festività di tipo religioso se ne alternavano altre di sapore laico, quali ad esempio il Capodanno ed il Carnevale.
Ogni fine ed inizio anno, a Giuliano si riproponeva una singolare tradizione,  oggi completamente scomparsa.
La sera del 31 dicembre, un gruppetto di uomini, si recava di casa in casa per augurare una buona fine ed inizio anno nuovo. Gli auguri venivano estesi a tutte le famiglie di Giuliano,  iniziando dalle case dei notabili.
Questi improvvisati cantori, accompagnati da semplici strumenti musicali, cantavano davanti ad ogni portone la seguente nenia augurale che iniziando dal capofamiglia, veniva estesa a tutti gli altri componenti: "Bonì bonanno, semo arrivati alla prima degli anno, a Peppino Fabi gli bon capod'anno".
Terminato il canto, essi venivano accolti in casa ricevendo, come compenso, qualsiasi genere alimentare (salsicce, farina, vino, olio, ecc.), oppure soldi, senza tralasciare, ovviamente, un brindisi di buon anno.
Ricordo che in famiglia si aspettava con gioia questa simpatica ed originale forma di augurio.
La serata che ci vedeva tutti riuniti, parenti ed amici, si svolgeva all'insegna del buon umore e dell'allegria con giochi, danze e canti, ma acquistava più calore e folklore all'arrivo dei suonatori. Mentre le note augurali si diffondevano nella casa, di colpo tutti zittivano ed ascoltavano, attendendo con ansia che da un momento all'altro anche il proprio nome venisse pronunciato. Questa piacevole tradizione  è andata  scomparendo   attorno  agli anni  Sessanta. Noi  in famiglia  abbiamo  continuato, negli anni successivi a  mantenerla viva, ma in seguito, venendo meno  il valore  familiare  della festa,  anche noi abbiamo smesso  di praticarla.
Un' altra tradizionale ricorrenza era il Carnevale che a Giuliano non veniva vissuto con sfarzo e ricercatezza  di maschere. Esso era vissuto molto paesanamente  e, stranamente, veniva considerato  esclusivamente  un divertimento degli uomini  adulti e non dei bambini.
I  travestimenti   avvenivano   in  gran  segreto,   per mantenere  l'anonimato  ed erano alquanto  comuni poichè ci si limitava ad indossare vecchi abiti femminili recuperati negli armadi di famiglia:  abiti da sposa, gonne,  corpetti, pastrani  e mantelli.
I "màscari" così venivano chiamati, si raggruppavano in squadre provenienti dalla stessa zona e muniti di più strumenti musicali, suonando e ballando sfilavano per i vicoli  del  paese  per  convergere   tutti  a Borgo  Vittorio Emanuele, dove la festa continuava fino a tarda notte. I bambini non si mascheravano, ma accompagnando la sfilata per le vie del paese esclamavano, a gran voce, la seguente  filastrocca: "essugli'è  (eccoli)  .....     essugli'è  .. ...  essugli  .....   eccogli essugli'è  e infine:   "è issu (è lui) ...   è issu ...   è issu  ".
Si trattava di un incitamento  rivolto agli abitanti del vicolo  per farli uscire  di casa  ed assistere  al passaggio della  sfilata  carnevalesca. Quando i  "màscari" erano invitati  a entrare  nelle  case, non proferivano   parola  per timore  di  essere  riconosciuti  ma  comunicavano con i padroni di  casa attraverso una  studiata e  ben  riuscita gestualità.Un'altra  singolarissima consuetudine   che  a differenza di molte altre è ancora in uso, consisteva  nel suonare i bidoni  dopo ogni consultazione elettorale. Nata  nel dopoguerra, con le prime votazioni, non ha mai smesso diesistere  ed è praticata  solo a Giuliano  e in nessun  altro paese limitrofo.
Sebbene  da molti  considerata   incivile  e alquanto discutibile, di fatto, oramai rientra  nel costume  paesano. Durante  ogni consultazione elettorale la popolazione di Giuliano  vive un intenso e movimentato  periodo  in cui, a causa  di opposte  fazioni  politiche, vengono  a formarsi netti schieramenti. Questo  clima così ostile fra persone, ha origine  sicuramente  con le prime  elezioni  quando,  lo scontro  fra DC  ed i socialcomunisti   era da vera  guerra fredda.
Alcuni frammenti di stornelli che si cantavano  come ad esempio  il seguente,  conferma  solo parzialmente  questo clima di contrapposizione:   "Nenni e Togliatti  hanno fatto un brutto sogno, il 18 aprile volevano  fare un imbroglio".
L'eccessiva personalizzazione  e l'accentuata faziosità che  si veniva  a creare,  produceva   aspri  diverbi  di  non facile e rapida  soluzione  tra parenti o amici di lunga data che non condividevano  la stessa scelta elettorale. In effetti avveniva  questo:  ad ogni risultato  elettorale  lo schiera­ mento che vinceva non si limitava a festeggiare  il risultato alla grande,  ma si premuniva  di bidoni e di campanacci  e andava nelle case dei perdenti a suonare con insistenza  per sbeffeggiarli. Nei giorni successivi  al risultato  elettorale, vista la condizione  generale  di prostrazione   psicologica che  incombeva su tutti coloro che  avevano  perso, la soluzione più saggia per questi, era di rimanere  rintanati in casa per diversi  giorni, perchè  se  si  azzardavano'  a mettere  la  testa  fuori  dall'uscio  di  casa,  da postazioni inimmaginabili,   di colpo  riecheggiava   il martellante   ed ossessivo  suono dei bidoni. Si arrivava  al parossismo  di non poter uscire nemmeno di notte perchè c'era chi montava la guardia  pronto  a seccare  "il nemico".
La  sera  del risultato  elettorale  oltre  al suono  dei bidoni che riecheggiavano   per tutto il paese, le donne del . raggruppamento  vincente si riunivano in piazza S. Rocco. Tra le protagoniste  di questo  carosello  vanno  ricordate: Maria la Giubba, Mimmina Cipolla, Maria  Severino, Tuta Cipolla, Argia e le figlie, ecc. ecc.  A  mo'  di sfottò verso le  altre  donne  dello schieramento  opposto, inscenavano  un circolo ballando, cantando e mimando fino allo  sfinimento la seguente tiritera: "Ciripì,  ciripà, Ninetta alla finestra è tutta incipriata,  ciripì, ciripà ecc .. ''.
Oltre  a  queste  vicende   post  elettorali,   merita  di essere ricordato  che c'era anche chi si dilettava a comporre versi Satirici  su  arie di canzoni famose  che  venivano cantate  da tutti i simpatizzanti. I seguenti  versi furono scritti  da Angelo CoccareIli, singolare  poeta  satirico, sull'aria di "Partono i bastimenti":  Partono gli oratori, daTorino e daMilano, vengono a far comizi qui a Giuliano.Parlano  di 'acquedotti, di  strade  e fognature,  san  tutte fregature  e noi delusi ci tocca  star".
Oggi il suono dei bidoni e dei campanacci ancora s'ode nel paese ma ha perso quell'intensità ed in particolar modo quella crudeltà che lo caratterizzava.
Se tutte queste usanze e molte altre ancora, per un verso rappresentavano per la popolazione un mezzo per socializzare e sentirsi uniti, non facilitavano, però, l'ingresso di nuove idee. Nel paese predominava un tipo di mentalità chiusa e per alcuni aspetti bigotta che perdurerà per molti anni e sarà dura a morire.
Noi, giovani degli anni Sessanta, infatti, saremo ancora impegnati a superare la barriera del pregiudizio e dell'incomprensione, ma la voglia e l'entusiasmo di vivere, accompagnata dall'inventiva ci permetteranno di cogliere le opportunità che le varie situazioni ci offriranno.
I nostri ingenui divertimenti erano ritenuti scandalosi ed il prete nelle messe domenicali, non dimenticava di alludere al nostro "insano" comportamento che, a ben vedere, si riduceva solamente nell'andare a passeggio sotto gli,occhi di tutti, oppure a fare qualche scampagnata insieme a ragazze e ragazzi.
Era nostra consuetudine che i ragazzi s'incamminassero prima e noi donne successivamente, per incontrarli in prossimità del Santuario della Madonna della 'Speranza.  Da qui, finalmente insieme, ci prendevamo la licenza di passeggiare uno accanto all'altro fino alla Madonna le Grazie e ritorno.  La comitiva si scioglieva in vista della mia abitazione che per tutti rappresentava un incubo, in quanto prima postazione della comune pressione familiare. In un centinaio di metri, insomma,  si consumavano i nostri sogni e le prime tenerezze.
Nel 1958 la mia comitiva decise di organizzare unagita a Cacume. Impiegammo più di un mese per convincere i nostri genitori a darci l'approvazione. Nei giorni precedenti, questo nostro desiderio era stato conosciuto anche da Don Alvaro che aveva manifestato energicamente la propria contrarietà. Finalmente dopo  tante insistenze ricevemmo il beneplacito di tutti, grazie ad alcuni nostri compagni che offrivano un'ulteriore garanzia in quanto giudicati "seri e di chiesa". Anche il prete ci dette l'assenso ponendoci però le seguenti condizioni: le ragazze, eccezionalmente, avrebbero potuto indossare i pantaloni ma solo fuori il paese, ed una volta arrivati sulla cima di Cacume, Gaetano Aversa avrebbe dovuto farci recitare il rosario. Condizioni allequali scrupolosamente tutti ci attenemmo, pur di andare.
