Per una memoria condivisa

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Infanzia salvata

LIBRI

  Lucia FABI - Angelino LOFFREDI

Alle donne e agli uomini conosciuti o rimasti anonimi che in difficili ed av-verse condizioni realizzarono una so-lidarietà fra famiglie e popolazioni del nord e sud Italia.
Agli eredi ideali di quella generazione che oggi, in condizioni ancora più dif-ficili, privi di rappresentanza politica, non si sono lasciati spazzar via dalla ventata egoistica e liberista e mantengono ancora alta la necessità e l’urgenza di realizzare una società solidale, giusta e senza disuguaglianze.

Prefazione degli autori
Sessantacinque anni fa, da Cassino, partiva il primo convoglio di bambini poveri diretti al nord Italia, presso famiglie generose che li avrebbero accolti nel difficile periodo del dopoguerra. Attraverso tale impegnativa iniziativa si realizzava dal basso un’ unità fra popolazioni del Nord e quelle del Sud, fra famiglie povere e altre non povere. Famiglie certamente animate da grandi speranze ma anche da incer-tezze, contrasti, e talvolta, per quanto riguarda quelle del Sud, sottoposte a palesi ostilità nei giorni precedenti la partenza. Si trattò comunque di un grande movimento di solidarietà, di un eccezionale sussulto di unità nazionale.
La nostra ricerca è iniziata con lo scopo e di far uscire i nomi degli organizzatori dall’anonimato e di raccogliere testimonianze di esperienze vissute, a cominciare dai bambini protagonisti di questa storia. Un tentativo di opporsi allo squallido sradicamento che ci sta sovrastando, alla perdita di una memoria collettiva che sempre più avanza inesorabile:perché non si dimentichi, perché si conosca un’esperienza che riteniamo esemplare per la dignità dei protagonisti e la portata dell’avvenimento. Man mano che la ricerca andava avanti ci siamo accorti che stavamo procedendo in modo diverso da quanto preventivato. I protagonisti li abbiamo incontrati direttamente, oppure per  telefono e per via email. Contemporaneamente abbiamo raccolto notizie dai giornali dell’epoca, dai documenti di archivi pubblici e privati, dalla  lettura di relazioni e corrispondenze varie. Venendo a conoscenza e in possesso di  materiale così interessante, e per certi aspetti inedito, ci siamo resi conto che non stavamo più impegnandoci per raccontare una bella storia di umana e fraterna solidarietà, o di esperienze individuali e familiari. Lo snodarsi e l’intrecciarsi delle vicende ha stuzzicato il nostro interesse e ci siamo accorti di essere andati al di là delle nostre intenzioni, e che stavamo raccontando  un significativo momento storico che si connette direttamente con la storia d’Italia, stando dentro uno snodo decisivo per lo sviluppo del paese.
Ricercando con pazienza storie personali, raccogliendo dubbi, incertezze, paure  esistenti nelle famiglie dei bambini che partivano, ci siamo confrontati con il 1946, anno dell’avvio della ricostruzione e delle speranze, momento in cui i cittadini, donne comprese, votano per l’elezione dei consigli comunali, scelgono fra repubblica e monarchia, eleggono l’assemblea costituente. E’ il periodo in cui i partiti collaborano e nello stesso tempo competono, radicando così la de-mocrazia. L’Italia non è ancora attraversata dalla guerra fredda,  an-cora non si consuma la divisione, non si entra dentro la logica di campo. Tutti i partiti elaborano, progettano, sognano, e lo fanno in piena autonomia senza legarsi a schieramenti internazionali. Leggendo i principali giornali dell’epoca: “Avanti!“ “Il Popolo“ “L’Unità“, si ha l’impressione di vivere in un paese neutrale, un’ Italia né antisovietica né antiamericana. Sono tempi in cui gli iscritti del PCI nelle strade, nei posti di lavoro o nelle osterie cantano “… e noi faremo come la Russia, chi non lavora non mangerà “ ma cantano in un modo e si comportano in un altro perché dalla vicenda che stiamo per raccontare emerge una scelta autonoma, originale, non legata all’esperienza sovietica ma ai temi dell’educazione e della solidarietà,  nel tentativo di superare il concetto di pietismo, di carità e della via facile e dolorosa  dell’internamento dei bambini negli orfanotrofi o negli istituti religiosi. Tale esperienza, infatti, si  muove dentro  la volontà di rompere il perverso rapporto fra“ benefattore” e assistito, fra chi possiede e chi non ha niente. Possiamo perciò capire (ma non giustificare) l’ostilità, la campagna denigratoria portata avanti dal clero di Cassino che come un filo nero si snoda onnipresente nelle testimonianze dei bambini. Dobbiamo anche precisare che il comportamento delle organizzazioni religiose non fu monolitico ma differenziato da località a località, in particolar modo disponibile e impegnato in quelle  zone che successivamente vennero chiamate “rosse“.
Abbiamo letto relazioni di prefetti che illustrano le drammatiche condizioni allora esistenti: mancanza di alloggi e di servizi, borsa nera, disoccupazione, furti. Pure, all’interno di questa situazione viene fuori l’Italia che vuol cambiare e entro questo anelito si realizza la vicenda dei bambini al Nord. Come in un film di FranK Capra avviene il mira-colo di bontà; fortunatamente  una storia non immaginaria, ma vera, la storia dell’Italia che cambia e vuol mettere al centro il tema della solidarietà e dell’unità nazionale. E’ stato bello e commovente raccogliere tante testimonianze, ma ci siamo accorti che esse tendevano a somigliarsi, a essere ripetitive e forse monotone. Esisteva un filo comune che le metteva insieme: la buona cucina, gli affetti, la scuola frequentata, la giornata della domenica con la messa al mattino a il ballo alla Casa del popolo nel pomeriggio, l’accostarsi alla prima comunione, il mantenimento dei rapporti nel corso della vita. Abbiamo utilizzato questo filo riportando solo testimonianze che in qualche particolare si differenziano. Abbiamo riscontrato, inoltre, che l’iniziativa nasce, si sviluppa e si realizza per volontà delle donne. Non crediamo che in Italia esista un’altra esperienza con una simile valenza al femminile. A leggere la pubblicazione “Le donne colligiane degli anni quaranta“ uscita nel 1990, c’è da fremere non solo per la commozione, ma per i numerosi spunti di riflessione offerti. In quella piccola realtà della provincia di Siena, Colle di Val d’ Elsa, l’Unione Donne Italiane, a qualche mese dalla fine della guerra, organizza sotto forma di volontariato i servizi di assistenza territoriali, il nido, la scuola professionale, i servizi a domicilio. Solo in seguito tali servizi verranno organizzati dal comune. L’ospitalità offerta ai ragazzi di Cassino rientra in queste scelte, dove predomina la speranza di costruire un mondo nuovo partendo dalle proprie forze. Non è questa una ricerca scritta al femminile, ma nel corso degli approfondimenti ci siamo trovati a confrontarci con le tante storie di donne che organizzavano, dirigevano, si esponevano, e con molte altre che nel silenzio delle loro case determinarono il buon esisto dell’iniziativa: furono, infatti, le mamme del cassinate quelle che con coraggio ruppero l’assedio di menzogne e fecero partire i loro figli, e furono le mamme dei 51 comuni che ospitarono i bambini che convinsero le proprie famiglie ad aggiungere un posto a tavola, pronte a prevenire l’insorgere di eventuali gelosie e a dimostrare coi fatti che un altro mondo poteva essere possibile.


Capitolo I. NENETTA, GLORIA E TINA
Inizia il nostro percorso, che prevediamo lungo e difficile, per an-dare alla ricerca di testimonianze, di prove, di percezioni e turba-menti vissuti, di affetti consolidati nel tempo, di documenti che comprovino fatti ed eventi avvenuti subito dopo la guerra, quando i problemi erano immensi  e qualcuno ebbe a cuore di salvare l’infanzia sofferente dei luoghi particolarmente flagellati dalla guerra.
Per entrare subito nell’argomento iniziamo con una prima testimonianza raccolta a Ceccano.
In un complesso di case popolari situato in via Boschetto entriamo in un appartamento curato nei minimi particolari, arredato con colori delicati e sobri. L’ospitalità è calorosa e dalla cucina sentiamo già il profumo del caffè, mentre in sala troviamo una tavola imbandita con un ricco assortimento di pasticcini.
Le nostre amiche, Maria Antonietta e Gloria Carlini, conoscono il motivo del nostro incontro e non vedono l’ora di poter iniziare a raccontare, a tirar fuori, dopo tanti anni, i ricordi, le sensazioni vissute e il contesto in cui si erano trovate a vivere.
Nenetta, cosi viene chiamata la maggiore delle sorelle, impaziente, comincia subito a parlare:
«Il giorno della partenza noi tutti ci ritrovammo in piazza, nella parte alta di Ceccano, dove c’è il monumento ai caduti. Eravamo in molti: bambini che dovevano partire, familiari, altri ragazzi che si muovevano in modo disordinato, curiosi. Tutti insieme, poi, scendemmo in corteo giù verso la stazione ferroviaria, incontrando altra gente che si univa a noi in un clima sempre più festoso. Alla stazione c’era già il treno ad aspettarci e nei vagoni vedevamo altri bambini che dai finestrini ci salutavano sventolando con gioia piccole bandiere».
Le chiediamo:
Ti ricordi che anno e che mese fossero?
«No, non chiedete date e numeri perché non li ricordo, so che era subito dopo la guerra e faceva freddo, doveva essere inverno e  ricordo che qualche giorno prima eravamo andate con nostro padre  nella sezione comunista che allora si trovava dove oggi è l’anagrafe comunale, e lì ci vestirono a nuovo dandoci scarpe, giacca o cappotto e altri indumenti»
E prosegue: «Allora non era come oggi: i comunisti mettevano paura. Si diceva che non si sapeva dove ci avrebbero portato».
A questo punto Gloria precisa:«Dicevano che ci mandavano a dormire con i maiali».
Nenetta non perde il filo del racconto e prosegue sicura e precisa: «Preoccupazioni  ce ne erano, mio padre era disoccupato, mia madre entrava e usciva dall’ ospedale, quindi si può capire la nostra condizione di vita incerta e precaria. La speranza dei nostri genitori, che ci saremmo trovate sicuramente meglio di dove stavamo, era più forte e superava tutte le paure. L’unica raccoman-dazione che ci fecero  fu quella di stare sempre insieme.
Il distacco dai nostri genitori e dalle persone che conoscevamo non fu traumatico perché vedere il treno pieno di bambini festosi ci fece dimenticare i timori accumulati  nei giorni precedenti. Io avevo la responsabilità di Gloria, la mia sorellina più piccola, e il pensiero di proteggerla e rassicurarla mi distraeva da qualunque altra preoccupazione.
Avevamo rispettivamente 6 e 4 anni. Facemmo un viaggio molto lungo della durata di tre giorni viaggiando  giorno e notte. In quel tempo i treni andavano a carbone e dopo esserci stati dentro per lungo tempo i nostri visi divennero neri e le signore accompagna-trici, Maria di Bernardo in particolare, di tanto in tanto passavano tra di noi con un po’ d’acqua per cercare di ripulirci alla meglio. Alle prime luci dell’alba del terzo giorno arrivammo a Pavia. Alla stazione c’erano delle persone ad aspettarci e ci offrirono cara-melle, cioccolata calda e brioches con la crema. Era la prima volta che prendevamo la cioccolata calda e per noi fu una piacevole sorpresa. Fu tanto buona che io ne presi altre due o tre tazze senza sapere che in breve tempo mi avrebbe causato dolori di pancia che riuscii però a sopportare fino a Canneto. Nel vedere tanta abbondanza il mio primo pensiero fu di afferrare un’altra brioche e infilarla in tasca pensando che potesse servire per Gloria. Poi ci fecero salire in un autobus diretto a Canneto Pavese. Con il trambusto che noi bambini provocavamo nel salire sul pullman la crema uscì fuori dalla brioche sporcò una parte del cappottino che mi era stato dato alla partenza, indumento di cui  andavo molto fiera perché lo ritenevo oltre che caldo anche bello. L’incidente rappresentò per me un grosso pensiero perché non desideravo che la famiglia ospitante mi conoscesse così imbrattata. Ma la mia preoccupazione risultò infondata: tale fu la gioia nel vederci che non fecero caso a niente. Si preoccuparono solo di metterci a nostro agio.
A Canneto Pavese  trovammo tanta gente ad aspettarci con in testa il sindaco e venimmo ricevute nei locali della scuola».
Chiediamo:”Cosa vi ha spinto, in seguito, a ritornare  a Canneto Pavese?”  «Riprenderemo questo argomento successivamente», risponde Nenetta:«ora preferisco continuare a raccontare l’arrivo. Appena scese dal treno ci sentimmo  spaurite e preoccupate , ma nel vedere la festosa accoglienza e la tavola imbandita di colpo tutto svanì. Con avidità mandammo giù un buon brodo di carne, che   per noi rappresentava un piatto prelibato considerato che la carne a Ceccano non era semplice trovarla. Avevamo attorno gente che si mostrava affettuosa, ci sentivamo protette e trattate con molto riguardo».
La nostra nuova domanda riguarda l’attività lavorativa delle famiglie in cui furono  ospitate e Nenetta senza incertezza prosegue: «A Canneto queste famiglie appartenevano alla classe dei piccoli commercianti e contadini mentre le persone benestanti non presero alcun bambino e forse si limitarono a fare della beneficenza. Io venni ospitata da Dino e Tina Bellinzona. Non avevano figli. Dino era produttore di vini. Nei campi le viti erano sistemate in lunghi filari, coltivate con ordine e cura tanto da sembrare infiniti merletti  distesi ad asciugare e mossi dolcemente dal vento. Dino occupava un ruolo nella direzione della Cooperativa dei Lavoratori. Una gloriosa e produttiva cooperativa costituitasi nel lontano 1892».
Gloria immediatamente si inserisce:« Io venni ospitata da Remo e Pierina Colombi. Gestivano un negozio di generi alimentari e avevano una figlia, Lisa, di diciotto anni. Lisa, una volta sposata, si  trasferì a San Zenone e con lei siamo rimaste in buoni rapporti  anche dopo la scomparsa dei suoi genitori. Le famiglie Bellinzona e Colombo abitavano molto vicino, e per noi sorelle fu una fortuna».
Nenetta riprende il racconto:«Le due famiglie ci accompagnavano la domenica   mattina a messa e il pomeriggio a sentire le orchestrine nelle sale da ballo. Quello che ricordiamo è musica, ballo, spensieratezza e protezione. Io andai a scuola alle elementari, Gloria frequentava l’asilo. Periodicamente ci facevano controllare dal medico anche se non ne avevamo bisogno. Al cinema entravamo gratuitamente perché, venendo dalle zone bombardate,avevano per noi grande riguardo. Tina e Dino mi fecero fare anche  la Prima Comunione, con un vestito bianco che i miei genitori non avrebbero potuto permettersi».
Gloria precisa ancora: « La famiglia di  Remo Colombi in seguito è venuta anche a  trovarci a Ceccano».
Ci accorgiamo che Nenetta pur sapendo di essere ripresa da una videocamera non è imbarazzata, parla con facilità e i ricordi ap-paiono nitidi . Fissa la videocamera e continua a raccontare con disinvoltura e grazia accompagnando le parole con gesti sicuri.
Mentre Nenetta racconta e tira le fila del discorso, Gloria corregge, precisa , completa con poche ed essenziali parole.
Nenetta ci tiene a ricordare che dopo otto mesi di permanenza il padre venne a riprenderle, e mentre camminava a piedi da Broni verso Canneto Pavese, incontrò proprio Lisa che passeggiava con le amiche e le chiese se sapeva dove abitavano le famiglie che ospitavano Nenetta e Gloria Carlini. Lisa con gioia ed orgoglio lo accompagnò subito a casa, e qui il padre rimase due o tre giorni per poi ritornare con le figlie a Ceccano.
Manteniamo aperta la conversazione solo per conoscere cosa è rimasto dell’esperienza passata nel nord Italia, dando per scontato che con il passare del tempo inevitabilmente i rapporti si siano esauriti, ma quando Nenetta intuisce quello che stiamo pensando con un gesto improvviso si alza e dirigendosi verso il telefono dice «Dovete sapere che Tina è viva e continuiamo a tenerci in contatto. Aspettate e sentite».
Si avvicina al telefono e compone i numeri necessari inserendo il viva voce. Sentiamo subito dall’altro capo rispondere e ci rendiamo conto che assisteremo a un incontro commovente.
- Ciao Tina, mi trovo a casa con Gloria e con alcuni amici che vogliono conoscere l’ospitalità che voi ci avete riservato tanti anni fa. Ma prima di tutto ti chiedo: come stai ?
- Bene, ma non dimenticate che ho 95 anni”.
- Tu  ricordi in quale anno noi siamo venute a Canneto ?
- Era il febbraio del 1946.
- Ma tuo marito, il signor Dino, che cosa era al Comune?
- Era consigliere comunale.
- Tina ,è po’ di tempo che volevamo sentirti, di volta in volta abbiamo rinviato perché abbiamo avuto dei problemi in famiglia.
-Mi dispiace. Si, è passato qualche  mese, ma voi state sempre nel mio cuore. Gli anni sono passati veloci, ma i ricordi che conservo di più sono quelli che riguardano te e Gloria: le giornate passate insieme con Dino, la gioia che ci avete procurato …..»
La conversazione procede per altri minuti, ma quando Nenetta commossa riaggancia la cornetta ci tiene a precisare che lei e Gloria ricordano le persone che le hanno ospitate con immutato affetto e più volte rimarca l’infinita gratitudine che ancora oggi sentono, a 65 anni di distanza, per queste famiglie che nei loro confronti hanno dimostrato tanta disponibilità.
L’ episodio qui riportato non è una favola, non è un racconto di fantasia, non è il frutto di una manipolazione documentaristica. E’ uno tra i tanti accaduti tanti anni fa, quando famiglie del Nord ospitarono con generosità i bambini del frusinate usciti provati  dalla guerra. Appartiene a una storia collettiva che mise insieme generosità, speranze, energie. Per conoscerla meglio vi racconteremo altre vicende, altre situazioni che hanno dato vita a un legame profondo e duraturo che il tempo non ha cancellato e nemmeno scalfito.
Per alcuni le visite, i contatti epistolari, quelli telefonici, sono continuati nel corso degli anni, e quando tutto ciò non è stato più possibile i ricordi di chi è ancora in vita continuano ad essere vivi e presenti. Altri, in verità pochi, avendo interrotto  i contatti, con-servano barlumi di gradevoli ricordi.
Le inevitabili domande che sorgono sono: Chi ha organizzato questo grande movimento? Chi ha messo in gioco entusiasmo, sentimenti, sacrifici ? Chi furono i tanti protagonisti, (prevalentemente anonimi) di tale eccezionale storia  che di fatto unificò il Nord con il Sud Italia?
Più avanti proveremo a spiegarlo.
 
Capitolo II. IL V CONGRESSO DEL PCI
Presso l’Aula Magna dell’Università di Roma, alle 14,30 del 29 di-cembre del 1945, Pietro Secchia apre i lavori del V Congresso del PCI. Il precedente congresso i comunisti lo avevano tenuto in semiclandestinità nel lontano 1931, alla vigilia della presa del potere di Hitler, a Colonia, in Germania . I delegati presenti sono 1800, un numero elevatissimo. E’ la prima volta che tanti comunisti si ritrovano a discutere insieme in un clima di libertà. Lo fanno a soli sette mesi dalla fine della guerra inaugurando così la stagione dei congressi, non solo del partito comunista, ma anche di tutti gli altri partiti. Qualche settimana prima Alcide De Gasperi è diventato primo ministro di un governo di unità nazionale di cui anche i comunisti fanno parte.
Già nella giornata del 28 Roma è imbandierata, quasi vestita a fe-sta. Si respira un clima euforico e di grande attesa per gli esiti congressuali.
Palmiro Togliatti nella relazione introduttiva illustra con un’ampia panoramica le questioni aperte e da affrontare. Inserisce un tema che troveremo sempre presente durante e dopo il congresso: l’unità nazionale.
L’unità nazionale, egli dice, “esteriormente sembra conservata; in realtà essa è fortemente intaccata ed in pericolo... ….Abbiamo appena settanta anni  di vita unitaria e per questo la nostra unità è ancora qualcosa di fragile… ...Quando sentiamo parlare di Nord e Sud come di entità contrapposte, di regioni che si vorrebbero staccare dalla madre patria, noi non siamo soltanto presi da pre-occupazione, ma sentiamo che un grande partito nazionale come il nostro deve porre tra i suoi compiti quello di lavorare e di lottare affinché l’unità non venga perduta o seriamente compromessa; perché venga rinsaldata e rafforzata in tutta la sua ampiezza“.
Togliatti si esprime in modo ancora più esplicito, rivolgendo un “…appello non solo umanitario e sociale, ma politico e nazionale per un incontro rinnovato fra Nord e Sud attraverso un impegno comune di amore e solidarietà verso i bambini e le famiglie”.
Il dibattito che si sviluppa è veramente a tutto campo,  si discute infatti della ricostruzione, della proprietà della terra, del voto alle donne, della partecipazione dei credenti alla vita di partito. A tale proposito il PCI sarà l’unico partito comunista in tutto il mondo a non pretendere l’ateismo dai propri iscritti; sarà un partito né ateo né confessionale ma laico, aperto a tutti i contributi, la cui unica e fondamentale condizione è l’accettazione del programma e non del pensiero filosofico.
Si vuole costruire un partito di massa e non di soli quadri già selezionati e messi alla prova, e per ottenere tutto ciò è necessario aprire una sezione in ogni paese. Nella relazione di apertura si sollecita il voto per il referendum fra la repubblica e la monarchia, e per l’assemblea costituente. Si discute, infine, se fare un unico partito della classe lavoratrice con i socialisti. Nel congresso ci si confronta sulle grandi questioni fino a quando il 31 non interviene  Raul Silvestri , uno dei tredici delegati della federazione di Frosinone .
Silvestri aveva fatto parte della Resistenza nella zona di Ripi, aveva stampato e diffuso un giornaletto  titolato “Avanguardia  “ e si era distinto per atti di sabotaggio lungo la  via Casilina per rallentare il transito dei camion tedeschi diretti a Cassino.
Il suo intervento è centrato esclusivamente sulla realtà del cassinate e descrive il doloroso disastro ereditato, la fame, la mancanza di un tessuto produttivo, la triste realtà di una città fantasma assediata dalle mine, dominata dalle macerie, insidiata dall’acquitrino e dalla malaria. Sono argomenti che toccano la sensibilità dei delegati. Egli scava veramente in profondità, tocca i sentimenti di tutti i partecipanti. In termini concreti ha parlato del Sud, della miseria, dell’ unità.
Lo stesso Li Causi, dirigente affermato del PCI, delegato siciliano, riprende il tema della saldatura fra Nord e Sud. Lo fa pensando alle spinte indipendentiste portate avanti nella sua regione dall’ esercito volontari indipendenza Sicilia, al quale il bandito Giuliano ha aderito assumendo il grado di colonnello. Il 1945, infatti, è un anno durante il quale frequenti sono gli scontri a fuoco fra carabinieri e banditi-indipendentisti, tutti raccordati con Andrea Finocchiaro Aprile e tendenti ad ipotizzare la Sicilia come 49° Stato degli Stati Uniti.
L’allarme posto da Silvestri trova unanimi consensi e immediata-mente si apre una gara di solidarietà fra i delegati del nord Italia a favore della città di Cassino. Dalla maggior parte degli interventi scaturiscono adesioni e proposte per affrontare il disastro causato in quella zona.
Già durante la discussione pomeridiana del 31 gennaio i delegati delle federazioni di Pavia, Imperia e Mantova annunciano la disponibilità ad ospitare i bimbi del cassinate. Il clima è tanto appassionato e interessato che il segretario della sezione di Cassino, il ferroviere Giovanni Gallozzi, sente il dovere di salire sulla tribuna del congresso per ringraziare tutti i delegati per questa grande generosità.
In seguito a questo clima solidale,” l’Unità” del 2 gennaio del 1946 scriverà che questo è stato il regalo per il nuovo anno. L’attenzione attorno alla città più distrutta d’Italia rimane costante, pertanto il 5 gennaio il congresso nomina una delegazione per andare il giorno successivo a Cassino per portare aiuti, discutere e prendere impegni.
Ne fanno parte Teresa Noce ( Estella), Secondo Pessi del CLN della Liguria, Renzo Silvestri della federazione di Frosinone.
Il giorno dopo a Cassino la delegazione arriva con una autocolonna di soccorsi della Rai per consegnare pacchi viveri, medicinali, chinino, 100.000 lire, e davanti al sindaco della città, Gaetano Di Biasio, e a tante mamme, in un’atmosfera di commosso e incredulo silenzio, la delegazione prende l’impegno di far ospitare i bambini della zona da famiglie del Nord e di inviare ogni mese 150 pacchi. Immediatamente tutti i presenti incominciano a mostrare interesse e chiedono precisazioni per le procedure da attuare.
In serata la delegazione ritorna a Roma e quando i lavori con-gressuali stanno per terminare Teresa Noce sale sulla tribuna e descrive la desolazione incontrata. Parla emozionata e commuove tutti i presenti: «Bisognava vedere le madri ringraziarci con le la-crime agli occhi per l’offerta di condurre i loro bambini fuori dall’inferno in cui vivono. Bisognava vedere i loro volti emaciati dalla febbre e dalla malaria che ha colpito tutti: uomini e donne, vecchi, bambini, giovani e ragazzi.
Porteremo via da Cassino 800 bambini e con le nostre cure riusciremo a guarirli. Bisogna fare di più perché ci sono altri bambini nella zona che hanno bisogno di viveri, di vestiario, di medicinali e di chinino per vincere la malaria” e quando, forte, alza l’urlo “Salviamo i bambini di Cassino, salviamo l’infanzia » i delegati si alzano in piedi applaudendo lungamente e manifestando una convinta adesione al problema che è stato posto in modo appassionato e  accompagnato da forti sentimenti.
Un apprezzamento doveroso è rivolto, inoltre, alla persona di Estella, a ciò che rappresenta, alla sua autorevolezza. Non va dimenticato che Teresa Noce ha partecipato alla guerra di Spagna, successivamente internata in Francia e poi inviata in un campo di concentramento a Ravensburg, in Germania. Di ritorno, dopo essersi ristabilita, insieme a Daria Biffi, Dina Ermini e Maria Maddalena Rossi, organizza a Milano e a Torino, già nell’ottobre del 1945, il trasferimento dei bambini orfani e poveri verso le famiglie delle province di Mantova e  di Reggio Emilia .
Togliatti alla conclusione dei lavori si fa carico dell’atmosfera in-stauratasi tra i presenti in seguito a ciò che hanno sentito e si esprime in termini chiaramente impegnativi e inequivocabili.
«Abbiamo visto con commozione come l’appello per aiutare i bambini di Cassino ha portato ad una gara fra le nostre organizzazioni allo scopo di mostrare a quei disgraziati figli del nostro popolo, vittime innocenti di una politica di tirannide, di violenza e sventure che intorno a loro è raccolta la parte migliore del popolo italiano. Sono raccolti operai ed intellettuali, uomini e donne che vivono di lavoro e che vogliono col loro sforzo rendere più leggera la sofferenza odierna del popolo e rinsaldare in una rinnovata coscienza di solidarietà nazionale i vincoli che uniscono tutti gli strati dei lavoratori  » .
Con il V congresso s’inaugura una più attenta elaborazione politica sull’unità fra Nord e Sud. Già in quei giorni nelle borgate romane e nella provincia di Latina tanti bambini si stavano preparando per partire il 19 gennaio 1946 verso il Nord; nei mesi successivi altri bambini sarebbero partiti dal cassinate, dalle province di Rieti e de L’Aquila; l’anno dopo dalla Campania, dalla Sicilia e dalla Sardegna. Nel 1950 verranno ospitati i figli degli imprigionati per la rivolta di San Severo  e poi i ragazzi di Calabria appartenenti a famiglie alluvionate.
Togliatti in quel momento è , forse, l’unico ad avere letto e studiato tutti gli scritti di Antonio Gramsci e ad avere meglio assimilato cosa era stato il Risorgimento con il suo limitato consenso e la scarsa adesione delle masse popolari.
Il pensiero di Antonio Gramsci non è ancora ben conosciuto ed è proprio attraverso il particolare impegno di Togliatti che verrà studiato e approfondito, per affermarsi  in Italia come il “traduttore politico” del socialismo scientifico. Non è un caso o una coincidenza se nei giorni del Congresso lungo i corridoi dell’Università sono esposti 12 dei suoi trentatrè quaderni scritti in carcere . E’ il capitale teorico e politico messo a disposizione degli Italiani, è la fonte alla quale si disseteranno ricercatori, analisti per capire la politica e l’Italia, ma rappresenterà anche la stella polare attraverso la quale si svilupperà la politica del PCI.
L’aiuto ai bambini di Cassino, così come a quello delle popolazioni meridionali, non è solo un umano gesto di fraterna solidarietà, ma rappresenta lo snodo di una strategia tendente a creare una unità dal basso fra ceti sociali di regioni diverse.
Le indicazioni di Togliatti sono chiarissime, espresse da un dirigente di grande prestigio.
Ora bisogna coniugare il dire con il fare: il lavoro si sposta verso la periferia, nelle federazioni, nelle sezioni, sul territorio, e il contatto con le masse di cittadini diventa sempre più capillare e decisivo.

Capitolo III. I DIFFICILI PREPARATIVI
Nei giorni successivi al V congresso incomincia una frenetica attività organizzativa. In tutta Italia, infatti, le organizzazioni di partito che hanno preso impegni per salvare l’infanzia di Cassino rendono esecutive tali scelte.
In provincia di Frosinone si costituiscono due Comitati:
- Il Comitato di organizzazione di Cassino
I suoi compiti sono: accentrare le domande  dei genitori disposti a far partire i figli, presentate nei diversi centri di accoglienza dislocati nei vari comuni; organizzare la partenza dei bambini provenienti dai comuni lontani dalla stazione ferroviaria; costituire un ambulatorio per l’assistenza medica e raccogliere fondi, medicinali, vestiario provenienti da enti, partiti, cittadini facoltosi .
- Il Comitato di solidarietà per il Cassinate   
Questo Comitato, su iniziativa del segretario della Federazione del PCI, Enrico Giannetti, si costituisce il 17 gennaio nei locali del Comitato provinciale di liberazione, situato nel palazzo dell’amministrazione provinciale .
Ne fanno parte la federazione del PCI, la prefettura, l’UNRRA, l’ufficio provinciale dell’assistenza post-bellica, l’amministrazione provinciale, la camera confederale del lavoro, l’Udi, il Provveditorato agli studi e il sacerdote di Frosinone don Luigi Minotti .
Il compito del comitato è di sovrintendere la complessa attività, assicurare gli indirizzi e allargare ad altre componenti l’adesione e la rappresentatività del comitato stesso.
Il presidente del suddetto comitato è il sindaco di Cassino, avvocato Gaetano Di Biasio; il segretario nel primo periodo è Enrico Giannetti, successivamente sarà Tullio Pietrobono.
Tra gli organismi componenti i vari comitati appare l’UNRRA: Uni-ted Nations Reliew end Rehabilation Administration che tradotto in italiano sta a significare amministrazione delle Nazioni Unite per il soccorso e la ricostruzione. E’ un organismo costituito dagli alleati nel novembre del 1943, controllato e finanziato dagli Stati Uniti per aiutare i paesi liberati. S’impegna a fornire l’assistenza sia per i bisogni alimentari che per le materie prime e i macchinari necessari per il ripristino del sistema industriale.
A Roma promosso dall’UDI, il 7 febbraio viene costituito il:
- Comitato nazionale per Cassino  per la rinascita delle zone devastate .
Questa dicitura indurrà a volte qualche partecipante a chiedere aiuti anche per aree al di fuori della cintura del cassinate.
Il suo scopo è quello di segnalare la tragica situazione in cui ver-sano 20.000 bambini del cassinate minacciati dalla malaria perni-ciosa e cercare di fare di Cassino -triste simbolo dell’Italia distrutta dalla guerra- il segnale dell’Italia che risorge. Ha il compito di curare il rapporto con i vari ministeri e i vari comitati di accoglienza .
E’ presieduto da Dina Ermini: ne fanno parte il ministro Gasparotto, il commendatore Carrettoni in qualità di tesoriere e altre per-sonalità come ad es. la signora Romita, Giuliana Nenni, Gisella Floreanini, il dott. Gasparri in rappresentanza dell’Istituto Eastman, la contessa Zuccardi Merli per conto della Croce Rossa Italiana.
La sede è situata presso il Ministero assistenza post–bellica in via Caroncini 19.
La situazione
Proviamo a descrivere, in modo succinto, la situazione esistente a Cassino e nella zona limitrofa per cercare di capire le difficoltà e i disagi che si affrontarono per portare avanti un’ iniziativa così ambiziosa.
La descrizione fatta da Teresa Noce al V congresso del PCI nella seduta del 6 gennaio non era esagerata, né conteneva  un eccesso di pietismo, anzi era forse riduttiva e non esauriente. Le facce ingiallite ed emaciate dalla malaria e dalla fame esistevano vera-mente.
In una città totalmente distrutta, dove erano presenti solo desolazione e macerie, le madri erano ossessivamente preoccupate della sorte dei propri figli. Non solo dovevano assicurare loro qualcosa da mangiare e qualche straccio per coprirli, ma dovevano anche preservarli dal pericolo delle mine inesplose che a migliaia erano disseminate nel territorio. Alcune foto dell’epoca ritraggono bambini  denutriti, con sguardi tristi e assorti come se gli stenti e le pene vissute avessero di colpo fatto perdere loro la spensieratezza tipica dell’età. Per i ragazzi il voler darsi da fare rappresentava un pericolo, ad esempio, il cercare di smontare i bossoli delle mitragliatrici per recuperare le parti vendibili poteva causare, se  scoppiavano, amputazioni agli arti o addirittura la morte.  
Ma a Cassino si doveva combattere anche la malaria.
Perché proprio la malaria? Cercheremo di dare una spiegazione: quando nel maggio del 1944 decisero di ritirarsi dalla linea del fronte, i tedeschi ruppero gli argini dei fiumi Gari e Rapido e dei fossi affluenti per rallentare l’avanzata dell’esercito alleato . Inoltre con la caduta delle tantissime bombe si erano creati un’infinità di crateri sempre pieni di acqua. La terra era abbandonata e i fossi di scolo per regolamentare le acque non esistevano più. Erano presenti pertanto le condizioni ottimali, a fronte di una estesa pa-lude, per il proliferare delle zanzare.
MALIGNANT MALARIA- KEEP AUT.( Malaria maligna- stare lontani) . Questo era il saluto di ”benvenuto” scritto su ben visibili car-telloni che si dava ai pochi che venivano a osservare la zona.
Va ricordato che in questo periodo gli americani si guarderanno bene dall’ utilizzare il DDT per abbattere le zanzare. Solo nel 1947 quando verrà prodotto dalla BPD esso verrà utilizzato nella zona, ma sarà accompagnato da polemiche circa la scarsa efficacia.  
A tale proposito è doveroso ricordare il professor Coluzzi, uno scienziato proveniente da Perugia che a Ponticelli di Esperia trasformò la sua casa in un centro di iniziative e di sperimentazione per cercare di risolvere il grave problema. La sua abnegazione per la ricerca, l’organizzazione e i vari interventi sul territorio ci fa ricordare l’impegno del dott. Swaizer a Lambarané, nel Gabon.
Pur con la grave situazione appena descritta, la città di Cassino non era dotata di un centro antimalarico. Quello più vicino si trovava a Pontecorvo che pur con grandi carenze logistiche e di personale, fra il giugno del 1945 e il dicembre del 1946, assistette 1400 malati.
Solo nel giugno del 1945 a Cassino, in località S. Antonino, si costruì un ospedale antimalarico con due locali rettangolari atti a ospitare 24 persone. Ma va ricordato che si trattava di un ospedale sulla carta, una vera cattedrale nel deserto, perché quattro mesi dopo, il direttore Luigi Gagliardi scriverà sulla “Voce di Cassino” che mancavano ancora viveri, personale, medicinali, tintura di iodio e acqua.
Il centro funzionerà solo dall’estate del 1946,  quando cioè il Comitato di solidarietà per il cassinate stava completando la campagna dei bimbi al Nord. Esso nell’arco di sei mesi assisterà 1303 persone e ospiterà 275 pazienti.  Con l’inizio dell’anno scolastico l’ospedale, inoltre, distribuirà la refezione agli scolari frequentanti la scuola adiacente.
Anche l’approvvigionamento dell’acqua risultava un problema. Essa veniva prelevata da una piccola sorgente situata proprio sotto la chiesa e portata con un carretto trainato da un mulo militare di proprietà di un certo Cosimo di Placido. All’arrivo l’acqua veniva  sollevava con una carrucola e  versata in un serbatoio di  eternit .
Insomma all’inizio del 1946, mentre nel  territorio mancava ancora un’azione profilattica fatta in modo sistematico, il Comitato per Cassino si stava adoperando per portare fuori da questa zona i bambini prima dell’inizio del ciclo malarico.  La malaria non colpiva intensamente solo la città di Cassino, ma si estendeva in modo endemico a nord , fino a S. Giovanni Incarico.
Se nella zona sud della provincia di Frosinone era presente la ma-laria con tutte le sue varianti (perniciosa, terzana, ecc.), nella città di Frosinone la situazione non era affatto migliore. Bombardata duramente nel periodo bellico e perciò priva di abitazioni e costretta alla promiscuità, mancava delle più elementari condizioni igieniche e di conseguenza il tifo era molto diffuso e si era verificato più di qualche decesso .
Inoltre venivano denunciati anche alcuni casi di vaiolo.
In proposito si riporta il seguente giudizio:“La popolazione del Cassinate, ridotta a uno stato di indescrivibile miseria materiale e morale, divorata dalla malaria, ammucchiata nelle baracche co-struite dal Ministero dell’Assistenza Post- Bellica, o in ricoveri im-provvisati fra le macerie, vive di soccorsi, quando non è dedita alla borsa nera o addirittura al furto. Il lavoro di ricostruzione è mi-nimo; la bonifica è appena iniziata e richiederà oltre un anno. I campi sono completamente abbandonati “   
Ma chi stende questa relazione va a guardare in profondità, esamina anche come si muove la classe dirigente locale e trova che essa si allontani da quei problemi così impellenti per considerarne altri meno urgenti: “L’Amministrazione di Cassino, affidata ad una mezza dozzina di avvocati, si preoccupa soprattutto di ridare alla città il Tribunale, il Liceo, il Banco di Napoli. Si dice che essa chieda per Cassino, come risarcimento per il martirio subito, il rango di capoluogo di provincia “.
Questa è la situazione generale in cui si trova la provincia di Frosinone quando a metà gennaio del 1946 arrivano i rappresentanti del comitato per Cassino per rendere esecutiva la parola d’ordine “salviamo l’infanzia”. Qualche settimana dopo nel territorio incominciano ad arrivare anche i membri dei vari comitati di accoglienza del Nord per contribuire all’organizzazione delle partenze e preparare i conseguenti arrivi.
Gli impegni
Intanto da varie realtà italiane continuano ad arrivare le sottoscri-zioni, iniziate già durante il V congresso del Pci  e che si prolun-gheranno ancora per diverso tempo .
Si concretizzano anche altre disponibilità: la federazione PCI di Firenze dichiara di voler ospitare 100 bambini, quella di Parma  300, la federazione di Macerata 100.
Alla Snia Viscosa di Venaria gli operai si impegnano a lavorare per un’ ora in favore del cassinate.
La sezione di fabbrica dello stabilimento Magnaghi invia 20.000 pasticche antimalariche, la cellula PCI della Chatillon invia chinino.
Tra i componenti della delegazione del V congresso che il 6 Gennaio aveva visitato Cassino, oltre a Teresa Noce e Renzo Silvestri era presente Secondo Pesso, membro del CLN Ligure.
Pesso, tornato in sede subito dopo la conclusione del congresso,  rende esecutive le indicazioni ricevute, per cui il Comitato di liberazione della Liguria tiene a Genova nei giorni 23 gennaio e 1°  Febbraio 1946 due riunioni al fine di predisporre aiuti, nell’ambito della campagna nazionale “salviamo l’infanzia del cassinate“. A tale scopo viene creato a Imperia un comitato guidato dal presidente del CLN provinciale e articolato in sette commissioni di lavoro, una delle quali affidata a don Boeri, parroco di Oneglia.
- La prima si occupa della raccolta di fondi presso industriali, commercianti, istituti finanziari, banche;
- la seconda della raccolta di fondi dalla periferia attraverso comi-tati organizzativi, CLN periferici, aziendali, comunali, Udi, CIF, FdG, parroci;
- la terza è dedita alla raccolta informazioni segnaletiche: ville, case, istituti, case di cura, già funzionanti;
- compito della quarta sezione è la predisposizione di manifestazioni varie,  dell’organizzazione, della stampa e propaganda;
- la quinta deve provvedere al reclutamento bimbi, assistenza sanitaria, al casellario clinico dei bimbi ospitati, al casellario anagrafico;
- alla sesta è assegnato il controllo economico finanziario;
- la settima, infine, è costituita dalla tesoreria.    
Nello stesso periodo, sia da parte della federazione di Frosinone che della direzione del PCI vengono assicurati dal punto di vista organizzativo alcuni importanti interventi.
Dalla direzione nazionale di Roma viene  inviata per un certo pe-riodo direttamente a Cassino Maria Maddalena Rossi. La Rossi ar-riva in provincia il 23 gennaio, è reduce da un’impegnativa e posi-tiva esperienza fatta a Milano e Torino dove con altre compagne, nel mese di ottobre, ha organizzato il trasferimento di bambini poveri verso famiglie di Reggio Emilia, Piacenza e Mantova .
Costei sin dalla chiusura del Congresso, essendone stata informata direttamente da Teresa Noce, è consapevole della grave situazione di Cassino. Si tratta infatti di un lavoro arduo e delicato per la ricerca dei bambini, per l’organizzazione e il successivo trasferimento. E’ difficilissimo raggiungere i centri per la mancanza dei mezzi di trasporto. Si tratta di percorrere strade sconvolte dalle devastazioni, impraticabili e a volte ancora minate, invase dalla palude di melma e di fango su cui si stagliano scheletri neri di alberi bruciati. Di umano ci sono solo i cartelli scritti in inglese: Go slowly; death is so permanent ( andare adagio; pericolo permanente di morte).
Successivamente, l’otto febbraio, da Roma viene inviata  la pediatra Pina Savalli che si è già prodigata nelle borgate romane nel periodo dicembre – gennaio, per inviare i bambini presso le famiglie della provincia di Modena.
A Frosinone si rende disponibile la prof.ssa Linda Puccini, insegnante presso l’Istituto d’Arte di Anagni . Ella collabora con molta diligenza, occupandosi in modo particolare del vestiario, ma il suo contributo è pressoché isolato.
Nel primo periodo nella zona di Cassino sarà a disposizione Raul Silvestri, successivamente sostituito da Augusto Potini.
A Cassino, inoltre, sono presenti Selmi, Evangelista, Gallozzi, Lanfranchi.
Al fine di capire e meglio spiegare il perché di tante presenze esterne va subito messo in evidenza che il PCI, partito che promuove e porta avanti tale eccezionale iniziativa, è debolissimo nella città di Cassino e quasi inesistente in tutta la zona. In verità proprio in quella zona “nessun partito ha ancora costruito una seria organizzazione: il clero esercita incontrastato la propria influenza “.  
Maria Moscarelli
Dal “Popolano”, settimanale della federazione PCI di Frosinone, scopriamo che in quei giorni, quando la federazione era in procinto di organizzare questo grande movimento di solidarietà, una certa Maria Moscarelli, di Sgurgola, si rende disponibile per recarsi in aiuto a Cassino.
Questa notizia ci incuriosisce e subito pensiamo a come poter rintracciare questa testimone, nel caso sia ancora viva. Immediatamente cerchiamo amici o persone che possano aiutarci nella ri-cerca.
Emiliano Colicchia, già amministratore del comune di Sgurgola, collabora con impegno per stabilire un contatto con la famiglia Moscarelli .
Telefonicamente riceviamo notizia che Maria è viva e in un freddo e piovigginoso pomeriggio di gennaio ci troviamo a bussare a casa  del figlio, dove essa vive. Ci vengono ad aprire la nuora Antonella e il nipote Augusto Maniccia che calorosamente c’invitano ad entrare. Nel guardarci intorno siamo subito attratti dalla presenza di un’anziana signora seduta accanto al camino che umilmente volge lo sguardo verso di noi e ci saluta appena. Ci sediamo vicino a lei e dopo le presentazioni di rito cerchiamo di sollecitare i suoi ricordi. Il colloquio che seguirà non sarà agile e immediato poiché Maria schiettamente ammette di non ricordare molto ma sono sufficienti singole parole, piccole e stentate frasi per aiutarci a ricostruire gli eventi.
Oggi Maria ha novanta anni, è una figura semplice e modesta, poco loquace ma ancora lucida, dallo sguardo spesso assente e lontano, chissà forse perduto nel tempo. Il suo aspetto ci provoca  sentimenti di tenerezza e riconoscenza perché in un momento molto difficile della nostra storia ha dimostrato grande generosità e determinazione .
All’epoca dei fatti Maria  aveva 26 anni. Da giovane, si era iscritta a Roma a un corso di scuola magistrale per corrispondenza. Non le fu possibile però conseguire il diploma perché il giorno dell’esame avvenne il bombardamento di S. Lorenzo. Maria si trovò in quel quartiere, inerme, veramente allo sbando, mentre le bombe che continuavano a cadere non le permettevano di individuare un rifugio o una via di fuga.
Rimase fisicamente illesa, e per molto tempo girovagò fra la polvere e la disperazione della gente fino a quando non riuscì ad arrivare alla stazione Termini per prendere il treno, chissà dopo quanto tempo, per ritornare a Sgurgola. Lo shock subito in quella particolare giornata non lo dimenticherà più, ma forse le darà il generoso impulso di partire per Cassino dove rimarrà per due mesi.
Il racconto prosegue lento e non scorrevole, Maria si limita a ri-spondere essenzialmente alle domande. Ricorda che furono i compagni di Sgurgola a parlarle di questa iniziativa, in particolare Medoro Pallone e il sarto Gino Perfetti, ambedue militanti antifascisti che avevano partecipato alla guerra civile spagnola fra le brigate internazionali.
Nonostante la contrarietà della famiglia Maria, dunque, decise di partire. L’impegno a sostenere i bambini di Cassino era lo stesso di quando, durante l’occupazione tedesca, ospitava e proteggeva nella soffitta di casa sbandati, partigiani, militari alleati che le venivano indicati dal partito. Ricorda il panico provato il giorno in cui i tedeschi si presentarono a casa sua per perlustrarla, ma lei con prontezza di spirito e con fare deciso urlò gesticolando:
“Sneider, sneider “ (non c’è nessuno), convincendoli così ad andarsene.
Per Maria la voglia di partecipare, di sentirsi attiva, di aiutare chi aveva bisogno rappresentava la vera ragione di vita.
A Cassino il soggiorno delle volontarie era piuttosto precario e scomodo. A tale riguardo siamo venuti a conoscenza di una richiesta di materiale inoltrata dal segretario della federazione del PCI. Enrico Giannetti, al direttore dell’Ufficio provinciale dell’assistenza post-bellica nella quale si chiedono 5 brande com-plete di materasso e guanciale e 10 coperte di lana e qualche cucina da campo, per attrezzare locali per l’assistenza dei bambini del cassinate. Richiesta che fortunatamente verrà accolta.Maria ricorda il grande freddo sofferto, in special modo la notte, dentro una stanza arredata alquanto spartanamente. Durante il giorno con altre pochissime volontarie andava per le campagne a convincere le famiglie a mandare i loro bambini al Nord.
A monosillabi racconta le molte resistenze incontrate, la fatica per raggiungere i luoghi, la paura delle mine e l’angoscia che si provava nel constatare quella terribile realtà. E ricorda ancora che quando cominciarono ad arrivare gli indumenti destinati ai bimbi che dovevano partire lei, che sapeva cucire, si prodigò per accor-ciare, stringere e ritagliare gonne, giacche, calzoni e cappotti. Maria tace, lo sguardo fisso al fuoco, il pensiero alla sua gioventù generosa e combattiva.
Abbiamo avuto modo di verificare che i comuni particolarmente impegnati in questa grande iniziativa sono stati: S.Donato Val Comino, Ceprano, Pofi, Frosinone, Pignataro, Sgurgola, Paliano, Ceccano, Frosinone, Sora e Isola del Liri. Sicuramente ce ne sono stati altri che hanno aderito alla campagna dei bimbi al Nord ma che non appaiono nella nostra ricerca perché non siamo stati in grado di documentarlo.
Nel Comitato di solidarietà per il cassinate si discutono  e vengono stabilite alcune regole, prima fra tutte che i bambini da far ospitare presso famiglie del Nord debbono avere una età fra i tre e i dodici anni e gli stessi debbono possedere un’attestazione medica che dichiari l’assenza di malaria o altre infezioni.
Si  chiede anche che  vengano muniti del certificato di studio così che nei luoghi di arrivo possano continuare ad andare a scuola. Si stabilisce inoltre che la permanenza sarà di quattro mesi. Per coloro che ne sono privi, infine, verranno messi a disposizione scarpe e vestiario. Ai genitori verrà garantita una continua informazione sullo stato dei bambini e saranno previste visite di delegazioni di madri presso le famiglie ospitanti .
Il peso di tutta l’organizzazione con il passare del tempo grava sempre più  sulle spalle di Tullio Pietrobono, 27 anni, di Alatri. Ha fatto parte della banda partigiana di Collepardo e proprio qui, fra le montagne della Rotonaria, tra letture e discussioni, alla fine del 1943 aderisce al PCI . Successivamente dal 1949 al 1959 diverrà segretario della federazione e dal 1963 al 1972 parlamentare.
Riportiamo alcuni stralci molto crudi ma reali, della conversazione tenuta da Tullio Pietrobono negli studi di Radio Roma il 10 febbraio 1946: «i Comuni della Ciociaria una volta produttivi sono oggi pure e semplici espressioni geografiche su cui è rimasto qualche rudere, qualche ciuffo di erbe selvatiche. Le campagne sono ancora minate» (Pietrobono rivela anche un dato veramente preoccupante: 400.000 mine, ma in questi anni Eugenio Beranger è arrivato ad ipotizzarne addirittura 500.000 ) e continua «…..i contadini costretti a vivere nelle capanne e nelle caverne. I frutteti e gli uliveti sono ridotti a tronconi, a pochi rami bruciati. Una infernale pioggia di bombe, durata ben otto mesi, scavando migliaia di buche ha scatenato un esercito implacabile di zanzare…. Non sempre, però, si ha la memoria di chi è costretto a vivere ancora in questa bolgia, dove la gente abita nelle baracche che non riparano dall’umido e dal freddo, le scuole sono deserte perché i bambini sono malati e nudi, la stazione antimalarica non funziona perché manca di medicinali e del personale, a sua volta ammalato. Fra tanta rovina, un grido è stato lanciato: “Salviamo l’infanzia” questa inestimabile ricchezza deve essere salvata ad ogni costo! Il Partito Comunista, il partito del popolo, consapevole della sua funzione nazionale, in un magnifico slancio di solidarietà ha fatto affluire nei giorni del Congresso Nazionale aiuti di ogni genere, ma l’atto che assume più alto valore di umana solidariètà, che segna la profondità di affetti che lega tutto il popolo italiano è rappresentato dalla richiesta che è stata avanzata da molte Federazioni del Nord di ospitare tremilacinquecento bambini che potranno soggiornare lassù per un periodo minimo di quattro mesi». Pietrobono conclude la conversazione con una considerazione: «…mentre non un solo centesimo di chi ha creato la tragedia di Cassino contribuisce all’opera di redenzione, è ancora il popolo che con la sua forza rinasce materialmente e moralmente e si impegna a salvare il più prezioso patrimonio di vita umana».
Anche in questa significativa descrizione non c’è esagerazione. A Cassino infatti, si continuava a vivere tra le macerie, la vita non aveva alcun significato, non esisteva alcun segno di una minima ripresa in qualsiasi campo. I volontari impegnati nella preparazione del viaggio alloggiavano in due stanze del Comune messe a di-sposizione dal sindaco. L’unico punto che poteva dare rifugio e conforto era un piccolo locale stretto ed angusto con una stufa accesa. La popolazione di Cassino viveva per lo più ancora sfollata nelle campagne o nei paesi limitrofi e i bambini venivano ricercati contattando le famiglie una per una, spiegando dettagliatamente i motivi dell’iniziativa e rassicurandoli sulla destinazione e sulla permanenza dei loro figli presso le famiglie ospitanti.
Per fare tutto questo complesso lavoro risultò importante l’aiuto di vecchi militanti antifascisti, in verità pochi, ma nelle singole realtà sempre credibili e dotati di molto prestigio.
Di fronte a tale generoso impegno nasce, prima in forme striscianti poi sempre più aggressive, una campagna denigratoria tesa ad allarmare, a impaurire le famiglie e la popolazione, affermando che i bambini sarebbero stati mandati in Russia.
In qualche paese il manifesto che annuncia la partenza dei bimbi e affisso in tutto il territorio provinciale viene strappato. A Torrice addirittura viene aggredito il segretario della sezione del PCI .
In questo contesto così difficile e frammentato, pochi giorni prima della partenza si riscontrano alcune prese di posizione che intendiamo evidenziare:
- Il vescovo di Veroli  Emilio Baroncelli all’invito rivoltogli dal se-gretario della federazione del PCI, Enrico Giannetti, di intervenire alla riunione del Comitato di solidarietà per il cassinate, indetto per il 26 gennaio, invia questo messaggio di augurio :”… mi giunge con ritardo l’invito per l’adunanza di sabato 26 corrente. Benedico quanti fanno bene ai bimbi bisognosi. Ossequi. Emilio, Vescovo di Veroli”.
Conveniamo che la benedizione sia stata rassenerante e bene augurante, ma la riteniamo alquanto ininfluente e non incisiva per bloccare la campagna di paura scatenata a Cassino e dintorni”.
- Il prefetto della provincia di Frosinone, rispondendo allo stesso invito, invia alla segreteria della federazione del PCI la seguente lettera: “Ho preso atto con compiacimento della iniziativa di codesta Federazione a favore dei bambini poveri di Cassino, e assicuro che darò tutto il mio appoggio perché l’iniziativa possa essere attuata “. A questa dichiarazione aggiunge anche una  circolare  in-dirizzata a tutti i sindaci invitandoli a sostenere l’iniziativa.
- Il medico provinciale invita tutti i medici condotti a impegnarsi;
- Il provveditore agli Studi dispone che tutti gli insegnanti che  accompagneranno i bimbi al Nord siano considerati in servizio attivo.
Il 5 di febbraio arriva a Frosinone e a Cassino il sottosegretario all’assistenza post-bellica Bernardinone per conoscere lo stato dell’iniziativa e poter garantire alcuni decisivi interventi “interes-sandosi sia del problema sanitario che di quello dell’abbigliamento”. Il giorno stesso il Ministero fa pervenire un primo quantitativo di materiale necessario (scarpe, abiti, biancheria)integrato da altri arrivi nei giorni successivi.”complessivamente da parte del Ministero arriva vestiario in grado di assistere 3000 bambini. Invia, inoltre, dei medici, col compito di rendersi conto della situazione sanitaria in provincia e di assicurare ai medici locali l’uso di apparecchi per radioscopia”.  
Alle ore 10 di venerdì 15 febbraio il comitato provinciale si riunisce ancora. Si discutono alcune questioni, si prendono gli ultimi accorgimenti organizzativi, si verificano le disponibilità delle per-sone per il giorno successivo. Nella riunione non si riesce a quantificare quanto inciderà la campagna di denigrazione e paura sulle famiglie bisognose. E’ in quelle ore che all’ interno delle tante famiglie contattate le mamme frementi e ancora incerte valutano i pericoli e i rischi di una ospitalità comunque lontana e riflettono anche sulla opportunità di fare uscire i loro figli dall’inferno della guerra. Sono queste incertezze che sovrastano la discussione, anche se i presenti ritengono che pur tra grandi difficoltà è stato fatto un eccezionale lavoro. Ora si tratta di attendere l’esito e di verificarlo direttamente.

Capitolo IV.  IL LUNGO VIAGGIO
Arriva il 16 febbraio del 1946, il giorno tanto atteso della partenza. E’ un sabato luminoso che sembra auspicare una precoce pri-mavera.
Dalla conclusione del V congresso del PCI (6 gennaio), allorquando viene data l’indicazione di salvare l’infanzia del cassinate, sono passati appena 40 giorni. Il grande dispiegamento di forze impie-gato sta per verificare il primo risultato concreto. Le intense pas-sioni e speranze, l’impegno fisico, i disagi uniti a valide motivazioni saranno soddisfatti? Il grande momento è arrivato: l’esito di tante aspettative sta per realizzarsi in quella precaria e desolata stazione di Cassino, su quel treno che si appresta a partire.
Il buongiorno lo assicura il “ Giornale del Mattino“, quotidiano di Roma che sostituisce “il Messaggero“, testata chiusa per la colla-borazione fornita durante il periodo della guerra all’occupante na-zista. Vi appaiono poche righe che testimoniano l’attenzione verso tale iniziativa riportando che il treno passerà alla stazione Termini di Roma alle 14,30.
Partenze da San Donato Val di Comino e Cassino
Il trasporto dei bambini dalle varie località della zona fino alle sta-zioni ferroviarie di partenza avviene con camion messi a disposi-zione dall’UNRRA. Anche se impervio si effettua con regolarità e senza inconvenienti.
A tale proposito abbiamo raccolto diversi racconti, e iniziando da San Donato Val di Comino riportiamo la testimonianza di Attilio Cellucci con il quale siamo entrati in contatto attraverso Ernesto Cossuto.   
Quando arriviamo alla sua abitazione di Cassino, con grande sor-presa lo troviamo già pronto con carte alla mano, fotografie e altri importanti documenti, come ad esempio la marcia della pace del 1950, lo sciopero a rovescio del 1951, un elenco di ebrei confinati durante la guerra proprio a San Donato, una rassegna di antifascisti schedati dalla polizia (tra i quali anche suo padre), ecc..
Comunista da sempre, con uno stile e un metodo di lavoro facil-mente riconoscibile, lo apprezziamo per la sua  eccezionale lucidità e il senso dell’ordine e della precisione nel raccontare i fatti nella loro essenzialità.
Attilio, protagonista di questa e altre esperienze, come l’aver fatto il sindaco di San Donato fra il 1964 ed il 1970, inizia il suo racconto precisando che il paese era stato danneggiato relativamente dai bombardamenti perché la sua particolare ubicazione geografica gli aveva permesso di non essere centrato dalle bombe che cadevano dal cielo. Tuttavia la guerra aveva aggravato lo stato della popolazione che si trovava in condizioni bisognose e di estrema precarietà.
All’epoca della campagna “salvare l’infanzia del Cassinate” aveva 19 anni e fu tra gli organizzatori dell’iniziativa.
A S. Donato era già in funzione una sezione del PCI, attiva, ben organizzata e sempre aperta. I promotori dell’iniziativa furono il segretario della sezione Donato Mazzola,Donato Rufo, Donato Cedrone, Mazzola Gerardo e l’intervistato.
All’inizio si trattò di pubblicizzare l’iniziativa recandosi direttamente fra le famiglie, illustrando, rassicurando e raccogliendo le adesioni. Attività che si faceva con pazienza, attenzione e rispetto.
Formato il primo gruppo, una settimana prima della partenza ar-rivarono i pacchi con gli indumenti destinati ai bambini.
Il camion che avrebbe dovuto portare a Cassino i bambini era pronto in piazza e fu lo stesso Attilio a guidarlo, specificando che aveva panche di legno per far sedere i piccoli e che era coperto da un telone. Il viaggio fu tutt’altro che confortevole: oltre al freddo si doveva stare molto attenti nel procedere su una strada accidentata e insicura. Ai lati erano evidenti i segni delle bombe , grandi pozzanghere, acqua stagnante e dovunque distruzione e desola-zione.
Finalmente arrivati alla stazione di Cassino i bambini trovarono però una piacevole e inaspettata sorpresa quando, scesi dal camion infreddoliti e frastornati, vennero accolti da splendide crocerossine allineate lungo il treno pronte per aiutarli a salire sul vagone  già riscaldato. E proprio Attilio ci spiega la piacevole sensazione di un caldo ristoratore che anche lui avvertì sul treno dove sistemò i  bambini.
Su quanto stava accadendo a Cassino riportiamo un passo  vera-mente drammatico che riguarda la descrizione dell’ambiente e dello stato dei ragazzi:
“ …c’è un solo forno messo su l’altro ieri, un caffè, una taverna “La Francese ….procedevano fra due fitte ringhiere di parenti e cavalcature in direzione della ferrovia a fondo valle. Li ho visti os-suti e con i lunghissimi colli, bigiastri di colorito come lucertole, dentro le loro casaccone e le scarpe nuove battenti il selciato come tamburi. Ma essi non salutavano, non dicevano addio o arrivederci. Camminavano con attenzione, un puntiglio, una loro giusta superbia umana che resta l’unica novità consolante ”.
L’articolo prosegue soffermandosi anche su alcuni aspetti organiz-zativi come ad esempio la presenza sul  petto di ogni bambino del cartellino identificativo attestante il nome, la provenienza e il luogo di arrivo (e indicando anche il nome di qualche ragazzo):” Caprera Giovanni Battista, abitante nel Vico dei muli; Gino Valenti, Pietro Varlese, Giacomo Varlese di Giangiacomo che va a Pavia, città che, a sentire il bambino, non conosce”.
“…il lungo convoglio ferroviario in partenza da Cassino  è composto da due locomotive, undici vagoni, un vagone ospedale, un vagone comando, un bagagliaio e due carri riscaldo ”.
I bambini di Cassino e del cassinate andarono a occupare i vagoni di coda; all’appuntamento mancavano alcuni e furono totalmente assenti quelli di Sant’ Andrea sul Garigliano, costretti a rimanere a casa dall’incessante campagna di paura e intimidazione.
I vagoni erano tappezzati da manifesti che esprimevano ringraziamenti per le famiglie del Nord. Vicino alla locomotiva era ben affisso un dipinto ad olio che raffigurava le mamme del cassinate che affidavano con  braccia protese i loro bambini alle mamme del Nord Italia.
In ognuno degli undici vagoni vigilavano due sorelle della Croce Rossa e altrettanti militi dello stesso corpo.
Nel vagone comando presero posto la dottoressa Pina Savalli, re-sponsabile del servizio sanitario, la contessa Zuccardi, dirigente nazionale delle crocerossine, e una delegazione della federazione di Pavia. Era presente anche un gruppo di venti madri invitate per controllare personalmente il trattamento riservato ai bambini. Pie-trobono sempre sul “ Popolano”  registra queste presenze con una felice e simpatica battuta di spirito: “ …per vigilare affinché il treno per un errore del personale, non vada a finire…in Russia ”.
Partenze da Sora, Ceprano, Isola del Liri
Nelle stesse ore, esattamente  alle nove, anche a Sora è radunato il gruppo pronto per la partenza verso la stazione di Frosinone.
La preparazione è stata assicurata da quattro donne: Anna Pontone, Michela Bifolchi, Linda Lilla e Antonella Antonangeli. Sora è l’unica realtà in tutto il contesto provinciale in cui l’UDI si fa carico dell’organizzazione .
Si respira un clima di festa; oltre agli amministratori e altre autorità è presente la banda che suona l’ inno dei lavoratori, poi tutti insieme vanno in cattedrale a sentire la messa, e a quel punto il giovane sacerdote cerca di non fare entrare la bandiera rossa affiancata da quella tricolore.
Il ” Popolano” sintetizza l’increscioso avvenimento scrivendo che “le spartane donne hanno rintuzzato il divieto, sono rimaste in Chiesa lasciando gracidare il sacerdote che spruzzava fuoco dagli occhi  “.
L’articolo ricorda inoltre che negli anni precedenti nella stessa chiesa si permetteva l’ingresso ai gagliardetti fascisti e a uomini minacciosi e armati di pugnale. Infine  evidenzia che spesso, dai pulpiti, da una parte si predica che i comunisti rifuggono dalla re-ligione, non frequentano la Chiesa e sono atei ,….”da un’altra non si fanno entrare e viene allontanata una bandiera, innocuo simbolo del lavoro”.
Negli stessi momenti in cui da Sora avviene la partenza verso Frosinone, il treno sta arrivando alla stazione ferroviaria di Ceprano .
Anche in questa città nei giorni precedenti c’è stato  fermento fra i cittadini e impegno da parte dei promotori dell’iniziativa: Alessio Ottaviani, il barbiere Ezio Francazi, Sisto Celletti. Una settimana prima inoltre è arrivata una delegazione del Comitato di accoglienza di Parma per distribuire indumenti e fornire informazioni.
I bambini si radunano in piazza e poi con dei camion vengono trasportati alla stazione ferroviaria. Tutto avviene con ordine e regolarità senza che si verifichi alcun problema .
Un altro camion carico di 20 bambini sta partendo da Isola Liri. Secondo le notizie raccolte da Nisio Pizzuti, persona con una lunga e stimata esperienza amministrativa, gli organizzatori della partenza sono Loreta Adinolfi , Mario Pantano, Pisani Maria. Il punto di ritrovo è Piazza 20 settembre. I bambini vengono tra-sportati alla stazione di Frosinone con lo stesso camion che negli anni precedenti la guerra trasportava gli operai del posto alla BPD di Ceccano,camion provvisto di quattro panche disposte in modo longitudinale,  mancante di scala di accesso sostituita da una sedia.
I bambini di Isola che Nisio Pizzuti è riuscito a identificare sono solo dieci e saranno ospitati in località e  tempi diversi.
Partenza da Ceccano
Nei giorni precedenti la partenza, anche a Ceccano si è intensa-mente lavorato per questo obbiettivo: si sono presi i contatti con le famiglie, selezionate le richieste, spiegato lungamente il significato dell’ iniziativa . La sezione comunista è  in pieno fermento; assidua e giornaliera è l’opera del segretario Peppino Masi, di Lorenzino Angelini e di Umberto Loffredi. Si è deciso che a partire non saranno solo i figli dei comunisti ma anche coloro che appartengono a famiglie numerose e indigenti.
A tanti anni di distanza è possibile verificare che l’incidenza dei figli degli iscritti al PCI è irrilevante rispetto a quella di tutti i par-tecipanti .
La mattina della partenza c’è grande eccitazione anche perché è un sabato pieno di sole che arriva dopo tante noiose giornate di pioggia. In piazza 25 Luglio, in prossimità della sezione del PCI, si
sono riuniti i bambini che si apprestano a partire per il Nord. A quelli di Ceccano se ne sono aggiunti alcuni provenienti dal comune di Patrica. I bambini sono tutti vestiti a nuovo con scarpe e abiti messi a disposizione dal comitato. Ci sono anche altri bambini, ragazzi, parenti, amici che guardano con una punta d’invidia, ma c’è anche qualcuno che assiste con sospetto e riprovazione. Nell’ animo di qualche madre si trascina ancora la trepidazione, poiché rimangono i dubbi circa la destinazione e il futuro dei figli .  Nelle vicinanze del Monumento ai Caduti i genitori danno gli ultimi consigli, così come fa anche una suora di carità, suor Bartolomea Pizzuti di Ceccano , ben inserita nel gruppo e che in una foto viene ritratta nell’atto di appuntare il tesserino di identificazione a una bambina che sta per partire.
Non siamo in grado di motivare la presenza di questa suora, tut-tavia possiamo  fornire alcune informazioni che la riguardano: suor Bartolomea, appartenente alla Congregazione delle Suore di Carità, era in procinto di partire per il Canada dove rimase  per il resto della sua vita.Apparteneva a una famiglia con 18 figli. Il padre, Lorenzo, era stato ferroviere, di idee socialiste, e per questo più volte infastidito sul posto di lavoro dalla squadraccia fascista . Nelle memorie di famiglia si ricorda che egli a ogni primo maggio, fra lo stupore dei parenti, accendeva una candela all’immagine del Sacro Cuore e solo casualmente la moglie si ac-corse che dietro tale immagine era ben incollata quella di Giacomo Matteotti  .
Prima che il corteo inizi a muoversi avviene l’incontro con il sindaco Bovieri e con il suo vice Mario Tiberia; poi Don Peppino De Santis, casualmente di passaggio per raggiungere la sua chiesa, senza alcun commento, impartisce la benedizione. Nel frattempo il fotografo Angelo Bucciarelli si adopera per immortalare tutte le fasi e i momenti più significativi della partenza. Infine, all’ora prestabilita, tutti si avviano verso la stazione ferroviaria.
Si forma così un corteo che attraversa Ceccano percorrendo tratti di strade in cui sono ancora presenti i danni causati dai bombardamenti: case sventrate, macerie, squallore. Chi non partecipa al corteo aspetta lungo le strade e al passaggio dei bambini applaude calorosamente.
Il corteo si apre con scritte di plauso e ringraziamento per le fa-miglie del Nord  e quando a mezzogiorno giunge alla stazione ferroviaria, il treno proveniente da Cassino è gia presente ad a-spettare.
Vale la pena di ricordare alcuni episodi certamente marginali ma significativi, che aiutano a comprendere il clima politico ed alcuni orientamenti esistenti a quell ’ epoca.
Per accompagnare i bambini a destinazione il Comitato di Ceccano aveva designato due signorine: Maria Di Bernardo e Supplizia Speranzini.
Tale scelta scontentò fortemente una signora che aveva fatto del tutto per essere designata accompagnatrice: costei, dotata di un carattere collerico, alla notizia della sua esclusione si lasciò andare a rimostranze durissime e in seguito a quello che ritenne essere un affronto subito abbandonò il PCI. La mattina in cui il corteo passava festoso sotto la sua casa fece sventolare per protesta un drappo bianco. Per quei tempi il gesto poteva essere considerato provocatorio ma, fortunatamente, destò fra tutti i presenti molta ilarità.
Non cambiò partito, invece, Mattia Staccone, dotato di ben altra tempra: più volte ammonito, fermato, arrestato durante il fascismo, Mattia la mattina della partenza non arrivò in tempo per prendere uno dei dieci bracciali rossi, inviati dalla federazione, per gli uomini del servizio d’ordine.
Lo angustiava non avere in una giornata come quella un segno di riconoscimento, testimonianza di una carica di responsabilità e prestigio. Per lui comunista da sempre poteva apparire quasi una dequalificazione. Era contrariato da tutto ciò, ma non si arrese: ritornò nella sua bottega di sarto, situata nelle vicinanze, per con-fezionarsi, all’istante, un bracciale tanto grande da coprire per intero tutto il braccio.
Con passi rapidi pur essendo claudicante e con la folta chioma scompigliata dal vento fece in tempo a unirsi al corteo, all’altezza della villa comunale, accorciando per via San Sebastiano, orgoglioso e soddisfatto di essere anche lui visibilmente presente in questo importante avvenimento .
Partenza da Frosinone
Alle 13,30 il “lungo lumacone“ tronfio e sbuffante arriva alla stazione di Frosinone dove si assiste a scene di frenesia, a un vocio confuso, allo sventolare di bandiere rosse e tricolori, ai saluti dei piccoli scolari delle scuole elementari. In questa stazione sale sul treno Tullio Pietrobono che accompagnerà i bimbi per tutto il vi-aggio, mentre il servizio d’ordine è stato assunto dai reduci che offrono caramelle ai partenti .
I bambini sono cosi sistemati: in coda quelli di Cassino e del cassinate come abbiamo già scritto, al centro quelli saliti a Ceprano e a Ceccano, nei vagoni di testa quelli saliti alla stazione di Frosinone.
Fra i bambini c’è, però, una notevole diversità di comportamenti. Quelli che si trovano nei vagoni di testa sono rumorosi e spassosi,per quelli situati alla coda del treno l’atteggiamento è più serio, più cupo: sono afflosciati sul sedile con lo sguardo assente e fisso nel vuoto , conseguenza delle maggiori privazioni , delle malattie e delle sofferenze subite.
Ma ora tutti sono diretti in luoghi accoglienti, ospiti di famiglie generose che faranno del tutto per far dimenticare le sofferenze, il freddo e la fame.
A Colleferro il treno si ferma nuovamente per caricare panini im-bottiti e arance. Questa sosta anticipa come sarà il viaggio: lento, pieno di calore e di sana generosità. Così anche a Roma, dove le presenze che attendono l’arrivo del treno saranno ancora più nu-merose e “autorevoli”: il ministro Gasparotto, il sottosegretario Bernardinone, la signora Romita e altre delegazioni. Ma il gesto concretamente più importante è la consegna da parte  dell’ UDI di tre autocarri di viveri mentre le sezioni comuniste romane donano viveri e indumenti .
Avverrà cosi in tutte le stazioni dove si effettueranno fermate straordinarie: a Civitavecchia, a Grosseto, a Pisa, a Firenze: o-vunque autorità civili, militari, a volte religiose, saluteranno il treno e contribuiranno, offrendo rifornimenti, a mantenere un clima festoso e solidale.
Durante il lungo percorso non mancano però imprevisti. Nelle vi-cinanze di Civitavecchia  un bambino di Villa Santa Lucia, Arman-dino Ricciardi, è preso da attacchi di malaria e prontamente rico-verato nel vagone ospedale. E’ interessante seguire la descrizione minuziosa del fatto e le relative attenzioni che il ragazzo riceve: ha trentotto gradi di febbre, viene avvolto nelle coperte, è assistito da una crocerossina, con le gambe incrociate appoggia il viso al finestrino con aria rassegnata, senza lamenti. A Pietrobono che va spesso a verificare con apprensione lo stato di salute e gli chiede “Armandino, come ti senti? “ lui nel suo dialetto risponde “Buon ”.
Quando la dirigente della Croce Rossa annuncia: ”Siamo in alta Italia” i bambini incominciano a correre festosi lungo gli stretti corridoi del treno.
A Prato scende il primo gruppo, sono cento ragazzi, e anche qui, in Piazza del Duomo, grandi feste. Armandino, forse ristabilito, scende sorridente dal treno con la mano saldamente stretta a una donna dell’Udi locale.
Nella stazione di Bologna si ripetono altri momenti commoventi: mentre le donne dell’UDI distribuiscono ghirbe piene di latte, bi-scotti, frutta, pane e marmellata, un uomo dai lineamenti del viso tesi e dai gesti nervosi si avvicina ai finestrini del treno cercando freneticamente qualcuno. All’improvviso si blocca, i suoi occhi si riempiono di gioia e con gesti affettuosi protende le braccia verso un bimbo che immediatamente si rifugia nel caldo abbraccio di suo padre. L’uomo si chiama Cimino Lindoro, di  Cervaro, sfollato a Bassano del Grappa, e stava ritornando a casa quando ha saputo del treno. Si è avvicinato sperando che almeno uno dei figli fosse proprio lì, presente. Infatti ha trovato oltre al figlio Giovanni anche un nipote. Li abbraccia entrambi e benedice chi ha organizzato tale viaggio.
Quando tenta di consegnare dei soldi al figlio qualcuno gli spiega che non sono necessari, ma lui replica dicendo con orgoglio “per comprare i quaderni perché lui sa leggere “
Arrivi fra gioia e stanchezza
Da Bologna il treno riparte e quando arriva a Parma è notte inoltrata. I membri del comitato d’accoglienza, fra i quali il rappre-sentante del vescovo, don Sannino, si prendono cura dei bambini che debbono rimanere in città. Il treno si fermerà ancora a Pia-cenza per arrivare infine, alle 5,30 del 18 febbraio, a Pavia, località finale del percorso ferroviario.
La popolazione era in attesa già dalle 19 del giorno prima. Si dice fossero diecimila, ora sono poco meno di  un migliaio. Anche qui si respira aria di festa, c’è una numerosa  presenza di autorità, compreso il rappresentante del vescovo . Scendono trecento bambini. Per loro sono a disposizione 300 lettini, preparati la sera prima ma che non verranno utilizzati, e trecento refezioni calde che invece saranno molto apprezzate. Il viaggio in treno è finito. Tutti fanno un’abbondante colazione e successivamente con autobus raggiungeranno le varie località d’accoglienza.