Oggi sicuramente farà sorridere sapere che in quegli anni, indossare i pantaloni, rappresentava un serio problema morale.
lo, che fin da bambina li usavo quotidianamente, mi chiedevo perchè questo abbigliamento fosse fonte  di scandalo, ma non ho mai ricevuto un'esauriente risposta. A tanti anni di distanza, molto serenamente, mi sento di affermare che indossarli non significava per me ostentare civetteria nè tantomeno essere irriguardosa verso la morale religiosa, li trovavo solamente molto pratici e comodi.
Probabilmente anche le mie amiche li ritenevano pratici ma non si azzardavano ad indossarli solo per non essere oggetto di pettegolezzo.
Sebbene noi giovani ci sentissimo soffocati da questi stupidi pregiudizi e dal falso perbenisrno  riuscivamo, aiutandoci con piccole bugie e qualche sotterfugio, ad organizzarci  gioiosamente  le vacanze.
Erano  gli anni  del grande  Elvis,  dei Plathers  e dì Paul Anka. Nelle calde giornate  d'estate la radio trasmetteva ripetutamente i successi dei cantanti più in voga. Noi non  ci limitavamo   a canticchiarli. Quasi  ogni  giorno, verso le due del pomeriggio,  quando la calura stroncava il respiro a tutti e conciliava la siesta pomeridiana, con studiata  disinvoltura  uscivamo  di casa e ci recavamo  da Maurizio  Anticoli  ed esattamente  in casa di suo zio Don Alfredo, prete per quei tempi sicuramente anticonformista, che ci permetteva  non solo di riunirei ma anche di ballare. Nella  piccola sala da pranzo trascorrevamo innocentemente un paio d'ore, poi come tante Cenerentole al ballo di mezzanotte, di corsa a casa per rientrare  prima che le nostre  mamme  si svegliassero  dal riposo  pomeridiano   e potessero  accorgersi  della nostra  assenza.
In questi anni si ripeterà anche l'esperienza di approfittare di un camion per andare a trascorrere  una pasquetta al mare in comitiva. Avventura  già felicemente  collaudata dal  1946 in poi  quando  mio  padre, riempiva il suo camion  di figli, nipoti e  parenti vari per portarci  a trascorrere  la" scucuzza",  pasquetta, sul lago di Sabaudia.
L'ultimo viaggio che ricordo risale al 1959 quando con gli amici decidemmo  di partire con il "615",  che mio padre usava peril suo lavoro di commerciante  di vitelli. Ci toccò faticare   non poco per cercare, inutilmente,  di cancellare  le tracce lasciate da questi animali, ma partimmo ugualmente,  con alla guida Piero e Silvana ed il resto della comitiva  sistemata  nella parte posteriore,   tutti tra­ boccanti di entusiasmo  e allegria.  Per il modo ed il tempo in cui  si svolse,  questo  fu  un  viaggio  altrettanto   indimenticabile.
Dopo di allora arrivò ilboom dell'automobile che ci fece tutti più sofisticati, pronti ad inseguire  il cambiamento e sognando  ad occhi aperti di possedere  una 600 Fiat.
Se il 1960 significò  l'anno  del cambiamento, migliorando  svariati  settori  della  vita, gli  anni  Cinquanta. invece  furono  anni  bui, caratterizzati   da un'arretratezza  diffusa,  con livelli  culturali  scadenti  e scarse  possibilità economiche.
L'industria   era  inesistente, mentre l'economia si reggeva sull'agricoltura e su alcune figure artigianali  quali quelle  di  stagnino,  fabbro,  falegname, sarto, calzolaio, ecc.
Ciò che contribuiva a migliorare le condizioni di vita di una famiglia, alla fine degli anni Quaranta, erano l'arrivo di rimesse finanziarie e di pacchi da parte degli emigrati in America. Il fenomeno della migrazione nelle Americhe, cominciato all'inizio del secolo, raggiunse in questi anni punte elevate.
Il taxi che Nestore Luzi aveva comperato nell'estate del 1947, ininterrottamente, trasportava gli emigranti ed i loro familiarida Giuliano al porto di Napoli. Era omologato per nove persone, ma Nestore riusciva a trasportarne anche quindici. Ciò era possibile perchè ibagagli erano talmentepochichel'unica valìgiadicartone,accuratamente sigillata con spago, poteva essere tranquillamente tenuta sulle ginocchia.
L'altro  fenomeno  che incise positivamente  sul tessuto  economico   cittadino  fu l'immissione nel pubblico impiego, di bidelli, uscieri e impiegati ad'opera di parlamentari e ministri in carica.
In generale, però le condizioni del paese rimanevano precarie ed anche le famiglie benestanti non erano solite scialare; scampati alla guerra, avendo patito fame e stenti, era naturale che fossero molto parsimoniose. Alimenti e vestiario scarseggiavano e  su tutto si faceva economia. Il piccolo armadio, unico per tutta la famiglia, era pressochè vuoto. Giornalmente indossavamo indu­
menti smessi dalle sorelle maggiori, consumati e più volte riciclati e riadattati. Il vestito cosiddetto della domenica invece, veNIva confezionato in casa in taglia abbondante e gelosamente custodito per essere indossato solo nelle speciali occasioni.
Fino a 18anni le giovani portavano i calzini, mentre le calze di nylon, un lusso che pochissime ragazze potevano permettersi, quando si smagliavano venivano portate ad aggiustare dalla rammendatrice, poichè non si conosceva ancora l' "usa e  getta" Infine, la famiglia  che possedeva un cappotto non se ne disfaceva facilmente: esso, rivoltato più volte, passava di padre in figlio e da parente a parente.
Il paese non offriva, specie per i giovani, opportunità di lavoro e quando si riusciva a trovare qualche saltuaria occupazione, il salario era insufficiente e qualche volta veniva corrisposto in natura.
La poca liquidità di denaro rendeva tutto più difficoltoso, determinando uno scarso sviluppo dell'economia che rimaneva ancorata a vecchi sistemi.
Anche le condizioni di vita risultavano poco confortevoli.                                                                            .
In paese esistevano 746 abitazioni, 705 erano dotate di cucina ma nessuna era provvista di bagno e di acqua. La sìtuazione igienico-sanitaria della popolazione risultava essere alquanto incerta e impensabile per i nostri giorni. Le latrine interne alle abitazioni erano 452, quelle esterne 79. Nel 1951solo 442 alloggi avevano la corrente elettrica, erogata a bassissimo voltaggio e dalla ore 19 alle
6 della mattina successiva. Era la cosiddetta "corrente a forfait", capace di alimentare solo una lampadina per abitazione. I vicoli erano sprovvisti di illuminazione e solo negli incroci era stato collocato un fioco punto luce. Molte famiglie,  centotredici, vivevano nell'indigenza più assoluta essendo sprovviste di acqua, latrina ed elettricità.
Nel 1954 finalmente arriverà in paese l'acqua dell'acquedotto  di Capofiume  ma ci vorranno  ancora diversi anni per averla  nelle abitazioni.
I Giulianesi  otterranno  tuttavia  un grande  servizio quando in ogni piazzetta e  nei crocevia del paese verranno collocate  le fontanelle  con acqua potabile.
Fino ad allora la mancanza  di questo fondamentale elemento aveva rappresentato un gravissimo problema per la popolazione, specialmente in estate, quando  la maggior  parte dei  134 pozzi  di acqua, presenti  nel territorio ed il fontanile pubblico, situato in località  "la Fontana", si prosciugavano.
L'acqua  del  fontanile,  proveniente  dalle  sorgenti poste  alle falde del Siserno, che sgorgava  da due grandi bocche situate  nel corpo  centrale  della  costruzione,   era utilizzata  non solo per il consumo  domestico  giornaliero, ma anche per lavare il bucato ed abbeverare  il bestiame.
Una prima grande vasca,  infatti,  veniva  adibita  ad abbeveratoio  e da un tubo di ghisa, comunemente  chiam to "frocione", usciva  un consistente  getto di acqua. La vasca attigua serviva per risciacquare  il bucato  e, come la precedente,  aveva ilmuretto  di contenimento  con il bordo tondo. Le altre due, situate  più in basso,  servivano per lavare  il bucato  con il sapone. Il bordo  del muretto  era formato  da larghe  e piatte  pietre  bianche  sulle  quali  il bucato  insaponato, veniva più volte battuto.
Alle donne che di professione  facevano le lavandaie venivano  riservate  le pietre più ruvide, perchè su queste i panni si pulivano  più in fretta e meglio.
L'acqua  delle vasche  veniva  cambiata  una volta  a settimana e spesso era coperta da uno strato di sudiciume, poichè tutto il paese si riversava a lavare in questo fontanile.
Non si conosceva  ancora la candeggina  e per sbiancare si ricorreva alla "colata", procedimento alquanto laborioso, ma efficace. I panni venivano  lavati prima con il sapone,  poi  arricciandoli,   venivano  deposti  uno  sull'altro  in una cesta di vimini. A parte si prendeva della cenere e si faceva bollire nell'acqua. Arrivata  al bollore, si versava  il tutto  sul bucato  e si lasciava  riposare  per alcune  ore, quindi  si toglievano i panni dalla cesta  e si sciacquavano abbondantemente. Il risultato  era sorprendente, il bucato  sapeva di fresco e di pulito.
A ridosso del fontanile vi era un bel pioppeto che offriva una gradevolissima frescura e veniva chiamato "Il giardino dell'Impero". Le grandi siepi che lo costeggiavano ed il verde  prato  adiacente, servivano per stendervi sopra il bucato. Nella calda stagione lo spettacolo  multicolore dei panni  stesi si ripresentava giornalmente e le donne sedute a chiacchierare  ed a spettegolare  all'ombra dei  pioppi, aspettavano che questi si asciugassero per riportarli a casa, accuratamente  piegati e pronti per essere di nuovo usati.