Capitolo V. IN PROVINCIA DI IMPERIA
“ Ecco Cic, bambino di Cassino. Dalla grande giacca da uomo esce un visetto intelligente che ha già imparato a sorridere. Cic si chiama. Cic e basta: non ricorda il suo nome; sa parlarci però di guerra, del babbo e mamma che non ha più, di cielo rosso, di fiammate, di fame e di macerie.“ Con questa descrizione l’edizione provinciale di Imperia de “L’Unità” del 19 febbraio prova a fotografare il passaggio da Genova di trenta bambini  diretti verso San Remo e Imperia.
Sono presenti, per accompagnarli, alcune donne di San Remo e la madre di un bambino proveniente da Colle San Magno, in provincia di Frosinone. Si chiama Vittoria Vecchi e al giornalista che l’intervista dice : “Non abbiamo più nulla, siamo senza letti, senza finestre, senza coperte, senza pane: i bambini muoiono, ne sono morti tanti”
Il giornale riporta ancora altre precisazioni della donna:
“…non appena fu nota l’iniziativa del Pci, certe persone si recarono famiglia per famiglia per  dire di non mandare i bimbi, di non fidarsi perché erano destinati alla Russia ed ai terribili campi di concentramento “
I bambini e le accompagnatrici sosteranno e alloggeranno a Ge-nova nella notte del 18, per arrivare alle diverse destinazioni il giorno successivo. Sempre il giorno 18 il periodico “La Verità d’Imperia“ scrive che l’accoglienza è:“…missione veramente uma-na, che i responsabili di ogni ramo dell’organizzazione si propon-gono di portare a termine nel migliore dei modi.
Ma tutto ciò sarà possibile soltanto se la nostra popolazione saprà aderire all’appello con il medesimo slancio che, come fiore in una aureola di spine, hanno dimostrato in quasi tutte le province dell’Italia Settentrionale e Centrale, le persone più generose e più coscienti”.
L’iniziativa in provincia di Imperia è promossa dal Comitato provinciale di liberazione nazionale. Il nascente comitato si chiama: “Salviamo i bimbi d’Italia” e come presidente è stato designato G. Ughes.
I bambini verranno consegnati alle famiglie di Imperia sin dal 19 febbraio e saranno dieci: cinque provenienti da Paliano , cinque da Strangolagalli .
I bambini del cassinate ospiti a San Remo, in provincia di Imperia, sono sedici  .
A Spotorno, un paese di 4000 abitanti, in provincia di Savona, sono presenti Murro Libera e Murro Mario. I due bambini sono ospiti presso Villa Ada .
Ad Arma di Taggia, un paese di 14. 000 abitanti in provincia di Imperia, sono presenti Mario e Salvatore Del Signore, ospiti della sezione PCI .
Di tutti questi bimbi, attraverso Guido Tomassi, responsabile dello SPI di Frosinone, siamo riusciti a sentire Biagio Viselli, di Strango-lagalli. Costui ricorda benissimo di essere stato ospitato da Filo-mena e Attilio Ronzini,una coppia con quattro figli. I suoi ricordi sono ancora vivissimi e ci tiene a sottolineare l’attaccamento e l’affetto reciproco nato tra lui e la famiglia ospitante e durato nel corso degli anni.
Alcuni giorni dopo l’arrivo, il 22, per la precisione, il comitato di Imperia richiede alla sezione provinciale dell’alimentazione il nul-laosta per il rilascio delle tessere annonarie per i bambini poiché ne sono arrivati sprovvisti
Il Comitato non smette di impegnarsi; le iniziative si moltiplicano e il 23 febbraio il comitato divulga alla cittadinanza una appello con il quale si invitano le famiglie :”…a prenotarsi per adottare un orfano, oppure ad impegnarsi per un periodo determinato per il mantenimento di un bimbo o presso di loro od in un Istituto per l’infanzia.  
La corrispondenza
Nello stesso giorno la segreteria della federazione del PCI di Imperia comunica ai sindaci di Paliano e Strangolagalli che i bambini di questi paesi “… sono stati convenientemente sistemati presso famiglie Imperiosi e dare assicurazione in questo senso alle relative famiglie “ .
Tale informazione però non basta a rassicurare  le famiglie Borgia e Desideri, di Paliano, che con modi composti ma accorati scrivono direttamente al partito di Imperia.
Da Paliano 6 Marzo 1946: “Spettabile Partito Comunista Italiano. Sono la mamma del piccolo Desideri Paolo partito per il Nord il 16 febbraio. Il Sindaco di Paliano ha avuto notizie che si trova ad Imperia, ma nella lettera nessun indirizzo della famiglia che lo ha ricevuto. Prego caldamente informarmi al più presto possibile poi-ché sono tanto in ansia, e fornirmi l’indirizzo esatto della famiglia di Imperia che lo ha accolto. Ringraziando vivamente il Nostro Partito Comunista che porta a tante famiglie come me l’opera buona e la salvezza di tante creature che vivono nella miseria, saluto distintamente.
Desideri Papa Adele Vicolo Turco 32 Paliano  .
In tempi molto rapidi i genitori verranno informati, conosceranno gli indirizzi delle famiglie ospitanti e riceveranno le doverose foto-grafie.
Nel frattempo il prefetto di Imperia nella sua relazione mensile inviata al proprio ministero il 1° marzo così scrive:“… nel riconoscere che tutti gli Enti morali di assistenza ed educazione esplicano per il momento attività trascurabile non può esimersi dall‘ evidenziare che il PCI di San Remo ha dato asilo a trenta bambini di Cassino “.
A riflettere bene, tale notizia ci risulta imprecisa perché i bambini non sono presenti, come abbiamo già descritto, solo a San Remo ma anche in altre realtà e fra queste Imperia.
Il clima unitario
Il clima unitario, già precedentemente evidenziato, la generosità della provincia risultano tanto coinvolgenti che merita di essere riportato ciò che  il periodico:” Il Lavoro Nuovo “di Imperia scrive la domenica del 3 marzo: “Al Comitato Provinciale sono pervenute le seguenti lettere del Vescovo di Ventimiglia e del Vicario Capitolare di Albenga.
Il primo cosi scrive:
“Sono lieto poterle esprimere, signor Presidente, il mio fervido cordiale plauso per la decisione presa da codesto Comitato di in-traprendere un’opera di soccorso in grande stile a favore dell’infanzia abbandonata o comunque bisognosa di assistenza materiale e morale. Il problema è veramente grave ed urgente e richiede l’unione e lo sforzo di tutte le forze sane del Paese per essere efficacemente risolto.
Per parte mia accetto ben volentieri di far parte del Costituendo Comitato d’Onore e prometto di dare alla nobilissima iniziativa ogni possibile collaborazione ed aiuto. Gradisca, signor Presidente, l’espressione del mio distinto ossequio“.
Agostino Rousset Vescovo di Ventimiglia.
Non è molto dissimile la lettera di adesione del vicario capitolare di Albenga: “Quanto mai opportuna, umanitaria e cristiana è l’opera alla quale codesto Comitato ha deciso di iniziare la sua attività e merita perciò il plauso e l’appoggio segnatamente del Clero.
Come ella saprà la nostra Diocesi è vedovata del suo Vescovo. Venne però già nominato il successore, ma non si sa quando entrerà in sede. In via provvisoria mi venne affidata la reggenza della stessa: quindi occorre attendere la venuta del nuovo Vescovo, che non può tardare, oppure per il momento essere paghi del mio nominativo“.
Filippo Abbo Vicario Capitolare di Albenga
Oltre a queste due significative adesioni, sempre nella stessa giornata il periodico riporta un appello ai medici: “Si invitano tutti i dottori specialisti e dentisti a inviare al Comitato la propria ade-sione, per prestare opera gratuita pro “ Salviamo i bimbi d’Italia”
Negli stessi giorni, a dimostrazione che l’appello lanciato il 23 febbraio ai cittadini di Imperia è stato accolto, il 2 marzo la fede-razione del PCI di questa città indica al comitato di liberazione nazionale provinciale i nominativi di sedici famiglie disposte ad accogliere un bambino o una bambina. Otto di queste mostrano l’intenzione addirittura di adottarli .
Il clima di solidarietà non si esaurisce, rimane veramente  intenso e lo dimostra :“… una manifestazione di solidarietà in favore della martoriata gioventù cassinate che si tenne il giorno 10 marzo presso il cinema Dante di Oneglia” .
Fra le molte prove di solidarietà che fioriscono attorno alle iniziative del Comitato, una merita particolare considerazione: quella della Commissione Interna del sanatorio di Cipressa, la quale ha indirizzato al Comitato stesso una vibrante lettera di adesione ac-cludendo la somma di 2.251 lire raccolte fra gli ammalati del sa-natorio.
“ Chi firma questa  lettera è un compagno fra i più cari e più provati della giovane generazione ribelle alla tirannia fascista: l’Onegliese Giuseppe Cassini che alla lotta antifascista diede il suo miglior entusiasmo dapprima in Francia, poi in Spagna combattendo per la libertà, poi ramingo attraverso i primi campi di concentramento della Germania da dove è tornato minato nel fisico ma più che mai saldo nella sua fede.
La lettera di Giuseppe Cassini è un richiamo al dovere. Se il palpito della solidarietà lo sentono i sofferenti, se essi danno il poco che posseggono privandosi magari di una onesta ricreazione, sarebbe veramente delittuosa la diserzione da un impegno profondamente umano da parte di chi ha mezzi e possibilità di partecipare al grande compito di sollevare le vittime innocenti di questa nostra sventurata Italia ”.
Nello stesso tempo si intrecciano altre storie di povertà e dolore; ecco una richiesta di aiuto proveniente dalla federazione comunista di Caserta, per far ospitare i propri bambini: “ … vi faccio presente che se avete ancora la possibilità di riceverli qui nella provincia di Caserta ve ne sono molti bisognosi dei quali ve ne potremmo inviare in numero che volete. Vi preciso che finora soltanto un centinaio in questi giorni è stato accolto dalla nostra Federazione di Livorno” .
Sempre a Imperia arrivano due accorate sollecitazioni provenienti da genitori della provincia di Frosinone, che vedovi e con tanti figli a carico chiedono di protrarre la permanenza, eventualmente rendendosi disponibili anche all’adozione .
Pur non avendo riscontri documentali è probabile che, vista la di-sponibilità delle famiglie, precedentemente riportata, possano es-serci state riposte positive.
Una nota interessante: al termine del periodo di ospitalità, il Co-mitato fa conoscere le somme in entrata che ammontano a lire 586.993 e quelle in uscita che risultano essere 337.655 .

Capitolo VI.  L’OSPITALITA’ IN PROVINCIA DI PAVIA
Abbiamo descritto la difficile preparazione e il lunghissimo viaggio attraverso mezza Italia. Ora, dopo aver illustrato l’ospitalità rice-vuta in provincia di Imperia, proviamo a ricostruire altre  località dove arrivarono i bambini e il modo come vennero ospitati, e a identificare le famiglie che si misero a disposizione con generosità e affetto, così come ci è stato raccontato dai protagonisti.
In provincia di Pavia i bambini furono ospitati nei seguenti comuni: Pavia, San Nazzaro de’ Burgundi, San Damiano del Colle, Montù Beccaria, Gravellona Lomellina e Stradella.
Nella città di Pavia, da Isola Liri, arrivò Nicola Gabriele. Il bambino al termine dei quattro mesi rimase .
Da Ceccano furono ospitati, sempre a Pavia, le sorelle Vincenzina ed Angela Cipriani, Pietro Aversa e sua sorella Domenica.
Pietro andò a vivere in una famiglia operaia, presso Coscia Lucia e Chiappa Carlo, fornaciaio, mentre Domenica fu ospite del prefetto di Pavia.
Domenica e Pietro Aversa a Pavia
Bruno Graziani di Sgurgola ricorda di essere stato ospitato a San-nazzaro de’ Burgundi.
Maria Teresa Pagliarosi di Frosinone
A San Damiano al Colle, un paesino di circa 800 abitanti ai confini della provincia di Piacenza, arrivarono alcuni bambini di Frosinone. Dai ricordi di Maria Teresa Pagliarosi, oggi presidente del centro anziani “ Messia “ di Frosinone, erano presenti in questa pic-colissima cittadina Anna Perinelli, Luigi Lavinia, due bambine di cui  ricorda solo il nome, Albertina e Filomena, infine una certa Baldassarri che accettando di rimanere non è più ritornata.
Maria Teresa ricorda che prima di partire abitava a Frosinone presso il “ Palazzaccio “, una ex caserma situata in via Maccari. Viveva in coabitazione e la sua famiglia contava cinque figli.
Venne ospitata da Angelo Sforza, un commerciante all’ingrosso di frutta che aveva tre figli:Eva, Gina, Gian Luigi. Sforza possedeva un calesse e lei con piacere ricorda quando, vestita a festa e se-duta sul calesse, veniva condotta a visitare Stradella e Pavia. Queste passeggiate le procuravano una sensazione di appaga-mento , si sentiva una principessina   coccolata e considerata. Fu trattata molto bene e ricevette affetto e attenzioni. Frequentò la scuola, e insieme ad altre bambine di Frosinone fece la prima comunione. Ritornò a casa dopo nove mesi e il giorno della par-tenza la famiglia Sforza le regalò dei soldi che nascose ben cuciti nel vestito.
Anche il fratello Sebastiano partì ma nel turno successivo diretto a Montù Beccarla.
Maria Teresa ci mostra una foto in cui sono presenti il fratello ed altri bambini di Frosinone.
Per rendere più completo il quadro precisiamo che a Gravellona Lomellina fu ospitata Irma Gabriele, di Isola Liri; a Stradella furono ospitati Anno Di Sora, di Frosinone, Luigi Sardellitti e Livio Trombetta, di Isola Liri.
Di Luigi Sardellitti riportiamo una parte dell’intervista rilasciata all’insegnante Vincenzina Pinelli:
“…..Alla fine mi presero, mi portarono alla loro casa e per prima cosa mi lavarono. Poi mi misero davanti del brodo e una intera gallina lessa. La mangiai tutta, sotto gli occhi esterrefatti dei due buoni coniugi che non avrebbero mai pensato che  ciò fosse pos-sibile. Anche loro avevano affrontato qualche difficoltà per l’alimentazione ma non come da noi in Ciociaria.
Cominciai cosi la mia nuova vita, nutrito ed accudito come un figlio. E come tale mi presentarono a tutti. Mi mandarono a scuola dove ancora non ero mai stato pur avendo oltrepassato l’età dell’obbligo scolastico, e frequentai con molto vantaggio sugli altri la prima e la seconda elementare.
Stavo bene, ma i miei genitori vollero che rientrassi in famiglia e tornai così a Isola accompagnato dalla polizia ferroviaria. Qui imperversava ancora la miseria e c’erano tanti motivi perché rim-piangessi il mio soggiorno a Stradella, tanto che dopo qualche tempo volli tornare lassù, e, accolto benissimo, ci rimasi ancora un anno.
In seguito il rapporto ha avuto fasi alterne ma non si è mai esaurito. I due coniugi sono stati ospiti della mia Isola Liri. Io sono stato da loro con mia moglie e la mia primogenita e proprio fra qualche settimana tornerò a trovare “ mamma Francesca “, vedova da due anni e con questo unico “ figlio” “ che ha nutrito quando aveva fame e vestito quando era ignudo “
Livio Trombetta invece, lo abbiamo rintracciato telefonicamente attraverso Bruno Ceroli, già amministratore del comune di Isola del Liri. Ci racconta che il padre era precario e si arrangiava facendo tutti i lavori che di volta in volta gli venivano richiesti. Venne ospitato da Luigi Albino e Carmela Buongiorno che non avevano figli. Lui faceva il capo-cantoniere nella provincia di Pavia e lei curava un’attività di allevamento di animali da cortile e       Livio ricorda con piacere che lui stesso giornalmente ritirava le uova dal pollaio, che comprendeva settanta galline.
Da Isola del Liri partirono 25 bambini con il camion,  diretti alla stazione di Frosinone.
Il paese di Canneto Pavese è situato in provincia di Pavia, a 15 chilometri dal capoluogo, con una popolazione allora come oggi di 1.447 abitanti. Le vigne occupano l’80% del territorio, si estendono in una fascia collinare a cavallo fra Valleversa e Valle Scuropasso. I vini prodotti sono il Sangue di Giuda ed il Buttafuoco.
Nel nucleo centrale di questa cittadina registriamo la presenza di 17 bambini provenienti da Ceccano .
Il dato che va rilevato è che esiste una incidenza altissima fra la popolazione residente e i bambini ospitati: ogni 85 persone resi-denti un bambino. Le idee di fraternità e di solidarietà sicuramente facevano parte della cultura di questa cittadina. Sin dal 1895 fu uno dei primi comuni italiani a essere amministrato dai socialisti.
Abbiamo già riportato le testimonianze rilasciate da Nenetta e Gloria Carlini. Ora, per quanto possibile, vogliamo individuare altre presenze e stimolare altri ricordi.
Le persone da noi intervistate che vennero ospitate a Canneto (Mario Di Vico, Franca e Bellardino Cipriani,Domenico Tiberia) hanno situazioni e ricordi comuni: provengono da famiglie con molti figli; ricordano lunghi filari di viti che costituivano l’essenza di quel paesaggio, alimentazione buona e abbondante, serenità e attacca-mento alle famiglie ospitanti con cui hanno mantenuto nel tempo rapporti epistolari.
Ci limitiamo a raccontare alcune storie:
Angela Micheli l’abbiamo sentita telefonicamente da Asiago, e abbiamo riscontrato un modo giovanile di esprimersi e un procedere nella conversazione tra ricordi del dopoguerra e nostalgia per i suoi familiari a Ceccano. Evidenzia molta gratitudine verso Maria De Simone, vedova e senza figli, che l’ha ospitata per sempre donandole molto amore. Dell’infanzia trascorsa a Canneto Angela ricorda le tante amicizie e il benessere entro il quale è cresciuta. Attualmente, dopo essersi sposata, risiede ad Asiago e ha un figlio e due nipotini che l’adorano.
Achille Pallagrosi ricorda di essere partito da Ceccano con il vestito messo a disposizione dal Comitato e che, per l’occasione, il padre lo fece immortalare in una foto che ci mostra con molto orgoglio. La famiglia ospitante aveva un negozio di generi alimentari e aveva anche la manutenzione di una bella villa piena di giochi con i quali Achille trascorreva tante ore.
Sua sorella Lorenzina, raggiunta telefonicamente a Castelmassimo di Veroli, ci dice che viveva nella casa, forse, del sindaco Ermanno Siamberti, la cui moglie si chiamava Maria, originaria di Stradella. Costoro avevano due figli: Iles e Vinicio. Abitavano nella “casa Bernini” trasformata, oggi, in un rinomato centro alberghiero.
A Monteveneroso, frazione di Canneto Pavese, si riscontra forse il più alto indice di ospitalità. Infatti su una popolazione di 200 abitanti vengono accolti cinque bambini di Ceccano: Flavio Tiberia, Concetta Guarcini e i fratelli Mariano, Giuseppe e Lorenzo Protani.
    

Capitolo VII. I CECCANESI A CONSELICE
Conselice è una cittadina di circa 9.000 abitanti, situata in provincia di Ravenna. In questo paese la Resistenza è stata molto forte e i dati lo ricordano: 27 morti in combattimento, 27 fucilati dai nazifascisti, Ines Tedeschi staffetta partigiana e medaglia d’oro al valor militare.
Sebbene le nostre ricerche siano state sistematiche e pressanti, non siamo riusciti a venire in possesso di alcun documento scritto che attesti la presenza di bimbi in questo comune. Tutta la nostra ricerca è basata, pertanto, solo su foto, testimonianze e ricordi di coloro che hanno vissuto tale esperienza e che siamo riusciti a contattare.
I bambini  che arrivano da Ceccano nella città di Conselice vivono quasi tutti nella frazione di Lavezzola. E’ stupefacente come in una piccola località di circa 3000 persone sia stato possibile ospitare tanti ragazzi.
Partendo da una foto in nostro possesso , scattata proprio a Lavezzola davanti alla scuola elementare, siamo venuti a conoscenza non solo del numero dei presenti, ma abbiamo individuato anche i nomi. Nella foto sono presenti 29 bambini e 4 madri, inviate dal comitato di Ceccano per verificare le condizioni di vita assicurate ai bambini. Queste ultime al loro ritorno a Ceccano segnaleranno non solo le favorevoli sistemazioni e l’alto grado di socievolezza raggiunto dai bambini, ma riferiranno che alcuni di essi intendono rimanere ancora per altro tempo presso le famiglie ospitanti. In tutte le persone che siamo riusciti a contattare, emergono e-lementi comuni: la calorosa accoglienza ricevuta, la regolare fre-quenza scolastica, la ricca alimentazione e l’accostamento alla prima comunione con tanto di ricevimento e doni. Molti ci hanno fornito anche notizie riguardanti le famiglie che offrirono ospitalità: Essi sono stati in grado di ricordare l’identità del nucleo familiare e le professioni dei capofamiglia. Riportiamo solo alcune testimonianze che riteniamo  possano apportare ulteriori notizie ri-spetto  a quelle fornite dalla maggior parte degli intervistati. Angela Mattone ricorda l’arrivo alla Casa del popolo a Lavezzola stracolma di persone e le successive frequentazioni, sempre in quel locale, con balli e una continua aria di festa. Venne ospitata dai coniugi Martone che avevano due figli. Gestivano un negozio di ferramenta. Le immagini che ricorda con più piacere sono quelle in cui faceva il pane bianco insieme alla signora Rita e quelle in cui tutti insieme mangiavano le tagliatelle. Al suo ritorno ripensava spesso a quel pane bianco che non trovava sulla tavola di Ceccano: al suo posto c’era il pane di granturco più ruvido e secco che lei stentava a inghiottire. Antonio Piroli era il più grande di tutto il gruppo presente a Lavezzola. Aveva 12 anni e ricorda con molta chiarezza sia la partenza da Ceccano che l’arrivo a Lavezzola alla presenza di tutti gli abitanti e, subito dopo, tutti intorno a  una tavola imbandita di ogni ben di Dio. Venne ospitato da Vincenzo che tutti chiamavano il “principe”. Costui era un bracciante che lavorava con una cooperativa e potava alberi da frutta. Antonio dice di essersi  trovato molto bene. Era partito con un impermeabile bianco, elegante ma poco confortevole perché non riscaldava, ma la nuova famiglia lo rivestì con indumenti  più caldi.
Terminati i quattro mesi previsti rimase per altri sei anni, ospite questa volta del cognato del “ Principe “. Ricorda come la nuova famiglia scrivesse spesso alla sua  informandola su tutto quello che gli accadeva.
Oltre ai ragazzi, riconoscibili dalla foto, ospiti a Lavezzola ,frazione di Conselice , nel resto del territorio erano presenti anche: Pietro Del Brocco, Vincenzo De Luca, Giovanni Battista Carlini, Iuccio Di-ana e sua sorella Memma.
         
Pietro Del Brocco fu ospitato nella campagna di Conselice presso la famiglia di Pino Gardegni  che insieme a due fratelli era titolare di una grande tenuta agricola la cui proprietà si perdeva a vista d’occhio. Ogniqualvolta si doveva lavorare la terra venivano i soci di una cooperativa di disoccupati.
Dopo il previsto periodo ritornò a casa ma, in seguito ritornò presso Pino Gardegni . Pietro ci dice che i Gardegni simpatizzavano per le idee di destra e a volte facevano riunioni che a lui apparivano clandestine.
Domenico Perfili venne ospitato da Marino Ravaglia, celibe e con-vivente con la madre. Marino vendeva il pesce e si apprestava a raggiungere  una invidiabile condizione economica. Il piccolo Do-menico godeva di una grande libertà: aveva la chiave di casa e aveva a disposizione una bicicletta.La sera, sapendo che i bimbi del cassinate non pagavano, e con il permesso del Ravaglia, spesso andava al cinema.
Marino, nato nel 1920, tuttora vivente, era stato partigiano nella 28a Brigata Garibaldi e era stato ferito in combattimento. Teneva moltissimo a Domenico e si impegnò a farlo rimanere ancora per altro tempo ma questi, nonostante si trovasse bene, preferì ritor-nare a Ceccano poiché gli mancava molto la vita della piazza del paese.
Marino non si arrese facilmente e decise di venire a Ceccano spe-rando di convincere Domenico a tornare a Conselice. Era fiducioso di riuscire nell’intento perché a conoscenza della difficile condizione in cui viveva il bambino, orfano di madre e tirato avanti da una nonna che aveva sulle spalle una numerosa famiglia.
Il tentativo purtroppo non riuscì perché Domenico preferì rimanere a Ceccano e frequentare le sue amicizie.
A Marino, deluso e amareggiato, non restava che ripartire per Conselice. Prima però doveva concludere una missione: recarsi presso la famiglia di Lucia Laurenti, ospite della famiglia Muccinelli, per portare notizie e rassicurazioni sulle condizioni di vita della piccola.
Ed è in questa occasione che avviene un fatto nuovo e del tutto impensabile. A casa Laurenti, Marino Ravaglia, ovviamente accolto con grande gratitudine, conosce, oltre ai genitori di Lucia, anche Vincenzina, sorella maggiore della piccola, e tra i due scoppia l’amore a prima vista. Finiranno per sposarsi  e vivranno per sempre a Conselice.
Nel frattempo Lucia accetta la proposta di rimanere per sempre presso la famiglia di Giuseppe Muccinelli. Alcuni anni dopo, durante il periodo scolastico, a Lugo, conoscerà  Tonino Russo, il quale non è romagnolo ma proviene da Cercole, in prov. di Napoli, ed è arrivato a Lugo nell’aprile del 1947 attraverso la campagna di so-lidarietà lanciata  a favore dei  bimbi di Napoli.
Anche questo sarà un grande amore che si concluderà con un matrimonio  che prosegue ancora  oggi.
Quando, sessanta anni dopo, nel febbraio del 2006, la sezione del PdCI di Ceccano in un clima di grande commozione  volle ricordare quelle straordinarie giornate di solidarietà, Lucia Laurenti, at-traverso l’assessore Mauro Baldazzi di Conselice, inviò una lettera ai cittadini di Ceccano che almeno in parte è interessante far co-noscere: “Era la primavera del 1946, la guerra aveva lasciato lutti e rovine, sia morali che materiali. Io insieme ad altri bambini  (al-lora avevo 5 anni ) e una mia sorella, partimmo da Ceccano per trascorrere alcuni mesi in Romagna ospiti di persone che avevano espresso il desiderio di accogliere dei bambini reduci delle zone più martoriate e bombardate del centro Italia.
Di tutto ciò ho un ricordo molto vago, ero tanto piccola, di quello che fu il viaggio in treno e l’arrivo a Lavezzola.
Mi è rimasta impressa la festosa accoglienza delle famiglie e di una foto di gruppo con un pezzo di torta in mano.
A Lavezzola ho trascorso la mia infanzia e la mia giovinezza pur mantenendo i rapporti, durante i mesi estivi, con la mia famiglia di origine. Di tutto questo va eterna riconoscenza ed affetto alla mia seconda famiglia con la quale ho convissuto fino a quando mi sono sposata.
La guerra a volte divide le famiglie, nel mio caso ne ho trovato un’altra oltre alla mia di origine.
Il mio ringraziamento e riconoscenza va a tutte quelle persone che a Ceccano e a Lavezzola hanno dato prova di solidarietà umana, apertura mentale e spirito di iniziativa.
A quell’epoca, anche da Napoli partirono numerosi bambini per la Romagna ed il Piemonte; io da circa quaranta anni sono sposata con uno di questi ”
I ricordi di Marcello Micheli.
Marcello ricorda di essere arrivato di sera. Venne ospitato da Sandro Piani, fruttivendolo, e dalla moglie Imelda, originaria di Medicina, in provincia di Bologna; avevano una figlia, Nida, e vi-vevano con una sorella di Sandro, Clemente, la quale aveva avuto un figlio, Giovanni, partigiano ucciso in combattimento e per il quale tutti nutrivano una grande venerazione.
In questa famiglia Marcello rimase quattro anni. Ricorda che erano comunisti ma che gli permettevano di frequentare l’oratorio e lo avvicinarono alla prima comunione. Frequentava Augusto Mattone e Rosa Paris, compaesani,che abitavano nelle vicinanze. Nell’estate del 1947, quando ritornò a Ceccano per trascorrere le vacanze presso la sua  famiglia, portò un pallone di cuoio e con i suoi amici, tutti sorpresi perché fino ad allora avevano giocato col pallone di pezza, andarono a giocare la partita nel piazzale antistante la stazione ferroviaria di Ceccano.
I ricordi di Marcello sono alquanto chiari e ricorda che nel 1968, all’indomani della vittoria di Adorni al campionato del mondo di ciclismo ad Imola, ritornò a Lavezzola con Augusto Mattoni e in-sieme andarono a trovare anche la famiglia che aveva ospitato lo stesso Augusto e che dal 1946 non si era fatta più sentire. Marcello invece, non solo aveva mantenuto i rapporti con la “sua famiglia “ , ma conoscendo bene i sentimenti e la generosità degli abitanti di Lavezzola pensò bene di preparare una straordinaria sorpresa.
Al loro arrivo il padrone di casa, Metardo Baldazzi, impiegò qualche secondo per mettere a fuoco la persona che aveva davanti, poi  in un impeto di gioia riconobbe Augusto e l’abbracciò esclamando:
“ Finalmente”.
Marcello Micheli, ancora oggi, a raccontare i particolari prova una commozione che fatica a controllare. Ci racconta che l’ incontro  fu dominato da grandi sentimenti. “La mamma non c’è più ed è morta con il tuo nome  sulle labbra “. Metardo aprì un cassetto della credenza e mostrò un pacchetto: “Ecco le fotografie che abbiamo conservato e questa è proprio quella del  giorno della tua prima comunione.”  
Marcello Micheli ha mantenuto nel tempo  rapporti fraterni con la figlia di Sandro, Nida, e successivamente con i figli della stessa, Alan e Michela, non trascurando mai di sentirli o di andarli a tro-vare.
Un discorso a parte deve essere fatto per Fernando Tomei,  ospi-tato a Conselice, nelle vicinanze di Lavezzola. Proveniva da Sora e sua madre, Anna Pontone fu una delle organizzatrici dei viaggi. Raggiunto telefonicamente,rivela che il primo ricordo che si affaccia alla sua mente e che mai dimenticherà è costituito dai manifesti affissi sui muri di Sora prima della partenza, nei quali si vedono minacciosi soldati russi con colbacco e stella rossa, armati di forconi, in atto di colpire i bambini.
Questa notizia inedita e sconvolgente rappresenta un esempio della lotta portata avanti senza limiti e pudore contro il Comitato salviamo l’infanzia del cassinate.
Fernando ci spiega che era un tentativo menzognero per impaurire le famiglie sorane e convincerle a non far partire i loro bambini. Ma da Sora, grazie all’impegno costante e proficuo delle organizzatrici, partì ugualmente un camion che trasportò i bambini alla stazione di Frosinone.L’altro suo ricordo, ugualmente preciso, riguarda le fasi dell’accoglienza, il clima festoso e fraterno trovato nella Casa del Popolo a Lavezzola. Fernando venne ospitato dalla famiglia di Pietro Dosi, agricoltore. Il giorno dopo l’arrivo venne portato prima da un medico per essere visitato, poi dal sarto per un vestito e poi ad acquistare un paio di scarpe. Ci dice di non aver perso un giorno di scuola, di aver frequentato il secondo anno dell’avviamento professionale e di aver ricevuto i libri dalla federazione PCI di Bo-logna.
Negli scaglioni successivi  partirono i fratelli Rocco e Ciro.

Capitolo VIII.    TESTIMONIANZE  DI ALBERTO INCAGNOLI DI CEPRANO  E ASSUNTA RICCI DI CASSINO.
Accompagnati da Agostino Colafranceschi, impegnato amministratore, siamo a Ceprano presso la famiglia di Alberto Incagnoli, dove veniamo accolti calorosamente. Il protagonista è pronto a rac-contarci la sua storia, pertanto lo lasciamo parlare senza inter-romperlo se non per piccole precisazioni. Ci rendiamo subito conto che Alberto risulta essere una  miniera di ricordi.
Ha settantacinque anni, è dotato di una mente sveglia e una memoria lucida. Racconta che i suoi genitori furono contattati da Alessio Ottaviani e dal barbiere Ezio Francazi, ovviamente di Ce-prano.
La famiglia di Alberto era corredata da otto figli. Usciti malridotti dalla guerra anche a causa dei bombardamenti che avevano sventrato la loro casa situata al centro del paese e non disponendo di risorse per mantenere una famiglia cosi numerosa, i genitori decisero di far partire due figli: Alberto, di 11 anni, e suo fratello, di 13 .
I due fratelli non erano né preoccupati né inquieti per la partenza, anzi erano curiosi e desiderosi d’intraprendere il viaggio. Anche a Ceprano furono consegnati gli indumenti ai bambini, portati diret-tamente dal Comitato di accoglienza della città di Parma. La mat-tina del 16 febbraio in piazza avvenne il raduno. Sistemati sopra i camion si avviarono alla stazione ferroviaria  di Ceprano.
Dopo i saluti, gli abbracci e le ultime raccomandazioni dei genitori i bambini salirono sui vagoni e, trepidanti e speranzosi, iniziarono il lungo viaggio verso il nord.
A Bologna venne sganciato il vagone che portava i bambini in provincia di Ravenna mentre quelli diretti verso Parma prosegui-rono arrivando, finalmente, alle 23 del 17  febbraio.
Alberto ricorda che l’arrivo a Parma fu molto caloroso. Alla stazione una folla di persone attendeva i bambini già da parecchie ore. Il sentirsi accolti in tale modo li rassicurò molto. Alla sede comunale si procedette all’assegnazione dei bambini alle famiglie.
Alberto fu affidato ai coniugi  Carlo e Vanda Rossi.
Carlo faceva il muratore presso il comune di Parma,Vanda era sarta costumista presso il Teatro Regio di Parma. Non avevano figli e accolsero Alberto prodigandogli amore e attenzione.
All’arrivo a casa gli fu fatto un bel bagno caldo e fu messo a dor-mire in un comodo letto.
La casa era situata al centro della città, per la precisione in via delle Grazie; gli altri bambini di Ceprano erano sistemati nelle case vicino. Alberto racconta che fu mandato a scuola e inserito nelle classi composte da bambini del luogo, e l’unica difficoltà riscontrata fu  quella di farsi capire dagli altri bambini per via del dialetto incomprensibile ai piccoli parmensi. Ma ci volle poco per integrarsi completamente.
Il distacco dalla realtà che aveva lasciato a Ceprano non fu scon-volgente né provocò nostalgia. La famiglia Rossi lo accolse con calore e lo colmò di attenzioni al punto che Alberto rimase a Parma non quattro, ma otto mesi.
Spesso si incontrava con i piccoli amici di Ceprano. Si davano ap-puntamento ai giardini pubblici e accompagnati da  adulti potevano giocare e rincorrersi, divertendosi come se la loro vita fosse stata sempre quella: spensierata e generosa.
Con l’arrivo della bella stagione venivano accompagnati sulla riva del fiume Parma dove potevano fare il bagno, sognando di nuotare nelle acque del Liri e giocando con l’acqua fino allo sfinimento.
Trascorso questo bel periodo, ritornò a Ceprano e per lungo tempo non ebbe notizie della famiglia Rossi, ma un pezzo del suo cuore era rimasto con loro e spesso il pensiero andava a coloro che lo avevano trattato così bene. Avrebbe voluto rivederli, ma per una serie di ostacoli rimandava sempre fino a quando non  si presentò l’occasione giusta.
Quando si sposò decise di fare il viaggio di nozze proprio a Parma. La moglie era alquanto restìa temendo che la famiglia Rossi si fosse dimenticata di lui e che non lo avrebbe riconosciuto, tuttavia decisero di tentare l’incontro.
Quando arrivarono di fronte alla casa di Parma e con titubanza suonarono il campanello, Vanda affacciatasi alla finestra fissò per un attimo le due persone e senza alcuna esitazione gridò: “ E’ tornato mio figlio “. La commozione fu grande e i festeggiamenti, nei quali  fu coinvolto anche il vicinato, si conclusero con  una se-rata al Teatro Regio.
Da allora, ogni anno Alberto e sua moglie andarono a trascorrere le vacanze a Parma tra la gioia e l’orgoglio dei coniugi Rossi. Grande fu il dolore per la loro scomparsa e Alberto si commuove mentre il suo racconto continua a snodarsi  come se i ricordi fossero riferiti a poco tempo prima.
Alla nostra domanda se ricorda qualche altro bambino partito con lui, risponde con sorprendente lucidità elencando con nome e co-gnome non solo i bambini che furono ospitati a Parma ma anche alcuni di quelli che andarono in altre città.
Secondo Alberto i bambini partiti da Ceprano e ospitati a Parma furono:Domenico Incagnoli, Luigi Bianchini, Bruno Teragnoli, Fau-sto ed Eugenio, Olga Cervoni, Bianca e Gina Ventura, Pietro Fra-schetti, Ezio Brait, Giuseppe De Luca, Mario, Angelo più una sorella.
Inoltre Arduino Lombardi, che rimane e studia da ingegnere e  Antonio, Renato e Mario fratelli di Arduino.
I gemelli Maceroni a Lugo furono ospiti di un salumiere e proba-bilmente vi rimasero definitivamente.
A Piacenza venne ospitata Giovanna Ventura.
Assunta Ricci, di Cassino, che abbiamo contattato attraverso An-tonio Mastrogiacomo, ci racconta dell’ospitalità ricevuta a Verona. Ovviamente, data la tenerissima età, Assunta non ricorda nulla della partenza, ma i ricordi si fanno più nitidi quando si riferiscono alla permanenza presso la famiglia, poiché la signora che l’aveva ospitata spesso le raccontava di quando era arrivata. In questo modo, venne a sapere di essere arrivata a Verona il sabato di Pa-squa ( 20 aprile). Per correttezza riportiamo tale ricordo, ma da una foto che abbiamo trovato sul quindicinale “ Noi Donne “ dove è ritratta con la madre, senza alcun dubbio possiamo affermare che la data di partenza è quella del 16 febbraio, ma ciò non esclude che possa essere arrivata a Verona successivamente. Ad Assunta è rimasto impresso il trattamento che la signora le riservò fin dal primo momento. La tenerezza e il calore ricevuti le permisero di non sentire la mancanza dei genitori.
Nella nuova famiglia Gomitolo-Paparella, senza figli, si trovò sem-pre benissimo e non le mancò nulla: dalle vacanze al mare o in montagna ai molti costosissimi giocattoli. Assunta rimase a Verona per 14 anni, frequentando le migliori scuole; ebbe come compagna la figlia del direttore della Mondatori.
Il signor Gomitolo era impiegato presso la Cassa di risparmio di Verona; la moglie, originaria di Rovigo, aveva quattro sorelle nubili e un fratello celibe che commerciava in abbigliamento. La famiglia possedeva diversi beni a Polesella dove era ancora in funzione l’ultimo ponte di barche sul Po.
Durante la sua permanenza  Assunta frequentò la chiesa in quanto i genitori “ adottivi “ erano ferventi cattolici.
Ritornata  definitivamente a Cassino, non dimenticò l’accoglienza ricevuta e continuò ad avere contatti costanti e calorosi.
La piccola Assunta era andata al Nord per l’influenza di due zii materni, militanti del PCI. In particolare fu decisivo l’intervento di Massimo Fanuele, dipendente del Genio Civile, che non permise ai genitori della piccola di rimanere intrappolati nei dubbi  causati dai falsi discorsi che annunciavano il trasferimento dei bambini in Russia.
Ad agosto del ‘67  Assunta si sposò e facendo tappa nel suo viaggio di nozze a Verona fu accolta in maniera  grandiosa.
L’affetto e l’amore verso questa famiglia sono rimasti immutati anche dopo la scomparsa dei coniugi Gomitolo-Paparella.
 
Capitolo IX. LA SOLIDARIETÀ ANCORA SI ESTENDE
Il primo viaggio ha avuto esito positivo; la complessa attività or-ganizzativa intrapresa nel frusinate e nel nord Italia ha funzionato.
I dati, inconfutabili, dimostrano la forza e l’attendibilità dei risultati: malgrado l’ossessiva campagna denigratoria, il 16 febbraio sono partiti 655 bambini provenienti da 32 diversi comuni.
Noi a tanti anni di distanza proviamo a fare un’analisi per poter individuare quale forza di contrasto possa avere avuto la campagna di allarme e paura verso questa iniziativa.
Tullio Pietrobono nell’articolo scritto su “ Il Popolano “ dal titolo  “Da Cassino a Pavia “ indica in 800 i bimbi partiti. Maddalena Rossi nella relazione del 3 marzo scrive invece di 655.
Siamo propensi a ritenere che la cifra indicata dalla Rossi sia quella esatta. “Il Popolano“ è il settimanale della federazione del PCI, stampato per essere letto da un vasto pubblico; la relazione della Rossi è a uso interno, sicuramente diretta alla direzione nazionale, pertanto deve essere precisa, accompagnata da  altre considerazioni che stiamo esaminando. L’articolo di Pietrobono ri-porta situazioni e fatti veri ma vuole anche incoraggiare l’impegno di chi è ancora attivo, così quel dato sta a significare che la ca-lunnia e la denigrazione non hanno raggiunto il loro scopo e si può andare avanti spediti. Il dato della Rossi  ci induce a pensare invece che le famiglie di 145 bambini  abbiamo preferito far rima-nere i figli a casa.
Intanto la complessa macchina organizzativa che sta svolgendo egregiamente il suo lavoro deve affrontare altre incombenze. Bi-sogna mantenere i collegamenti tra le famiglie ospitanti e le fa-miglie che attendono ansiose loro notizie. Purtroppo nella zona gran parte delle madri non sa leggere, quindi gli organizzatori devono adempiere anche a questo nuovo compito che consiste nel leggere le lettere in arrivo e nel rispondere, cercando di interpretare i sentimenti dei genitori. Inoltre è necessario continuare a spiegare e a tranquillizzare tenendo conto che  la campagna di menzogne e di denigrazione verso l’iniziativa rimane ancora insistente e insidiosa.  
Qualche riflessione sulla prima partenza. A tale proposito riportiamo la seguente testimonianza, documento ineccepibile per l’immediatezza oltre che per l’asprezza poiché scritto proprio in quei giorni:
“Come è naturale, la propaganda del clero è stata più intensa ed ha avuto maggiore efficacia là dove il Partito è più debole, là dove le devastazioni sono maggiori e la miseria più grande, come Cassino, Pontecorvo, Aquino, San Vittore. Suore e preti si sono mobilitati specialmente alla  vigilia del primo convoglio, e sono andati di casa in casa in un estremo tentativo perché il treno rimanesse deserto. Gli argomenti impiegati sono noti: i bambini sarebbero stati trasfe-riti in Russia, uccisi e torturati, oppure condotti ai lavori forzati. In particolare si insisteva su questa diceria: i comunisti terrebbero i bambini in ostaggio per ricattare i genitori il giorno delle elezioni. L’Abate di Montecassino stesso sarebbe sceso fra le rovine della città per esortare le madri a tenersi stretti i figlioli  come li avevano tenuti stretti sotto i bombardamenti, certe che la provvidenza le avrebbe aiutate “
Si, la campagna calunniosa  non conosce limiti tanto che proprio un giornale di Cassino, “Il Rapido”, all’indomani del primo viaggio scrive : ”Dobbiamo confermare che essa v’è stata e da parte di persone il cui grado non può far supporre ignoranza da pregiudizio ma interessata malafede. Ci rifiutiamo di polemizzare contro argomenti puerili e ci limitiamo soltanto ad una amara considera-zione: quanti coraggiosi, oggi, che ieri,  durante il fascismo non osavano neppure mormorare, diffamano e calunniano iniziative alle quali allora applaudivano, benedicendole finanche ”.
Alcuni organizzatori si trovano spesso a fare i conti con dubbi e problematiche che spesso non trovano una pronta soluzione. Vale la pena riportare una preoccupazione che assilla la dottoressa Pina Savalli, impegnata sul versante dei controlli sanitari,  che si è attenuta alle disposizioni date dal Comitato provinciale trattenendo i bambini ammalati di malaria. La Savalli, che ha accompagnato i bambini al Nord e si è resa conto personalmente della robusta rete di solidarietà esistente in quelle realtà, legge le lettere che arrivano e le sorge appunto il dubbio se è giusto non far partire i bambini malarici avendo direttamente verificato che le famiglie ospitanti, sin dall’arrivo, fanno visitare a proprie spese i bambini per poterli assistere nel migliore dei modi .
Non sappiamo come la dottoressa abbia risolto tale dilemma!
Ci chiediamo però: ci sono stati errori, superficialità o autosuffi-cienza anche all’interno del PCI?
Maddalena Rossi con la solita schiettezza fa un’autocritica:  “…mentre in tutta la provincia erano stati affissi manifesti indicanti i promotori dell’iniziativa del viaggio”  firmati dalle molteplici or-ganizzazioni che avevano costituito il Comitato per Cassino “… in pari tempo provvedevamo a far stampare questionari per l’iscrizione dei bambini, di netta esclusiva emanazione del nostro partito, nei quali non era fatto cenno del comitato che doveva re-alizzare la nostra iniziativa“.
Dopo aver ammesso l’ errore di non aver evidenziato la collabora-zione con le altre organizzazioni la Rossi conclude in modo amaro: “Questa impostazione avrebbe inevitabilmente ostacolato il reclutamento e prestato il fianco alla propaganda ostile del clero“. Critica anche la Commissione stampa e propaganda della federa-zione PCI di Frosinone:“Nonostante le mie insistenze, essa non è riuscita ( perché non se ne è occupata seriamente ) a far sì che la stampa locale parlasse della nostra iniziativa, per cui soltanto il nostro giornale provinciale ne ha parlato. Neppure il “Rapido “, giornale di Cassino, né “L’Unità “ di Roma hanno pubblicato in mi-sura sufficiente notizie e corrispondenze”.  E ancora: “ Il giornale della Federazione non ha messo nel giusto risalto a mio parere, l’aiuto dato da enti, associazioni e privati al nostro lavoro .“   Non bisogna infatti dimenticare la disponibilità offerta dal provveditore agli studi, dal prefetto e dal medico provinciale.
Altre disponibilità
Ma torniamo a esaminare il modo come si prepara la partenza del secondo viaggio, come la campagna di solidarietà per i bambini del cassinate non si esaurisce ma continua a estendersi :
“ A Trecate, in provincia di Novara, sabato 23 febbraio si è tenuta nella sala del consiglio comunale una riunione indetta dalle locali sezioni comunista e socialista insieme con il sindaco Bianchi, CNL, Udi, ECA  ed a rappresentanti dell’Industria. Si è deliberato di rac-cogliere sottoscrizioni, indumenti, viveri ma anche di ospitare bimbi nelle famiglie o in istituti locali. Per sviluppare tali iniziative si costituisce un comitato” .
A Novara, “… una riunione promossa dal Prefetto e che ha visto presenti dirigenti comunisti ed autorità religiose, si è impegnata a fare una vasta azione di informazione per far  conoscere la drammatica realtà del Cassinate. Inoltre la sezione comunista di Gozzano annuncia di aver raccolto coperte e 1000 lire ”.
Intanto al comitato provinciale  continuano ad arrivare altre ade-sioni e nuovi impegni. Li proponiamo così come siamo riusciti a conoscerli :
da Perugia,  il comitato locale fa sapere che sono stati predisposti cinquanta posti per i bimbi di Cassino presso Villa Urbani;
una famiglia di Perugia ( Giuseppe Castellini) e cinque  di Norcia (Usente Vannetti, Ernesto Marrucchi, Celeste Ruggeri, Giovanni Marignoli, Amedeo Cammerini) ospiteranno altrettanti  bambini;
il 21 febbraio il comitato provinciale di liberazione  di Perugia at-traverso il presidente avv. R. Montaperi autorizza la cassa di ri-sparmio di Perugia ad accreditare la somma di 100.00 lire a favore del Fondo assistenza bambini sfollati;
il 4 Aprile è l’ufficio provinciale statistico economico dell’ agricoltu-ra, attraverso il segretario Oreste Trotta, ad autorizzare un accre-dito di £ 100.000 a favore dei bambini sfollati;  
anche da un paesino sperduto della Francia, Montebeliard Doubs,  Agostino Buda, già segretario della federazione PCI di Frosinone,  fa sapere di aver raccolto 100.000 franchi ai quali ne aggiunge 10.000 personali .
Chi è Buda? Un comunista che è passato attraverso il carcere e il confino, prima  in Francia, poi in Spagna, a combattere nelle bri-gate internazionali. Ritorna in Italia e partecipa alla Resistenza. Viene inviato a Frosinone alla fine del 1944 e per più di un anno ne dirige la federazione. A dicembre del 45 ritorna in Francia per ricongiungersi con la famiglia.

L’attenzione della stampa
La campagna di solidarietà viene messa in evidenza anche dai giornali che non simpatizzano per la sinistra e fra questi ricordiamo “Il Corriere di informazione“ di Milano che può apparire una testata insignificante, ma copre quella ben più importante de “Il Corriere della sera“ che all’indomani della Liberazione era stato costretto a cambiare titolo per la complicità avuta con i nazifascisti durante la loro occupazione. I giornalisti però seguitano a scrivere sotto il nuovo titolo, sapendosi ben “riciclare“.
Articoli appaiono su questo giornale: il 10 febbraio”Soccorso ai fanciulli di Cassino”, il 12 febbraio “Soccorriamo i bambini di Cas-sino”; il giorno successivo un appello lanciato dal sindaco di Milano; il 26 si afferma che “…un  salvadanaio posto sul sagrato del Duomo raccoglierà offerte sino a domenica“; il 13 marzo si annuncia che il salvadanaio per i bimbi di Cassino  verrà trasferito a Porta Ticinese   .
Anche “L’ Avanti” del 24 febbraio annuncia  che “un salvadanaio verrà posto in piazza Duomo per i bimbi di Cassino “.

Elio Vittorini e il “ Politecnico”
A dimostrazione di come la questione di Cassino oramai abbia ac-quisito una dimensione nazionale, è interessante far conoscere la particolare attenzione che Elio Vittorini riserva alla provincia di Frosinone in due numeri della prestigiosa rivista di cultura “ Il Po-litecnico “. Nell’articolo del 16 febbraio del 1946 afferma :
“ …I contadini dell’Emilia hanno ora offerto di accoglierli nelle loro case. Ma bisogna vestirli, prestare le prime cure, pagare il biglietto, fare per essi quello che i padri farebbero ancora se avessero le forze …. prenderli per il collo e portarli in salvo. Chi vuole farlo a mezzo del Politecnico può versare a noi le offerte in denaro, in-dumenti e medicinali. Le pubblicheremo sul giornale e le trasmet-teremo al Comitato di soccorso che si è costituito anche a Milano. Ci rivolgiamo non soltanto agli Italiani; ci rivolgiamo a tutti coloro cui arriva il nostro giornale, in Svizzera e in Francia, oltre che in Italia ”.
In qualche numero successivo la rivista torna sull’argomento con toni diversi perché sicuramente messa a conoscenza delle avver-sità che l’iniziativa sta trovando nel cassinate
“Lo scopo della sottoscrizione che abbiamo aperta è dichiarato. Per noi questo non è estraneo alla lotta per la cultura. Ne fa parte. Come fa parte della resistenza avversaria, e della loro attività anticulturale, dire quello che dicono certi reazionari del Mezzo-giorno, preti e non preti, a proposito di questi stessi bambini per i quali non hanno mosso un dito in questi due anni. Dicono che scopo recondito dell’iniziativa presa in loro aiuto è di “mandarli in Russia”
Sempre a Milano  è in azione da tempo “Il Comitato per l’Infanzia di Cassino“, con sede in Corso Italia. Detto comitato è molto attivo e i risultati raggiunti nella sottoscrizione  sono più che soddisfacenti.
Viene anche predisposto uno spettacolo teatrale al Lirico e il rica-vato servirà per sostenere i bimbi del cassinate.
“L’Unità” il 2 marzo in cronaca nazionale riporta la foto del gigan-tesco salvadanaio posto in Piazza Duomo annunciando che giorno per giorno i cittadini verranno messi a conoscenza delle elargizioni fatte.

Capitolo X. PARTE IL SECONDO SCAGLIONE
In questo clima denso di impegni, solidarietà e  frenetico lavoro il 2 marzo parte, sempre da Cassino, il secondo scaglione.
Si ripropone, purtroppo,  uno scenario già visto il 16 febbraio a Sora. Questa volta a Monte San Giovanni Campano,dove l’arciprete non benedice i bimbi in partenza. Ironicamente “Il Popolano ” riporta la giustificazione mettendo l’accento sul fatto di non aver “ricevuto l’ordine dal vescovo “.
“L’Unità”  del 3 marzo scrive che il giorno prima “alle ore 17 alla stazione Termini è passato il treno con i bimbi diretti a Cervia, Macerata e Ravenna. Erano a salutarli i bambini della scuola ro-mana “Regina Elena“  che …hanno distribuito caramelle. Sono presenti la signora Nenni,  la signora Romita e Gisella Floreanini Della Porta, che il giorno prima si era recata a Cassino.”
“L’Avanti !”, sempre lo stesso giorno, precisa che il treno porta 1200 bambini che “distribuiscono altrettanti sorrisi“.
Per fedeltà al documento riportiamo la cifra ma i bambini che par-tono sono effettivamente 672 e provengono da 34 paesi .
Sempre dall’“Avanti!” scopriamo che fra i bimbi che partono c’è Rosa della Rovere, di Sgurgola, di 2 anni, portata in braccio da una crocerossina  “…..era come il simbolo della fiducia che lega tutti i lavoratori“. Leggiamo anche che l’UNRRA: “….. ha offerto la cena a tutti i piccoli:”…. Il lauto carro che faceva da dispensa aveva un cartellino scritto in inglese “ Gift “( dono) di Giorgi Fruit Corporation- Cefalù and New York. Il momento viene accompa-gnato dalle note di  “Santa Lucia lontana  “.
Da Ceccano partono per Merano due bambine: Memma Pallagrosi e Anna Cipriani. Quest’ultima ci racconta di un’esperienza vissuta in modo molto sofferto; la signora che benevolmente la ospitava  improvvisamente morì e il comitato di Merano la trasferì in un isti-tuto religioso peggiorandole immediatamente le condizioni di vita. Ricorda di non avere accettato la disciplina imposta, un insieme di regole assurde che non comprendeva, e di essersi ribellata alle tante  punizioni inflitte dalle suore. Non accettava di prendere a colazione l’olio di fegato di merluzzo, che riteneva disgustoso, e per ritorsione le venne vietato di fare colazione. Ma più si indispettì quando le suore con prepotenza le tagliarono i capelli davanti a tutte le coetanee. Il gesto quotidiano di farsi le trecce rappresentava per lei un rito pieno di significati  perché a casa lo faceva con l’aiuto della madre. Le suore  erano state crudeli e lei per reazione tentò di fuggire dalla finestra scendendo dal tronco di un albero. Il tentativo di fuga  fallì e con suo grande sconforto venne ripresa e per l’ennesima volta punita. Anna non sopportò ulteriormente il soggiorno nell’ istituto e ritornò a Ceccano prima che scadessero i quattro mesi. Alla stazione di Ceccano anziché i genitori (che non era stato possibile avvisare) trovò ad aspettarla Gasperino Barrale, un amico di famiglia e dirigente della sezione del PCI.  

A  Lugo
Massimiliano Paolozzi, un ricercatore di Roccasecca, ha scovato presso la biblioteca comunale di Lugo, in provincia di Ravenna, il settimanale “Il Compagno “pubblicato proprio a Lugo nel 1946. E’ il giornale della Sezione del PCI che domenica 3 marzo, giorno dell’arrivo dei bambini, titola un articolo “Solidarietà “con firma anonima N. Vi proponiamo, in parte, il testo:
“ Oggi, domenica arrivano da Cassino martoriata i figli del popolo, rimasto nella più squallida miseria in conseguenza della guerra fascista, che pure tanti lutti ha portato fra di noi e nelle nostre famiglie.
Accogliamo questi piccoli fratelli con tutta la nostra bontà, sì che essi ritrovino nelle nostre famiglie la loro famiglia, nel nostro amore ritrovino l’amore dei loro cari, che un triste destino allontana da loro, forse per breve tempo, forse per sempre.
Il Partito Comunista sempre alfiere nelle opere di bene, invita la cittadinanza lughese a mostrarsi degna della sua tradizione e del certo destino che luminoso già s’innalza, nel nome di quella uni-versale fratellanza che è verbo e sostanza e certezza di vita”.
Il treno annunciato arriva in ritardo a Lugo dopo un lunghissimo viaggio durato due giorni. Secondo Tullio Pietrobono  ”…i bambini arrivati alla Stazione dopo mezzanotte temettero proprio per le paure sentite nei rispettivi paesi, di essere veramente arrivati in Russia. La lingua del tutto sconosciuta ai loro orecchi incompren-sibile e ”straniera“….  Il paesaggio notturno alquanto squallido e desolato che si presentò ai loro occhi, con una inesistente illumi-nazione e con un solo lumicino che si scorgeva in lontananza  re-sero più triste e tenebroso il primo impatto con una realtà a loro del tutto sconosciuta .
I bambini che debbono soggiornare a Lugo vengono portati prima in Comune dove viene distribuito latte e cioccolato caldo, bibite, panini. Le famiglie dopo una lunga attesa possono finalmente portarli a casa, ma si fermano di nuovo davanti alla sede del co-mando polacco per immortalare il gruppo di bimbi con una foto , alle loro spalle appare un’insegna con la scritta “swietlica”, che in polacco sta a significare punto  d’incontro.
Per altri il viaggio prosegue in pullman  fino a Ravenna, con l’accompagnamento di Ida Siroli e Lella Berardi, e si concluderà alle quattro del mattino al Lido di Adriano .
Ma restiamo a Lugo per dare altre notizie. La cittadina ha 31.000 abitanti ed è  composta da un nucleo centrale e parecchie frazioni: Voltana, Campanile, Santa Maria di Cariago.
Paolozzi con la pubblicazione del numero del 3 marzo de “Il Com-pagno”ci ha dato l’idea che dovessero esserci altri numeri. Attra-verso il collegamento fra la Biblioteca di Lugo e quella di Ceccano, grazie all’impegno di Paolo Segneri,  siamo venuti in possesso di tutte le copie de “Il compagno“ uscite a Lugo fino al 2 giugno del 1946, pertanto attraverso tale pubblicazione siamo riusciti a sapere che i bambini della città di Frosinone presenti a Lugo risultano essere ventitrè .  
Tale notizia è esatta ma non completa perché non riporta le pre-senze nel territorio di Lugo di bambini provenienti da altri comuni della provincia di Frosinone, di alcuni dei quali siamo venuti a co-noscenza nel corso della nostra ricerca.
L’appello lanciato il giorno dell’arrivo a favore dei bambini è  ac-colto con serietà e partecipazione dalla popolazione. La solidarietà fra Nord e Sud è un tema sentito che appassiona e scuote le co-scienze.
Il comitato di accoglienza organizza un incontro per domenica 17 marzo fra i bambini e i soldati polacchi che stazionano a Lugo.
E’ una festa veramente sentita. Sono presenti tutti i militari facenti parte del corpo di spedizione che aveva combattuto a Cassino ma anche le autorità civili, politiche e religiose.
L’ avvenimento si conclude con un ricco rinfresco e con la distri-buzione di pacchi regalo a tutti i bambini .
La corrispondenza
Alla famiglia Randi che ospita il bambino Umberto Mafferri arriva una lettera scritta da Paola Fiorini, madre del bambino, spedita il 18 marzo. Sono espresse parole di gratitudine e non mancano  raccomandazioni e  giustificazioni :
“Perdonatemi se Umberto non si è presentato in un modo cosi decente, comprendete tutto il passato. Umberto era un ragazzo pieno di salute, ma, povero figlio mio, con tutto quello che abbiamo dovuto passare con quei barbari tedeschi è divenuto come voi lo avete visto. Per un anno, non vi nascondo avevamo dimenticato cosa significava pane, quindi ecco perché il mio Umberto è un po sciupato…
Mi perdona, se con questo mio scritto vi annoio, ma raccomando ad avere un occhio di riguardo per Umberto, che credo non c’è bisogno di avvertimento.
Non ciò parole per ringraziarla per quanto state facendo per mio figlio, ma il Signore vi restituisca tutto il bene che meritate. Saluti da mio marito Vincenzo Mafferri ”.
Abbiamo trovato un’altra lettera, spedita il 15 aprile, scritta dalla madre di Giovanni Paniccia e indirizzata a Ivo Cappucci.
“ …Io sono rimasta molto lieta nel sapere e nel vedere nella sua lettera che Giovanni ha incominciato veramente la scuola e spero la frequenti volentieri perché essa è oggi l’unico strumento per poter vivere. In questa lettera Lei mi mandava delle fotografie di Giovanni e della sua famiglia, di questo la ringrazio infinitamente. Queste fotografie, le quali sono molto belle, mi serviranno a mo-strarle alle canaglie che in questo paese esistono ancora, le quali non fanno altro che dire a noi madri di Frosinone e provincia che abbiamo mandati i nostri figli a soffrire e nello stesso tempo dicono che li porteranno n Russia…
In questa lettera mi metteva anche un ritaglio di giornale de “ L’Unità “ nel quale vedo che il nostro grande Partito Comunista è in maggioranza in tutta l’Emilia e specie a Lugo dove anche mio figlio Giovanni, molto orgoglioso nel sentire il grido della  bandiera rossa, si è potuto divertire facendo la sua grande manifestazione sopra i carri…
Rimetto i più sinceri saluti a lei ed alla sua famiglia, baci a Giovanni da chi sempre lo pensa.
Fiacco Grazia e famiglia”.
Un’altra lettera è spedita dalla sezione comunista di Voltana, fra-zione di Lugo, e indirizzata alla segreteria della federazione  del PCI di Frosinone. E’ molto significativa perché esprime una forte preoccupazione,  una necessità di tranquillizzare sulle condizioni dei bambini ospitati : “Vi comunichiamo che i bambini pervenuti dalla vostra provincia sono giunti nella nostra sezione alquanto suggestionati. Interrogati a proposito del loro timore verso di noi, essi hanno risposto che prima della loro partenza i parroci di di-verse località avevano svolto una vera campagna diffamatoria verso il nostro Partito.
Con questo fardello di calunnie a nostro svantaggio come unico bagaglio da loro posseduto, nei primi giorni della loro vita roma-gnola si dimostravano alquanto scontrosi verso gli ospiti; ma dopo pochi giorni di permanenza nel nostro paese essi hanno visto che i comunisti sono tutt’altro che dei lupi mannari e molti di essi manifestano già il desiderio di rimanere  in Romagna e coi comu-nisti. Le famiglie ospitanti fanno a gara fra loro per trattarli bene sia nel senso alimentare che nel vestiario, al punto che sono di-ventati quasi irriconoscibili: a proposito di ciò potremmo citarvi l’esempio della bimba Rita Siniscalchi di Monte San Giovanni Campano che ospite del compagno operaio Dino Coccoli è di già cresciuta 3Kg ”.
Le testimonianze
Le testimonianze che di seguito riportiamo si riferiscono alle espe-rienze vissute a Lugo e nelle frazioni limitrofe.
Siamo andati a Frosinone a sentire Luigina Di Sora  nella sua abi-tazione. Ci racconta con grande commozione di essere stata ospi-tata dalla famiglia di Andrea Abbasino ed Eufrasia Cicognani. Co-storo avevano due  figli: Giorgio e Lucia.
   
Inizia il suo racconto dagli avvenimenti precedenti la partenza al-lorquando una persona fece sapere alla sua famiglia che si stavano organizzando partenze di bambini da ospitare presso famiglie del Nord. La notizia venne accolta positivamente dai genitori di Luigina perché in famiglia c’erano cinque figli da sfamare, ma lei ricorda anche che non mancarono timori e incertezze dovute alla circolazione di strane voci, come ad esempio che in quelle località i comunisti dalle bambine ne ricavavano il sapone o le salsicce. Luigina afferma che anche quando si senti rassicurata continuò per molto tempo ancora  ad avere timore nell’entrare nelle macellerie. Ma a parte i tanti timori indotti, i ricordi che ci trasmette sono tutti bellissimi: l’accoglienza a Lugo con la tazza di cioccolato caldo che sorseggiava per la prima volta, il bagno, ma anche la tempestività con cui in una nottata lei venne preparato il vestito che indossa nelle fotografie e che orgogliosamente ci tiene a far notare. Non dimentica, inoltre, le feste, i giocattoli, la catenina d’oro ricevuta in dono e le corse in bicicletta, ma anche le cadute e le sbucciature sulle gambe e sulle braccia, alleviate dalle molte coccole ricevute. Insomma ricorda di essere stata trattata talmente bene da suscitare le gelosie di Giorgio, figlio naturale degli Abbasino.
Durante il periodo di permanenza i genitori andarono a trovarla.
Al ritorno a Frosinone le vennero regalati dei soldi che immedia-tamente depositò al sicuro.
Sempre a Frosinone andiamo a trovare Benedetto Piacentini, che fu ospite di Bruno Muccinelli e Clementina Dal Monte. Ricorda che costoro avevano tre figli e gestivano una officina Alfa Romeo. Ci racconta di essere tornato a Lugo dopo tanti anni e di essersi intrattenuto in un clima di grande commozione con i figli di Bruno, Marisa e Giovanni, ancora viventi.
Ci fa leggere la lettera di ringraziamento che suo padre aveva scritto qualche giorno dopo il ritorno a Frosinone, accompagnandola con una foto scattata proprio nella stazione di arrivo. Lettera e foto sono state gelosamente conservate dalla famiglia Muccinelli  per circa cinquanta anni e consegnate insieme agli altri ricordi il giorno in cui si sono rincontrati.
A Lugo erano inoltre presenti Lullini Luigi, Ezio Fontani, Franco Ceccarelli, i gemelli Maceroni, tutti provenienti da Ceprano , Ro-sanna  e Vincenzo De Luca sfollati a  Monte San Giovanni Cam-pano, originari di Atina .
Prima di completare tale ricognizione è utile definire come veniva percepita tanta generosità. Il prefetto di Mantova nella sua rela-zione mensile inviata al Ministro scrive “L’Udi e  il PCI hanno or-ganizzato la sistemazione temporanea di bimbi di altre  province disagiate presso le famiglie del popolo di questa Provincia: si af-ferma  da taluni che le famiglie offerenti alloggio e vitto ai figli del popolo siano sussidiate mensilmente dal partito comunista“.
La data è del 4 febbraio 1946, quindi non è riferita ai ragazzi di Cassino ma all’ospitalità data qualche mese prima ai bambini pro-venienti da Torino e Milano . L’anonimo informatore che aveva ispirato quella nota sicuramente non aveva molta dimestichezza con il significato di solidarietà né, forse, aveva avuto tempo e oc-casione per conoscere i sentimenti dei comunisti, pertanto  è  utile riprendere ed evidenziare come tale valore  venga concepito e realizzato a Lugo. Tale descrizione viene offerta da Ida Cavallini e Irma Siroli, dirigenti dell’UDI locale e protagoniste della campagna di accoglienza, che con concetti chiari e semplici riescono a dare un’ idea di quanto fosse sentita e praticata la solidarietà:
“Noi avevamo la dirigente provinciale dell’UDI che si chiamava I-vonne Fenati ed era bravissima. E stata lei a insegnarci a stare fra la gente. Venivamo anche dalla resistenza e non avevamo paura di andare in tutte le case a chiedere di contribuire alle nostre ini-ziative. E allora si raccoglieva, c’era la famiglia che era solidale e si stabiliva questo bellissimo rapporto, perché poi loro si affezio-navano a questi bambini come fossero stati loro. Noi ci facevamo avanti con un po’ di aiuto perché la miseria c’era insomma, c’era anche da farli curare, per certe cose non potevamo pretendere che facessero tutto loro. Noi abbiamo fatto solo il necessario. C’era un rapporto molto discreto.
Intorno alle famiglie si creava una rete di aiuto e solidarietà: l’organizzazione sopperiva alle carenze che ogni famiglia si trovava ad affrontare. Ognuno poteva dare una mano sentendosene parte. Quelle famiglie che ospitavano erano guardate come perle. Allora chi aveva una cosa da dargli, chi un’altra, c’era questo grande amore ”.
All’attento lettore possiamo ben dire che questo rapporto non è di “messa a libro paga“ come afferma l’ignoto informatore di polizia,  è tutta un’altra cosa: uno straordinario, corale sentimento realiz-zato non solo a Lugo ma in ogni realtà dove una famiglia acco-glieva un bambino.
 
      
Capitolo XI. A  Perugia
Dal cassinate, sempre il 2  marzo, partono 56 bambini per essere ospitati a Perugia, presso Villa Urbani. Il gruppo arriva a Foligno di sera  per  trascorrervi la notte e arrivare a destinazione il  giorno successivo. Fin dall’inizio  i bambini avvertono disagi e alcuni di essi scrivono ai loro genitori manifestando insoddisfazione per il trattamento che stanno ricevendo. Le lamentele arrivano a cono-scenza del Comitato di solidarietà per il cassinate  che decide subito d’inviare sul posto la dottoressa Pina Savalli.
Il risultato dell’ispezione è sintetizzato in un resoconto che abbiamo trovato presso l’Istituto Gramsci di Roma e lo proponiamo per intero:”A Perugia il giorno 3 marzo sono arrivati 56 bambini del cassinate. Il comitato di Frosinone li aveva consegnati il giorno prima a Foligno a quelli di Perugia.
Successivamente alcuni bambini ivi ospitati, e precisamente nella Villa Urbani di via 20 settembre, avevano scritto a casa loro la-mentandosi del cattivo trattamento. Per questa ragione sono stata inviata.
Appena giunta a Perugia mi sono fatta condurre dal compagno Comparozzi alla Villa Urbani per vedere di persona e prima di qualsiasi camuffamento della realtà.
Vi ho trovato 13 bambini di cui uno di passaggio.  
In più c’erano altri tre bambini ricoverati all’ospedale per tigna e malaria. Tutti gli altri erano stati affidati a famiglie. La villa è stata requisita per ospitare i bambini e contiene 53 letti.  Le stanze sono grandi e ariose e contengono una media di 6 letti meno una grande camerata che serve per il riposo pomeridiano.
I bambini erano molto puliti sia nel corpo che nella biancheria. Li ho interrogati singolarmente; i bambini hanno confermato le notizie datemi in precedenza sul vitto, che è più che sufficiente e razionale. La conferma l’ho avuta indirettamente in quanto molti di questi bambini io li conoscevo e me li ricordavo pallidi e macilenti mentre adesso sono ingrassati e coloriti.
La villa è tenuta da due maestre e da quattro inservienti.
Interrogando i compagni e il personale sono riuscita a capire per-ché avessero scritto quelle lettere: la domenica molte persone della città vengono a portarsi a pranzo i bambini del cassinate. I nostri  compagni li hanno affidati a chiunque e evidentemente queste persone caritatevoli hanno dettato ai bambini quelle lettere preoccupanti che avevano scritto, prendendo lo spunto della nostalgia dei bambini per la loro casa.
Comunque se a mio parere il trattamento nella villa è ottimo ho da rilevare che numerosi errori sono stati commessi dai compagni di Perugia:
1  La federazione di Perugia ha offerto 100 posti al comitato per Cassino senza averne neanche uno, in modo che i 56 bambini ar-rivati a Perugia sono stati messi nella villa non già come smista-mento, ma in attesa che spuntassero le famiglie private a richie-derli.
2  La federazione di Perugia  ha dato l’incarico dell’organizzazione al comitato provinciale di liberazione nazionale e non si è più oc-cupata della questione. La federazione credo non sappia neppure il numero dei bambini che sono arrivati. Il compagno Comparozzi ha avuto l’incarico di occuparsi della questione dal comitato di li-berazione nazionale. Comparozzi è riuscito a formare un comitato democratico a cui hanno aderito l’ l’UDI, il FG e il CIF che tre giorni fa ha chiesto di uscirne con l’unica ragione che aveva avuto l’ordine di non collaborare. La nostra compagna dell’UDI ha troppo da fare per occuparsene, cosi  non esiste in realtà un comitato ma è il compagno Comparozzi che fa tutto. Le sezioni di partito non sono state mobilitate per fare la propaganda per trovare famiglie dove ospitare questi bambini. Se alcuni compagni alla periferia fanno  qualcosa, questo è dovuto al fatto che i comitati di liberazione nazionale comunali hanno avuto disposizioni da quello provinciale, e i compagni che vi si trovano si sono messi al lavoro con energia.
L’UDI ha partecipato finora soltanto alle riunioni del comitato e non si è più preoccupato di fornire comitati di donne nei vari luoghi dove sono ospiti questi bambini per curare la corrispondenza e per fare partecipare la cittadinanza all’opera di solidarietà.
Perugia chiede altri 50 bambini, debbo inviarli ?
E’ impossibile che le lettere in questione siano state scritte dalla villa, perché i bambini le scrivono in giorni assegnati e le conse-gnano aperte alle due maestre, che sono l’una compagna e l’altra sorella del compagno Comparozzi.
N:B: Al momento di partire ho lasciato queste istruzioni provvisorie al responsabile della federazione di Perugia.
Caro Angelucci:
secondo me tre errori fondamentali sono stati commessi dal punto di vista organizzativo per quel che riguarda i bambini di Cassino:
1° La federazione cioè la segreteria deve sapere e controllare tutto quello che si fa per i bambini, e invece questo non avviene.
2° Bisogna stabilire delle ispezioni periodiche ai bimbi affidati alle famiglie.
3° Non sappiamo se possiamo inviare altri bambini ma occorre non ripetere l’errore fatto con il primo scaglione; occorre avere le famiglie ospitanti prima dell’arrivo dei bambini, in modo che la villa serva solo di smistamento, dove i bambini vi resterebbero il minimo indispensabile.
Beninteso i bambini alla villa stanno bene e quanto precede lo dico non in quanto i bambini stanno male ma perché nella linea del partito è di mandarli in famiglie private e poi perché il partito non deve diventare un Ente Assistenziale”.
Roma 6 Aprile 1946
Pina Savalli
Nei capitoli precedenti abbiamo accennato a Pina Savalli ed è giunto il momento di presentarla in maniera più completa perchè  fu donna di grande spessore. La Savalli è una pediatra proveniente da Roma, per la precisione dall’ospedale San Giovanni, e arriva a Frosinone l’otto febbraio, portandosi dietro l’esperienza vissuta insieme ad altre donne nell’organizzare le partenze dei bambini romani e dell’agro pontino verso la provincia di Modena. Ma chi è veramente questa donna che si precipita a Perugia, che ha facile accesso alla federazione del PCI, che rivela errori di impostazione e che assicura direttive senza essere contrastata da altri dirigenti del suo partito? Vogliamo precisare nei particolari la sua vita.
Nata nel 1915 e morta nel 2005, non potendosi iscrivere alla Normale di Pisa perché le disposizioni fasciste glielo impedivano in quanto donna, a 21 anni si iscrive alla facoltà di medicina della Sapienza a Roma. Nello stesso anno entra nel Soccorso Rosso, organizzazione che aiuta le famiglie di coloro che combattono per la difesa della Repubblica spagnola e per i detenuti nelle carceri fasciste. Nel 1937 aderisce al Gruppo comunista romano del quale fanno parte Sanguinetti, Natoli, Bufalini ed Amendola. Nel 1939 viene inviata a Tunisi da Lucio Lombardo Radice per contattare Amendola  (che colà si era trasferito), in merito all’accordo molto controverso e contestato fra Molotov e Ribentrov. Riesce a portare  a termine la delicata missione e nel 1943 è arrestata insieme al futuro marito, Aldo Sanna.
Dotata di carattere forte e volitivo e con alle spalle una ricca e  composita esperienza, Pina Savalli è in grado di condurre con  au-torevolezza e competenza l’iniziativa avendo chiaro in mente come far funzionare l’intera organizzazione.
Dei bambini che soggiornano a Villa Urbani abbiamo rintracciato telefonicamente Benito Amsdem, di Cassino. Egli ricorda di aver preferito rimanere all’ Istituto e non presso una famiglia, come gli era stato  proposto dal sindaco di Norcia.
Ci dice che, come altri bimbi, anche lui trascorreva le domeniche presso famiglie di Perugia e nel suo caso si trattava della famiglia Ramelli o della famiglia Coletti, proprietarie di una impresa di auto-trasporti.
Ricorda che rimase nell’Istituto per tutto il periodo, ovvero quattro mesi, che non ebbe da lamentarsi di nulla e che solo la nostalgia per la propria famiglia lo convinse a ritornare.