Quando dal fontanile non usciva più acqua si ricorreva  ad altre fonti, situate però, lontano dal paese  (la Tanna, Chivero,la fontana  del Prete, Pietralata,  ecc.).

Chi non ricorda le lunghe code fatte per rifornirsi  di poca acqua potabile che arrivava in paese con la sempre efficiente "34" di Gigetto sulla quale venivano sistemate otto botti da mille litri ciascuna?

A Giuliano per ovviare alle lunghe attese si usava un singolare metodo: man mano che si arrivava nel luogo convenuto per la distribuzione dell'acqua, si lasciava il proprio"concone" legando il manico ad una fune dove venivano legati tutti gli altri, rispettando così l'ordine di arrivo.
L'altra risorsa per procurarsi acqua potabile, consisteva nel doversi accontentare di un sottile filo che scorreva alla "Scaricatora" dove s'impiegava una eternità per riempire un "concone".
Bisognava alzarsi il mattino di buon'ora e con il "concone" sotto il braccio mettersi in fila ed aspettare il proprio turno.  Non di rado accadevano aspri litigi tra donne per futili motivi che la stanchezza ingigantiva. Quando finalmente il "concone" era colmo di acqua, la donna lo caricava sul capo e tornava a casa per depositarlo nell'angolo più fresco. In questo modo la famiglia aveva assicurato il fabbisogno giornaliero di acqua che tutti consumavano servendosi del "suregli", mestolo di rame sempre appeso al manico del "concone".
L'acqua era considerata talmente preziosa, che non ne veniva sprecata nemmeno una goccia. Se infatti nel bere, una piccolissima quantità rimaneva nel mestolo, essa non veniva gettata via, ma rimessa nel "concone".
Questi due recipienti di rame, ritenuti indispensabili in ogni famiglia, sparirono in seguito all'allaccio dell'acqua in casa. La maggior parte dei Giulianesi si disfece subito del "concone". Chissà, forse per il timore che la sua presenza in casa, potesse in qualche modo impedire la rimozione delle numerose fatiche sofferte. Gli scaltri compratori di conche, i "cinciari", che girovagavano di paese in paese e di casa in casa, abbindolavano le donne barattando un "concone" con una dozzinale ed appariscente bambola che veniva ostentatamente esposta sul letto matrimoniale.
La figura del "cinciaro" oggi completamente scomparsa, era ritenuta indispensabile alla comunità paesana. Egli raccattava, barattando, ogni genere di merce: dagli stracci, al ferro vecchio, al rame ecc. Le trattative erano lunghe e piuttosto complesse. La merce veniva scrupolosamente analizzata e divisa, per procedere infine con l'offerta che non era espressa mai in denaro contante ma con altra merce come bicchieri, piatti, tazze, aghi, nastri ecc., che il "cinciaro" portava sempre con sè.
Ma il problema  della carenza di acqua interessava anche i 935 residenti delle campagne, i quali dovevano far fronte ed altre complicazioni, come la mancanza della corrente elettrica,   l'estrema inadeguatezza  delle loro abitazioni  e dei loro attrezzi  di lavoro.
Alcune famiglie abitavano ancora nei pagliai e conducevano una vita grama e primitiva, altre usufruivano di una sistemazione relativamente più idonea, vivendo in piccole casette in muratura. Chi invece non possedeva nemmeno un riparo  sul terreno, ogni  sera riportava  in paese la mucca e l'asino che venivano alloggiati nelle stalle situate al pian terreno di alcune abitazioni  del centro del paese.
Oggi il panorama  delle campagne  si è fortemente modificato, a causa dei numerosi  campi  incolti  e della presenza  di belle, confortevoli  e moderne  costruzioni.
Nelle campagne degli anni Cinquanta, invece, predominavano i terreni coltivati, con ampie zone di uliveti e vigneti. La coltivazione dell'ulivo ad es., era tanto estesa da richiedere  in paese l'esistenza  di sei frantoi.   Anche  la vite era presente  in ogni proprietà,  ma i metodi  di colti­ vazione  erano  totalmente  diversi  da quelli  di oggi.   Era diffusa, infatti, la vite ad albero, disposta  a filari, impiantati nel seminativo. Ilraccolto tendeva più alla quantità che alla qualità del prodotto.
Tra il verde dei prati e degli alberi, ogni tanto, un pò dovunque, sorgevano piccole  casette in muratura  aventi tutte la stessa tecnica  architettonica. Ancora  ogògi ,dove, non è stata operata la demolizione  è possibile  individuarle.

Esse nella loro essenzialità, assolvevano  ad una duplice funzione: dar riparo agli animali ed all'uomo. Nel piano  terreno, infatti, veniva collocata la stalla per  gli animali  domestici, mucche  e asino,  e spesso  accanto  a questa veniva  costruito  il forno per cuocere  il pane.
Questo  tipo di costruzione  permetteva, in inverno, di stemperare  il freddo incalzante nell'abitazione  del contadino che era situata al primo piano, dove si accedeva mediante una scala esterna.
Una grande ed unica  stanza era sufficiente  per una intera famiglia.

In un lato un camino con accanto dei fornelli per cucinare, in un altro i letti per dormire.
L'arredo, molto spoglio ed essenziale, veniva completato da una madia dove riporre pane, cibo e utensili da cucina. Spesso la stanza comunicava direttamente con la stalla mediante una stretta botola ed una scala a pioli. In questo modo il contadino poteva controllare in ogni momento il proprio bestiame.
Non mi rimane difficile ricordare tanti piccoli particolari poiché la casetta di mio nonno, uguale a tante altre, è ancora lì, alle "Fossatelle". Purtroppo è disabitata e spoglia, ma ogni qualvolta vado ad aprire la porta mezza sgangherata, trovo la stanza sempre più affollata di cose, di personaggi, di atmosfere di altri tempi.
E' come entrare in una realtà virtuale, e la mia mente, ricevuto l'input giusto, dato dalla porta che si apre, inizia a sciorinare ricordi. Riassaporo così le piacevoli sensazioni provate quando,con le mie sorelle, rimanevamo nella casetta con i nonni. Ad esempio, il calore, non tanto fisico, quanto umano che effondeva quell'enorme lettone che la sera ci avvolgeva tutti insieme, oppure il piacere e l'ilarità  che si  sprigionavano in noi  bambine  quando saltavamo e ci rigiravamo su quel rumoroso materasso di "scartocci", e la pacata serenità di mia nonna disposta sempre a tutto pur di accontentarci.
Il mattino, invece, appena sveglie ci aspettava un tipo di colazione ormai estinto: mio nonno appariva dalla botola con in mano un secchiello di latte appena munto e noi ci attaccavamo direttamente ai bordi ed avidamente mandavamo giù questa delizia calda e piena di schiuma.
Ed ancora, come non ricordare l'effetto che mi provocava il temporale estivo? Rimanevo in sìlenzio, rannicchiata sul letto o su una sedia ad ascoltare il ticchet­ tio della pioggia che batteva sulle tegole del tetto.
Era come ascoltare  una bellissima sinfonia e lasciarsi cullare da quella varietà di note, fino a quando un piacevole  torpore avvolgeva  la mia mente ed il mio corpo.
Quando richiudo  la porta della casetta i ricordi s'interrompono, ma il ritorno al  presente è  altrettanto piacevole perchè nell'ambiente in cui mi trovo, a contatto con la natura, mi sento veramente  a mio agio, circondata da elementi  familiari  che sento come una seconda  pelle.
Tra le innumerevoli difficoltà che il contadino doveva affrontare durante tutta la sua esistenza, le più dure e logoranti erano senza dubbio quelle riguardanti il lavoro dei campi, che veniva svolto manualmente, con pochi attrezzi primitivi. Chi possedeva un asino o una coppia di buoi si riteneva fortunato, perchè questi rappresentavano un prezioso aiuto.
La famiglia del contadino, quasi sempre numerosa, contribuiva tutta a lavorare la terra, perchè lo scopo, primario consisteva nel cercare di ricavare da questa, quanto possibile per soddisfare il fabbisogno familiare.
La terra  veniva coltivata alla vecchia maniera, empiricamente. Non si pensava a colture più razionali, si praticava, insomma, un'agricoltura tradizionale. Permaneva un'arretratezza diffusa e le nuove tecniche agrarie rimanevano un sogno, soprattutto perchè la poca disponibilità economica non consentiva l'acquistodinuovi attrezzi, nè semi selezionati o concime chimico.
Non avendo, quindi, altro a disposizione se non la propria forza, il proprio vigore fisico, il contadino usava e sfruttava queste doti fino allo sfinimento. Si lavorava dall'alba al tramonto, e  quando il cattivo  tempo non permetteva di lavorare all'aperto, si rimaneva in casa a costruire o riparare attrezzi.

In queste circostanze, alla donna non rimaneva altro che  "sopportare" l'umore nero del proprio uomo che, costretto a restare dentro, si comportava come un animale in  gabbia e continuamente apriva l'uscio di casa per scrutare  il cielo, sperando  che la pioggia  cessasse.

Nessuno poteva permettersi  illusso di essere esonerato dal lavoro. Non esisteva  distinzione  nè  di età nè di sesso. Le responsabilità  erano condivise da tutti quanti fin dalla più tenera  età. Si cominciava, infatti, da bambini svolgendo piccole mansioni come esempio il portare al pascolo le mucche o qualche pecora. In seguito, col crescere, i lavori divenivano  sempre più faticosi.
Nell'organizzazione del lavoro, nemmeno  le perso­ ne anziane  venivano  risparmiate. Esse  continuavano  a dare  il loro contributo di fatica, fino al termine  dei loro giorni. Le donne  erano le più sfruttate  dalle circostanze, lavorando incessantemente in casa e fuori.  Non  solo accudivano la casa ed allevavano i figli, ma nell'ambito domestico producevano  beni  di  consumo   alimentare, come  pasta,  pane,  formaggi  e di vestiario,  come  calze, maglie,  vestiti  ecc.
Quando infine nella campagna  servivano  altre braccia, la donna veniva impiegata nei campi al pari dell 'uomo.
Oltre alla normale  rotazione  delle colture,  su di un, terreno  non venivano  praticate  altre  tecniche  di sfrutta mento, nè si  pensava a razionalizzare il  lavoro. Di conseguenza  si otteneva  un raccolto  alquanto  scarso.  La produzione tendeva verso l'auto consumo ed il contadino sfruttava il terreno coltivando prevalentemente grano e granturco.
Tutto il lungo cammino che  il frumento doveva compiere per essere trasformato in pane, veniva accuratamente  seguito e controllato con estrema meticolosità, senza risparmio di fatiche,  rispettando  una  ritualità  che sapeva  di sacro.
Ed è per la solennità  di alcuni atti e per le particolari sensazioni  che mi sono state comunicate  da bambina  che i ricordi  scorrono  piacevoli. A volte  è sufficiente una parola,  una  vaga  descrizione,   e il pensiero  ritorna  alle radici.
Grano:  vocabolo  magico  che  mi  riporta  indietro negli  anni,  percorrendo   a ritroso  un cammino  interiore fatto di riflessioni  ed emozioni.
Con una lucidità sorprendente  mi scopro a ricordare periodi  della mia infanzia  trascorsi  a stretto contatto  con la  vita  semplice  e dura  del contadino, tanto  da averne assorbito  alcuni umori ed esperienze,  nonchè  l'amore per la terra e quel non so che di arcano e magico che la natura riesce  a trasmettere.

Ricordi  che risalgono  al tempo  della fanciullezza, quando trascorrevo  l'estate in campagna  dai nonni materni.

Di buon mattino mia madre mi accompagnava per un tratto, poi, da sola, saltellando per lo stretto  viottolo, arrivavo  in un baleno  alle "Fossatelle". Qui trovavo mia sorella che in questa stagione, spesso rimaneva a dormire con i nonni.
Con Mimma  giocavamo  con piccole  ed insignificanti cose che la nostra fervida fantasia riusciva  di continuo  ad  animare. In  particolare, ricordo che eravamo attratte da piccoli e colorati pezzetti di ceramica  e porcellana che ci affannavamo a ricercare tra i sassi e la terra. Per noi rappresentavano dei veri e propri  tesori quando,  giocando alle signore, li trasformavamo in piatti,  bicchieri, tazzine  di caffè, ecc .. E pensare che qualche anno prima questi   frammenti erano  stati  veramente  dei raffinati servizi!
Mia nonna, infatti, ci raccontava,  con velata malinconia, che durante la guerra, alcuni uomini "brutti  e cattivi", avevano gettato dalla finestra  di casa le casse di legno  in cui erano stati accuratamente riposti i regali di nozze di mia madre.
Nella caduta  tutto era andato in frantumi  e noi non facevamo  altro che ricomporre, con la fantasia, i piccoli pezzi trasformando li di nuovo in bellissimi  servizi.
Oltre a giocare, spesso seguivamo  passo passo nonna Vittoria,  zia  Velia  o Angelina, mentre sbrigavano i lavori per la campagna.
Ricordo  la mietitura, la scartocciata,  la vendemmia, ed altro ancora come la colata, l'essiccazione  della conserva e dei fichi secchi ecc. Ricordi che evocano immagini piene  di calore,  di serenità e di una incessante  operosità. Non era permesso fermarsi, perchè ogni stagione aveva la proprie  scadenze  fisse e non procrastinabili. Questo continuo movimento   potrebbe indurre a pensare che la vita si svolgesse  in un convulso  frastuono; al contrario, la vita dei campi era fatta di lunghi silenzi rotti solo dal vocio  degli uomini  e dai molti  suoni  della natura.
Ciò che, al di sopra di tutto, impegnava  il contadino sia dal punto di vista fisico che psicologico,  era la coltivazione del grano che  interessava diversi  mesi  dell'anno.
Si cominciava, infatti, a preparare ilterreno fin dalla fine diagosto, dissodandoloconl'aratrotrainato da "vacche nostrane", particolari mucche forti, abituate a lavorare nei campi.
L'aratro era un attrezzo di legno costruito dal contadino stesso, con la punta, il "vomaro", in ferro.
Ai  lati  del corpo  dell'aratro  c'erano  due  ali  le "recchie,"che permettevano alla terra rimossa di depositarsi lateralmente, formando, così, il solco.
All'estremità c'era un'impugnatura la "manocchia" che serviva a controllare l'aratro. Dalla parte inferiore della "manocchia" partiva un'asta lunga, il "Neruo", sulla quale, circa alla metà, s'inseriva un perno, l' "Ura", che infilandosi sotto il corpo dell'aratro ne facilitava il lavoro, allorquando s'incontravano degli avvallamenti nel terre­ no. Il "neruo" andava ad inserirsi nello "iumo". Quest'ultimo, sempre in legno, era simile ad un collare cheveniva posto sul collo dei buoi e agganciato con un gioco di funi. Un paio di briglie venivano passate dietro ed impugnate dal contadino che si trovava, così ad avere davanti a sè i buoi, che controllava impugnando con una mano le briglie e con l'altra la "manocchia" dell'aratro.
Arare non era cert oun lavoro semplice: accorrevano forza, precisione e coordinazione di movimenti.
II terreno veniva solcato più volte per renderlo più soffice e friabile. La giornata lavorativa iniziava molto presto e terminava al calar del sole. a sosta per il pranzo era breve e veniva consumata sul terreno dove si stava lavorando. Due pezzi di pane con del formaggio o della verdura, rappresentavano il "lauto" pasto.  Ipiù fortunati bevevano un bicchiere di vino.
Terminata l'aratura, si procedeva a ripulire il suolo dai sassi che venivano trasportati con le ceste ai margini del terreno e ammucchiati, per essere in seguito usati per costruire le "macere". Queste erano dei muretti di pietre sovrapposte, senza malta, che servivano per segnare il confine o per operare terrazzamenti nei terreni scoscesi.
Verso  la  fine .di ottobre,  il contadino iniziava a seminare il grano.
Come non ricordare mio nonno nell'atto della semina lassù, nel campo arato, vicino alla grande quercia, con a tracollo una "saccuccia" colma di frumento e con il braccio proteso in avanti, nell'atto di spandere sulla terra i chicchi di grano!
Con il suo aspetto imponente e dignitoso, con lo sguardo fiero  e con i  capelli  scompigliati dal  vento, sembrava rappresentare uno splendido quadro idilliaco­ pastorale.
Ogni qual volta mi capita di ammirare dipinti di macchiaioli in cui si riproducono scene rurali, il mio pensiero corre a mio nonno, perchè spontaneamente li accomuno alle immagini tante volte osservate da bambina.
Terminata la semina, si ripassava con l'aratro per ricoprire con la terra i chicchi di grano. E nulla veniva sprecato: se infatti, ci si accorgeva di qualche chicco rimasto scoperto, si procedeva manualmente ad interrarlo.
A novembre, cominciavano a spuntare le prime piantine e la stagione fredda ed il gelo non rappresentavano un problema.  Icontadini erano più spaventati dalle piogge insistenti e dalla grandine che dalla neve. Infatti erano soliti ripetere il detto:  "sotto la neve pane, sotto l'acqua fame".
Non si conoscevano bollettini metereologici nè regole affermate scientificamente. Ilcontadino governava il  suo mondo seguendo consuetudini basate sull'empirismo e su usanze popolari consolidate nel tempo: un insieme di superstizione, magia e credenze religiose.
Infatti, ogni situazione veniva fronteggiata mediante atti e riti che sapevano di sacro e profano.
Per capire  l'andamento del tempo, il  contadino scrutava il cielo in direzione di monte Cacume; prima d'intraprendere una qualsiasi azione, teneva in considerazione il ciclo lunare. Solo quando la luna era "buona" si poteva iniziarea seminare, raccogliere, travasare, essiccare ecc. La consuetudine che gli influssi lunari fossero tanto propizi, era talmente radicata che nessun contadino osava andare contro una così forte tradizione.
Per fronteggiare la violenza dei temporali estivi, venivano fatte suonare le campane della Chiesa, e chi ritornando dal santuario della SS. Trinità, si era riportato il bastone, in queste circostanze lo metteva fuori della porta o finestra per scongiurare, nella propria abitazione, l'impeto temporalesco.
Quando tra le campagne di Giuliano incalzava la siccità, i contadini si rivolgevano al Sacro Cuore,  e, per propiziare la pioggia su tutto il territorio, portavano in processione la statua fino ai confini  con i paesi  limitrofi.
La comunità  rurale era molto rispettosa  di S. Antonio Abate, patrono degli animali. Il 17 gennaio,  infatti, la piazza antistante la Parrocchia  di Santa Maria Maggiore  si riempiva  di animali: mucche, asini, muli, capre, pecore ecc ..  Al termine della messa il parroco usciva sul sagrato della chiesa per benedire gli animali ed i contadini,  terminato il rito, tornavano  al lavoro nei campi più soddisfatti e rassicurati.