Da  “L’Unità “
Massimiliano Paolozzi ci porta a conoscenza di un  articolo privo di firma che vi sottoponiamo:
“Per chi da Umbertide si dirige lungo la strada Montonese, spe-cialmente in questi giorni primaverili, può ammirare un’immensa distesa di campi verdeggianti. In questi luoghi, i contadini di Um-bertide hanno voluto ospitare i figli della martoriata Cassino. Nel pomeriggio di una domenica con la bicicletta, lasciata la via prin-cipale, mi sono inoltrato per uno dei tanti viottoli che conducono il viaggiatore verso le case coloniche dove sono i bimbi di Cassino. Arrivo in un piazzale vicino ad un gruppetto di case, un gruppo di giovani sta giocando alle bocce mentre una schiera di bimbi sta (sic) attentamente osservando il giuoco.Mi fermo anch’io a osser-vare. Intanto uno dei bambini mi si accosta e dice: ... ‘Nun me ri-conosci?...’ È Luigino, uno dei bimbi ospitati, che accompagnai da Perugia ad Umbertide. Mi salta al collo e mi bacia... ‘È tanto che t’aspettavo’, esclama. Poi scende e girandosi per tutti i versi mi fa vedere il suo vestitino (sic) nuovo, compiacendosene. Mi intrat-tengo a lungo con lui, ma ad un certo momento ecco che scappa e ritorna con dei quaderni per farmi vedere i suoi scritti. Finito il nostro colloquio mi accompagna a trovare gli altri. Gli stessi ab-bracci, le stesse effusioni (sic). Quando siamo soli faccio loro cenno di fare silenzio. Ho una buona notizia: in settimana verranno i vostri genitori a trovarvi! Descrivere la gioia e le espressioni di quei bambini è una cosa molto difficile. Domenica sarà di nuovo fra loro e li porterò al cinema. Sulla strada del ritorno mentre la bicicletta divora la strada pianeggiante, ripenso a quello che hanno fatto per questi piccoli i nostri contadini che con essi hanno voluto dividere il pane.”  
Non sappiamo se l’altro scaglione al quale accenna la Savalli, de-stinato a Perugia, sia mai partito. Non abbiamo trovato prove di-rette, possiamo però ipotizzare che ciò sia avvenuto poiché per il treno dell’ultimo ritorno, di cui scriveremo più diffusamente , è prevista una fermata a Foligno per raccogliere i bimbi provenienti da Perugia .
Aggiungiamo che dai documenti esaminati nell’Archivio di Stato di Roma siamo venuti a conoscenza che Villa Urbani alla data del primo luglio 1947 ospitava ancora bambini di Cassino. La notizia è confermata da una sollecitazione inviata dall’UDI di Perugia alla presidenza del consiglio dei ministri, nella quale si chiede un ulte-riore finanziamento per seguitare a ospitare i bambini evitando così ”il forzato ritorno a tanta miseria ”.

Capitolo XII. PARTE IL TERZO SCAGLIONE
Ritornando alla situazione di Cassino vogliamo farvi conoscere le impressioni del giornalista  A. Panicucci  
“Donne, uomini, bambini sono tutti gialli, gli occhi febbricitanti, la pelle stirata sulle ossa. Vivono tutti quanti ammassati in certe stanze ricavate nelle grotte, una porta fuori e qualche branda dentro. Altri vivono nelle casette prefabbricate dal Ministero per l’Assistenza post bellica, ma la parola casetta non deve dare l’idea di una vera e propria abitazione.
La popolazione vive là dentro in qualche modo, dieci, quindici persone per ogni locale, in promiscuità spaventosa. Le lenzuola sono ignorate, la pulizia non è che un evanescente ricordo dei tempi passati.
Gli uomini e le donne passano le giornate sdraiati sulle brande a tu per tu con l’altalena della febbre, due giorni impazziscono con la febbre a quaranta e dieci stanno lì disfatti ad aspettare il prossimo attacco. Nessuno cerca di curarsi, nessuno vuol saperne di darsi da fare, con un lavoro qualsiasi. Attendono tutti il sussidio, le poche lire che può dare il governo, e lo attendono come un diritto, lo chiedono con quella noiosa insistenza tutta meridionale, lo pretendono con la sicurezza di poter vivere chissà per quanto tempo alle spalle del resto d’Italia. Fra questa tragica incompren-sione vivono i bambini piccoli e smunti, quelli che ancora hanno un babbo e una mamma e quelli che non hanno più nessuno e vivono come piccoli cani randagi per la campagna e per i monti del Cassinate, un giorno qua ed un giorno là. Mangiano gli avanzi di qualcosa che trovano lungo la strada e quel poco che lasciano gli autocarri passando e vestono le giacche strappate e piene di san-gue tolte ai soldati morti o qualche vecchia coperta da campo chiusa davanti con uno spillo di sicurezza ”.
Di fronte ad una descrizione  che mette a fuoco una realtà ag-ghiacciante la campagna contro l’iniziativa dei bimbi non si ferma ma continua ad andare avanti con accanimento e cinismo.

I bimbi di Paliano a Varese
Il 30  marzo parte il terzo scaglione del quale siamo riusciti a rico-struire alcune presenze e relative esperienze che di seguito ripor-tiamo.
Dei bambini di Paliano che partirono per Varese siamo riusciti a rintracciarne quattro: Pasquale Proietti, ora residente a Supino, Ezio, Maria ed Antonia Proietti, tutti appartenenti alla stessa fa-miglia.
Le notizie che  riportiamo ci sono state fornite  da Antonia che siamo riusciti a contattare attraverso Pietro Suppi e ad ascoltare telefonicamente.
Secondo Antonia, durante la guerra la sua famiglia aveva vissuto nelle grotte. Fu il medico Coletti a diagnosticarle  la malaria e a convincere sua madre a far partire tre dei sei figli.
Antonia ricorda la partenza dal paese, la presenza del sindaco Giannetti, del calzolaio Suppi, di Adele Carrieri, donna in quegli anni molto popolare per aver combattuto nella resistenza e per aver liberato dal carcere di Paliano alcuni prigionieri sovietici .
Ricorda i tanti concittadini  in piazza il giorno della partenza, il clima di festa, il canto “bandiera rossa” e poi il camion che li condusse a Colleferro o, forse, a Roma.
La sorella Maria, più piccola, prima contenta di partire, durante il viaggio incominciò a piangere e perse così il cartellino di identifi-cazione. La piccola  durante i quattro mesi si trovò tanto bene che alle proposte della famiglia ospitante di restare per sempre, dette una riposta positiva. Di questa scelta, Maria non si è mai pentita. In seguito si è sposata, vive a Varese e ha due figli.
Antonia, invece, fu ospitata da un falegname che aveva una figlia e da poco tempo aveva perso un figlio, vittima di un residuato bellico. Tutti andavano spesso al cimitero per ricordarlo. I pensieri verso questa famiglia sono belli e teneri ma Antonia ci racconta che in seguito fu allontanata, forse perché il comitato di accoglienza aveva ritenuto che il falegname fosse troppo povero e  inadeguato a fronteggiare la situazione. Venne così assegnata a un istituto religioso gestito dalle suore. La sua situazione a questo punto peggiorò notevolmente: poco cibo, rimproveri continui, capelli tagliati corti, punizioni corporali. In quelle settimane l’unico grande sollievo le veniva dalla visita del falegname e dalle passeggiate fatte insieme. La sensazione di gioia e conforto che Antonia provava nelle visite domenicali era un sentimento condiviso da tutti i bambini ospiti nei vari istituti. Infatti a questi bimbi era permesso ricevere visite dalle famiglie residenti che si erano messe a disposizione per trascorrere con loro le domeniche. Immaginiamo con quanta trepidazione e contentezza aspettassero quel giorno per essere portati fuori dall’istituto e riassaporare un clima familiare.
Antonia ancora ricorda la sofferenza manifestata dal padre al suo ritorno a casa, nel vederla notevolmente dimagrita.

I bambini di Ceccano a Oleggio e ”la battaglia del pane”
Con il terzo scaglione del 30 marzo, da Ceccano partì Mario Di Vico. Ora vive a Nettuno. Consultato telefonicamente, ricorda con molta chiarezza non solo la data di partenza dello scaglione ma la precarietà dei ponti attraversati e i lavori di ricostruzione visti alla stazione di Bologna. Ha ben presente l’arrivo a Milano, la  presenza delle crocerossine e la sua permanenza per 15 giorni in un istituto milanese che con molta incertezza chiama “Alfredo de Vecs”. Dichiara che tale soggiorno non fu piacevole. Poi affrontò un lungo e faticoso viaggio su di un camion dove soffrì molto il freddo fino a quando non arrivò a Trento, nella frazione di Matterello, dove venne ospitato dalla famiglia di Massimo e Carmela Boller. La sua condizione cambiò notevolmente in meglio. Costoro avevano due figli: Aldina, di 24 anni, già staffetta partigiana, e Armando, molto più piccolo. Il capofamiglia faceva il trasportatore. Arrivato a Matterello, Mario immediatamente venne rivestito di indumenti caldi. I suoi pensieri più belli riguardano la qualità del vitto, le gustose mangiate insieme alla famiglia che l’ospitava, la scoperta di  nuove amicizie  e il clima di genuino affetto.
Sempre con il viaggio del 30 marzo, da Ceccano partirono tre gruppi, muovendosi da diversi rioni:
il primo si avviò dalle vicinanze del monumento ai caduti, e, se-condo Maria Sandra Pizzuti, è qui che la madre Esterina affidò lei e il fratello Romolo nelle mani di Maria De Bernardo che sarà l’accompagnatrice del viaggio. Partirono anche Annunziatina Protani e il fratello Pietro, Vincenzina Diana, Vincenzo Carlini, Agnese De Marzio, Giovanni Rinaldi e la sorella Vincenzina, Maria Rosaria Bibi .
Dalla località “Rifugio”, alla stessa ora, ma nella parte inferiore del paese  e sempre a piedi, si incamminò il secondo gruppo formato da Leo Felice. Francesco Malizia, Mimmo Di Mario e  la sorella Luigina, Camillo Masi e la sorella Cecilia. Luigina Di Mario ricorda che essendo la più piccola venne presa in braccio da Mario Piroli, un dirigente molto attivo della sezione PCI e suo vicino di casa,  per arrivare tutti  fino alla Stazione di Ceccano.

Con l’aiuto di Luciano Natalizi, dirigente dello SPI, veniamo a co-noscenza che presso il piazzale della stazione erano presenti e già pronti per la partenza i quattro fratelli Arduini ( Armando, Remo, Giuseppe ed Angelo), provenienti dalla contrada di Colle Leo. Fa-cevano parte di una numerosa famiglia composta di undici figli.
Il treno portò tutti a Milano. Secondo Camillo Masi, arrivati a Milano tutti ebbero la possibilità di fare una doccia e vennero ben assistiti. Romolo Pizzuti  invece ricorda che rimasero a Milano per 15 giorni in un istituto, successivamente vennero portati a Oleggio, un paese di 14.000 persone, in provincia di Novara. In questa città erano già presenti Antonio e Lorenzo Carlini, partiti con il primo scaglione.
Tutti i ceccanesi che arrivarono con il terzo scaglione a Oleggio furono ospitati presso Villa Trolliet, un istituto di assistenza ai mi-nori di proprietà del comune di Milano.
I giudizi di gran parte di quelli che hanno vissuto l’esperienza in questo istituto risultano discordi. Alcuni, come Giovanni Rinaldi, Angelo e Giuseppe Ardovini e Camillo Masi, ritengono di essere stati trattati bene: la colazione veniva servita con  pane bianco e latte e caffè, i piatti in cui mangiavano non erano di metallo ma di ceramica, durante la ricreazione avevano a disposizione dei gio-cattoli, si studiava all’interno dell’Istituto e la domenica si usciva a passeggiare lungo il Ticino, a volte in compagnia di famiglie che si erano messe a disposizione. Per Romolo Pizzuti, invece, il regime interno era da caserma, tanta durezza e pene corporali,  artefici le suore che gestivano l’istituto.  Riconosce che con altri bambini fece un tentativo di fuga non riuscito per tornare a casa,  così come ammette di aver fatto qualche atto vandalico. A proposito dei giocattoli precisa che furono scoperti in seguito alla rottura violenta di una porta che li conduceva in una stanza dove ce n’erano in grande quantità, e solo dopo questo episodio  furono messi a disposizione dei bambini. Pizzuti ricorda anche di aver giocato molte volte al campo sportivo dell’istituto, di avere fatto settimanalmente la doccia.
Felicetto Leo ricorda di avere sofferto di nostalgia, il pensiero permanente riguardava la sua famiglia, la sua casa. Indipenden-temente dal fatto di essere trattato bene o male, chiese al padre di venire a riprenderlo prima della scadenza dei quattro mesi.
Maria Sandra Pizzuti e Luigina Di Mario ricordano di un grande scontro avvenuto  nella sala del refettorio in seguito alla loro de-nuncia, espressa a voce alta alla suora di sorveglianza, di aver trovato i vermi nella minestra. Come risposta la suora rifilò un so-noro schiaffo a Luigina esigendo che si mettesse in ginocchio.
Il brutale episodio rivolto verso la bimba più piccola del gruppo non passò inosservato anzi provocò una reazione subitanea. Il resto dei ragazzi provando sentimenti di tenerezza e solidarietà inscenò “la battaglia del pane “. I promotori della rivolta furono i bambini di Castrocielo,  tra i più grandi e turbolenti, che salirono sui tavoli scagliando verso le suore presenti il pane e tutto ciò che trovarono a portata di mano.
Il giorno dopo arrivò il sindaco che accertate le cause mandò via le suore e le sostituì con personale laico che, a detta degli intervistati, risultò più umano e comprensivo.


Capitolo XIII.  SI DISCUTE NEI COMITATI NA-ZIONALE E PROVINCIALE
Qualche giorno dopo la partenza del terzo scaglione il Comitato nazionale di Cassino per la rinascita delle zone devastate si riunisce alle 17 del 2 Aprile presso il ministero dell’assistenza post- bellica in Roma. La discussione è ampia e riguarda molti punti .
Si parte da una ricognizione riguardante la situazione dell’infanzia in Sicilia ove, secondo il giudizio della dottoressa Palumbo del suddetto ministero, è “veramente tragica”, sia a Palermo che a Messina, Trapani e Caltanisetta. Il dottor De Bonis, sempre del ministero assistenza postbellica, illustra la situazione riguardante la città di Potenza dove esistono locali vuoti che potrebbero essere utilizzati , di Pesaro dove già sono stati istituiti quattro asili, e per il Lazio annuncia la prossima apertura di un convalescenziario per fanciulle e donne per cui si adatterà la Villa Doletti in Marino. Si discute e si prospetta la necessità di acquisire dati statistici precisi e certi circa i collegi esistenti e quelli da allestire, e il numero dei bambini da ricoverare.
In particolare, per quanto riguarda il problema del cassinate ,il commendatore Carrettoni fa presente che le disponibilità in cassa ammontano a lire 569.000 e nello stesso tempo ipotizza la possi-bilità di segnare una compartecipazione( 60%) agli utili della lot-teria nazionale a favore del Comitato Cassino. Si discute anche della possibilità di utilizzare l’INAT, ente artistico e teatrale, per ricavare, attraverso spettacoli ben mirati, risorse finanziare.
Dalla discussione più specifica su Cassino riportiamo una verbaliz-zazione che evidenzia equivoci e inevitabili egoismi :
“ La signora Venturini comunica che a Cassino è sorto un malcon-tento e pare che vi sia una protesta perché il Comitato Nazionale ha in programma di aiutare anche altre zone devastate.
A questo proposito essa si riserva di chiarire l’equivoco, parlando con un rappresentante di Cassino“.
Tale era l’azione distruttrice della guerra, tale il bisogno mai sod-disfatto delle esigenze più elementari da far prevalere il disinte-resse verso quello altrui.
Bilancio consuntivo provvisorio
Qualche giorno dopo, per la precisione il 6 aprile, a Frosinone si riunisce Il Comitato provinciale di solidarietà per il cassinate nel  palazzo della provincia. All’ ordine del giorno è posta la discussione del bilancio provvisorio  di cui siamo in possesso. E’un datti-loscritto composto da 8 pagine, su fogli quadrettati. Manca la data ed è privo di intestazione.  Risulta analitico e minuzioso nei dettagli perché vengono passate al setaccio tutte le spese: dal costo dell’inchiostro all’acquisto della candela o della benzina fino alla spesa per i telegrammi di cui si conoscono perfino le destina-zioni.
La relazione finanziaria, illustrata da Pietrobono, si riassume nelle seguenti cifre:
Entrate £1.471.605 e fra queste il contributo di £250.000 lire della provincia di Frosinone.
Somme da riscuotere, inviate dal Comitato di Milano, £ 1.000.000.
Debiti: £ 1.200.000 verso le ferrovie per tre viaggi effettuati; £ 100.00 verso la FIOT per acquisto indumenti; £30.000 vari.
Uscite £1.062.924
Attraverso il dattiloscritto è possibile ricostruire anche la presenza nella nostra provincia di delegazioni  di vari comitati di accoglienza riscontrate  attraverso  il pagamento di colazioni , caffé e pasti consumati presso la trattoria Stella di Frosinone. La trasparenza delle spese permette di comprovare l’arrivo in provincia di membri dei Comitati di accoglienza ogniqualvolta si prepara un viaggio. Alla data corrispondente al Bilancio risultano esserne arrivati otto provenienti da Mantova, Pavia, Sesto San Giovanni, Varese, Stra-della, Cervia, Firenze, Milano. In provincia arrivò anche il comitato di Parma, come risulta dalla testimonianza del sig. Incocciati di Ceprano, e che non risulta nel bilancio perché non gravò sullo stesso ma si sostenne autonomamente.La presenza dei membri di accoglienza nei luoghi di partenza risulta essere di fondamentale importanza per migliorare l’organizzazione, l’arrivo e la proficua sistemazione dei bimbi. In questa relazione compare anche che per il comitato di Cassino il comitato nazionale mette a disposizione un’ automobile, le cui spese vengono minuziosamente registrate ( acquisto carburante, riparazione pneumatici ecc, nonché lo stipendio per l’autista,un certo Onelio Maione).
Dalla relazione sul primo consuntivo di bilancio riusciamo anche a conoscere che le donne che accompagnano i ragazzi nel primo vi-aggio, di cui scrive Pietrobono nell’articolo “ Da Cassino a Pavia”, provengono da Roccasecca .
E’ indubbio che le spese relative al noleggio dei mezzi per tra-sportare i ragazzi nelle relative stazioni ferroviarie e per lo spo-stamento dei rappresentanti del comitato tra Roma e le  altre lo-calità rappresentano l’uscita principale, con pagamenti effettuati a favore delle ditte  Sodani, Iannone, Bracaglia, Gabrielli, Grandi, Riti, De Marchi, Celletti.
Continuando ad analizzare le spese di trasferimento ci rendiamo conto che i bambini partiti nei tre viaggi  non provengono solo dai paesi che abbiamo già citato ma anche da Colfelice, Fiuggi, Fontana Liri, Colle San Magno, Ferentino, Arce, Atina, San Giorgio a Liri.
Infine le spese inerenti alla partenza ( confezione bracciali per il servizio d’ordine, servizi fotografici di Fanfera,  manifesti ecc. ) occupano una parte limitata delle uscite.

Le mamme in visita ai bambini
Sempre nella seduta del 6 aprile il Comitato stabilisce che  il 16 aprile partirà una delegazione di madri che andrà  a visitare i bambini partiti con il 1° scaglione del 16 febbraio, ospitati nelle città di Prato, Pavia, Parma e San Remo .
Troviamo una traccia molto significativa in una intervista rilasciata qualche settimana dopo dalle mamme al ritorno dalla visita:
”Le decine di mamme tornano oggi tranquille e felici perché hanno visto con i propri occhi, hanno vissuto sia pure per qualche giorno soltanto la nuova vita dei piccoli cari”.
E ancora, da parte di Pestitti Maria e Palazzi Rita a R. S. sicura-mente Renzo Silvestri:” Noi che avevamo i nostri figli a Pavia ci siamo distaccati dal resto della Delegazione a Genova e giunti a Pavia siamo stati ricevuti alla Stazione dal Comitato di solidarietà di quella città. Ci hanno messo a disposizione delle macchine e con esse e per tre giorni non abbiamo fatto altro che  visitare i numerosi bambini dei nostri paesi. Vedesse che roba!
Non si riconoscono più tanto sono belli! Tutti ben vestiti, grassi e coloriti in viso! E come parlano bene!“
Poi la domanda necessaria, quella, forse, decisiva, con la risposta che sicuramente il cronista vuol sentire:
“Potete smentire la calunnia vergognosa che tanti irresponsabili nei nostri paesi, hanno voluto diffondere per gettare il panico fra le mamme; quella che ad essi si sarebbe insegnato ad odiare la famiglia e soprattutto la religione? “
“Smentire ? altro che! Dovete sapere che quasi tutti i bambini hanno fatto la prima Comunione e la Cresima. I miei non l’hanno potuta fare fino a oggi ma la faranno verso la metà di maggio”
“ E gli altri bambini come stanno? Cosa potete dire alle loro mamme? “
“ Abbiamo qui le liste di bimbi visitati da noi due. Possiamo dire alle mamme di stare tranquille. I bimbi sono ospiti di buone famiglie che li curano con grande affetto”.  
Ma ritornando alla seduta del comitato veniamo a conoscenza che  il vicesindaco di Milano, Sanna, nel corso di una visita nel nostro territorio ha annunciato che il comitato di Milano non invierà più a Cassino risorse finanziarie raccolte (di cui abbiamo precedente-mente scritto), ma le stesse verranno utilizzate per pagare gli isti-tuti religiosi dove soggiorneranno i bambini .

Maddalena  ROSSI è richiamata a  Roma
Nel periodo successivo alla seduta del 6 aprile l’attività cosi ope-rosa del Comitato sarà privata dell’impegno di alcuni membri chiamati a svolgere altre funzioni..
E’ il caso di Enrico Giannetti, segretario del comitato e della fede-razione del PCI, eletto sindaco a Paliano. Le sue precarie condizioni fisiche determinate negli anni precedenti dai continui spostamenti, dall’esperienza vissuta in carcere e dalle continue privazioni mai opportunamente curate si sono aggravate e lo costringono a ridurre la sua attività.
Maria Maddalena Rossi è richiamata dalla sede centrale del PCI per esser candidata all’Assemblea Costituente nella circoscrizione di Verona, Vicenza, Rovigo, Padova.Quando abbiamo presentato la Rossi ne avevamo indicato solamente l’esperienza realizzata nell’ottobre del 1945, l’impegno nel trasferire insieme con altre donne 5.000 bambini poveri di Torino e Milano presso altrettante famiglie mantovane ed emiliane, trascurando di corredare la sua biografia con altri dati più significativi. Nata nel 1906, si laurea in chimica presso l’Università di Pavia, aderisce al PCI nel 1937 e nel 1942 è arrestata, processata, inviata al confino nel comune di Sant’Angelo in Vado in provincia di Pesaro. Liberata nel 1943 e inviata in Svizzera, viene richiamata nel 1944 a Milano, sotto l’occupazione nazista, per far parte della redazione clandestina de L’Unità. Personaggio dotato di grande capacità e doti organizzative sarà oltremodo difficile rimpiazzarla.
Anche Linda Puccini, impegnata nel comitato di Cassino sin dal mese di gennaio, riduce notevolmente la sua attività perché can-didata per l’Assemblea Costituente nella circoscrizione laziale.
Si verificano, dunque, alcune perdite importanti che verranno in-tegrate da Giacomo Barbaglia e Agostino Buda, quest’ultimo ri-chiamato urgentemente dalla Francia. Costoro però tenderanno a rafforzare più l’attività del partito per le elezioni che la campagna a favore dei bimbi di Cassino.

Si prendono ancora altri impegni
Intanto continuano ad arrivare altri sostegni per ospitare i bimbi di Cassino: “In seguito all’interessamento di questa federazione l’amministrazione Provinciale di Teramo ha deliberato di mettere a disposizione del comune di Cassino cinque posti presso l’istituto provinciale per l’assistenza all’infanzia per la durata di un anno, onde permettere il ricovero di altrettanti bambini da un anno a tre anni di quella città, preferibilmente minori illegittimi.
Al sindaco di Cassino è stata già data comunicazione.
Da parte nostra stiamo provvedendo alla istituzione di colonie marine lungo il litorale di questa Provincia, nella quale un buon numero di posti verrà riservato ai bambini di Cassino e di altri centri  distrutti della zona ”.
Altre generose disponibilità provengono da Reggio Emilia dove le organizzazioni dell’Udi sono state impegnate ad accogliere 2.250 bambini provenienti da Milano sin dal 16 e 18 dicembre 1945. Per i bambini di Cassino non vengono annunciate nuove ospitalità ma “ …si è provveduto alla raccolta o direttamente in denaro e viveri, o attraverso lotterie e pesche. Il raccolto, considerato il contributo dato già precedentemente dalla nostra popolazione, è stato di-screto: vi alleghiamo copia della raccolta in denaro e in natura .

Capitolo XIV. BAMBINI IN PROVINCIA DI SIENA E PARTENZA DEL IV  SCAGLIONE
Ritorniamo alla discussione del 6 aprile quando nel Comitato di solidarietà per il cassinate viene annunciata  la partenza del  quarto scaglione che avverrà alla metà di aprile e raggiungerà  alcuni comuni delle province di Siena e Ascoli Piceno.
Con molto rammarico non siamo stati in grado di trovare riscontri sulla presenza di bambini in provincia di Ascoli Piceno.
Per quanto riguarda invece l’ospitalità in provincia di Siena prima di andare  avanti è necessario fare una premessa. Nel corso della ricerca abbiamo ricevuto il sostegno e l’ apporto di tanti amici che attraverso i loro collegamenti ci hanno permesso di entrare diret-tamente non solo in contatto con testimoni diretti degli avvenimenti ma anche con documenti che hanno contribuito ad arricchire il lavoro.
L’aiuto che ci ha fornito Nisio Pizzuti è stato prezioso perché non si è limitato a ricercare le notizie a Isola del Liri, dove per molti anni è stato uno stimato amministratore del comune , ma è andato oltre permettendoci di entrare in contatto con Fortunato Fusi di Poggibonsi che, a sua volta, ci ha presentato Italo Pasqualetti,  Mauro Frilli e il professor Aldo Di Piazza dell’Istituto Storico della Resistenza di Siena. Con questa trama di relazioni abbiamo potuto sviluppare la nostra ricerca e descrivere in maniera più precisa le situazioni e gli avvenimenti accaduti in quelle realtà.
In provincia di Siena i centri che ospitarono i bambini della pro-vincia di Frosinone sono: Chiusi, San Gimignano, Poggibonsi, Colle di Val d’Elsa, Abbadia San Salvatore.
A San Gimignano Italo Pasqualetti, già sindaco della città, sentito telefonicamente, si limita a dirci che il padre Ugo  ospitò un bam-bino di cui ricorda solamente il lungo e accorato pianto nel mo-mento in cui venne a conoscenza di dover ritornare a casa.
A Poggibonsi arrivarono invece  ragazzi provenienti da S. Donato Val di Comino,e fra questi Luisa Mazzola che secondo i ricordi del fratello Donato si trovò tanto bene che dopo il ritorno a casa, ogni estate, ripartiva per trascorrere le va-canze presso la famiglia che l’aveva ospitata.
Dino Rufo fu ospite di Treves Frilli, sindaco del paese e attivo or-ganizzatore con l’UDI locale delle varie fasi dell’accoglienza. Il fi-glio, Mauro, contattato telefonicamente,  ci dice che Dino è emi-grato in Olanda e che l’ultima volta che si sono incontrati risale a venti anni fa.
Sempre attraverso Mauro sappiamo che il padre, nato nel 1910, fu arrestato il giorno prima di partire per andare a difendere la repubblica spagnola. Venne confinato a Siderno Marina. Durante la resistenza fu partigiano combattente e su di lui venne messa una taglia. Dopo la guerra divenne sindaco e mise su una distilleria di grappe che dava lavoro a cento operai
Ma l’avvenimento  interessante che merita di essere riportato è che l’amministrazione comunale di centro-destra di Siderno Marina nel 2006, per ricordare le alte doti umane che Treves Frilli profuse agli abitanti del luogo durante il periodo del confino, gli ha dedicato una strada e indetto un convegno.
Il Professor Aldo Di Piazza, dell’istituto della resistenza di Siena, ci ha fornito due importanti contributi: una pubblicazione dell’Unione Donne Italiane di Siena, riguardante la città di Colle di Val d’Elsa e la possibilità di entrare in contatto con Salvo Piccinetti, di Abbadia San Salvatore.

Ospitalità a Colle  Val D’Elsa
La pubblicazione dell’UDI  redatta nel 1990 è titolata “Le ragazze colligiane degli anni  40 raccontano“. E’ stata curata dall’ Archivio dell’Unione donne italiane di Siena.
Essa riporta le iniziative avviate subito dopo la guerra a favore dell’infanzia prima  dall’UDI e solo successivamente dal comune stesso: dall’asilo alla biblioteca, ai laboratori artigianali, alla scuola per infermieri, all’assistenza domiciliare. Fra queste iniziative c’è anche quella riservata all’accoglienza dei bambini provenienti dalla provincia di Frosinone, anzi nello scritto occupa un apposito capitolo. Appaiono a tale proposito interviste dei protagonisti di quell’ epoca: Fedro Valentini, Tullia Mori, Varna Bucci. Inoltre ci sono interviste e testimonianze di bambini della provincia  di Fro-sinone rimasti a Colle: Giuseppina Ferri di Castelliri, Francesca Lama di Frosinone, Giovanni Trochei di Pofi. La pubblicazione for-nisce anche fotografie riguardanti Franco Longo, di Pofi, ospite della famiglia Peccanti; i fratelli Edoardo e Gabriele, di Castelliri, il primo ospite della famiglia di Fedro Valentini, il secondo di Danubio Benini; i fratelli Germano e Benito Fargnoli, il primo ospite della famiglia Panti Leoncini, il secondo della famiglia Bruni.
Per quanto riguarda i bambini che arrivarono a Colle di Val d’ Elsa veniamo a conoscenza, attraverso un verbale dell’Udi del 21 mar-zo,che essi furono presenti in quella realtà sin dal primo viaggio. Infatti gli organizzatori, in attesa dello scaglione successivo, pre-disposero “di far fare ad ogni calzolaio un paio di scarpe per ogni bambino poiché i piccoli del secondo scaglione saranno mal vestiti e mal calzati“
La pubblicazione dell’UDI, dunque, ci permette di ricostruire i momenti più importanti di quella iniziativa partendo proprio dall’arrivo delle donne di Colle a Cassino per accompagnare i bambini.
“L’UDI provinciale aveva messo a disposizione una decina di per-sone, di cui ricordo solo il nome  di Mary Ferrini. Partimmo per recarci in quel paese più colpito del nostro dalla guerra e dalla miseria, e quando arrivammo vedemmo uno spettacolo di distru-zione e di macerie che ci sconvolse profondamente. Eppure tro-vammo la forza e l’entusiasmo per sorridere e abbracciare questi piccoli, sorreggendoli per salire sul treno”.
Questa è la fotografia della situazione di Cassino. Ma esiste anche la testimonianza di una realtà limitrofa cosi come si legge in questa intervista:
D. «Quali furono le tue impressioni alla partenza dal tuo paese e al distacco dai tuoi familiari»?
R «Malgrado lasciassi il babbo e alcuni fratelli e sorelle (mia madre era morta) non provai particolari impressioni, data la mia età ( quattro anni ) Anche ora non so con precisione quando sono nata perché il mio paese, Castelliri, fu incendiato e distrutto e tutti i documenti andarono perduti».
A conferma della situazione esistente in provincia di Frosinone ri-portiamo le seguenti testimonianze
«..ci chiamavano di Cassino ma in realtà i più erano di altri paesi, io per esempio ero di Frosinone.
….. Qualcuno ci aveva detto che dopo averci portato via con noi ci avrebbero fatto il sapone. La paura non era poca cosa ma Tullia ci consolava e ci spiegava cosa sarebbe successo in realtà.»
Ma ancora più dettagliata e significativa è la testimonianza di Gio-vanni Trochei «…..e avevamo problemi di sopravvivenza, molti di noi, me compreso, eravamo affetti di febbre di malaria, che cura-vamo con il chinino.
In queste condizioni la prospettiva di andare via significava per noi la salvezza, pensavamo già che dove si sarebbe andati, si potesse mangiare a volontà e vestirsi in modo decente.
I miei genitori pur con profondo dolore decisero di mandare me e mio fratello più piccolo, con una raccomandazione che non ci sa-remmo dovuti staccare uno dall’altro.
L’organizzatore al mio paese ( Pofi, FR) di questa immigrazione fu la locale sezione del Partito Comunista Italiano, con allora segre-tario il maestro Dante Florenzani  il quale assicurò tutti i genitori che saremmo andati in buone mani, in casa di famiglie per bene.
Queste assicurazioni furono essenziali in quanto ci fu propaganda da parte di forze reazionarie che dicevano che in mano ai comunisti avrebbero fatto di noi sapone, oppure bruciati in forno»
Si, ancora una volta si ripropongono testimonianze che ricordano scenari apocalittici e di vera diffamazione: i bambini uccisi per farne del sapone. Un filo nero, un ritornello sempre amplificato in ogni angolo della provincia di Frosinone.
Per evidenziare lo stato d’animo e le paure dei bambini,riprendiamo con l’intervista a Giuseppina Ferri:
D.«Che cosa ricordi del viaggio fino a Colle ?»
R. «Ricordo che eravamo molti bambini e bambine ammucchiate in un vagone merci. Durante il percorso si affacciò sulla porta di un vagone un uomo che a me sembrò un abissino, tutto nero, e disse a tutti noi: “Andate, andate dai comunisti, in Toscana, con voi ci faranno il sapone”Io ero terrorizzata».
Anche Giovanni Trochei mantiene l’attenzione sul viaggio disagiato: “La partenza avvenne nel pomeriggio del 26 marzo 1946, viaggiammo tutta la notte in vagoni sprovvisti di luce, ricordo che persone addette alla nostra custodia avevano lampade a mano, eravamo 56 ma non tutti di Pofi, alcuni erano di paesi vicini.”        Torniamo alla sorpresa, all’ incredulità di chi venne a Cassino a svolgere il compito di accompagnare i bimbi alle nuove destina-zioni. “Nel viaggio giocavamo con loro per calmarli, riscaldarli ( era d’inverno) e per distribuire i primi viveri ed assicurare le prime cure. Negli occhi di questi bambini v’era tanto smarrimento perché provati da una guerra lunga ed atroce. I più grandi parlavano in dialetto e noi ci sforzavamo di capirli. Ci domandavano con molta curiosità se era vero che volevamo farci il sapone come era stato detto loro da varie persone prima della partenza .Cercammo di rassicurarli e di  convincerli che questa era una grande menzo-gna.”
Vediamo come fu il viaggio. La Ferri ha già anticipato che si svolse su un treno merci. La notizia sicuramente è vera. La stessa Pina Savalli in una sua testimonianza conferma che ci fu qualche viaggio effettuato con treno merci “…si viaggiò da Siena a Colle su un vecchio camion lasciato dai tedeschi, mezzo sfasciato, seduti per terra, i bambini piangevano disperatamente, vomitavano, si attaccavano ai vestiti. Il più piccolo si chiamava Pasqualino, aveva solo due anni e mezzo, era figlio di un partigiano morto, lo presi in braccio e lui mi abbracciò, mi chiamò mamma, mi riempì di baci.”
Lo scenario cambiò completamente quando si arrivò a Colle. Tro-chei così lo descrive “Arrivammo a Colle di Val d’Elsa la mattina del 27 marzo. Erano ad attenderci molte persone, fummo accom-pagnati ai bagni pubblici, dopo aver fatto il bagno e rivestiti con altri abiti ci condussero al Teatro del Popolo per fare l’assegnazione alle famiglie.”
Esiste un’altra dichiarazione, questa volta dalla parte degli ac-compagnatori, che sostanzialmente conferma la descrizione pre-cedente “Arrivammo a Colle, in Piazza Arnolfo davanti alla casa del Partito vi erano tanti colligiani ad aspettare, comprese le famiglie che avevano chiesto di poter prendere un bambino, ci aiutarono a scenderli. Li presero in braccio e cercavano di far capire loro quanto li avrebbero amati. Ci avviammo così verso i bagni pubblici che erano stati preparati per fare un bagno caldo e ristoratore a quei piccoli corpicini. Erano tanti, a me sembra che fossero ses-santotto, ma eravamo ben attrezzati, per questo ci fu per tutti il necessario per vestirli e calzarli nel migliore dei modi, tanto che quando uscivano dai bagni erano pressoché irriconoscibili, A questo punto andammo presso la Casa del Popolo e in un grande salone era stata allestita una gustosa colazione, una tazza di latte con il cioccolato e tante gustosissime brioche, colazione offerta dal bar Garibaldi, in segno di solidarietà e affetto nei confronti dei piccoli ospiti“132
A questo punto c’è un momento delicato, pieno di ansie e di paure da parte dei bambini: l’affidamento alle  famiglie
Riprendiamo l’intervista a Giuseppina Ferri
«Al tuo arrivo a Colle cosa avvenne ?»
«Trovammo ad accoglierci le donne dell’Udi di Colle, altre donne erano venute a prenderci a Castelliri ed avevano viaggiato con noi. Ci portarono in una grande sala. C’era tanta gente e tanta confusione fino a quando si avvicinò Letizia Gonnelli, quella che ho sempre considerato la mia vera sorella e mi abbracciò. Fu un momento unico che ricorderò per sempre.»
Francesca Lama descrive l’arrivo in questa maniera:«Io mi rifiuta-vo di andare con qualcuno, volevo restare lì, piangevo e tiravo calci a chi si avvicinava. Poi venne una signora; mi disse che si chiamava Maria mi invitò a casa sua dicendomi che ci sarei rimasta fin quando volevo. Subito mi tranquillizzai, quella signora mi aveva dato fiducia. Conobbi il marito; si chiamava Gino e subito vollero che  li chiamassi zio e zia. Zio Gino lavorava al Comune ed aveva una casa dove non mancava niente.»
Trochei racconta in maniera più dettagliata tutta l’esperienza vis-suta a Colle di Valdelsa:«Io fui assegnato alla famiglia Senesi Ar-mando, e mio fratello alla famiglia Borghini ( di Camerino, un po-dere della zona di Collalto ).
Ci mettemmo a piangere, non volevamo dividerci, infatti le due famiglie, visto che non ci davamo pace, decisero di prenderci in una sola famiglia, di tenerci insieme e ci prese entrambi la famiglia Senesi” )
La pubblicazione ci permette di conoscere anche esperienze suc-cessive ed è lo stesso Trochei che ci racconta altri particolari.   “Durante il periodo di permanenza, 13 mesi circa, la famiglia Senesi ci ha mandati a scuola e a mio fratello è stata fatta fare la 1° Comunione”.
Rientrati a Pofi nella tarda primavera del 1947, dopo alcuni mesi di permanenza siamo ripartiti per Colle e siamo stati ancora ospitati dalla famiglia Senesi. Nel periodo 48-58 ho lavorato come garzone-cavatore-camionista. Dal 1958 lavoro come autoferrotranviere. Nel 1957 mi sono sposato con Olga, componente della famiglia Senesi, da cui ho avuto due figli.»
Anche la seguente narrazione, cosi come quella di Francesca Lama, permette di comprendere meglio l’ ospitalità ricevuta e come essa si sia potuta sviluppare in modo permanente.«I miei zii ed io facemmo del tutto perché potessi restare ed alla fine ci riuscimmo. Sono andata a scuola, ho fatto la comunione e la cresima. Mi sono poi fidanzata e quando abbiamo deciso di sposarci  un male incurabile lo ha  portato via il 1 maggio 1964. Mi sono sposata successivamente ed ho avuto una figlia. Qualche anno fa  abbiamo perduto anche zia Maria. Con mio marito e mia figlia l’abbiamo assistita fino all’ultimo”.
L’ ultima testimonianza che riportiamo resa da una colligiana, che noi abbiamo trovato fra le accompagnatrici arrivate a Cassino, completa  l’insieme dei racconti perché mette in evidenza come veniva organizzata e sostenuta l’accoglienza nelle famiglie e rie-voca sentimenti e rapporti che il tempo e la lontananza non hanno lacerato.
“…… le famiglie si andavano a trovare e si provvedeva alle neces-sità che si presentavano volta per volta, alcuni furono ammalati ma anche in questo frangente non mancarono né amore e né cure, ci fu un continuo contatto con le famiglie a cui i bambini si stavano affezionando ogni giorno di più. Quando arrivò l’ordine di partire solo sei rimasero con i genitori adottivi, chiamiamoli pure cosi perché realmente lo furono. Questi bambini fanno ora parte della nostra cittadinanza e vivono felicemente con le loro famiglie.
Non posso tacere un particolare tenerissimo, alcuni mesi fa suo-narono alla mia porta, io mi trovai davanti a un giovane con un mazzo di fiori bellissimi in mano, io gli domandai chi era e chi mandava quei fiori, lui mi guardò e mi disse: “… come non mi ri-conosci? Sono un ragazzo di Cassino!“
E’ vero, era uno di loro che si chiamava Nanni ci abbracciammo e si pianse insieme. Si parlò di quel passato tristissimo che affratel-lava però la gente in un legame di amore e lui parlava, si ricordava di tanti particolari e anche a me ricordò tante cose. Mi disse: Tullia ti ho ricordato con grande affetto. Mi disse tra l’altro che ero stata io a mettergli le prime scarpe ai piedi e si rimase così commossi che la tanta commozione ci stringeva la gola “.