Il 25 maggio,  in occasione  dell'Annunziata, accorrevano numerosi alla messa che si celebrava nella piccola chiesa, oggi non più esistente. Questa sacra ricorrenza era ritenuta  propiziatrice  di tutte quelle  attività che venivano intraprese  all'inizio  della primavera,  particolarmente per la riuscita  degli innesti e la semina  dei legumi.
A queste  credenze  religiose  si affiancavano  molte altre  di  natura  superstiziosa   che  tendevano   a  limitare alcune azioni  o colture,  favorendone  altre.  Nelle campagne di Giuliano, ad esempio, vi era una scarsa presenza  di piante  di noci, sicuramente  dovuta alla convinzione  radicata tra icontadini, secondo la quale chi metteva  a dimora una di queste piante avrebbe avuto una brevissima  esistenza.
Per trarre  gli auspici,  invece,  si aspettava  la notte dell'Ascenzione. In questa  occasione si metteva fuori dalla finestra alla "serena", una bottiglia con dell'acqua  ed una chiara  d'uovo.   Il mattino  seguente,  a seconda  della forma che l'intruglio  aveva assunto, venivano  interpretati i presagi.
Ma torniamo a parlare del grano che, in aprile aveva bisogno di ulteriori cure. Con l'avanzare  della primavera, infatti, si ripassava con l'aratro in mezzo  ai solchi,  la "solocatura",  per estirpare l'erba "cattiva" che lasciata crescere  avrebbe  soffocato  le giovani  piantine  di grano.
A maggio, quando  cominciavano  a spuntare  le spighe,  si procedeva  con la "munnatura", che veniva  fatta manualmente  e solo dalle donne, spesso prese a giornata. Il lavoro che le donne facevano  per "munnare"  era molto faticoso, perchè si rimaneva  tutto  il giorno  con il dorso curvo ad estirpare  la gramigna, pianta  infestante che non permetteva  al grano  di crescere  rigoglioso.  Per reagire alla stanchezza  che  con  il passare  delle  ore  diventava sempre più insopportabile,  le donne intonavano  canti e le loro  voci  riecheggiavano   nella  valle  fino  a confondersi con quelle  di altri gruppi  che lavoravano  in altri terreni lontani.
Al tramonto, finito di "munnare" e molto stanche, prima di tornare  a casa, dovevano  raccogliere  tutta l'erba estirpata, confezionare dei  grandi  fasci, le  "matte", e caricarseli  sul capo per portarli  al bestiame.
Giugno era il mese in cui la natura esplodeva  in una fantasmagoria di colori, di profumi, di  suoni  e  niente appariva  più suggestivo di un campo di grano mosso dal vento, con una miriade di spighe  dorate,  intervallate da intense macchie di colore rosso per la presenza  di papaveri.
Ed in mezzo  a questi  meravigliosi campi  pieni  di colore  e di abbondanza, come  non ricordarsi  del mitico spaventapasseri  fatto con  paglia e con vecchi e sbrindellati indumenti,  messo in bella mostra allo scopo di allontanare gli uccelli!
Le riflessioni  di oggi mi portano  a credere  che in quegli  anni non si faceva caso alle straordinarie  bellezze che la natura ci offriva. Tutto era considerato normale e naturale. Chi lavorava  la terra, chi viveva in campagna,  non aveva  il tempo  nè la fantasia  per lasciarsi  andare  a considerazioni   poetiche.
Penso che nemmeno mio nonno, ritenuto  un uomo istruito e "intellettuale" perchè amava leggere molto, si lasciasse  distrarre da divagazioni del genere.Come ogni contadino,  guardava al lato concreto, alla sostanza delle cose. Le spighe di grano rappresentavano il pane per sè e per la propria famiglia. Questo contava e solo per questo si provava  soddisfazione.
Per quanto mi riguarda,  credo di aver vissuto quegli anni in un piacevole  bianco e nero.  I colori, le sfumature, la poesia li' aggiungo  oggi, quando  ricordo.   Mi accorgo, infatti, che non sono icolori, ma piuttosto particolari  odori o sapori che mi riportano indietro nel tempo risvegliandomi  piacevoli sensazioni.
L'inconfondibile  odore  di un roseto  ad  es. mi riporta al maggio della mia fanciullezza, quando tutta la campagna  s'impregnava di questo delicato profumo e rivedo schiere di donne con in braccio fasci di rose che nelle leggere e frizzanti mattinate primaverili, passavano davanti casa mia per recarsi al mese Mariano, presso il Santuario della Madonna della Speranza e subito dopo al cimitero per deporre i fiori sulla tomba dei loro cari.
Col sopraggiungere dell'estate, quando le giornate si facevano afose ed il frinire monotono delle prime cicale si moltiplicava nell'aria e  infieriva negli orecchi,  era giunto il tempo della mietitura che si svolgeva in un clima di festosa allegria e di piena soddisfazione,specialmente quando ilraccolto si preannunciava abbondante. Questo periodo veniva vissuto intensamente da tutta la famiglia ed ognuno doveva dare il proprio contributo, anche se minimo.
Come la vita di uno sciame di api si regge sull'aiuto reciproco e sul lavoro di ogni suo componente, allo stesso modo si comportava, in alcune occasioni speciali, la comunità rurale. E la mietitura era una di queste.
Avveniva, allora, che nessuno si sottraeva ai propri compiti ed anche ai bambini venivano assegnate piccole mansioni, svolte  con  molto  orgoglio. A sette anni anch'io contribuivo portando l'acqua fresca di pozzo ai mietitori.
L'unico momento di calma e di riposo in questo continuo fervore, era rappresentato dal pranzo che tutti insieme consumavamo sul campo.
Alle "Fossatelle", ci si riuniva tutti all'ombra di una grande quercia che rappresentava un vero paradiso, dopo aver trascorso l'intera mattinata sotto i cocenti raggi del sole. Quando dal campo di grano vedevamo Angelina uscire dalla casetta con "gli canistro" sul capo, era giunto il momento di interrompere il lavoro: il tempo di posare a terra gli atirezzi e si era pronti per il pranzo. Angelina, nel frattempo, arrivata sul posto, stendeva una candida tovaglia sull'erba e quando tutti avevano trovato posto, cominciava a servire  il pasto  sotto l'occhio  attento  e compiaciuto   di nonna Vittoria.
Nel ricordare questi avvenimenti  mi piace immaginare Angelina come un prestigiatore  nell'atto di tirare fuori dal suo cilindro  oggetti fantastici; allo stesso modo ricordo questa buonissima  donna, che tutti noi affettuosamente consideravamo di  famiglia,  mentre   tirava  fuori dalla cesta ogni ben di Dio.
Angelina  faceva parte di quella schiera di donne non maritate, che in quegli anni, spontaneamente, si affiancavano nel lavoro domestico di altre donne sposate e appartenenti   a famiglie  benestanti. Esse vivevano nella casa che le aveva accolte, sbrigando  le faccende,  lavando il bucato ed aiutando ad allevare i bambini. In cambio ricevevano vitto, alloggio, e tanto affetto, diventando, spesso, parte integrante della famiglia che le ospitava.
Il pranzo, sotto la grande quercia, si consumava con molto appetito, si beveva un bicchiere di vino e, con lo stomaco pieno, l'allegria nasceva spontanea.
Si ricominciava così a mietere fino al tramonto, sopportando il peso di una giornata trascorsa a lavorare sotto il sole di luglio.
Quando un contadino non riusciva a produrre dal suo piccolo appezzamento di terreno il necessario per la sua famiglia, era costretto ad andare a giornata ed in questo periodo dell'anno il lavoro quotidiano del bracciante consisteva nel mietere, giorno dopo giorno, campi e campi di grano.
Ogni mattina si alzava quando ilsole non era ancora spuntato, e portandosi dietro ilproprio attrezzo di lavoro, la "falcetta" ed un misero pasto, che avvolgeva in un grande fazzoletto, si dirigeva sul campo, a volte facendo anche diversi chilometri a piedi. Trascorreva tutto il giorno a mietere e ritornava a casa al tramonto, sfinito dalla stanchezza, ma con ancora quel poco di forza occor­ rente per accudire ai lavori del proprio campo.
La mietitura veniva effettuata con una singolare tecnica. Più uomini muniti di falcetta iniziavano a mietere da uno stesso lato del campo e procedevano in avanti, affiancati. Le spighe venivano recise nella parte bassa del gambo e man mano si formavano dei fascetti, le "renghe" che, legati con una spiga, venivano posati a terra. Si procedeva in questo modo per tutto il campo e poi si ritornava daccapo per raccogliere i fascetti e comporre fasci più grandi, i "regni" che riuniti a gruppi di quattro o sei covoni venivano lasciati per qualche giorno sul campo e successivamente portati sull'aia, dove venivano disposti secondo forme prestabilite. Se la disposizione assumeva la forma di una casa, si aveva la "casarcia", se invece i fasci venivano semplicemente sovrapposti in modo simmetrico, si avevano le "caselle". In ambedue le forme l'importante era disporre le spighe di grano in modo che un eventuale pioggia scorresse sopra di loro e non vi penetrasse, altrimenti l'umidità avrebbe pregiudicato il raccolto.
Terminata la mietitura e liberato il campo dal grano, rimanevano le stoppie e prima di mandarvi le mucche a pascolare si procedeva con la spigolatura, che non sempre veniva fatta dal proprietario.  Mia nonna, ad esempio" permetteva che alcune donne più bisognose del paese passassero tra le stoppie a raccogliere le spighe rimaste sul terreno per racimolare qualche piccolo fascetta. Di ritor­ no alle proprie case, queste donne sbriciolavano a mano le spighe e pestando i chicchi nel mortaio ottenevano una grezza farina che usavano per improvvisare una pizza per la propria famiglia.