Ospitalità ad Abbadia San Salvatore
Le notizie che riportiamo relative ad Abbadia San Salvatore sono state interamente raccolte da Salvo Piccinetti, pensionato, già minatore presso il monte Amiata. Da lui abbiamo potuto arricchire la nostra ricerca sapendo anche i nominativi dei partecipanti al comitato orga-nizzatore.
Ne fanno parte sette persone  e fra queste tre donne, di cui Giu-seppina Naldi in Piccinetti, madre di Salvo e responsabile dell’Udi. Il lavoro paziente e complesso portato avanti da Salvo ci ha permesso di individuare i nominativi di 45 famiglie ospitanti   fra cui la sua. Tale notizia va accompagnata anche da tre precisazioni: il dato è parziale perché le presenze furono certamente superiori e l’indagine di Salvo va ancora avanti; le famiglie ospitanti appartenevano al ceto operaio, minatori; la maggior parte dei bambini proveniva da Isola del Liri.
Ad Abbadia sono presenti Franco Antonellis e Gaetano De Cristofaro insieme ad altri bambini di Isola del Liri non ben identificati. Fra le bambine ospitate in questa realtà e provenienti da Isola Liri c’è A-driana Matteo. Il nostro amico Nisio Pizzuti ne ha raccolto questa te-stimonianza che riportiamo interamente:«Ancora vivo è il  ricordo del mio soggiorno trascorso alla fine della seconda guerra mondiale ad Abbadia San Salvatore ( SI) ospite della famiglia Tondi Igino e la moglie Santina.Partii da Isola del Liri insieme a tanti altri bambini con l’organizzazione di un apposito comitato cittadino di cui faceva parte anche la signorina Maria Pisani, la quale ci accompagnò durante il viaggio in treno da Frosinone ad Abbadia, mentre da Isola del Liri a Frosinone venivamo accompagnati da un camion. Giunti ad Abbadia venimmo affidati alle rispettive famiglie che ne avevano fatto richiesta. I signori Igino e Santina molto si prodigarono nei miei confronti per non farmi pesare la lontananza dai miei genitori. Mi fecero dono di tanti giocattoli e bambole ma il regalo più gradito fu un triciclo in ferro con ruote di legno, lavorato dal signor Igino e che portai a casa al mio ritorno. Nonostante le attenzioni che i coniugi Tondi avevano continuamente per me soffrivo per la mancanza dei miei genitori, tanto che dopo otto mesi di soggiorno sentii forte il bisogno di fare ritorno a case.I rapporti con la famiglia Tondi non sono mai cessati, tant’è che abbiamo continuato a sentirci telefonicamente ed a vederci qualora si fosse verificata una circostanza ( festività, ricorrenza, ecc. ). Quello che ancora mi emoziona è l’aver saputo che il mio lettino non è stato né rimosso né adoperato: è ancora lì. Da grande sono stata sposata con il Dott. Vanni Miacci con il quale ho avuto quattro figli, oggi tutti affermati professionisti. Attualmente sono Presidente della Clinica “ Casa di Cura S. Teresa “ sita in Isola Liri ( FR)»


Capitolo XV. PARTENZE VARIE CON DATE NON DOCUMENTATE
Le partenze dei bambini verso il Nord sono avvenute in sette scaglioni. Alcuni di questi bambini pur avendo chiari i momenti di vita vissuta, non sono stati in grado di ricordare la data della loro partenza. Intendiamo  proporre per intero i loro ricordi e le loro esperienze.
Antonio Notari di Sora venne ospitato a Nibiola,in provincia di Novara. Lo accolse in casa Mario Marelli , calzolaio. Non era sposato e viveva con la madre. Antonio ricorda di essersi trovato bene e di aver frequentato la scuola. Fra le organizzatrici delle partenze da Sora era impegnata la madre, Linda Lilla.
Ernesto Cossuto ha raccolto i ricordi di Vincenzo Giuseppone, suo barbiere. Costui ricorda che era sfollato a Fontana Liri e che la sua famiglia venne a conoscenza dell’ iniziativa presso la Casa comunale e che con molta gioia colse tale opportunità.
Vincenzo partì con un treno diretto a Ravenna. Fu ospitato da una famiglia che gestiva un bar e abitava in una villetta.
Frequentò la scuola e dopo i mesi previsti tornò a Fontana Liri por-tando con sè un paio di pattini, regalo della famiglia che lo aveva o-spitato. Successivamente tutta la sua famiglia ritornò a Cassino ad abitare in una baracca, nel rione San Silvestro Vecchio.
Da Sgurgola invece, partirono bambini diretti alle province di Ravenna, Pavia e  Pesaro. Attraverso  segnalazioni ricevute  da Ivano Alteri siamo riusciti ad individuarne dodici.   
Silvio Bellardini partì con la sorella Assunta. A casa erano sei figli e la madre era vedova. Un frammento dei suoi ricordi , che reputa tra i più belli, è l’atmosfera di allegria legato al momento della partenza verso la stazione di Frosinone quando nella piazza del paese si presentò il camion abbellito da molte bandiere rosse che con il loro allegro sventolio erano portatrici di buon auspicio. Durante il viaggio che lo porterà a Ravenna, per soddisfare la sua curiosità di vedere quanto più possibile, trascorrerà molto tempo affacciato al finestrino del treno per cui all’arrivo soffrirà di un forte dolore all’orecchio tanto da essere condotto in ospedale dove verrà curato. Arrivato, la prima cosa che potè fare fu un bel bagno caldo, atto a lui del tutto nuovo e che non riuscirà più a dimenticare.
Sempre secondo le nostre ricerche partirono da Ceprano per San Lo-renzo in Campo, paese di 3.500 abitanti in provincia di Pesaro, cinque bambini: Iole Bianchini, Luigi e Vincenzo Gazzellone, Caterina e Valeriano Redolfi.
Abbiamo già dato notizia del nostro incontro a Cassino con Attilio Cellucci. Lo riprendiamo per scrivere che Attilio  ci riserva una vera, gradevole sorpresa. Esce dal suo appartamento per tornare subito dopo accompagnato da una coppia di vicini di casa. Ci presenta Donato Mazzola, figlio di Benedetto, originario di San Donato, e Malta Pesaduro, di Cassino, da tempo felicemente coniugati, e ambedue ospitati in tempi  e luoghi diversi da famiglie del Nord.
Donato  partì con i fratelli più grandi Rocco e Cesidio e andò prima a Legnano poi a Milano.
Malta era di Cassino, abitava in località Colosseo, un insieme di ba-racche costruite alla meno peggio per ospitare i senza-casa.
Ma procediamo con ordine, anche se le notizie e i ricordi dei due tendono a intrecciarsi e e a sovrapporsi.
Donato ricorda bene che qualche giorno prima della partenza, come accadeva in altri paesi, a casa sua, in Vicolo Maggiore, si presentarono delle donne ignoranti e grette che frequentavano la chiesa e strumentalizzando il nome di Dio cercarono di allarmare la famiglia dicendo quello che oramai era divenuto un perfido ritornello e che comunque molto spesso colpiva nel segno: i bimbi andranno in Russia e ne faranno del sapone. Ma Donato ricorda anche quello che la madre rispose “Qui i nostri figli morirebbero comunque, dunque lasciamoli andare, almeno hanno un’opportunità di salvezza”
I bambini di San Donato arrivarono prima a Legnano poi vennero trasferiti a Milano dove furono assegnati alle famiglie.
Donato ricorda:
“All’epoca avevo sei anni. A Milano noi bambini potevamo scegliere le persone che avremmo voluto ci ospitassero.
Tra i presenti mi si avvicinò una bella ed elegante signora che mi chiese se volevo andare a casa sua. Rimasi sconcertato di fronte a questa signora truccata con belletto e rossetto. Non ero abituato a vedere donne così acconciate! Mi guardai intorno e lo sguardo si posò su una semplice donna vestita di nero dall’atteggiamento triste e dimesso ( successivamente verrò a sapere che il figlio partigiano era stato ucciso in combattimento). Di colpo non ebbi alcun dubbio: rifiutai  l’invito della signora”elegante” e con il dito indicai l’altra donna, quella vestita in nero. Oggi ripensandoci ritengo che fu una decisione alquanto coraggiosa ma  l’aspetto dimesso della donna fu determi-nante perché mi riportava  alle familiari immagini delle donne  che avevo lasciato al paese ed in quel posto dove tutto per me era nuovo, quella visione mi era familiare e mi infondeva conforto e tranquillità.
Il mio grande desiderio però appannava qualsiasi altro pensiero: do-vevo al più presto appagare quel senso di fame che da molto tempo mi portavo dietro. La permanenza in casa della donna vestita di nero procedeva normalmente ma un tipo come me sempre con una fame insaziabile,non si sentiva del tutto soddisfatto. Anche se regolari i pasti  erano però monotoni, sempre le stesse cose: latte e riso.
L’organizzazione era talmente capillare che si cercava di coinvolgere qualunque persona fosse in grado di  contribuire ad allietare la per-manenza dei bambini al Nord.
In quel periodo un giovane di San Donato Val di Comino faceva il mi-litare a Milano, lo chiamavano Garibaldi e durante le sue ore di libertà faceva il giro delle famiglie che avevano ospitato i bambini per capire se venivano trattati bene o se avevano delle richieste da fare.
Un giorno il giovane capitò nella casa dove ero ospite ed io confidai a Garibaldi che il mangiare non mi mancava ma era sempre lo stesso.
Il giovane  fece rapporto agli organizzatori e cosi venni trasferito nella famiglia che ospitava mio fratello.
Anche qui però la permanenza fu breve perché io a sei anni, in seguito alla drammatica esperienza della guerra, facevo ancora pipì a letto e siccome dormivo con mio fratello, ogni mattina  ci alzavano tutti bagnati .La famiglia temendo che di notte prendendo freddo ci ammalassimo, non potendo risolvere il problema in altro modo,decise di mandarmi via.
Il caso volle però che questa volta venissi ospitato proprio in casa di quella bella ed elegante signora che all’arrivo si era resa disponibile ad ospitarmi. La signora non aveva figli ed il marito aveva una piccola industria di biciclette. Abitavano in una villa con un bellissimo giardino.
Fui subito accolto con molto affetto e trattato benissimo Avevo mol-tissimi giocattoli e mi sentivo finalmente appagato perché il cibo era sempre vario e abbondante e poco dopo smisi anche  di fare pipì a letto. Vi rimasi  per un anno ed al ritorno a San Donato fui accompa-gnato dal marito della signora perché fino alla fine costoro speravano di potermi adottare.
Arrivati al paese mio padre si mostrò molto distaccato e disinteressato a questa proposta e non mi permise di ritornare a Milano”.
Malta Pesaduro non ricorda con precisione con quale scaglione partì, aveva 6 anni, ipotizza che da Cassino sia stata trasportata con il ca-mion fino a Frosinone.
A casa erano sei figli. Con lei partì anche il fratellino più piccolo, A-lessandro. I genitori avevano cucito sui loro vestiti un foglio con la scritta che non dovevano essere divisi. E cosi fu. Vennero ospitati a Bovolone in provincia di Verona. Malta ricorda che furono trattati be-nissimo e che la famiglia che li ospitava ogni tanto inviava pacchi  di viveri e indumenti a Cassino. Rimase tre anni a Bovolone, andò a scuola sentendosi ben integrata.
A questo punto del racconto ci consegna anche una copia dell giornale, “Il Lavoratore“, settimanale della federazione del Pci di Verona che in data 2 giugno 1946 la ritrae in prima pagina, insieme al fratellino Alessandro, ambedue  sorridenti e paffutelli.
La didascalia sottostante riporta: “Ecco come i comunisti distrug-gono la famiglia“
Altri due fratelli e la sorella Rosa successivamente andarono a Prato, ospitati da una famiglia benestante che oltre a trattarli bene mandava a Cassino pacchi contenenti tessuti.
Malta ci mostra una foto di Rosa all’epoca della permanenza a Prato: una bella ed elegante ragazzetta che indossa un cappottino con risvolti di pelliccia bianca, segni evidenti di un vivere in una condizione  agiata e piena di premure.

Da Ceccano partono Gigino Ferri e  Vincenzo Funari.
Da Ceccano partirono per Bolzano Vincenzo Funari e Gigino Ferri. Sentito telefonicamente, Vincenzo Funari ricorda solamente di es-sere stato trattato bene, ospite di una signora senza marito e senza figli. L’unica difficoltà l’incomprensione della lingua che era il tedesco.
Gigino ricorda di essere partito con Vincenzo Funari, e di aver ri-cevuto dal Comitato locale di Ceccano dei calzoni alla zuava e una bella giacca che lo resero felice. Arrivò con il treno fino a Merano e qui incontrò Alessio Pegoraro che lo fece salire sul suo calesse e lo portò, dopo una lunga corsa, fino a casa. Alessio era in pensione, forse era stato un maresciallo dell’esercito perché nelle vicinanze della sua abitazione c’era una caserma e qui, giornalmente, Gigino andava  a prendere il”rancio”per il cane di proprietà del suo ospitante.
In casa viveva anche la figlia di Alessio, Ornella, molto più grande di Gigino  che da lei si sentiva da lei compreso e protetto.
Con piacere ricorda che dopo qualche anno dal suo ritorno a Cec-cano, mentre lavorava da apprendista-barbiere, la signora Ornella attraverso un ceccanese che faceva il militare a Bolzano gli inviò dei soldi, segno che non lo aveva dimenticato.
Mentre gran parte degli intervistati ammette di avere avuto una responsabilità nell’ oblio verso le famiglie ospitanti, Gigino Ferri in più occasioni ha cercato di rintracciare la famiglia che amorevol-mente l’aveva ospitato, ritornando perfino in  via Penecal 1 di Bolzano, dove la famiglia all’epoca dei fatti abitava, ma invano.
Si è sistematicamente informato, è andato più volte all’ufficio a-nagrafe del Comune, ma purtroppo non è riuscito ad avere notizie. Non si è mai stancato di ricercare e solo a metà del 2010 ha potuto mettersi finalmente in contatto con Ornella, nel frattempo trasferitasi a Rovereto.
Attraverso Ernesto Cossuto e Oreste della Posta , amici comuni, in un bar antistante la piazza del comune di Cassino incontriamo Peppino Gentile.  E’ accompagnato dalla moglie, che assiste in si-lenzio ma  pronta a intervenire nei punti essenziali della conver-sazione. Ci racconta  che la madre  apprese la notizia dell ‘iniziativa da un cognato barbiere, Nicolino, un vecchio militante antifascista. Maddalena Rossi, presente in quei mesi a Cassino, nelle sue memorie racconta che nei primi contatti stabiliti con la popolazione ebbero un ruolo rilevante proprio i vecchi militanti antifascisti che in quel momento erano ascoltati e credibili. Alla domanda se ci furono pressioni per sconsigliare la partenza Gentile con un po’di commozione ci dice: «Non ricordo nulla perché all’epoca avevo solo otto anni. Ricordo invece quello che raccontava mia madre che pur di tenere lontano i figli dal pericolo della malaria e degli ordigni bellici, che come è noto stroncarono molte vite umane, non dette ascolto a certi suggerimenti. Per una madre che doveva badare a ben otto ragazzi il più grande dei quali aveva appena quattordici anni, il problema principale era quello di tenerli lontani dal pericolo»
Peppino partì da Cassino con uno scaglione ad aprile o maggio perché le fotografie della partenza che abbiamo a disposizione rappresentano bambini in tenuta estiva di cui fanno parte lui e i fratelli Augusto e Salvatore.
Ai tre Gentile si aggiungono sei cugini: due figli del barbiere Nico-lino, Antonio e Adriana, altri quattro figli del fratello Santino, Sal-vatore, Rosa, Concetta e Maria.
Peppino ricorda il treno pieno di bambini, le fermate a ogni sta-zione, le bandiere rosse, il latte caldo somministrato, il clima di festa riscontrato ovunque:«Alla stazione di Prato, dove si respirava un ‘atmosfera sempre festosa e carica di premure, scendemmo  un centinaio di bambini per salire su dei camion che partirono in direzioni diverse. Il nostro si fermò dopo pochi chilometri in una realtà composta di poche anime chiamata La Briglia,  lungo la valle del Bisenzio sulla statale per Bologna e sui primi contrafforti dell’Appennino tosco-emiliano, nella zona del Mugello. Scendemmo in dieci. Ci portarono in una scuola dove insieme alle autorità locali c’erano alcune famiglie in attesa e alle quali fummo affidati. La mia era formata da una coppia senza figli che abitava in una casetta a due piani ai margini della statale e viveva insieme ad una coppia di cognati con due figli più piccoli di me, Michelangelo e Marianna
Quella di mio fratello Augusto era  impegnata politicamente tanto è vero che in famiglia lo chiamavano affettuosamente con il nome di un noto esponente comunista dell’epoca, Scoccimarro. Pur se non è affatto da escludere che nelle intenzioni del PCI ci fosse anche quella di approfittare, per fini propagandistici, di un avvenimento al quale era rivolta l’attenzione dell’intero Paese, nè Augusto né gli altri che furono ospitati da famiglie comuniste subirono  alcuna forma di indottrinamento. Non ricordo di aver partecipato a manifestazioni di partito tranne che nei primi giorni in cui fummo oggetto di una particolare attenzione da parte di tutti. La Briglia allora era frazione di Prato, mentre oggi fa parte del comune di Vaiano».
Salvatore, invece, si trovava presso una famiglia di imprenditori che gestiva una fabbrica di filati all’ingresso del paesino, Cartiera Vecchia. Per gratitudine verso chi lo ospitò Salvatore ha chiamato uno dei suoi figli come il capofamiglia: Ulderico.
Peppino continua: «Tutte e tre le famiglie fecero del tutto per metterci a nostro agio e per farci dimenticare l’inferno da dove venivamo. I nostri genitori alla fine dell’estate vennero a ripren-derci.
Il sig.Ulderico negli anni successivi venne a trovarci.
Io ricambiai la visita durante in viaggio di nozze  e partecipai anche alla festa dei cento anni della signora Federica.»
Altrettanto positivo e forse inverosimile è quello che accadde ai suoi cugini, ospitati in Campi Bisenzio da famiglie animate da grande spirito di solidarietà. Queste, infatti, trascorsi i quattro mesi decisero di ospitare anche i genitori, per poi favorirne l’integrazione piena nella cittadina toscana.
E’ importante aggiungere che Peppino Gentile ha animato il dibattito politico di Cassino militando nella DC, rappresentando la sua città al consiglio provinciale di Frosinone e successivamente al Consiglio regionale del Lazio, rivestendo all’inizio degli anni novanta la carica di assessore.
Racconto che emoziona quello di Peppino, non solo perché rivela il legame profondo e duraturo che può nascere tra persone sco-nosciute, ma soprattutto perché mostra come la guerra nella sua follia non riesce a spegnere nell’uomo il seme della fratellanza.

Capitolo XVI. PARTE L’ULTIMO SCAGLIONE
I ricordi di Edmondo e Vincenzina Giac-chetti di Sora
Attraverso un’informazione ricevuta da Eugenio Beranger riusciamo a entrare in contatto con Edmondo Giacchetti che ci accoglie calorosamente nel suo confortevole appartamento nella città di Sora. Dopo le presentazioni di rito Edmondo sta per iniziare a raccontarci la sua storia quando arriva anche la sorella Vincenzina, anch’ella protagonista e desiderosa di narrare la sua esperienza. Già dall’inizio ci accorgiamo di essere alla presenza di due persone affabili e cortesi, pronte a metterci al corrente di tutto ciò che ricordano.
E’ Vincenzina che inizia, raccontando che all’epoca le loro condizioni economiche non erano disagiate.
Suo padre Augusto faceva il restauratore nelle chiese e il lavoro non gli mancava, molto spesso veniva retribuito in natura. Sua madre, Michela Bifolchi, era insieme ad altre donne l’organizzatrice della campagna dei bimbi al Nord. Le condizioni non precarie in cui versava la famiglia Giacchetti non indussero in un primo momento a considerare l’eventuale partenza anche dei propri figli. Quando però le organizzatrici si recavano presso le famiglie per convincerle a far partire i figli spesso si sentivano ripetere:”Perché voi non mandate i vostri”?. Questa continua domanda le spinse a prendere una decisione in merito.
Michela dunque, tranquilla e sicura della serietà dell’ iniziativa, decise di far partire Edmondo, di sei anni, e Vincenzina, di nove. La certezza che i bambini non avrebbero corso pericoli di alcun genere veniva avvalorata da notizie e foto che i genitori ricevevano dai bimbi partiti nei viaggi precedenti  e dalla capillare organizzazione che si dimostrava attenta e vigile fin nei minimi particolari.
I due fratellini partirono a metà maggio con il settimo e ultimo scaglione diretti a Novara. Non ricordano molto della partenza ma sono sicuri che non si trattò di un evento angoscioso. Anzi Vin-cenzina ci racconta che sul treno si divertirono molto a rincorrersi, a saltellare sui sedili e addirittura a rifugiarsi dentro le reti dei portapacchi. Edmondo piangeva spesso e Vincenzina era sempre pronta a rassicurarlo e coccolarlo.
All’arrivo, alla stazione di Novara, c’erano molte persone ad at-tendere il gruppo dei bimbi e man mano che questi venivano affi-dati alle famiglie partivano alla volta dei paesini situati nel circon-dario. Vincenzina in questa occasione teneva ancora più stretto a sé il fratellino perché non voleva che fossero separati e per questo motivo furono gli ultimi a essere assegnati.
Da questo momento inizia la bellissima avventura dei due fratelli che vengono ospitati da due giovani cugini. Edmondo ,che in se-guito verrà affettuosamente chiamato “Edo”,va in casa di Ferruccio Camona, celibe, di trenta anni, convivente con la madre. Vin-cenzina va da Umberto Camona, anch’egli trentenne, sposato da poco e senza figli.
In quegli anni le automobili in circolazione erano pochissime, Fer-ruccio da poco aveva comprato una “vespa”, uscita in commercio proprio nella primavera del 1946. I due cugini abitando a Casale Corto Cerro, paesino distante dalla stazione di Novara circa 40 Km, si erano recati a prelevare i bimbi con la vespa appena uscita dalla fabbrica. Lo stupore e la gioia dei due fratellini nel poter fare il viaggio in vespa fu grande. Edmondo venne sistemato avanti,tra il manubrio e Ferruccio; Vincenzina dietro, tra Ferruccio e Umberto.
Arrivati al casolare, Vincenzina rimase colpita dall’accoglienza. Tutta la famiglia era in attesa del loro arrivo nel piazzale antistante la casa e lei, più grande del fratello, si guardava attorno incuriosita, rimanendo sorpresa per ogni particolare: il tetto della casa in ardesia, il folto pergolato, i volti dei presenti e la giovane sposa che l’avrebbe accolta in casa.
Il primo gesto che ricevette da lei fu quello di sentirsi circondare le piccole spalle in un caldo e premuroso abbraccio; gesto che la donna ripeterà sempre, di continuo. Nelle foto che Vincenzina ci mostra, la “mamma” appare sempre in quell’ atteggiamento tenero e affettuoso, e Vincenzina ancora oggi, diventata adulta, al solo pensiero riesce a sentire gioia e calore.
I due fratellini vennero così ospitati in case adiacenti. Furono subito fatti visitare dal medico, ricevettero molte attenzioni, mangiarono senza problemi un cibo vario anche se loro ricordano soprattutto polenta con latte e vari minestroni.
Poiché si era nel periodo estivo non frequentarono le scuole.
I due cugini Camona venivano da un’esperienza molto dura avendo partecipato alla lotta contro i fascisti, Ferruccio col nome di battaglia “Ricciotto” , Umberto col nome  “Barberis”.
Edmondo ci dice che Ferruccio nel 1946 era sindaco del paesino e  lavorava alla Cobianchi, mentre Umberto lavorava in fabbrica in-sieme alla moglie.
Senza dubbio l’esperienza vissuta, le lotte, le ristrettezze subite avevano fatto maturare nella mente di questi due giovani uomini la certezza di poter dare calore e protezione a bimbi che ne avevano bisogno, e seppero svolgere ottimamente ciò che si erano prefissi. Vincenzina continuò ad avere contatti con Umberto e sua moglie fin quando questi, vittime di rappresaglie politiche, furono costretti a trasferirsi in Argentina.
Edmondo invece manterrà con Ferruccio un legame molto stretto che lo condurrà ogni estate a trascorrere le vacanze estive a Ca-sale Corte Cerro. Vi si recherà anche in viaggio di nozze e conti-nuerà a mantenere rapporti epistolari e telefonici con Ferruccio, una persona veramente speciale.   
I ricordi di Benedetto e Giovanna Evangelista di Pignataro Interamna.
Riportiamo per intero una memoria inviata per posta elettronica.
“Tra gli organizzatori dello straordinario evento di cui io, mia so-rella Giuseppina e gli altri bambini siamo stati gli attori principali, c’erano mio padre, Evangelista Giovanni, e mio zio Evangelista Valentino, esponenti di zona dell’allora partito comunista, nonché attivisti del movimento di liberazione dal nazifascismo.
Nella realtà in cui vivevo, Pignataro Interamna, l’evento in que-stione era difficile da capire soprattutto per via della grande diffi-denza della maggioranza della popolazione nei confronti del co-munismo, e della scarsa conoscenza che gli abitanti del posto a-vevano dei luoghi verso cui eravamo diretti.
L’iniziativa era fortemente ostacolata dalla  fazione politica avversa.
Le argomentazioni principali erano influenzate delle distorte in-formazioni che circolavano e dalla generale disinformazione; esse vertevano sul fatto che nel nord Italia si concentravano i partigiani, e maggiormente quelli comunisti, i quali avevano la “nominata” di uccidere i bambini per farne del sapone.
Ovviamente la mia mamma, sentendo queste dicerie, aveva paura, ma forte degli ideali di papà Giovannino, aveva acconsentito alla partenza di noi figli.
Ricordo vivamente il giorno della partenza, nella piazza principale del mio paese, dove un camion militare ci aspettava per portarci alla Stazione di Cassino. I nostri concittadini non si limitarono a vederci partire ma con urla, maledizioni e  gesti convulsi rivolti verso i nostri genitori li additavano come responsabili della sicura morte dei loro figli.
Questa scena straziante e violenta è rimasta negli anni sempre presente nei miei ricordi.
Sul camion salimmo solo noi bambini, accompagnati dal personale della crocerossa. A Cassino non c’era solo il gruppo di Pignataro Interamna,  ma c’erano tanti altri bambini di cui non ricordo assolutamente i luoghi di provenienza. Da Cassino un treno ci portò direttamente a Milano centrale.
Una volta arrivati nel capoluogo lombardo, ci smistarono  nei vari paesi  dove ci attendevano le famiglie.
Io e mia sorella Giuseppina fummo portati a Somma Lombardo, in provincia di Varese e, se non ricordo male, proprio con dei camion militari mentre gli altri bambini di Pignataro furono ospitati in altre località.
Nella piazza di questo paese si radunarono, oltre ai curiosi  le fa-miglie alle quali venivano affidati i bambini da curare.
Io e mia sorella fummo separati, nonostante Giuseppina, più grande, chiedesse con trepidazione di non essere allontanata da me, tuttavia ogni giorno, la famiglia che ospitava mia sorella la accompagnava a farmi visita.
La famiglia Castano che ospitò me era formata da due genitori anziani e due figli maschi adulti, Carlo e Mario, possessori di un’ officina meccanica. Abitavano vicino al Castello di Somma Lom-bardo.Mia sorella, invece, fu ospitata dalla famiglia Elleno compo-sta da due genitori ( si ricorda solo il nome della signora con cui siamo rimasti in contatto,  zia Luigia) e di tre figli, Vincenzina, Angelo e Luciano, tutti giovanotti. Erano tessitori.
Dopo pochi giorni dal nostro arrivo all’improvviso e con nostra grande sorpresa vedemmo arrivare nostro padre che nel vedere i suoi due figli puliti e ben vestiti fu talmente  emozionato e com-mosso che abbracciò prima le persone che si stavano prendendo cura di noi, e poi i suoi figli. E’ una scena, questa, che né io né mia sorella dimenticheremo mai.
Il gruppo di Pignataro Interamna partì a Maggio e tornò a Set-tembre, per cui considerato il periodo estivo non andammo a scuola.
Sia la famiglia Castano che la famiglia Elleno si presero  cura di noi bambini: eravamo costantemente vestiti bene, possedevamo giocattoli tutti nostri e non mancavano le uscite in paese.
I fratelli Castano si recavano ogni giorno in officina ed io rimanevo con i loro genitori anziani.
La famiglia Elleno era tutta impegnata nel lavoro, quindi portavano sempre Giuseppina per non lasciarla mai da sola.
Mia sorella era quindi sempre in compagnia dei figli della famiglia ospitante: la portavano in giro in bicicletta e le cucivano sempre dei bei vestitini.
Entrambe le famiglie ci chiesero di rimanere ancora, ma noi pre-ferimmo partire alla data stabilita.
La famiglia Elleno, ricorda ancora oggi, le nostre lacrime al mo-mento della partenza: eravamo contenti, sì, di ritornare a casa, ma eravamo anche dispiaciuti di doverli lasciare…ci eravamo af-fezionati.
Con la famiglia Castano, dopo saltuari contatti , ci siamo persi di vista. Ancora oggi, invece, il legame da parte di mia sorella e da parte mia per la famiglia Elleno è rimasto IMMUTATO. Ci sentiamo almeno una volta a settimana e ci vediamo almeno una volta all’anno, quando si può.
Ovviamente gli anziani non ci sono più ma hanno avuto il grande merito, grazie al loro immenso cuore, di tenere le nostre famiglie unite come se davvero, noi ragazzi, fossimo veri fratelli”.

Capitolo XVII. IL VARIEGATO MONDO CATTOLICO
L’esperienza scioccante subita dai bambini di Pignataro Interamna per le escandescenze, le maledizioni e gli insulti indirizzati dai compaesani ai loro genitori oltre alle numerose testimonianze raccolte a questo proposito ci portano a sollevare una domanda: perché nel variegato mondo ecclesiastico era presente una forte ostilità verso una  iniziativa che soddisfaceva  esigenze largamente sentite? Per dare una risposta è necessario evidenziare momenti, circostanze, dichiarazioni che si intrecciano con scadenze importantissime e decisive per il futuro dell’Italia.
Alla fine di gennaio del 1946 il governo  indice le elezioni  comunali che si svolgeranno con scadenza settimanale nel periodo che va dal 10 marzo al 6 aprile; successivamente, il 2 e 3 giugno, si terranno le elezioni  per la scelta fra repubblica o monarchia e per eleggere l’assemblea costituente ( la camera che dovrà preparare la costituzione); per tutto il periodo autunnale andranno a votare altri comuni, compreso Roma. Si prospetta dunque una maratona elettorale estenuante e decisiva.
L’iniziativa della campagna denominata “salviamo l’infanzia del cassinate“ coincide proprio con questo lungo periodo elettorale, pertanto è ipotizzabile ritenere che queste importanti scadenze costituiscano un elemento di disturbo per il fatto che rendono ostili gli animi e sollecitano l’insorgere di pretesti e antagonismi.
Fortunatamente le elezioni comunali di primavera, in cui le donne per la prima volta esercitano il diritto al voto, si svolgono su tutto il territorio nazionale con compostezza e senso dell’ordine.
Non riportiamo i risultati nazionali di tale consultazione ma ci limi-tiamo ad indicare alcuni dati del voto amministrativo in provincia di Frosinone in quanto anticipano alcune tendenze elettorali che saranno riconfermate successivamente e per oltre 50 anni. I co-munisti vincono a Piglio; a Paliano con Enrico Giannetti sindaco, a Sgurgola con Gino Perfetti sindaco: uomini che godono di grande prestigio per essere stati durante il fascismo più volte arrestati, inviati al confino e costretti a rifugiarsi all’estero. La lista social-comunista vince a Isola Liri. I democristiani stravincono a Ponte-corvo, Sora, Alatri, Frosinone (con Memmo Ferrante), e in gran parte degli altri comuni della provincia. Ad Anagni la prima lista è quella repubblicana, la seconda è quella socialcomunista, e i tre partiti si metteranno d’accordo per formare una giunta tripartita.
E’ bene precisare che le turbolenze e i vari antagonismi verificatisi durante tutto il periodo che stiamo esaminando non sono ricon-ducibili all’attività e alle discussioni esistenti dentro il governo na-zionale. All’interno della coalizione governativa di unità nazionale esistevano differenziazioni e anche aspettative diverse, ma in quel momento non apparivano le avvisaglie di una rottura: il governo era sostenuto da eccezionali personalità con pensieri differenziati, ma tutte lungimiranti perché il primo obbiettivo che si ponevano era quello di radicare e consolidare la democrazia da poco ricon-quistata. Si trattava di uomini quali De Gasperi, Togliatti, Nenni, Croce, Parri, Calamandrei, Terracini, Saragat, tanto per citarne al-cuni che vengono riconosciuti da tutti, ancor oggi, Padri della Patria.
Da quello che abbiamo potuto rilevare le opposizioni alla campagna a favore dei bimbi di Cassino provengono più da una parte della Chiesa che ruota attorno a Cassino che dalla Democrazia Cristiana.
Abbiamo inoltre già riportato alcune iniziative a favore come ad esempio le aperture di disponibilità del vescovo di Veroli, l’impegno delle diocesi di Parma, Piacenza, Pavia, le significative considerazioni espresse dal vescovo di Albenga e dal reggente di Ventimiglia. Ricordiamo inoltre l’accoglienza calorosa e benevola presso la stazione ferroviaria che il vescovo di Orvieto riservò ai bambini e agli organizzatori in uno dei viaggi verso il Nord.
Attraverso la lettura di articoli e lettere e l’ ascolto di testimonianze ci siamo convinti che l’ostilità verso l’iniziativa è limitata nel Nord, diffusa nella provincia di Frosinone, capillare e profonda nel cassinate.
Le motivazioni erano legate a un pregiudizio ideologico e al persi-stente stato di terrore riconducibile alla situazione esistente in Russia, né venivano prese in considerazione le rassicuranti posi-zioni assunte dal PCI già nel V congresso.
Premesso ciò, intendiamo proseguire in una complessa  e difficile ricognizione evidenziando tutto ciò che emerge senza esporre tesi precostituite, mantenendo scrupolosamente l’attenzione su  prese di posizione e documenti di cui siamo a conoscenza senza trascu-rarne alcuno.
A tale proposito riportiamo un annuncio apparso sul “Bollettino diocesano”, di Montecassino alla fine di marzo, quando è in pieno svolgimento la campagna di solidarietà dei bimbi al Nord: “S.E. Padre  Abate ordinario Ildefonso Rea e gli organi della Curia, coa-diuvati da suore e pie persone, stanno attivamente lavorando per raccogliere ed inviare i fanciulli, a cui la carità del S. Padre e di vari Enti cattolici va prestando case, soggiorni, educazione, aiuti morali e fisici ” .
A chi non conosce bene la situazione potrebbe apparire un’iniziativa lodevole e di fatto lo è, ma a guardar bene risulta palese che è aperta una rischiosa competizione che forse, considerata la grave situazione in cui versa l’infanzia, sarebbe stato il caso di non fomentare.
Non vanno trascurate anche alcune cause internazionali, quali il discorso di Winston Churchill tenuto a Fulton nell’Università ame-ricana del Missouri il 5 marzo. Benché non avesse alcun ruolo go-vernativo egli invita il mondo occidentale a una grande alleanza per respingere l’espansionismo sovietico. In definitiva chiede di aprire una lotta senza quartiere verso i comunisti dislocati in qualunque parte del globo. E’ una chiamata alle armi, un invito a partecipare a una vera crociata. Se teniamo conto che fino ad allora  le aree di influenza politica erano ben nette e delineate ma  i rapporti fra Stati rimanevano amichevoli e nell’est europeo ancora non si manifestavano segni di autoritarismo, era eccessivo parlare di guerra fredda. Con tale discorso Churchill  affermava che si doveva tener conto dell’esistenza nel mondo di una cortina di ferro che bisognava circoscrivere, combattere e piegare. Tale indirizzo trovò gradualmente consenso e offrì un pretesto a Stalin per “so-vietizzare“ l’Europa orientale e quindi stendere veramente una cortina di ferro.
Forse è una coincidenza temporale, ma il 16 marzo il papa Pio XII durante una udienza concessa ai parroci pone una questione pubblica: “La Chiesa cattolica non si farà mai chiudere nelle quattro mura del tempio. La separazione fra la religione e la vita, fra la Chiesa ed il mondo è contraria alla idea cristiana e cattolica.”   
Lo scopo è istruire i fedeli, la missione è quella di insegnare e per questo vengono posti alcuni obbiettivi. Per le elezioni, infatti: “Si tratta di eleggere coloro che sono chiamati a dare al paese la sua Costituzione e le sue leggi, quelle in particolare che toccano per esempio la santificazione delle feste, il matrimonio, la famiglia, la scuola, il regolamento secondo giustizia ed equità delle molteplici condizioni sociali. Spetta perciò alla Chiesa spiegare ai fedeli i do-veri morali che da quel diritto elettorale derivano.
L’art. 43 del Concordato del 1929 vieta agli ecclesiastici di iscriversi ad ogni partito politico.”  
L’invito è categorico e senza ambivalenze, e il sommo pontefice con argomenti teologici spiega come sia possibile aggirare il divieto e intervenire direttamente nella competizione elettorale per terminare :
“ …Iddio parla per la bocca dei suoi ministri e dei suoi rappresen-tanti……Che vi sia concesso di predicare con tutta franchezza il Mistero del Vangelo, e possiate con letizia e libertà parlare come si conviene agli ambasciatori di Cristo ”.
La Chiesa dunque ha deciso di entrare direttamente nella campa-gna elettorale, ovviamente per sostenere la Democrazia Cristiana. Tali indicazioni costituiscono un valido ancoraggio all’indirizzo dato da Churchill.
Vale però la pena di riportare anche la voce del vescovo di Cre-mona che si differenzia da queste indicazioni. Mons.Geremia Bo-nomelli nel suo libro “Aldilà delle Alpi “, scrive: “…per me lo dico chiaramente, mi fa pena vedere un parroco che si getta nel turbine delle elezioni in cui tanta parte gli interessi personali, le ire, gli odi, le accuse dei partiti, la veste sacerdotale ne verrà facilmente imbrattata se non lacerata. Il parroco a somiglianza di Cristo che rappresenta, è il simbolo della pace, il padre di tutti, dei buoni e dei cattivi.
Perciò non si metta mai a capo dei partiti, né pubblicamente aiuti questi o quei candidati.”   
In riferimento alle indicazioni del papa, riportiamo un commento  espresso il giorno seguente da Togliatti, segretario del PCI :
“Nessuno di noi ha mai pensato di negare questa libertà e di cal-pestare questo diritto. Ma vi è una cosa che noi rimproveriamo ai ministri del culto o almeno ad una parte di essi: che in questo momento così difficile della nostra vita nazionale essi facciano nel popolo non opera di chiarimento, di concordia e di dignità, ma si lascino trascinare su un terreno tale che li porta a farsi seminatori di discordia, di confusione, di disunione. Solo questo è rimprovero che noi facciamo loro  “.
La critica di Togliatti non è generica, astratta, ma entra nel con-creto individuando come elemento di divisione e di discordia pro-prio quello che sta avvenendo nel cassinate a seguito della par-tenza di due scaglioni.
“Quando noi rappresentanti o organizzatori della classe operaia e dei braccianti del Po che vivono in una situazione economica mi-gliore di quella di molti contadini delle regioni meridionali, quando noi abbiamo fatto uno sforzo speciale per  convincere i braccianti della Valle del Po ad accogliere nelle loro famiglie i figli dei conta-dini sinistrati delle zone di Cassino, delle grandi città di Roma e Napoli ed abbiamo trovato la più grande corrispondenza e il più completo entusiasmo, per cui da ogni villaggio ci veniva proposto il ricovero di dieci, cinquanta, cento bambini, e siamo andati poi a Cassino e a Roma ed abbiamo chiesto alle madri di darci i loro bambini per poterli mandare là dove avrebbero potuto essere ac-colti amorevolmente per il periodo dell’inverno; abbiamo trovato che i sacerdoti avevano riunito le donne ed avevano detto loro le stesse cose che dicevano i gerarchi fascisti nel corso della guerra: e cioè che noi volevamo prendere i bambini per deportarli in Sibe-ria e persino delle cose ancora peggiori che mi vergogno di dire davanti ad un’assemblea di popolo.
Perché nel momento in cui dal Nord si muovevano per dar prova del loro spirito di solidarietà popolare, perché proprio da coloro che sono i ministri della religione che predicano fratellanza deve venire la voce che semina il disordine, la confusione e la discordia? Questo e solo questo è il rimprovero che noi facciamo ai ministri della Chiesa Cattolica  “.
Immediatamente con una grande tempestività Togliatti riceve una risposta, non da parte di rappresentanti della Chiesa ma da “Il Popolo“.
Il giornale democristiano riporta quasi per intero il riferimento al fatto che “… i sacerdoti avevano riunito le madri e le avevano dis-suase dicendo loro che i bambini sarebbero stati trasportati in Si-beria “ e raccoglie un’altra osservazione di Togliatti  riferita al fatto che i sacerdoti “…facciano opera di discordia, seminando diffidenza “ ma non dà una risposta, non smentisce la campagna portata avanti contro le iniziative del Comitato per i bimbi di Cassino, anzi conferma. Nella risposta “Il Popolo“ dimentica completamente la questione di Cassino, la condizione delle famiglie, lo stato di salute dei bimbi, preferisce dare una giustificazione ai due riferimenti sollevati da Togliatti in questo modo:“…è più che comprensibile che le madri che devono staccarsi dai figli si preoccupino di chiedere ai sacerdoti quale potrà essere la sorte dei loro figlii ” e a riguardo dei doveri del sacerdote per contrastare l’iniziativa, si afferma che non sarebbe comprensibile se “non ci ricordassimo che dovere del sacerdote non è un accomodante eccletismo, ma la predicazione a viso aperto  della verità religiosa e dei doveri morali, sempre e contro chiunque ”.
La teologia, dunque, deve prevalere rispetto alle condizioni di vita dei bambini utilizzando anche menzogne, calunniando le tante persone, comprese quelle di ispirazione cattolica, che si prodiga-vano generosamente per tirare fuori i bambini dall’inferno di Cas-sino.
Negli stessi giorni leggiamo sull’ ”Avanti!”: “A Cassino è sceso dalle colline dell’Abbazia perfino l’abate di Montecassino in persona per dissuadere le donne dal mandare  i propri figli lontani dalla famiglia. Il motivo è sempre lo stesso: la Russia. Avrebbero prov-veduto loro, i preti, ad aiutare i bambini ammalati ed affamati. Non davano già una minestra al giorno per famiglia, offerta dalla Pontificia Commissione di assistenza ? La minestra è stata tolta a quelle famiglie che hanno mandato un bimbo nella Russia bolsce-vica di San Remo, di Pavia, di Brescia” .
L’azione avversa dell’abate di Montecassino nei confronti della campagna dei bimbi al Nord viene sottolineata anche nella di-scussione del 3 aprile nel Comitato nazionale per Cassino.
Anche la dott.ssa Savalli racconta la lotta aperta che gli organismi cattolici esercitano contro le iniziative del comitato di Cassi-no.”…essa cerca con false notizie, come quella che i bambini ver-ranno mandati in Russia di sottrarli all’assistenza del Comitato preferendo lasciarli in pericolo in zone malariche.”  
Sempre dal verbale della riunione riprendiamo per intero alcune righe altrettanto significative:
“ Si decide di preparare una documentazione su tali deplorevoli incidenti per poter protestare ufficialmente delegando due o tre persone che vadano da Monsignor Montini o dal Papa.
Si decide inoltre di fare un comunicato alla stampa, precisando gli scopi del Comitato di Cassino  “.
Non conosciamo gli sviluppi circa l’ipotesi di incontro con mons. Montini o con il papa ma avanziamo qualche dubbio in proposito.
Inoltre nella riunione del 20 maggio del comitato di Cassino la si-gnora Romita prima, e la signora Ermini dopo, concordano sulla opportunità di invitare l’abate a far parte del comitato nazionale . Ma nemmeno di tale invito portato dallo stesso sindaco di Cassino non siamo a conoscenza di alcuno sviluppo, di sicuro non ce ne sono stati.
Ma riportiamo le voci, più rare ma preziose, che dal clero si levano discordanti.
Alla fine di maggio “Il Rapido“ , settimanale che si pubblica a Cassino, riporta una intervista a don Ivo Silingardi che è il rappre-sentante dell’arcivescovo di Modena Cesare Boccolesi,membro del comitato promotore che cura l’accoglienza. Don Silingardi e il sin-daco di Modena, Corassori, riportano a Roma i bambini dopo i 4 mesi di permanenza. Don Silingardi durante la Resistenza era stato con i partigiani, e per questo segregato 7 mesi in carcere a Bo-logna. “Il Rapido” di Cassino riporta il suo pensiero: “… l’impegno di alcuni appartenenti alla Chiesa  a dire tante cose cattive nei confronti dei comunisti li avrebbe distolti dalla religione. Riconosce che nel modenese le famiglie, anche quelle comuniste ac-compagnavano a messa i bambini la domenica mattina, ne affian-cavano l’insegnamento religioso prima di ricevere la prima comu-nione. A conferma di tale devozione ricorda che durante il viaggio di ritorno ha celebrato una messa ascoltata con grande seguito“.
Su “Il Popolano”  di fine maggio appare questa lettera aperta, in-dirizzata  a tutti i parroci d’Italia. E’ firmata don T. A.
“Da trenta anni esercito il ministero pastorale in una piccola par-rocchia di campagna della provincia di Frosinone
Cari fratelli, vi si dice dai nostri prelati di combattere il partito co-munista perché contrario alla religione ed alla proprietà privata, distruttivo della famiglia e dell’iniziativa privata. Naturalmente an-che a me si è detto di predicare in questo senso e star lontano dai compagni pericolosi.
Ora io esercito il mio pastorale in una piccola parrocchia di cam-pagna da quasi trenta anni; conosco tutti , ne ho battezzati  mol-tissimi e tutti mi vogliono bene.. Sono dei lavoratori, operai, operai contadini, artigiani che guadagnano un pezzo di pane con molta fatica e che soffrono del male dei poveri, la miseria...
Vi sono due fiorenti  sezioni di socialisti e comunisti. Nonostante ciò la Chiesa non è mai vuota, anzi posso affermare che mai come adesso c’è la completa affluenza alla santa messa, alle funzioni, ai vespri e a tutte le manifestazioni religiose. Anche la partecipazione ai Santi Sacramenti è intensificata. Il rispetto verso la mia persona d’indegno servo di Dio è totale e completa…
La mia coscienza di Ministro di Dio si è trovata in contrasto fra la verità che miei occhi vedono ogni giorno e le direttive che ci sono state date dai miei superiori…Dio ha comandato di dire la verità, soprattutto verso gli umili e non ingannarli con la menzogna.
Ci dicono ancora i nostri superiori di fare propaganda per il Partito della Democrazia Cristiana. E’ vero che in questo Partito vi sono pure operai e contadini, cioè dei poveri, ma io so anche che vi sono grandi proprietari di terre e grandi industriali.
Ora io che vedo come questi grandi capitalisti sfruttino gli operai ed i contadini, io che come voi vedo la grande miseria in cui si trovano tanti bimbi e vedo come voi vedete l’egoismo cieco di questi sfruttatori che non hanno pietà né misericordia di questi tapini, come posso io raccomandare un partito che contiene questi vampiri… La maggioranza di voi conosce come me  la miseria per-ché le nostre parrocchie misere e povere non ci danno niente ma non è cosi per i nostri superiori che godono laute prebende e sono anche nella maggioranza proprietari essi stessi o legati per interessi ai grandi proprietari.”  
A tanti anni di distanza per noi è difficile individuare questo curato di campagna ma allora nelle realtà diocesane sicuramente era molto facile riconoscerlo non tanto per le iniziali quanto per le tracce lasciate ( frazione rossa, trenta anni di presenza nel territo-rio, sezioni di partito aperte e funzionanti ). E’ significativo il fatto che egli non si limiti a riconoscere che i socialcomunisti non sono antireligiosi ma dovendo scegliere fra capitalisti e lavoratori prefe-risce i lavoratori.
Se nel primo numero del “Bollettino diocesano di Montecassino” appariva una dose di buon senso, nel numero 2 (del secondo tri-mestre)  viene nettamente fuori il fastidio verso la campagna a favore dei  bambini inviati presso le famiglie del Nord. Gli argo-menti usati diventano veramente inaccettabili perché il presupposto del ragionamento è frutto di un esasperato clima di competizione che nessuno ha mai lanciato verso il mondo cattolico.
Cosi scrive: “Similmente le parrocchie Cassinati, oltre alle refezioni quotidiane del cosiddetto Refettorio del Papa, hanno avuto dal Santo Padre, in vicinanza delle feste pasquali un’assegnazione speciale di pasta, zucchero e burro” “. “Questa carità cosi straor-dinaria è data a tutti senza distinzioni di partito e di idee, purchè bisognosi”
Tale puntualizzazione potrebbe essere letta come una risposta all’articolo dell’”Avanti!“ del 30 marzo sopra riportato che addos-sava ai refettori del Papa la responsabilità di non dare più la refe-zione alle famiglie che avevano mandato i bimbi al Nord.
Ma se proseguiamo con la lettura vediamo che  la nota diventa cattiva e demonizzante perché si scrive che la carità “…fatta  spe-cialmente in questa ora in cui si tenta di allontanare il popolo dalla religione con una lotta sorda e con l’arma della calunnia, ha aperto gli occhi a molti, i quali possono riconoscere dove sono i veri be-nefattori dei poveri e dei miseri”
E’ significativo il riferimento “al tentativo di allontanare  il popolo dalla religione con l’arma della calunnia”. E’ nell’interno di questo giudizio che si può comprendere la campagna  di ostilità che si sta portando avanti.
E’ impossibile trovare giustificazioni a tali commenti quando dalla partenza del primo scaglione sono trascorsi quattro mesi e inizia  il ritorno dei bambini. Potrebbe essere facile sentirli e conoscere le loro esperienze ma questo lavoro non viene fatto e si  preferisce inventare un nemico che non è mai esistito.
Ci siamo volutamente soffermati a descrivere il contesto politico e istituzionale, quello che potrebbe essere chiamato “l’alba di un nuovo giorno“, nel quale le forze in campo profondono idee, pro-grammi, speranze e disegnano un futuro. Un futuro in cui l’assistenza alla povertà e alle altre piaghe lasciate dalla guerra viene affrontata in modo diverso dal passato.
Con la campagna dei Bimbi al Nord l’assistenza non è più affidata alla carità, alla beneficenza e agli Istituti religiosi, ma alla solida-rietà di famiglie disposte ad accogliere fraternamente chi è nel bi-sogno creando vincoli di affetto e non di dipendenza. Una famiglia intesa non come gruppo isolato o contrapposto, ma partecipe ai problemi, centro di impegno. Una famiglia aperta ai problemi della società, attenta alle questioni sociali e disponibile verso gli altri. La soluzione  dell’ospitalità familiare in quel 1946 fu la più naturale ed efficace per superare le difficoltà della situazione economica e le carenze dei servizi, evitando la permanenza dei bimbi in freddi istituti religiosi e accogliendoli invece in ambienti familiari calorosi e amorevoli. Ma importanti settori della Chiesa temevano di perdere il monopolio del rapporto con le famiglie povere, consolidato nel corso dei secoli. Forse  avvertivano di non avere gli strumenti per poter contrastare quella  nuova concezione di assistenza. E infatti dati, argomentazioni e un permanente nucleo polemico lasciano pensare che questo sia stato uno dei motivi dell’ostilità ecclesiastica.

Capitolo XVIII. UN TRENO PER CASSINO
Sintesi delle partenze
Dopo l’ultima partenza di metà maggio si possono tirare alcune somme: complessivamente i bambini partiti raggiungono la significa-tiva cifra di  3448, ma di questi 111, per motivi diversi, sono già ri-tornati alle loro famiglie. Il trasferimento è avvenuto attraverso sette scaglioni. Il reclutamento è avvenuto in 49 comuni della  provincia ma fra questi sono assenti Esperia, S.Ambrogio, S. Andrea, Coreno Ausonio, Castelnuovo Parano, Ausonia e San Vittore, realtà duramente colpite nel periodo bellico. Lo apprendiamo da una lettera che Tullio Pietrobono invia al sindaco di Cassino, Gaetano Di Biasio, per fargli il resoconto dei viaggi e della situazione finanziaria, quest’ultima argomento veramente sensibile per le difficoltà sempre presenti. E’ importante, inoltre, conoscere alcuni dati riguardanti il secondo bilancio provvisorio. Il primo, infatti, lo abbiamo già esaminato in precedenza. I fondi finora arrivati al Comitato di solidarietà per il cassinate ammontano a lire 3.453.855 mentre le spese, alla data dell’ 8 maggio, sono state di 2.773.565 lire. La voce che maggiormente grava sul bilancio è quella del noleggio di autovetture. E’ interessante seguire la corsa tortuosa e impegnativa per ottenere il miracolo delle partenze“… in linea di massima il paese da cui debbono partire i bambini deve essere visitato tre volte per giungere al punto di mettere il bambini sul treno con i documenti sanitari ed amministrativi in ordine, rivestiti completamente e visitati dal medico del nostro Comitato “. Pietrobono, estensore di questa nota, diventa ancora più meticoloso nell’ evidenziare ogni particolare momento dell’operazione: “1°quando si ritirano le domande  ;2° quando accettata la domanda si devono ritirare i necessari documenti; 3° quando bisogna portare gli indumenti e molte volte bisogna ripetere il viaggio per cambiarli; 4° quando bisogna portare i bambini dal luogo di origine alla stazione di partenza.”  E ancora “…si deve aggiungere però che per i  primi tre scaglioni almeno, la reazione alla nostra iniziativa è stata eccezionalmente violenta e se il nostro Comitato ha dovuto porsi dei problemi politici questi si sono potuti risolvere unicamente recandosi ripetutamente presso le famiglie che, avendo fatta domanda per il trasferimento di uno o più bambini, ad un certo momento, influenzate dalla propaganda calunniatrice di alcuni veri nemici del popolo, si rifiutavano di affidarci i loro bambini”.
Arriva l’atteso treno carico di…..
Per i cittadini di Cassino domenica 26 maggio è una giornata di-versa da tutte le altre perché dopo parecchi annunci finalmente il comitato nazionale per Cassino riesce a far arrivare i soccorsi  in-viati da varie località del settentrione.
A tale raccolta, con un impegno continuo e sistematico al quale precedentemente abbiamo dato il giusto rilievo, hanno contribuito i comitati di Milano, Bologna, Cremona, Biella, Como, Varese, Parma, Novara, alcune città minori, le UDI provinciali, le federa-zioni socialiste e comuniste e il Ministero dell’assistenza post- bel-lica .
La distribuzione organizzata dal comitato nazionale per Cassino, con il prezioso contributo del sindaco, è enorme sia per la quantità del lavoro svolto che per la capillarità organizzativa.
Alla stazione ferroviaria di Cassino arriva un vagone contenente quattro tonnellate di generi vari: indumenti, viveri, utensili. Il con-tributo più determinante è assicurato dalla città di Milano. Il comi-tato milanese infatti, ha non solo raccolto somme di denaro attra-verso varie iniziative ma anche altro materiale che puntualmente arriva a Cassino.
Preparati a Frosinone, i 3.500 pacchi vengono distribuirti a tutti i capi-famiglia ai quali, nei giorni precedenti, Augusto Potini, re-sponsabile della zona di Cassino, ha  consegnato il buono  per  ri-tirarli.
Oltre al contributo dei Comitati arriva anche il materiale inviato dal ministero assistenza post-bellica: 2000 vestiti per bambini, 500 vestiti per bambine, 700 paia di scarpe, 1000 paia di calze, 1000 magliette .
La distribuzione inizia alle 9,30 e avviene nelle vicinanze del Co-mune, poi si sposta a Largo Stimatine, Colosseo, Caira, infine a San Antonino.
Essa non si esaurisce nella giornata di domenica ma si prolunga  per qualche settimana per consegnare  altri 1.500 pacchi agli sfol-lati di Cassino ospitati nei centri profughi della provincia o  rifugiati nei diversi comuni della provincia stessa . Il pacco consegnato contiene 3-4 paia di calzini; un abito nuovo completo per bambino o bambina, una maglia, un farsetto, una camicia, un paio di scarpe di cuoio e viveri.
A Cassino però, già da tempo sarebbero dovuti  arrivare  42 quin-tali di farina di granturco da Cremona e 25 quintali di riso prove-nienti da Novara, raccolti dai rispettivi comitati. A Novara la popo-lazione con un gesto di grande umanità ha rinunciato a una parte  della propria razione giornaliera di riso, distribuita dalla SEPRAL, per donarla ai cittadini di Cassino, ma per motivi mai conosciuti o per inettitudine degli alti gradi del servizio alimentazione nazionale non è stato autorizzato il trasferimento a Frosinone e alla data del  tre luglio i viveri ancora non sono arrivati .
Questo disguido può essere comparato ad un'altra grave disat-tenzione: in maggio risulta che 15 milioni di capi di vestiario, inviati dall’’UNRRA, giacciono dimenticati nei depositi di Genova, Ancona,Venezia, Bagni di Tivoli e Magliana. Il ministero dell’ indu-stria  riesce a distribuire solo il 15 % dell’esistente . Fatti inauditi, essendo viveri e indumenti, fondamentali  per la sopravvivenza di tanti cittadini. Sempre nella giornata del 26 maggio, a cura del comitato nazionale per Cassino, arriva un’ autoambulanza con un gabinetto dentistico provvisto di personale sanitario al-tamente specializzato: un odontoiatra, un pediatra e tre medici. Autoambulanza e medici rimangono per un mese a Cassino e din-torni assistendo e curando centinaia di persone .
 Infine  per testimoniare l’impegno del sindaco di Cassino De Biasio riportiamo che nella riunione del 20 maggio del Comitato Nazionale lo stesso nel ringraziare coloro che si erano impegnati verso la sua città, propone di accantonare le somme raccolte in un fondo permanente da devolvere per la costruzione di un edificio di pubblica utilità destinato all’assistenza dell’infanzia e a tale scopo mette a disposizione  il terreno sul quale sorgeva la sua casa de-molita dalla guerra.
Merita di essere ricordato che proprio a Cassino, per la precisione l’otto maggio, arriva Maria Josè, il giorno prima di diventare regina d’Italia.
La futura regina distribuisce alla popolazione pacchi  contenenti caffé e zucchero donati dalla UNRRA . E’ accolta dal sindaco Gaetano Di Biasio in località S. Antonino. .

Solidarietà a Reggio Emilia
Marginalmente ricordiamo che le partenze verso le famiglie del Nord si sono concluse ma in alcune realtà l’impegno per le popo-lazioni del cassinate prosegue. E’ quello che veniamo a conoscere seguendo la corrispondenza che passa fra l’Unione Donne Italiane Nazionale e le organizzazioni di Reggio Emilia. Leggendo un minu-zioso rendiconto sappiamo che per i bambini di Cassino si sono raccolti vestiario, prodotti alimentari, medicinali e denaro. U-gualmente importante è una relazione scritta a  Bagnolo in Piano, un paese di circa 5.000 abitanti, sempre in provincia di Reggio Emilia, attraverso la quale è possibile sapere che il parroco colla-bora attivamente con i rappresentanti dei partiti locali nella Com-missione per i “Bimbi di Cassino“ e tutti insieme sottoscrivono il lusinghiero risultato delle iniziative.  Fra queste si riporta che “è stata organizzata una festa danzante ed il ricavato è stato di L 2.874, per la quale festa non abbiamo avuto alcuna spesa perchè l’orchestra si è prestata a suonare gratuitamente; gli addetti ai depositi delle biciclette hanno dato il loro guadagno“. Precisiamo che in provincia di Reggio Emilia non vennero ospitati i bambini del cassinate perché il 16 e il 18 dicembre del 1945 erano giunti da Milano due lunghissimi convogli carichi di bambini. Complessi-vamente ne furono ospitati 2.250 per la maggior parte nella cam-pagna reggiana. Da una relazione dell’Udi provinciale veniamo a sapere :“I bambini avevano in generale un aspetto molto misero, erano denutriti e malamente vestiti con abiti troppo leggeri per la stagione così rigida. Un centinaio circa dovette essere accompa-gnato a casa perché non sapeva consolarsi di essere lontano dalla famiglia. Il controllo venne effettuato attraverso commissioni for-mate da una donna del Pci, del Psiup e dell’UDI, dal parroco e dal medico condotto. Ogni quindici giorni i bambini venivano pesati e nei casi che potevano far nascere dubbi sottoposti a visita medica. La Mutua malattia ed i medici si sono spontaneamente offerti met-tendosi a disposizione del Comitato Cittadino. “ La relazione pro-segue illustrando il miglioramento delle condizioni fisiche dei bam-bini, la vita e la quotidianità degli stessi, la scadenza del periodo di ospitalità concludendo altresì che “ Sono pervenute molte lettere di elogio per l’opera svolta in favore dell’infanzia. Per queste sono particolarmente significative le lettere inviate dai parroci dei diversi comuni che come membri della Commissione di controllo hanno avuto modo di seguire da vicino il nostro lavoro. Vi alleghiamo copia di dette lettere. “ Le notizie sopra riportate dimostrano quanto grande sia stata la carica di fraternità e solidarietà presente in questa provincia: “…nonostante il generoso contributo dato all’assistenza dei bambini milanesi la nostra gente non è stata sorda anche alla nostra richiesta per i bambini di Cassino. Nel capoluogo si è formato un Comitato formato dall’Udi, dal FdG., dall’Ogi, dall’Ari dal Pci, dal Psi, dal PdA, dall’Anpi e dai Reduci.La Dc e il Cif sono stati invitati ma non hanno aderito all’iniziativa.Nei comuni della provincia invece la Dc e il Cif hanno molto spesso aderito; vi alleghiamo le relazioni dei diversi Comitati con i timbri e le firme di tutte le Associazioni aderenti.“   
Abbiamo potuto conoscere che a Campagnola Emilia, un paesino sempre della provincia reggiana, il 7 giugno 1946 le donne del comitato UDI locale comunicano al ministero assistenza post-bellica di Reggio di aver raccolto, presentando un preciso conto analitico, per i bimbi di Cassino, la somma di £18.302. Un mese dopo L’UDI nazionale scrive all’UDI di Reggio Emilia per congratularsi di tutto il lavoro svolto sia per i bambini di Milano che per i bambini  di Cassino. Una lode speciale infine viene rivolta al Comitato UDI di Bagnolo in Piano “per essere riuscito a formare un cosi ampio Comitato Pro Cassino e per le realizzazioni ottenute. Estendete, anche alle compagne del suddetto comitato il nostro vivo ringraziamento“ .

Capitolo XIX. LE ELEZIONI del 2-3 Giugno 1946 e sviluppi successivi.
Si vota il 2 e 3 giugno. Gli elettori ricevono due schede: una  per l’elezione dell’Assemblea costituente, camera che dovrà preparare la Costituzione, l’altra per il referendum, per scegliere  fra repub-blica o monarchia.
Per quanto riguarda il referendum si sceglie la repubblica, per la costituente il primo partito è quello della democrazia cristiana. Non intendiamo scendere nei particolari di questa tornata elettorale, ci limitiamo a riportare alcuni dati essenziali, in particolare  quelli riguardanti la provincia di Frosinone.
Fra repubblica e monarchia, i cittadini della nostra provincia pre-ferirono la monarchia con 116.716 voti rispetto alla scelta repub-blicana espressa con 89.065 voti .
Per quanto riguarda l’esito del  voto per l’elezione dell’Assemblea Costituente il partito più votato fu la democrazia cristiana, seguito dal PSIUP, quindi il PRI, quarto il PCI .
Nella provincia di Frosinone vennero eletti all’assemblea costituente l’avvocato Giacomo Di Palma per la democrazia cristiana Mario Carbone per il PSIUP e Ludovico Camangi per il PRI.  Il PCI non elesse nessun deputato .
Per il PCI fuori della provincia di Frosinone vennero elette due protagoniste della  vicenda dei bimbi al Nord:Teresa Noce (Estella) e Maria Maddalena Rossi, ambedue più volte ricordate. Fra le poche donne elette in campo nazionale compaiono due parlamen-tari: Angiola Minella e Nadia Spano che possono non significare molto rispetto a quello che stiamo scrivendo, ma successivamente si caratterizzarono proprio per l’impegno mostrato in Parlamento verso i temi dell’educazione, dell’infanzia e della salute, A conferma di tale attenzione nel 1980, insieme a Cesare Terranova, scri-veranno il libro “Cari Bambini, vi aspettiamo con gioia” che riper-correrà l’esperienza di settantamila bambini meridionali che dal 1945 fino al 1952 vennero ospitati da famiglie del Nord. Tale la-voro, oltre ad esser stato il primo a far conoscere in modo rigoro-samente documentale tali vicende, si è dimostrato fondamentale per la qualità dello scritto e come importante fonte storica.
Dal deludente risultato avuto dal PCI in provincia di Frosinone nelle elezioni del 2-3 giugno scaturirono, all’interno di esso, discussioni e valutazioni che in parte addebitarono la responsabilità del pessimo esito al fatto di aver prestato poca attenzione alla campagna elettorale e moltissimo impegno verso quella dei Bimbi al Nord .
A tale proposito riportiamo giudizi evidenziati sin da marzo da Maddalena Rossi che commentando tale campagna, metteva lo sguardo sullo stato del partito in provincia e del movimento delle donne : “La cifra di 2000 donne iscritte al partito data dai compagni è inverosimile. La commissione femminile presso la federazione non esiste, così come non esistono le cellule. Le sezioni della provincia hanno potuto raramente valersi della collaborazione delle donne, che è stata invece efficace a Sora, Ceccano, Ripi, San Donato, Sgurgola . L’Udi non ha base. Il Comitato provinciale non funziona e non ha sede. L’unico contributo dato dall’Udi alla nostra organizzazione è stata l’offerta di dolci  ai bambini partenti col secondo convoglio”.
La relazione continua nell’esame della situazione individuando limiti  e debolezze “I compagni della federazione hanno dimostrato, in questo particolare lavoro, scarsissima attività, eccessivo ottimismo e soprattutto, scarso senso di responsabilità “ E ancora:  “Essi mancano di spirito di iniziativa e non hanno doti organizzative: è stato necessario dire e ripetere indefinitivamente a ciascuno anche i minimi particolari e controllarne ogni volta l’operato“.
Non sappiamo se il severo giudizio della Rossi sia eccessivo anche se il risultato elettorale tenderebbe a confermarlo. E’ invece im-portante evidenziare che il PCI pur dimostrando, in provincia di Frosinone, di non essere una efficiente macchina elettorale, sull’organizzazione della campagna dei bimbi al Nord riesce a ot-tenere concreti e positivi risultati. Sicuramente il tema, lo scopo, le necessità, pur in una situazione complessa e difficile, hanno sollecitato e messo in azione speranze, sentimenti ed energie (anche di persone non comuniste) superiori a quelle profuse per le elezioni.
Le conseguenze dell’esito elettorale furono che la DC, sentendosi vittoriosa, attraverso una petizione di 45 sindaci della provincia  eletti durante le elezioni comunali di primavera, chiese al prefetto  la rimozione  del presidente della deputazione provinciale, il co-munista  Domenico Marzi, per sostituirlo con Augusto Fanelli, ge-nero del neo-sindaco di Frosinone, Memmo Ferrante. Marzi, politico di altri tempi e d’accordo con il suo partito, sgombrò il campo.  

Il rientro del 6 luglio1946
Le partenze verso il Nord dunque sono terminate e si iniziano a pre-parare  i rientri. L’attenzione e l’impegno rimangono forti e costanti incoraggiati dai primi positivi risultati.
Vale la pena riportare uno sgradevole fatto che si verificò a San Do-nato Val Comino, tratto dal libro “Scioperi a rovescio“ scritto da An-tonio Pellegrini. In uno dei ritorni dei bambini le famiglie di questo comune non furono avvisate a causa dell’ inefficienza dell’allora commissario prefettizio, preventivamente informato dalla croce rossa. Il segretario della sezione comunista, Donato Mazzola, mortificato per l’incidente, affrontò il commissario in piazza e, energicamente, gli appioppò un sonoro ceffone.
Purtroppo non siamo riusciti per mancanza di notizie e docu-menti a ricostruire tutte le date dei ritorni dei sette scaglioni ma solo quella del 6 luglio, dove è presente un contingente di 729 bambini, e dell’ultimo di settembre, di cui parleremo più avanti. Il treno del 6 luglio dovrebbe essere quello che riporta a casa i bimbi partiti il 2 marzo con il secondo scaglione. L’arrivo è alla stazione di Frosinone, da dove si sviluppano 12 percorsi, assicurati dalla ditta Trento e pagati dall’ufficio provinciale assistenza post bellica, per riportare i bambini ai 33 paesi di origine :
Botta e risposta tra “ Il  Popolo “ e “ Il Po-polano “
Polemiche denigratorie non intaccano il morale degli organizzatori. Il 3 luglio “Il Popolo“, quotidiano della Democrazia Cristiana, purtroppo commenta le esperienze vissute nelle famiglie del Nord in questo modo:“I poveri bimbi di Cassino hanno goduto abba-stanza per tre mesi o quattro la generosa ospitalità dei lavoratori del Nord, hanno ricevuto qualche straccio per coprirsi, non escluso qualche indumento per i genitori lontani; e la missione è terminata. Quanto è triste assistere a questo doloroso spettacolo!”
C’è da impallidire e rimanere increduli nel leggere queste poche righe dove cinismo e cecità sono gli unici sentimenti espressi. At-traverso “Il Popolano“ leggiamo la risposta, lunga e circostanziata, forse inutile rispetto a chi ha deciso non di confrontarsi ma so-lamente di denigrare e offendere, pertanto ci limitiamo a riportare solo alcuni brani “…dei poveri contadini, dei poveri operai se hanno dato “ stracci “ vuol dire che non potevano dare altro, e anche per questo c’è da togliersi il cappello. Che hanno fatto i prìncipi della Democrazia Cristiana? Che cosa hanno fatto gli Aldobrandini, i Massimo, i Borghese, per non citare altri che hanno milioni a palate. Ora i bambini cominciano a tornare e portano seco pacchi di vestiaro, libretti di risparmio, biciclette e viveri. Il nostro premio è stato soltanto quel visino sorridente che non eravamo abituati più a scorgere nei comuni distrutti della Provincia e noi ne siamo felici e paghi.” Ma la campagna infame continua, il mercimonio è all’ordine del giorno forse perché già si pensa alle prossime elezioni ed a coloro cui si cercherà di carpire il voto“.
La lunga campagna elettorale per le elezioni amministrative, infatti, deve ancora concludersi. Alcuni grandi comuni in provincia di Frosinone come Cassino e Ceccano andranno a votare a ottobre, Roma voterà a novembre.
Ci limitiamo a riportare l’ultimo stralcio dell’articolo:“Quanto a voi, cari fratelli del Nord, che tanto ci siete vicini, non raccogliete il fango che ricade su chi lo lancia! Vi trasmettiamo riparazione degna e pegno di amore, il sorriso di un bimbo che ha avuto da voi nuova vita, e la eterna gratitudine di una madre ritornata serena. Avan-ti !“.
Noncuranti delle polemiche e mentre i gruppi dei bambini si ap-prestano a ritornare  alle loro case gli organizzatori continuano il loro lavoro. Riportiamo una lettera che Pina Savalli inviò alla fede-razione comunista di Imperia, datata Frosinone  25 luglio 1946. In essa si sollecita l’impegno dei compagni di partito per far adottare un  bambino “dato che la famiglia vive nella miseria più nera.”  
Poi prosegue con la richiesta di conoscere “….quando pressappoco farete tornare i bambini del Cassinate ospiti della vostra provincia. Per noi è indispensabile saperlo subito, perché essendo soltanto pochi bambini, naturalmente per il ritorno li aggreghiamo a uno o più gruppi che a mano a mano torneranno; meglio ancora vi chiediamo che ci comunichiate “ subito” per quale epoca contate farli tornare. Beninteso se un certo numero di famiglie volesse farli rimanere per parecchi mesi oltre il ritorno della maggioranza potete sempre farlo, purchè lo si sappia a tempo debito”.