Prima del secondo conflitto mondiale, per liberare  il chicco di grano dalla spiga, si usava ancora ilmetodo della battitura che avveniva servendosi dell'aiuto di cinque cavalli, che per l'occorrenza venivano presi in prestito. I fasci di grano venivano adagiati sul fondo dell'aia ed i cavalli, tenuti insieme da una lunga fune, il "capezzane", venivano fatti girare simultaneamente in orizzontale sui fasci di frumento calpestandoli fino a quando i chicchi di grano non venivano liberati dall'involucro. Questo era il , metodo per dividere la paglia dal grano.
La paglia veniva ammucchiata attorno ad un alto palo conficcato nel terreno. Il contadino, munito di una forcina di legno, si metteva al centro, accanto al palo, e ammassava man mano attorno e sotto di sè la paglia che gli veniva passata da altri uomini. Quando il"pagliariccio" aveva raggiunto un'altezza considerevole, il contadino terminava il lavoro con una copertura conica e, buttando con soddisfazione il suo cappello in aria, scivolava lungo la superficie e ritornava a terra.
Il grano, che nella battitura si era depositato sul fondo dell'aia, non era completamente pulito, Nell'ammucchiarlo in un angolo, veniva preso con la pala e alzato in aria controvento, cosicchè, nella ricaduta, il chicco si separava dalla pula.   Un'ulteriore pulitura veniva fatta dalle donne che, prima di riporlo nei sacchi, lo passavano nel setaccio, "conciaregli".
L'usanza della battitura del grano venne smessa quando  anche a Giuliano  arrivò la prima trebbiatrice. Fu mio padre che, frequentando le fertili campagne dell'agro pontino, si rese conto della grande utilità di questa nuova macchina. Egli, non dotato di una mentalità contadina ma particolarmente attento alle nuove  tecnologie  agrarie e capace  d'intuire i vantaggi che queste  potevano  offrire, decise di comprare  una "Alpina"  con l'intenzione  di farla girare tra le campagne di Giuliano.
Rispetto a ciò che oggi il mercato moderno offre in fatto di sofisticate tecnologie, la trebbiatrice di allora rappresentava  un esemplare  molto rozzo e primitivo. Non essendo  ancora fornita di ruote, doveva essere trasportata a spalla da quattro  uomini, mediante quattro aste che la sostenevano, allo stesso modo di come si porta in proces­ sione una statua. Se la trebbiatrice  rappresentò  una grande conquista  per il contadino,  riducendo gli ulteriori  fatiche, non lo fu altrettanto  per quei poveri  braccianti  che ogni mattina erano addetti a caricarsela  sulle spalle per traspor­ tarla  di campo  in campo,  tra  mille  difficoltà  e sentieri proibitivi.
Si trattava di un'infernale macchina che teneva impegnate attorno a sè molte  braccia ed era talmente rumorosa che non era necessario  avvisare il contadino  del giorno  in cui gli sarebbe toccato  trebbiare  il grano.  Egli infatti,  riusciva  a dedurre  il suo turno dalla vicinanza o lontananza del frastuono.
Anche la fase della trebbiatura veniva vissuta in un clima di animazione generale. Ogni persona che si muoveva attorno alla macchina aveva il suo da fare e tutti lavoravano all'unisono, come in una catena di montaggio.
Quando illavoro era ultimato ed i numerosi sacchi di grano giacevano riuniti in un angolo dell'aia, fra tutti si sprigionava un'aria di complice soddisfazione. Succede­ va allora che qualcuno iniziava a suonare l'armonica a bocca o l'organetto e tra uno stornello ed un bicchiere di vino s'improvvisava sull'aia un'allegra festa del raccolto, dimenticando per qualche ora, le sofferenze quotidiane.
Nei giorni seguenti si provvedeva  a portare il grano nel granaio ed ogni volta che in famiglia si aveva bisogno di farina, una modica quantità di grano veniva prelevata  e portata  al mulino per essere macinata.
A Giuliano esisteva  solo il mulino dei Sarandrea ed era situato proprio alla curva la "mola".  Anche se, all'epoca, era considerato  moderno,  i suoi ingranaggi erano  molto  rumorosi  e bisognava  collaborare  manual­ mente  nelle diverse  fasi, prima di ottenere  la farina.
In quegli  anni le donne usavano  vestire  con colori piuttosto scuri ed era augurabile  non incontrarle  al ritorno dal  mulino a causa  dell'aspetto spettrale che avevano assunto per la farina che si era appiccicata  loro dappertutto.
Con la farina ottenuta  si faceva il pane o la pasta.
Anche se le abitudini  alimentari lentamente  cominciavano a modificarsi, il pane rimaneva  un prodotto indispensabile  e per  alcuni  rappresentava   ancora  l'unico alimento. Non  di rado  capitava  che una  salsiccia  cotta sulla brace, spremuta e rispremuta  in una pagnotta di pane tagliata  trasversalmente, rappresentasse l'unico companatico per sfamare  un'intera  famiglia.
Fortunatamente,  queste esperienze  di estremo  bisogno, non le ho vissute direttamente, comunque conservo il culto per il pane.
E'  un'eredità  morale che  mi  porto dietro e  che difficilmente riesco a scrollarmi  di dosso. Ancora  oggi, infatti,  se un pezzo di pane mi cade per terra mi precipito  a raccoglierlo  ed il primo impulso è di baciarlo  così, come da bambina vedevo fare nella mia famiglia. La venerazione che tutti provavano  per questo bene così prezioso,  perchè vitale,  derivava  anche dall'essere  il frutto  di un lungo  e faticoso  cammino  al quale tutti avevano  partecipato.
Considerato un bene primario ed essenziale,  esso in particolari  avvenimenti  come nelle festività di Sant'Antonio  da  Padova   e  San  Rocco,   assumeva   un  ruolo  più propriamente  sacrale. In queste due ricorrenze religiose, molto  sentite dai Giulianesi,  alcune famiglie  s'impegnavano a preparare una certa quantità di pane, comunemente chiamato  "Panuncegli". Questo  atto veniva  considerato un obbligo da chi aveva ricevuto una particolare  grazia dal Santo. Il pane veniva benedetto  e poi distribuito  ai poveri.
Questa  antica tradizione  si è modificata  nel corso degli anni fino a scomparire  quasi del tutto ai nostri giorni. Oggi, solo la famiglia  Claroni continua  l'usanza  del "panuncegli".   Ogni anno, il sedici di agosto, giorno della festa di San Rocco, Ennia prepara un determinato  numero di pagnotte  di pane, le fa benedire, e molti abitanti di Giuliano, non più mossi dal bisogno  ma dalla fede e dalla devozione per il Santo, si recano  a  prendere   il pane benedetto.
Negli anni Cinquanta  la tradizione  era ancora forte.
Non  si usava più il pane giallo di farina di granturco, ma si distribuivano pezzi di pane di grano. I miei ricordi più vivi si riferiscono agli anni in cui "gli panuncegli" cambiò forma e sapore divenendo sfilatino. Per i bambini di allora avere l'opportunità di assaporare un pane così morbido e bianco rappresentava un'occasione che ad ogni costo bisognava cogliere.     Accadeva che frotte di bambini seguivano, accalcandosi con insistenza, le donne che riportavano a casale ceste colme di pane appena benedetto. Essi, per ottenere uno sfilatino, ripetevano  con  voce petulante  la seguente  filastrocca  che pressapoco  diceva: "Dacci gli panuncegli, pu l'anima gli megli, pu l'anima  gli morti,  fa lo beno a tata nostro".
La preparazione  del pane era un compito  riservato esclusivamente alle donne. Operazione lunga e pesante che impegnava  per molte ore.
Ma quando finalmente  la madia si riempiva  d icalde pagnotte  di pane, tutte le fatiche e le preoccupazioni sparivano  e subentrava  una sensazione  di pacato  ottimi. smo,  sensazione   che  derivava  dalla  consapevolezza di aver assicurato  per i propri familiari il cibo per circa dieci giorni.
Le famiglie che abitavano in campagna possedevano quasi tutte un forno che potevano usare con comodità. Chi invece viveva in paese si serviva di numerosi  forni privati ma aperti al pubblico  e dislocati  in tutto ilcentro  abitato.
Per  ogni  pagnotta  di pane  infornata,  si pagavano circa tre lire.
Il forno era collocato  in una grande stanza,  scarsamente illuminata,  priva di finestre  e arredata  molto spartanamente.  In  un lato  erano  sistemate, alla  meno peggio, delle tavole che fungevano  da muretto sulle quali venivano  allineate "le scife" piene di pane; nell'altro lato veniva accatastata  qualche fascina e qualche piccolo pezzo di legna. In prossimità  della bocca del forno venivano sistemati  tutti gli attrezzi specifici  che erano: la "Panara"  che serviva  per infornare  e sfornare  non solo il pane ma qualsiasi  altro alimento;  una pertica  per "sbraciare",  cospargere cioè di brace  tutta la base del forno, ed un'altra pertica  chiamata "muni" che serviva a pulire  meglio il fondo, formata da un fascio di erba odorosa (Enula Viscosa) che a contatto  con il caldo  dei mattoni  emanava  un piacevole  profumo, e, probabilmente aveva  anche  una funzione  disinfettante. Spesso  "gli muni"  veniva anche bagnato per raffreddare e pulire meglio la base del forno. Infine, qualche sgabello traballante  e un vecchio e rustico tavolo completavano   l'arredo.
Un forno, mediamente,   aveva una capienza  di sessanta pagnotte  di pane.
I forni in funzione  negli anni Cinquanta  nel centro di Giuliano  di Roma erano i seguenti:
- Il forno di 'gnora Lalla, in piazza della Chiesa, oggi abitazione  di Vincenza  Cologgi;
- Il forno della Parrocchia  in via Indipendenza,  oggi cantina  di Politi Pasqualino;
- Il forno di Ignora Eba in via Magenta,  oggi cantina di Cesare  Cologgi;
- Il forno di Augusta  de Santis in via Magenta;
- Il forno di Teresina  in via Nazionale,  oggi cantina di Ginia  Ciavaglia;
- Il forno  di via  Cairoli,  il cui fabbricato  risulta totalmente  distrutto;
- Il  forno  di Vincenzina   la  "fornara",  in  Borgo Vittorio  Emanuele,  accanto  al barbiere.
Tutti questi forni lavoravano alacremente  dalle quindici alle diciotto ore giornaliere, cominciando dall'alba fino al crepuscolo.
Durante il giorno, per gli angusti vicoli del paesino spesso  s'incontravano  donne che con ,ila scifa'' in testa si dirigevano  al forno per cuocere il pane, oppure ritornava­ no  a  casa  cariche di  pagnotte ancora calde, tanto da lasciare  per le strette  viuzze  la scia del caratteristico  ed inconfondibile profumo  del pane appena  sfamato.
Ma nel 1953 anche questo antico mestiere  si avviò verso una inevitabile  decadenza:  la costruzione,  infatti, di un nuovo,  più capiente  e moderno  vapoforno  determinò gradualmente   la premessa  per la chiusura  di tutti i forni esistenti   nel  centro  del  paese. I  segni  del  progresso cominciarono  a farsi sentire anche a Giuliano di Roma:  le donne preferirono  comprare  il pane già pronto perdendo così l'uso di farlo in casa.
La chiusura  dei forni, anche se determinò, la scomparsa di una parte importante  della vita paesana, un centro di aggregazione  sociale, un lavoro fatto con arte ed amore da braccia  esclusivamente   femminili,  liberò la donna da , una fatica  secolare.
Questo fenomeno  coincise con l'abbandono  gradua­ le delle  campagne. Pochi  contadini,  infatti,  rimasero  a coltivare  il terreno  a grano;  molti  preferirono   lasciarlo incoltivato   e tutto  a pascolo. Era iniziata  l'epoca  della migrazione  temporanea  verso Roma.  '
La  campagna   non  rappresentava   più  il  sostegno vitale  per la famiglia,  per molti  iniziava  ad essere  solo luogo di residenza.
Nella descrizione  delle varie fasi della lavorazione del pane e dell'organizzazione   del lavoro  del forno,  farò riferimento  a personaggi  reali, di cui mantengo  un ricordo vivo e affettuoso.
Nella gestione di un forno esisteva una gerarchia da rispettare:
- la fornara,  che organizzava  tutto il lavoro,  prendeva  le prenotazioni,  infornava il pane, e riscuoteva  il compenso;
- la sottofornara,  che procurava  "i fascini",  accendeva  il forno, dava "le chiamate", prendeva e riportava  "le scife" con il pane da casa delle clienti 'al forno e viceversa.
Il forno veniva acceso circa un'ora e mezza prima di infornare. Si preferiva  dar fuoco con le fascine d'ulivo e di leccio perchè il loro legno era ritenuto migliore rispetto ad esempio,  ai "capiti", potature  della vite, che non davano , una brace resistente  e non sviluppavano  un'adeguata  temperatura.
In quegli anni i forni non erano ancora  dotati  di termostato e la temperatura  veniva  misurata  attraverso metodi empirici,  ma ugualmente  efficaci e tutt'ora in uso. Quando,  infatti,  i mattoni  che rivestivano  l'interno  di un forno,  cominciavano a sbiancare  non si introduceva  più legna, perchè la temperatura  aveva raggiunto  la gradazione necessaria. Si lasciava, quindi, consumare  la brace, poi si "sbraciava"  con l'apposita  pertica  ed a questo punto  si poteva informare  il pane.
Ma vediamo meglio di descri vere, nel miglior  modo possibile, quanto  avveniva  nelle  famiglie  e nell'attività manuale.
Quando mia madre, che come tutte le altre mamme di allora preparava il pane in casa, si accorgeva  che nell' "arcone" erano rimaste  solo un paio di pagnotte,  si orga'nizzava  subito per ricomporre  la provvista.
Questa preparazione  implicava tempi abbastanza lunghi  ed  un susseguirsi di atti che si compivano con ritualità e tempismo. Si iniziava con l'avvisare  la fomara. La nostra si chiamava  Vincenzina:  donna dal tipico aspetto ciociaro,  prosperosa,  portamento  fiero e carattere energico.  Non credo sapesse leggere,  ma non aveva bisogno di carta e penna per annotare le numerose  prenotazioni   e per fare i conti. Con una prontezza sorprendente e senza possibilità di sbagliare, immediatamente era in grado di comunicare alla cliente ilrispettivo turno.
Mia madre che preferiva quello mattutino, cominciava ad organizzarsi fin dalla sera precedente. Approfittando della quiete che regnava finalmente in casa, perchè noi piccoli eravamo a dormire, cominciava a setacciare a "cernere" la farina con il setaccio "la seta" per dividerla dalla semola. Se voleva ottenere "il fiore", farina più bianca e raffinata, usava "la stamigna" un setaccio con trama più fitta.
Terminata questa prima operazione, procedeva a mettere il lievito. Prendeva gli "scifegli", recipiente di legno lungo 60 cm e largo 40, che si distingueva dalla "sciufulletta" per via dei bordi laterali che erono obbliqui e dentro impastava un pò di farina con acqua tiepida, insieme ad un pugno di pasta indurita e già lievitata lasciata da parte precedentemente.
L'impasto cosi ottenuto veniva coperto con la "mantella" e lasciato lievitare tutta la notte in un angolo caldo della cucina, riparato dalle correnti d'aria.
"La mantella" era un tipico panno di lana a righe orizzontali che veniva usato esclusivamente per coprire il pane. Era tessuta a mano nei vecchi e rudimentali telai che usavano le nostre nonne.
La tonalità ricorrente delle righe andava dal marrone al beige, ma non mancavano colori più vivaci che, intervallati tradi loro, rendevano la mantella più variopinta e preziosa, diventando così motivo di vanto e allo stesso tempo segno di riconoscimento di ogni famiglia.
Verso le tre di mattina, mia madre veniva svegliata da Palma, la sottofornara. Era costei, una donna dall'aspetto magro e longilineo, dotata di sorprendente forza e resistenza fisica. Pensate che alla poverina, per caricare di continuo le scife piene di pane appena sfornato, le si erano tolti i capelli proprio sulla sommità del capo, in corrispondenza del punto in cui la "croglia", posta a mò di ciambella tra il capo e la scifa, determinava un ristagno di calore, causandole così la perdita dei capelli. Le fatiche di Palma erano infinite. Doveva camminare e camminare, caricare e scaricare le scife per cinque o sei volte al giorno, tante quante erano le infornate di pane per almeno cinque o sei clienti per ogni turno.
Anche'ella come ogni bracciante non riceveva la paga. Ogni sera, a fine giornata, le veniva data una pagnotta come compenso del lavoro svolto.
La giornata di Palma iniziava facendo il giro delle chiamate quando l'alba era appena spuntata. Ella, avvicinandosi al portone di casa, con voce sommessa per non svegliare il resto della famiglia, pronunciava questa frase "Mari, arizzuti, ie cummannu, appiccia gli focu i scalla l'acqua"  e andava via per fare il giro di tutte le clienti che dovevano  infornare  alla stessa ora.
Mia madre,  cercando  di non farci svegliare,  silenziosamente scendeva in cucina. Acceso il fuoco e messa l'acqua a scaldare, prendeva la scifa grande con i bordi più alti e vi disponeva,  a fontana, tutta la farina occorrente per la provvista  di pane. Al centro aggiungeva  la pasta  lievitata dalla sera precedente, l'acqua calda, il sale e "ammassava".  Doveva  impastare  e lavorare  con vigore  la massa cosi ottenuta  per circa un'ora  usando  la sola forza delle braccia. Quando l'impasto  era diventato raffinato, staccava man mano dei pezzi, li impanava  nella "spianatora",  li passava cioè nella farina e li rimetteva,  sovrapponendoli, nella scifa dove in precedenza era stato posto" gli mantìlo tovaglia bianca di spesso  cotone,  lavorata   a  "vago  di pepe",  anch'essa  tessuta a mano e usata  solo per il pane.
Quando tutta  la  massa  era  stata lavorata, con  la mano destra,  mia madre vi imprimeva  sopra una croce e mentalmente  recitava  una preghiera,  quindi, lasciava  riposare. La sacralità di questo atto aveva un duplice significato:ringraziare  Dio di aver  assicurato alla famiglia  il pane  quotidiano   e affidarsi   a Lui  per  la  buona riuscita  del lavoro.
Intanto, noi figli, ci svegliavamo  con comodo  e approfittavamo per fare baldoria nel "letto  grande"  inventandoci capanne, tende e  divertimenti   sempre  più assurdi  e complicati.