Capitolo XX. ULTIMO RITORNO E RIFLES-SIONI VARIE
“Centinaia e centinaia di braccine protese fuori dai finestrini, occhi vivi e pieni di gratitudine, visi paffuti e sorridenti, baci e saluti che si incrociano, pacchi enormi che a stento passano dagli sportelli e contenenti le cose più svariate, sorelle di Croce Rossa in gran da fare, Autorità che porgono un affettuoso addio ai piccoli viaggiatori, una nutritissima folla fra cui molte donne visibilmente commosse”. Con queste calde e vibranti parole incomincia la conversazione di Tullio Pietrobono dai microfoni di Radio Roma per descrivere le ultime fasi della partenza dalla Stazione di Milano attraverso un treno speciale del settimo e ultimo scaglione dei bambini, avvenuto il 14 settembre.
I bimbi dopo quattro mesi di permanenza, cosi come previsto, dal 16 giugno, a scadenza quindicinale, incominciano a ritornare a Cassino. Sui vagoni tappezzati da manifesti si leggono anche varie scritte a mano, tutte ricollegabili all’importante avvenimento che si sta concludendo ”W la solidarietà popolare “, “Ricordate bambini le mamme di Milano che sempre vi penseranno, “Nord e Sud un cuore solo”.
Il tono e la passione dai microfoni di Radio Roma rimangono  de-scrittivi e commoventi:“… se nella commozione del distacco dal piccolo pupillo la mano di quelle madri generose ha tremato, il loro grande cuore ha voluto dettare una parola, una frase che ac-compagnasse i bambini fin nella zona di Cassino.  
Dove tanti esseri, tra infinite miserie, attendono un alito di amore ed il segno di una fraterna commozione. Queste espressioni così semplici ed eloquenti ad un tempo danno a noi, che vicini viviamo alla tragedia di queste creature, il significato di profonda umanità che l’azione viva e solidale, scaturita dal V Congresso del PCI ed animata da un irresistibile  amore fraterno, assume nei riguardi di mille e mille giovani vite condannate ad infinite e gravi privazioni”.
Queste parole e le scritte sui vagoni  esprimono sentimenti, affetti, gioia e anche soddisfazione perché si sta per chiudere una fase importante in quanto, senza retorica e senza esagerazione, si può dire che da San Remo a Lugo, da Perugia a Conselice, di bocca in bocca, di città in città, è stato lanciato  un grido di allarme e rea-lizzato un eccezionale impegno solidaristico: salviamo l’infanzia del Cassinate.
Il treno speciale che parte nella mattinata dalla stazione centrale di Milano e che vede presenti anche venti sorelle della CRI toccherà in giornata le stazioni di Pavia, Parma e Bologna per raccogliere i bambini. Nella nottata del 14 e nella giornata del 15 toccherà i centri di Faenza, Pesaro, Fabriano, Foligno per   raggiungere Roma e Frosinone. In tutte le stazioni sopra indicate convergeranno i bambini provenienti da Novara, Varese, Merano, Bolzano, Verona, Macerata, Ascoli Piceno, Ravenna, Perugia.
Il treno speciale arriva alla stazione di Frosinone, così come previ-sto, alle 10,35 del 16 settembre: riporta 1150 bambini i quali lungo 18 itinerari diversi raggiungeranno i loro paesi di origine, attraverso un servizio di auto e camion fornito dalla ditta Trento .Tale servizio costerà 175.000 lire più 4% IGE  e anch’esso verrà pagato dall’ufficio provinciale assistenza post-bellica  . E’ necessario precisare  che rimangono ospiti nelle città di accoglienza ancora 300 bambini mentre 50 sono stati adottati.
Altri 300 bambini invece precedentemente erano ritornati alla spicciolata trattandosi in gran parte di “una irriducibile insofferenza della lontananza della famiglia o per insofferenza di trattamento per i casi di bambini ricoverati in Istituti religiosi”.
Precisiamo inoltre che i viaggi di ritorno debbono essere stati più di due perchè Pietrobono nella richiesta del 13 settembre all’ufficio provinciale assistenza post-bellica nel rimettere il piano di trasporto specifica che: “…particolarmente si tiene conto, data l’esperienza dei passati rientri, del voluminoso bagaglio che ciascun bambino reca con sè“.
I comitati provinciali di solidarietà, quelli che hanno organizzato l’accoglienza, risultano essere 19, ai quali bisogna aggiungere an-che quelli comunali, ad es. Prato, e i comitati di frazione come ad es. Voltana in Lugo .
I bimbi sono stati accolti in 51 Comuni .
Vediamo allora di riportare anche i dati essenziali del bilancio fi-nanziario finale:
Entrate £4.872.086 , uscite £3.384. 497, ma va precisato che a questa data risultano esserci ancora 1.500.000 lire da pagare alle ferrovie dello stato. Accanto alla cifra del debito c’è anche una postilla: pratica in corso presso  il ministero assistenza post-bellica per ottenere un sussidio, ovvero il pagamento totale della somma .
Lo svolgimento di questa pratica sarà lungo e tortuoso, si protrarrà per tutto il 1947 perchè palleggiata attraverso parecchi ministeri. Passerà fra le mani dello stesso sottosegretario Andreotti che, ovviamente, la inoltrerà al ministero dell’interno. Nella sua missiva del 28 agosto 1947 riusciamo a sapere che il debito residuo rimane  ancora di 864.128 lire.
Il 18 novembre dello stesso anno il ministero dei trasporti annuncia che non può assumersi l’onere della spesa .
E’ evidente che a quella data il clima politico è cambiato, i partiti di sinistra dal mese di maggio sono stati cacciati all’opposizione, anche in Italia si apre la lunga stagione della guerra fredda e non sappiamo quale sia stato l’esito di tale contenzioso.
Ma ritorniamo a Cassino, dove risulta  che il Comitato provinciale ha trasferito al Comitato per Cassino oltre un milione di lire per automezzi e loro funzionamento.
Da quanto abbiamo analizzato si evince che le uscite risultano così suddivise:
il 10% per invio delegazioni al nord e spese di mantenimento per le delegazioni provenienti dal nord;
il 5% per funzionamento del comitato di solidarietà per il cassinate e del sottocomitato a Cassino;
15% per acquisto viveri, indumenti e trasformazione indumenti.
Per meglio capire l’ammontare delle spese è opportuno riprendere il ruolo avuto dall’UNRRA. Questa organizzazione aveva fornito gran parte dei camion per il trasporto dei bambini dai comuni di residenza fino alle stazioni di partenza nei primi tre scaglioni, ma successivamente non assolse più tale servizio e i motivi non li co-nosciamo. Di conseguenza le spese di trasferimento  graveranno sul Comitato  anche se va precisato che nei ritorni  il costo dei trasferimenti dei bambini dalla stazione di Frosinone ai comuni di residenza verrà sostenuto dall’ufficio provinciale assistenza post-bellica.
I bambini dunque tornano a casa. Pina Savalli, 34 anni dopo, rila-sciando una testimonianza alle curatrici del libro”Cari bambini vi aspettiamo con gioia “ solleva anche un altro aspetto, un’esperienza che ha vissuto in prima persona:“…un bambino che sfuggendo alla sorveglianza della crocerossina si era arrampicato sul portabagagli e vi si era addormentato, poco prima di Pisa, a una scossa particolar modo brusca del treno cadde fratturandosi il cranio. Ricordo quanto sia stata in questo drammatico frangente non solo la generosità ma l’efficienza dei compagni pisani: la Rossi ed io che accompagnavamo il convoglio decidemmo di far pro-seguire il treno lentamente fino a Pisa, dove i compagni immedia-tamente avvertiti, provvidero in tempo, nonostante si fosse nel cuore della notte, a far ricoverare il bambino nel reparto  ospeda-liero adatto, assistendolo dal punto di vista sanitario e affettivo e prendendo con la famiglia un contatto immediato, che mantennero poi fino alla completa guarigione del piccolo.
Un qualsiasi piccolo incidente poteva avvalorare la campagna ter-roristica che veniva portata avanti nei paesi di partenza, con cre-scente livore, verso le famiglie sia dei partiti sia di quelle che do-vevano ancora partire. Per fortuna le famiglie del Nord ospitanti, rendendosi conto della situazione e seguendo le nostre indicazioni, aiutarono molto in questo senso, scrivendo con frequenza e ricchezza di notizie e di fotografie. Mentre noi organizzammo de-legazioni di madri in alcune città ospitanti perché toccassero con mano come vivevano i loro bambini. Per tutta la durata della campagna nelle varie località di accoglienza ed anche per i sog-giorni che durarono più a lungo non ci furono mai incidenti seri”.
Il ragazzo del quale la Savalli ha raccontato l’infortunio si chiamava De Santis, di Isola Liri; lo abbiamo dedotto leggendo il bilancio provvisorio: nell’analisi delle voci di spesa abbiamo rilevato che per ben due volte il Comitato di solidarietà per il cassinate paga il viaggio e l’albergo alla famiglia che va a visitare il bimbo a Pisa.
Abbiamo riportato questo avvenimento per ricordare che un piccolo errore, un inconveniente qualsiasi poteva diventare l’occhio di un ciclone turbolento in grado di risucchiare e rimettere in discussione tutto il prezioso lavoro svolto.

Ancora si progetta il futuro
Ma c’è un aspetto molto importante che evidenzia non solo la cul-tura del fare ma anche quella del prevedere, dell’andare oltre i confini e i limiti del presente. Pietrobono, nell’elencare minuzio-samente tutto l’insieme delle cose ricevute, non si abbandona mai  all’auto-compiacimento, al trionfalismo, ma pensa a un prossimo futuro, prova ad esempio a ipotizzare che con i  medicinali in ec-cesso “andremo a costituire le scorte occorrenti a due ospedali che per iniziativa del Comitato Nazionale per Cassino e con la nostra collaborazione sorgeranno uno ad Atina e l’altro a Cassino … ora che la prima fase della nostra attività si è felicemente conclusa, sta per iniziare la realizzazione di un piano che deve dar vita ad opere durature in quei paesi del Cassinate dove la ricostruzione è lenta ed inadeguata alle necessità del  popolo ”. Per il futuro dunque,prova a disegnare una realtà decisamente innovativa “…in campo nazionale il Partito dovrebbe tendere al coordinamento di tutti i comitati ed organismi assistenziali, in maniera che l’azione sociale venga svolta secondo un principio ed un senso nuovo, con la partecipazione diretta ed effettiva delle masse popolari chiamate ad intendere in senso nuovo la solidarietà popolare.
Tutte le organizzazioni di partito e tutti gli organismi di massa in cui è forte la nostra influenza, dovrebbero evitare di svolgere attività di beneficenza ( distribuzione di pacchi ecc. ) ma dovrebbero tendere soprattutto alla realizzazione di opere concrete, durature, permanenti.
Per quanto riguarda Cassino, considerata l’abiezione cui è perve-nuta quella popolazione che nella stragrande maggioranza vive o di beneficenza spicciola o di speculazione, il nostro Partito, il Comitato Nazionale ed il nostro Comitato dovrebbero far  muovere l’apparato governativo perché nella “ zona della battaglia “ sia realizzato un piano di ricostruzione, basato sullo sviluppo dell’iniziativa privata, garantita da una apposita legislazione finanziaria. Questo piano do-vrebbe particolarmente toccare la città di Cassino, poiché senza trascurare gli interessi degli altri centri del Cassinate, qui deve essere data la spinta maggiore.”   
     
Capitolo XXI. SOFFERENZE E AMAREZZE
La descrizione della campagna dei bimbi al Nord, del felice ritorno dei bambini, della strabiliante mobilitazione nei comuni del Nord e di quella, seppur limitata, nelle realtà della provincia di Frosinone, potrebbero indurci a chiudere in bellezza questa narrazione. Ma pochè abbiamo avuto la possibilità di sfogliare documenti, articoli e carteggi che hanno rivelato risvolti carichi di amarezze per gli organizzatori voliamo utilizzarli nella nostra ricerca che ci propo-niamo il più possibile critica e trasparente.
A Merano
Partiamo, quindi da una corrispondenza fra il  presidente del co-mitato di Merano, Palazzi, e il Comitato di solidarietà per il cassi-nate, in data 13 agosto 1946.
E’ la risposta a una nota dello stesso comitato, di cui purtroppo non conosciamo l’originale, riguardante episodi di  persone di Cassino che senza alcuna autorizzazione ritirarono i propri figli.
La lettera presenta dati veramente sconcertanti.
Il Comitato di solidarietà per il cassinate aveva dato disposizione ai comitati di accoglienza di non rilasciare i bambini a persone non accompagnate da autorizzazione del Comitato stesso.
Invece si verificò che i genitori di Anna e Assunta Lillo, ospitate dalle famiglie Bernardi e Cantone, arrivassero  per  riprendersi le figlie non solo senza l’autorizzazione del comitato di Cassino ma senza nemmeno avvertire il comitato di Merano, che solo a fatti avvenuti conobbe l’accaduto.
Si verificò inoltre che una certa signora Proselli, di Cassino, non solo andò a riprendersi la figlia, ma si portò dietro anche un bam-bino di Paliano, Lando Martini, che arrivato alla stazione di Frosi-none non trovando nessuno ad aspettarlo venne condotto in que-stura. La Proselli, inoltre, non soddisfatta si recò al comitato di Cassino e infangò di calunnie il Palazzi di Merano.
La lettera di Palazzi, scritta con molto scrupolo burocratico, è infatti una risposta ad una nota del 9 agosto inviata dal comitato di Cassino.
Il Palazzi replica che la signora aveva alla sua presenza pronun-ciato verso il comitato di Cassino le stesse dichiarazioni infamanti di cui ora è lui a essere accusato. Precisa che ha anche copia del telegramma con il quale avvisava il comitato di Frosinone circa l’orario di arrivo del treno alla stazione di Frosinone del bambino Martini Lando e quindi se non c’era nessuno ad aspettarlo la re-sponsabilità non era sua.  Aggiunge che lui stesso ha regalato un paio di sandali e consegnato £ 850 alla figlia della sig. Proselli, e che la stessa si è impossessata di due pacchi regalo che apparte-nevano al ragazzo di Paliano. Infine scrive che quando il comitato di Merano si è presentato alla famiglia Moratelli, ove era ospitata la figlia della Proselli, per annunciare che la bambina sarebbe ri-tornata casa con la madre, la piccola è scoppiata a piangere di-chiarando di non voler andare via.
Il Palazzi fa  presente che altri genitori di Cassino, di cui non riporta le generalità, arrivati a Merano per riprendere due figli nella casa nella quale sono stati ospitati,  di notte sono stati trovati a rubare sigarette e denaro e  per questo sono stati immediatamente allontanati.
In poche righe vengono fuori storie di straordinaria miseria, oltre che di incomprensibile ingratitudine.
Infine il presidente Palazzi fa presente che dopo questi ultimi ritiri a Merano rimangono solo due bambine, Enza Capitani e Lucia Greco, la cui presenza si protrarrà per volontà delle bambine e di chi le ospita.
Precisiamo che nel momento in cui il presidente Palazzi scrive la sua dettagliata risposta ha a fianco Tullio Pietrobono che da Fro-sinone è stato inviato appunto a Merano per verificare direttamente cosa stesse accadendo. Quest’ultimo, a margine della lettera dattiloscritta, scrive a mano:”I compagni di quassù hanno fatto le cose nel migliore dei modi e certo non sono soddisfatti del comportamento dei nostri conterranei ”.
Dalla relazione conclusiva sui viaggi.
Le notizie che ora riportiamo sono riprese da un dattiloscritto senza data nè firma, ma prodotto sicuramente da Pietrobono dopo il ritorno di tutti i bambini il 15 settembre.   
“La Croce Rossa che a Roma ufficialmente collaborava nella nostra zona e particolarmente a Cassino, dove alcune crocerossine saltuariamente si recavano, non tralasciava occasione per diffa-mare la nostra iniziativa”.
“Il Centro Italiano Femminile organizzazione collaterale alla Dc si pose subito nei nostri riguardi  sul terreno della concorrenza e cercò in ogni momento di trasferire, tramite i diversi parroci della zona, i bambini di Cassino: infatti un centinaio di bambini furono ripresi alla rinfusa e trasferiti in gran premura o in altri centri della provincia stessa o nel Lazio e questo ci dimostra che la nostra ini-ziativa era buona e toccava profondamente l’attività assistenziale monopolizzata dalle Associazioni religiose e cattoliche. L’iniziativa del Cif è stata però letale per gli organizzatori, poiché i bambini trasferiti in condizioni pietosissime, hanno fatto ritorno immedia-tamente a casa, più ammalati di prima, affamati e pieni di inset-ti” .
Pietrobono passa ad analizzare anche le cause che hanno deter-minato, almeno in un primo momento, l’attecchirsi della propa-ganda avversaria:”…debolezza dell’ organizzazione del partito o addirittura della sua inesistenza … Basso livello sociale e morale della popolazione del Cassinate aggravato dall’isolamento in cui la guerra  ha gettato quella zona e dove il prete è una potenza as-soluta. Molte volte abbiamo avuto modo di constatare lo stato di regresso di queste popolazioni, quando ad esempio, molte mamme in delegazione venivano ad inscenarci delle dimostrazioni ostili negli uffici del nostro Comitato, minacciandoci  perché noi avevamo mandato in Russia i loro figli e ne avevano fatto del sapone, asserendo di essere prive di notizie anche quando avevano in tasca  recentissime notizie e questo al solo scopo di ricattarci, cercando di avere, ottenere sovvenzioni in denaro o in merce. Di qui il forte e permanente stato di agitazione in tutti i paesi dove avveniva il reclutamento, per cui i responsabili del Comitato dovevano visitare ripetute volte i centri in cui le famiglie affidavano i bambini allo scopo di evitare che all’ultimo momento non si presentasse nem-meno un bambino come era facile prevedere.
L’obbiettivo era quello di impaurire, di non far partire, un aperto boicottaggio ed il ritornello era lo stesso: i bambini vanno in Russia con l’aggiunta faranno il sapone, oppure quando ritorneranno, se ritorneranno, saranno stati educati ad odiare la famiglia“ .

Le debolezze nel PCI
Abbiamo già scritto che l’iniziativa si realizza in un’area in cui il PCI era debole nella città di Cassino e inesistente in gran parte dei comuni circostanti. Un partito, dunque, permeabile alle voci ed alle calunnie promosse dagli avversari. A volte qualche  segretario di sezione o semplici iscritti del Pci partecipano a questa azione denigratoria e per questa azione deleteria Pietrobono accenna anche ad alcuni provvedimenti disciplinari, quali l’allontanamento da ruoli di responsabilità. Purtroppo vengono fuori anche visioni settarie.
Sin dall’inizio della campagna per i bambini di Milano e Torino, si chiedeva  che a partire fossero solo i figli dei comunisti.
Ricorda infatti Teresa Noce: “I compagni dirigenti e in primo luogo Longo non erano d’accordo o si dimostravano scettici sulla riuscita della nostra iniziativa. Dicevano che i compagni di Reggio Emilia avrebbero tutto al più potuto prendere a loro carico qualche decina di bambini. Perciò questi dovevano essere solamente i nostri, cioè i figli dei compagni che erano stati in carcere, bambini che avevano sofferto le maggiori privazioni nei lunghi anni di guerra. Non potevamo dunque popolarizzare la nostra iniziativa: doveva essere solo una cosa interna di partito “. Le donne fortunatamente tennero duro, ebbero pazienza, e alla fine furono più di cinquemila i bambini poveri provenienti da Milano e Torino ospitati in provincia di Mantova e in Emilia  in quell’ autunno del 1945.
Pietrobono scrive che fu frequente la discussione aperta da chi ri-teneva che bisognava andare nelle case dei bambini che avevano prima ritirato il vestiario e poi non erano partiti. Ma egli era fer-mamente convinto che le risorse finanziarie, gli alimenti, gli in-dumenti raccolti dovevano essere indirizzati a tutta l’infanzia del cassinate e quindi anche a chi aveva scelto di rimanere a Cassino.
A proposito del vestiario strappa un sorriso, ma non troppo, quello che capitò nella città di Napoli quando un anno dopo venne ripetuta la stessa campagna di solidarietà. Le famiglie napoletane andavano nell’Albergo dei Poveri per ritirare gli indumenti, poi i bambini si presentavano regolarmente alla partenza,vestiti a nuovo, salivano sul treno ma  prima di affacciarsi dai finestrini per i saluti in fretta e furia si toglievano il cappotto o la giacca per passarla ai parenti a terra, sicuri di trovare per sè altri indumenti. Restava l’inconveniente della perdita del cartellino di identificazione, strumento importantissimo su cui erano annotate notizie sul bambino.
Questo episodio ci fa capire come la miseria aguzzasse l’ingegno, sollecitando forme di creatività impensabili.
Tornando alla relazione di Pietrobono, vi sottoponiamo il passaggio in cui si avvia a criticare il comitato di Milano mettendo sempre al centro i fatti:
“ Il Comitato di Milano, che si era proposto il programma più  vasto ha voluto realizzare due iniziative:
1) la raccolta di fondi che ha dato oltre 8.000.000 , indumenti e medicinali.
2) ospitalità dei bambini.
I due problemi sono stati ad un certo momento confusi poiché si è creduto che per ospitare bambini bastasse erogare una parte di fondi raccolti, trascurando di sviluppare il senso di solidarietà in merito alla ospitalità fra le masse popolari. Non si è capito che il nostro partito lanciava l’iniziativa basandosi proprio sulle possibilità di ospitalità  diretta da parte delle popolazioni del Nord.
I nostri bambini in Milano sono quasi sempre stati ricoverati in i-stituti religiosi. Dopo varie peregrinazioni: questo fatto ha note-volmente compromesso la nostra attività precedente ( i bambini per Milano sono partiti il 30 marzo con il terzo scaglione) poiché i bimbi della nostra regione proprio per le condizioni di arretratezza causate in gran parte dalla guerra male si adattano ad una vita e ad una necessaria disciplina di collegio, la quale istituzione, nel migliore dei casi, offre un ambiente, un trattamento e possibilità affettive ( queste ultime necessarissime allo stato morale dei nostri bambini) di gran lunga inferiori a quanto possa offrire una comune famiglia di lavoratori. A questo si aggiunga l’aperto sabotaggio di alcuni elementi civili posti temporaneamente alla sorveglianza dei centri di smistamento, che fra le altre cose hanno gettato il panico tra i bambini stessi, a volte firmando con il nome del bambino, annunciando alle case di origine le notizie più allarmanti.
In proposito con il Comitato di Milano abbiamo avuto un notevole scambio di corrispondenza ed anche la federazione milanese è stata debitamente interessata, ma nessun cenno di risposta ci è pervenuto. Dobbiamo pertanto registrare che il problema di Milano ha rappresentato una fase negativa dello sviluppo della nostra iniziativa, con evidenti riflessi nelle altre province del nord, dove gli inconvenienti verificatosi a Milano hanno trovato diffusa illu-strazione.
L’attività del Comitato di Milano a nostro favore si può riassumere nelle cifre seguenti: invio fondi di lire 2.700.000; materiale inviato 50 quintali circa fra cui medicinali e viveri; bambini ospitati 558 nella quasi totalità successivamente trasferiti in altre province della Lombardia e del Piemonte
“Il ritorno dei ragazzi anzi tempo” ovvero prima della scadenza prevista di quattro mesi, “ è in gran parte determinato da una ir-riducibile insofferenza della lontananza dalla famiglia o per insof-ferenza di trattamento per i casi di bambini ricoverati in istituti re-ligiosi .”
Polemica con “ Vita Nuova”
Riportiamo infine una  vergognosa polemica.
Abbiamo trovato una nota proveniente dal PCI di Trieste  diretta a Maddalena Rossi, in quel periodo deputata  all’ Assemblea Co-stituente e protagonista, almeno per una prima fase, dell’iniziativa che stiamo narrando che  riportiamo per intero:
“Cara compagna, ti inviamo perché tu ne prenda visione, l’allegato articolo del più velenoso giornale anticomunista di Trieste, “Vita Nuova“ settimanale dell’Azione Cattolica.
Considerato che si tratta di cose alle quali tu sei in grado di ri-spondere adeguatamente e con conoscenza di causa, ti preghiamo pure di inviarci un breve ed efficace articolo di confutazione e di smascheramento della malafede della redazione del settimanale.
Ti preghiamo pure di curare il suo inoltro raccomandato espresso, in modo da avere una garanzia che l’articolo non si smarrirà per strade e che arriverà forse in tempo per essere pubblicato questa settimana stessa. Ti ringraziamo e ti salutiamo fraternamente.
M. Ubaldini”  .
Abbiamo sia una bozza manoscritta che una dattiloscritta della ri-sposta, non della Rossi ma di Pietrobono.
Il settimanale è ancora in attività. Siamo entrati in contatto con l’ archivio dello stesso ma pur avendo ricevuto risposte di grande disponibilità non è stato trovato né l’articolo, né la risposta di Pie-trobono.
Comunque tale risposta  contempla un riferimento nuovo che non avevamo trovato nelle dichiarazioni precedenti “qui da noi dove tutti restavano forzatamente inerti, una vergognosa campagna di calunnie e di diffamazioni veniva lanciata, a cura delle sagrestie, dei confessionali e dei pulpiti contro l’iniziativa  che il Comitato per Cassino stava per realizzare” . E qui la precisazione assume toni drammatici, si evidenzia uno scoppio di indignazione da parte di chi in questi mesi ha mediato, aggiustato, limitato all’essenziale la polemica ma che ora non ne può più .“E’ vero, Untorelli di Vita Nuova, è vero, a S. Andrea( Sul Garigliano) fummo proprio ricevuti con i mitra; li in quella plaga di miseria e di morte dove si viveva isolati dal resto del mondo, dove la malaria trovava su decine e decine di giovani, dove uomini e donne erano annidati in caverne in spaventosa promiscuità, proprio là dove  noi  tendevamo una mano fraterna e soccorritrice, là per una delittuosa propaganda fummo accolti dalle bocche dei mitra “ Crepino i bimbi ma non si realizzi l’iniziativa del PCI” questa la parola d’ordine. Questo episodio seppure non ci impressionò, ci dette la misura della violenza assunta dalla campagna scatenata contro di noi. Ma questo fatto lungi dal gettarci nello sconforto fece raddoppiare l’ardore ”.
Pietrobono seguita a ricordare quel mese di febbraio quando subito dopo la prima partenza: “….con sadismo eccezionale si continuava a ripetere alle orecchie delle madri: disgraziata cosa hai fatto? Tu non vedrai più tuo figlio. Sin dal giorno successivo la partenza vennero a reclamare con le lacrime agli occhi il proprio bambino e cosi per molti giorni. Fino a quando non arriva la lettera o la cartolina del bambino ed allora le tensioni più grandi si dileguano, ma rimane tuttavia il dubbio che quella possa essere una manovra dei comunisti e resta perciò il timore di un successivo trasferimento per… destinazione ignota ”.
Ma Pietrobono non trascura nulla e risponde anche sulla presunta bontà dell’intervento fatto dalla chiesa, riportato da “ Vita Nuova.
“Ma la reazione non si fermò alle parole, passò ai fatti: scese sul terreno della concorrenza insensata. Ed ecco infatti che un sacer-dote di Aquino si mise in tutta fretta ad organizzare ad Arce una specie di Asilo  e racimolò un po’ qua ed un po’ là una trentina di bambini senza visita medica preventiva, senza le dovute cautele di cui una tale iniziativa necessita, e li rinchiuse  in questa parodia di collegio ove di lì a poco vennero precipitosamente ritirati dalle genitrici perché denutriti e mal tenuti ”.
E a proposito dell’ateismo dei comunisti, della propaganda che si temeva i bambini dovessero subire contro il concetto di famiglia, Tullio Pietrobono tende l’arco e lancia una freccia acuminata:
“ Dopo qualche tempo dalla partenza del primo convoglio tre de-legazioni di mamme raggiunsero in tempi successivi diversi centri dell’Italia settentrionale fra cui l’ Emilia rossa ed anticlericale dove ebbero la consolazione di assistere alla prima  comunione ( do-cumentabile con materiale fotografico) di moltissimi bimbi e rice-vettero entusiastiche accoglienze con ricchi doni. Procuratevi in-formazioni più precise o calunniatori sfortunati.”   

Capitolo XXII.  CONSIDERAZIONI FINALI
Abbiamo riportato che i treni che trasportavano i bimbi del cassi-nate trovarono sempre e ovunque calorose accoglienze non solo nei centri di arrivo, ma anche durante le soste effettuate lungo il tragitto. Erano così abbondanti le vettovaglie offerte che gli ac-compagnatori ritornavano con grandi scorte di riso, zucchero, pasta che successivamente venivano distribuite alle famiglie indigenti dei comuni interessati.
Alimentazione, affetto, istruzione
Abbiamo evidenziato come il cibo e l’alimentazione in genere siano stati un elemento importante che  ha ridotto le distanze fra culture che si incontravano. Abbiamo sentito direttamente e provato a descrivere bambini affamati che sfuggivano  a una realtà alimentare precaria e scoprono all’improvviso un’ alimentazione più ricca e più varia che affascina, conquista, seduce, anche a causa delle forme, dei colori, degli odori e dell’allegria con i quali  il pasto viene presentato. A questo riguardo  la testimonianza rilasciataci da Angela Mattone, di Ceccano, ospite in Lavezzola di Conselice, risulta essere molto esplicativa. Il cibo in questa storia diventa sempre comunicazione, strumento in grado di stabilire forti relazioni. Quando i timori, le paure indotte frenano o ostacolano il rapporto con le famiglie ospitanti, è sempre il cibo che stabilisce prima, e consolida poi, i rapporti. Diventa il collante per l’ incontro fra persone e rimuove  ansie e timori precedentemente accumulati. Risultano a questo proposito molto significative le testimonianze di Rosanna De Luca, di Atina, e di Franco Ceccarelli, di Ceprano, riportate nel libro  “I Treni della felicità“di Giovanni Rinaldi.
Veramente toccanti sono gli affetti dimostrati, le quotidiane ac-cortezze, il desiderio da parte degli ospitanti di corrispondere a-more e umanità. E’ l’insieme di tutte questi elementi che ha dato il senso all’iniziativa.
Quasi tutti i bambini, trascorsi i quattro mesi, ritorneranno a casa. Comunque, alla data dell’ultimo ritorno, trecento rimangono per scelte consensuali, 50 risultano adottati .  Coloro che  tornano a casa sono rafforzarti nella salute perché alimentati sufficientemente  e più sicuri psicologicamente per la nuova esperienza fuori della famiglia.
A questo punto ci sembra opportuno riportare quello che scrive Maria Maddalena Rossi in una testimonianza rilasciata  a proposito della scuola e dell’istruzione:
“….In quasi tutto il cassinate non funzionava una scuola: o erano distrutte oppure là dove erano esistenti restavano deserte perché i figli dei contadini non avevano alcun mezzo per arrivarvi. Invece nelle città del nord, i piccoli ospiti furono tutti mandati a scuola. era questa una delle condizioni più precise e, d’altra parte fu uno dei compiti principali assicurato dai Comitati che organizzavano l’accoglienza nei comuni d’arrivo. Ma soprattutto straordinaria fu la sensibilità e l’impegno delle famiglie ospitanti, in particolar modo di quelle bracciantili, che avevano coscienza di quale conquista era stata per loro stessi la fine dell’analfabetismo e il diritto all’istruzione raggiunto dopo tante lotte da poche generazioni sol-tanto“
I bimbi dunque ritornano a casa felici, soddisfatti, sicuri, e in alcune foto, messe a confronto con quelle riguardanti la partenza, appaiono addirittura spavaldi. Sono portatori di una ventata di ot-timismo, di  nuove speranze e di un sapere  che immediatamente diffondono nelle loro famiglie, nel vicinato e nei comuni di prove-nienza.
Alla radice della solidarietà
Per capire le ragioni di una solidarietà così profondamente sentita e manifestata, è utile analizzare le cause economiche, culturali e politiche.
Nella lettura delle relazioni mensili dei prefetti dell’epoca di  tutte le province dove si realizza la solidarietà e indirizzate al Ministero dell’Interno, abbiamo notato un costante riferimento alle privazioni,  alla miseria diffusa, alla mancanza di cibo, alla borsa nera, alla mancanza di alloggi, ai furti e alle truffe. A volte in alcune relazioni sembra che sia la stessa precarietà sociale a minacciare la forza delle Istituzioni e la credibilità dello Stato.
Le realtà locali e le famiglie che accolgono i bimbi del cassinate non possono essere considerate ricche nel senso pieno del termine, raramente appartengono al ceto proprietario. Nella nostra ricerca è venuta alla luce l’ospitalità di chi aveva una proprietà contadina, di un mondo semibracciantile sicuramente collegato alla fertilità e produttività della terra. Un altro nucleo è quello caratterizzato da situazioni in cui ambedue i coniugi hanno un reddito, anche se contenuto. Un discorso a parte merita la situazione in Abbadia San Salvatore dove per lo più sono le famiglie di minatori a ospitare i bambini.
Si tratta di realtà in cui all’inizio dell’ altro secolo le lotte dei brac-cianti agricoli per il salario e per nuovi rapporti di lavoro erano state vigorose ed estese, a volte cruenti, e avevano indotto i pro-prietari a compiere importanti  innovazioni  tecnologiche.
Già durante il lungo sciopero agrario del 1908, in provincia di Parma, quando la salute e la vita dei bambini erano a rischio, fu-rono le famiglie di realtà operaie e fra queste il sobborgo “Cristo “di Alessandria a ospitare i bambini per tutto il periodo dello scio-pero .
Come non ricordare anche le belle immagini del film “Novecento “ di Bernardo Bertolucci riguardanti la partenza dei bambini, figli di contadini, dalla stazione di Guastalla, nel giugno del 1908, quando vennero ospitati dalle famiglie dei portuali di Genova? Il grande regista opera un miracolo dal punto di vista scenico mettendo insieme colori, suoni, colloqui e sentimenti, ma certamente  il clima, l’entusiasmo, il senso della generosità, le bandiere rosse, la speranza di un avvenire diverso e migliore  “..il sol dell’avvenir ”, stabiliscono la stessa connessione sentimentale vista e provata durante le partenza da Ceccano, Paliano, Sora, Isola del Liri, San Donato Val di Comino, Sgurgola.
Inoltre vanno aggiunte altre dichiarazioni come ad esempio:
“Dovunque passavano i bambini erano fatto segno di grandi ova-zioni da parte di folle che  si assiepavano nelle stazioni ferroviarie spesso con la presenza di bande musicali  “
“I bambini diretti a nord pernottano a Parma, roccaforte dell’Azione Diretta dove da due settimane era giunto il primo gruppo. Come due sabati prima con una enorme folla ad assediare la stazione, i bambini ricevono baci, carezze, cibo “.
Attenzione però, questi due brani riportati non descrivono immagini riguardanti i bambini di Cassino. Essi vengono scritti nel 1911 allorquando gli ottomila operai di Portoferraio e Piombino dovettero subire una serrata da parte dei proprietari dell’Ilva durata 135 giorni e il sindacato, per tutelare i più deboli, lanciò la campagna per l’affido di massa, ottenendo la disponibilità di oltre duecento famiglie.
A Torino nel corteo del 1 maggio del 1920 sfilano i bimbi poveri di Vienna, ospiti di famiglie operaie. Dopo appena 18 mesi dalla fine della guerra contro l’Austria, sono gli operai a proporre un concetto di solidarietà che supera le barriere dei confini nazionali .
Non  è esagerato allora affermare che è la solidarietà il nuovo va-lore per costruire l’ Italia, uscita dalle rovine morali e materiali della guerra. E’ naturale pensare che le popolazioni settentrionali nel corso delle loro lunghe lotte abbiano acquisito tale valore nel proprio “patrimonio genetico “. Dobbiamo riconoscere che la soli-darietà è il lascito fecondo, politico e culturale,  trasmesso dalla migliore tradizione del partito Socialista.
L’altro dato interessante è il rapporto avuto da queste popolazioni con la Resistenza. Le idee animatrici del secondo Risorgimento rappresentano il presupposto decisivo per il tema della solidarie-tà.Non è forse significativo che in provincia di Modena, dove ven-gono ospitati quattromila bambini provenienti dalle borgate di Roma e dalla provincia di Latina, vi siano stati diecimila partigiani combattenti e mille caduti? Come non riflettere sulla figura di Rosa Filippi, di Lugo, una giovane che ha avuto il padre e due fratelli uccisi dai nazi-fascisti, che a diciassette anni, non ancora sposata, con il proprio compagno ospita in casa Rosanna De Luca, di Atina, perchè sente la necessità di offrire qualcosa a chi non ha niente?
Si. Siamo tentati di affermare che più alta è stata la partecipazione alla Resistenza, più alto è stato l’indice di ospitalità. Si, siamo sempre più convinti che esiste una connessione culturale e politica fra le lotte agrarie di inizio secolo e la Resistenza ,fra questa e l’accoglienza riservata ai bimbi di Cassino.  

Il ruolo delle donne
Non possiamo chiudere questa ricerca trascurando il ruolo avuto dalle donne: da Teresa Noce, che ebbe il merito di ideare l’iniziativa, alle donne dell’Udi di Sora, in grado di rintuzzare l’offensiva sanfedista scatenata con i minacciosi manifesti nella loro città  evocanti cosacchi russi pronti a uccidere i bambini del Cassinate, fino a quelle di Lugo, di Colle di Val d’Elsa, e a Madda-lena Rossi, a Pina Savalli, a Linda Puccini , a Maria Moscarelli e alle moltissime altre che solo per motivi di spazio non riprendiamo.
Grande è stato il contributo delle donne, sia al Nord che nella provincia di Frosinone. Non abbiamo avuto dichiarazioni o testi-monianze esplicite, ma come  facciamo a non pensare che nell’interno delle famiglie ospitanti furono proprio le donne a cari-carsi di lavoro e di rinunce? Furono loro che determinarono la scelta certamente non facile di aggiungere un posto a tavola e di allargare affetti senza creare gelosie nell’interno delle famiglia, gestendo le nuove situazioni con saggezza e umanità, accollandosi  un nuovo impegno che seppero risolvere con coraggio e  amore.
“Nord- Sud,un cuore solo”. Cosi scrisse una mano ignota su un vagone che da Milano riportava a casa i bambini. Una dichiarazione certamente non retorica  che rivela il ponte di amore e di co-noscenza creatosi fra le regioni italiane che affratellava e univa tutti nella comune aspirazione alla rinascita.
“Un conoscersi tra gente che aveva vissuto in modo diverso le a-trocità della guerra; il superamento da una parte e dall’altra di antiche incomprensioni e diffidenze, un entrare in contatto di mondi diversi: il mezzadro emiliano ed il sottoproletario meridionale, con rapporti di solidarietà che resistettero nel tempo”  . A tale proposito come non pensare al rapporto di affetti ancora esistente  fra Nenetta e Gloria Carlini e Tina Bellinzona di Canneto Pavese o agli affetti manifestati da  Peppino Gentile e durati fino al compimento dei 105 anni della sua “mamma”, in località La Briglia, in Vaiano o quello di Metardo di Conselice verso Augusto Mattone?
L’esperienza dei bambini del cassinate, seguita da altre campagne di solidarietà che negli anni successivi porteranno nel Nord circa 70.000 bambini, insieme alle grandi emigrazioni che dalle campa-gne del Sud vennero a creare il miracolo economico fu il seme fe-condo che contribuì a definire una coscienza nazionale, costruita non a tavolino o sui libri di educazione civica ma nell’agire quoti-diano, nel sano confronto fra esseri umani, cittadini veramente li-beri di scegliere il proprio destino.
Ci sentiamo di affermare  che tale coesione realizzata in tutti questi anni costituisce un solido baluardo culturale e politico in grado di opporsi alla insidiosa ondata secessionista ed egoistica di cui oggi siamo spettatori, e che potrebbe lasciare nel bisogno i comuni più indigenti.
E’ un lascito che dovremmo, mai come oggi, saper utilizzare se tenessimo presente che nel mondo un miliardo di persone soffre la fame, mentre un altro miliardo è in soprappeso e tra questi ad-dirittura trecento milioni risultano obesi e soffrono delle cosiddette malattie del benessere. Un vero paradosso. Come è un paradosso lo spreco di cibi non consumati a tavola che in Italia e nel mondo si gettano via e che in un anno potrebbero sfamare 44 milioni di persone.
Abbiamo di fronte, dunque, situazioni incredibili e ingiuste, urgenti da affrontare e risolvere, ma siamo speranzosi che quando questa ubriacatura individualista si sarà esaurita qualche grande or-ganizzazione internazionale, politica o volontaristica, non  importa il marchio di fabbrica, si farà  carico di tale urgenza, l’ affronterà e la risolverà.Vogliamo crederci.

Ringraziamenti
Enza Sperduti
Gabriella Cavicchini
Francesco Giglietti
Ermisio Mazzocchi
Eugenio Beranger
Aldo Di Piazza
Istituto Storia Contemporanea Imperia
Ernesto Cossuto
Attilio Cellucci
Nisio Pizzuti
Salvo Piccinetti
Massimiliano Paolozzi
Emilio Pistilli
Fortunato Fusi
Guido Vettese
Maurizio Federico
Ivano Alteri
Emiliano Colicchia
Biblioteca “ Filippo De Santis”  Ceccano
Biblioteca “ Trisi “ Lugo
Biblioteca Provinciale Frosinone
Luciano Natalizi
Guido Tomassi
Bruno Ceroli
Pietro Suppi
Antonio Mastrogiacomo
Antonietta Tiberia




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