Nel 1953, tutta la mia famiglia formata di 8 persone, dormiva in un'unica  stanza che durante il giorno appariva spaziosa e ordinata, ma la sera si trasformava in dormitorio. Da angoli  inpensabili,  infatti, uscivano  fuori brande  pieghevoli, già pronte per l'uso; bastava togliere un gancio ed il gioco era fatto.
Nella  stanza  accanto, i miei  cugini  vivevano la stessa situazione. Ma essendo  più grandi preferivano, in estate, trasferire  le brande  nel balconcino  e dormire  all'aperto, sotto le stelle.
Oggi per una  situazione  del genere,  si griderebbe all'indecenza  e allo scandalo; ieri, rappresentava la normalità ed io l'ho vissuta senza traumi nè angosce tanto da associare il ricordo  della  nostra  stanza  da letto  ad un grande  nido  dentro  il quale, la sera ci ritrovavamo tutti insieme e questo mi faceva sentire addosso un forte senso di protezione  ed un grande calore.
Ma  quando,   finalmente   esauste,   smettevamo   di giocare  scendevamo  in cucina per la colazione  e qui trovavamo  mia madre che era già a metà dell'opera.
Ai miei occhi appariva, però, già stanca e pallida e provavo per lei, una grande tenerezza  mentre  una malinconica  inquietudine s'impadroniva del mio  animo. Eppure normalmente,   durante  il giorno riusciva  a trovare  il tempo  di  fare  mille  cose,  mantenendo   fino  a sera  una vitalità  sorprendente!
Con il passare  degli anni, però, mi sono resa conto che il suo mattiniero  disfacimento  era dovuto  alleggero strato  di farina  che  si posava  sui capelli  e sul suo  viso offuscando,  così, la sua bellezza.
Ma ritorniamo  a Palma che ritornava  dopo circa tre ore. Se il forno  era pronto  si limitava  a dire  "Andavia" altrimenti  diceva  "dacci  'na botta",  stando  a significare che  l'impasto   si doveva  rimaneggiare   un  pò  per  dare tempo  al forno di raggiungere  la temperatura  giusta.  Mia madre, quindi, si apprestava  a prendere la scifa con i bordi più  bassi,  dentro  vi disponeva la tovaglia bianca e la cospargeva di farina. Staccava un pezzo di massa alla volta e con movimenti  rotatori lo lavorara sulla spianatoia per formare  una pagnotta.  Disponeva  questa nella scifa e man mano tutte le altre, avendo cura di separarle tra di loro con lembi della tovaglia per evitare che queste si attaccas­ sero. Le pagnotte di pane venivano coperte con la mantella e lasciate  riposare.   Durante  quest'ultima  fase, ogni volta veniva  accantonato un pugno  di massa  che  serviva  da lievito per la volta successiva. Esso veniva rinnovato  una sola volta l'anno ed in particolari  circostanze.  Solo la notte dell' "Ascenza",  I'Ascenzione,  infatti impastando  acqua e farina si otteneva  la fermentazione   e quindi il lievito.   In nessun altro giorno dell'anno  era possibile il verificarsi  di questo  fenomeno.
Dopo circa un'ora, ritornava  Palma che caricava  sul capo la scifa e la portava al forno. Man mano che le scife arrivavano,  venivano  allineate   sul muretto,  in attesa che il pane potesse  essere  infamato, ma guai ad occupare  il primo  posto  vicino al forno, perchè  questo  era riservato alla scife dei signorotti  del paese.
Qui,  su questo  muretto,  la mantella  viveva  il suo momento  di gloria.  Essa veniva messa in bella mostra per essere  ammirata ed  invidiata. La diversità  dei  colori rappresentava  la nota distintiva per risalire alla proprieta­ ria del pane.
Quando  le scife  erano  tutte  sul muretto  ed il forno era pronto, Vincenzina  cominciava  ad infamare  il pane.  Con gesti rapidi e con grande maestria, cospargeva  la "panara" con un pò di farina, vi adagiava una pagnotta di pane, presa nella prima  scifa e le imprimeva  un segno di riconosci­ mento  che  poteva  essere,  ad esempio,  uno  o due  tagli trasversali,   un taglio circolare, un  pizzico ecc.  e  la deponeva  al centro del forno.  La seconda pagnotta,  presa dalla seconda  scifa e con un diverso  segno di riconoscimento,  veniva  infornata  accanto  alla prima. In  questo modo  veniva  esclusa   la  possibilità  che  'le pagnotte   si confondessero  fra loro. Il metodo adottato nell'infamare, che andava dal centro alla periferia e viceversa,  così come prelevare  una pagnotta  alla volta in ogni scifa, garantiva ad ogni cliente la stessa cottura, poichè in questo modo era esclusa  la  possibilità   che  tutte  le  pagnotte  di una  sola cliente  potessero   occupare  il posto  centrale   del forno, ritenuto  il migliore.
Solo al pane dei signori era permesso  trasgredire  la regola.  Esso, infatti, veniva infornato per primo e disposto tutto nella parte centrale  del forno.
Sarebbe  lungo  descrivere  i vari privilegi  acquisiti con la  consuetudine   e col  timore dai vari  "sor  Tizio"  o 'gnora  Caia"  a scapito  della povera  gente  che passivamente,  anzi con riverente  inchino,  sopportava  qualsiasi trattamento  venisse riservato loro. Ma non va dimenticato che negli anni Cinquanta  c'era ancora molta miseria  e le donne, perorando presso le famiglie benestanti  qualunque tipo  di  lavoro  domestico,  erano  abituate  alle  continue sopraffazioni  che subivano  con "santa rassegnazione".
Quando  il forno finalmente  era pieno, veniva chiuso, ma Vincenzina   era  sempre  lì, con occhio  attento  e vigile,  pronta  ad  intervenire, qualunque inconveniente potesse  insorgere.
Ogni tanto apriva appena il coperchio  e controllava se il pane  "cresceva",  se aveva  "gli soi"  e se prendeva colore.
Quando  stentava  a colorirsi,  ella, pronta faceva  "lo iustro", accendeva cioè, in un angolo del forno,  qualche rametto di legna secca per rafforzare  il calore. Dopo circa un'ora il pane era cotto. Vincenzina riprendeva la "panara", sfornava una alla volta le pagnotte  rimettendo insieme nella scifa tutte quelle che avevano lo stesso contrassegno. Ilpane, ancora fumante, veniva ricoperto con la mantella e Palma, ricaricandosi per l'ennesima volta la scifa sul capo, lo riportava a casa della cliente.
Alcune donne del paese, invece, preferivano controllare personalmente le proprie pagnotte recandosi al forno ad aspettare la cottura.
Durante la stagione invernale, quando il freddo entrava nelle ossa e nelle case non esisteva alcun tipo di riscaldamento all'infuori di un focherello debole e insufficiente, il trascorrere qualche ora nel locale del forno rappresentava una vera manna. Era sufficiente la presenza di tre o quattro donne per formare un vivace crocchio che sfociava in chiacchiere, pettegolezzi, dicerie a volte anche crudeli e menzognere. Non mancava inoltre chi, nella convinzione di non perdere tempo, si portava dietro illavoro, sferruzzando con un gioco di quattro ferri corti.
In estate, invece, quando la calura entrava nelle case, i crocchi si trasferivano nei vicoli, dove la frescura offriva un piacevole refrigerio. Ancora non si leggeva molto ma l'oggetto delle conversazioni verteva in genere sul commento delle puntate dei fotoromanzi o di qualche notizia sentita attraverso la radio  del vicino.  Se un malcapitato si trovava per caso a passare in un vicolo dove sostava in apparente quiete, un gruppo di donne, era come se lo sfortunato dovesse superare le forche caudine. Una volta superato lo sbarramento, veniva in un primo mo­ mento fotografato a raggi infrarossi con lo sguardo, poi un fiume diparole e di pettegolezziaccompagnavail poveretto per tutto il percorso.
Sfortunatamente questo era ilpassatempo preferito delle donne del paese e continuerà per molti anni ancora a rappresentare un costume di vita.
Finalmente gli anni Sessanta portarono ilprogresso anche a Giuliano.
La diffusione prima della radio ed in seguito della televisione determinarono l'inizio del cambiamento. Nel '55 in casa  del  dott. Minotti  arrivò  il primo  televisore, subito  dopo mio padre acquistò  il secondo  apparecchio, per evitarci  di uscire di casa la sera.
Il  "boom" degli anni Sessanta determinò  l'esodo definitivo  dalle campagne. I figli dei contadini  scelsero altri lavori.
La campagna  per circa 20 anni si spopolò  ed assistemmo  al degrado  del paesaggio  agricolo.
Gli anni Ottanta, invece, hanno prodotto una nuova presenza  nelle campagne  ed inipoti di.quei contadini che avevano trascorso una vita ad affannarsi a lavorare la terra,  sono  ritornati alle origini,  ma con motivazioni completamente diverse rispetto ai loro nonni.
Mia madre, ostinata ed infaticabile, ha continuato per molti anni ancora, a fare il pane in casa fino a quando, afflitta dalle artrosi, ha dovuto rinunciarvi.
Il Duemila vedrà ilterritorio di Giuliano trasformato ma non stravolto.
Il progresso inarrestabile ha cambiato cose e persone. Il mondo viaggia tanto velocemente che si rischia di perdere anche la nostra storia recente.
Fortunatamente ci rimane un groviglio di memorie che, se solo iniziamo a dipanarlo, ci rendiamo conto di possedere un tesoro di notizie, di ricordi, di emozioni che fanno parte di una storia piccola, semplice, ma che sicuramente vale la pena non dimenticare.
















































 
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