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Il 25 luglio e la BPD

LIBRI > Frammenti di vita ceccanese

Il 25 luglio 1943 a Roma, così come nelle più grandi città italiane, con il diffondersi della notizia dell'arresto di Mussolini esplode l'entusiasmo popolare.
Masse esultanti sfilano lungo le strade, i vecchi simboli fascisti vengono abbattuti.
Ceccano vive un clima «diverso>>. Nessun comizio,nessuna manifestazione. L'unica sensazione che si avverte è quella di un certo senso di sollievo frammisto, però, ad una certa preoccupazione per il timoredella nascita di un nuovo governo di tipo fascista anche senza Mussolini.
Diversa ed interessante è l'«aria» all'interno della B.P.D. di Faito, un'industria in cui lavorano 5.000 persone (più della metà donne) adibite fin dal 1939 alla produzione di spolette e proiettili di vario calibro.
Il Direttore, fin dall'inizio dell'anno, è un certo Giovanni Carrasi, ingegnere proveniente dall'Ansaldo di Genova, che per il modo di agire e comportarsi pare proprio voglia fare di tutto per rendersi antipatico, specialmentealla gerarchia aziendale ed ai fascisti locali.
Di statura bassa, stempiato, piuttosto ordinario nel vestire e con un sigaro puzzolente sempre fra i denti è proprio l'esatto contrario del primo Direttore, quel Muller che fisico atletico e modi eleganti, riusciva a rappresentare il potere anche nella forma ed a incutere rispetto in chi gli era davanti. Con lui l'ispezione nei reparti era una vera e propria <<parata»>, un vero e proprio rito, per la gioia della piccola corte di dirigenti, fieri e pettoruti, che lo seguiva in codazzo, non come adesso con un <<scalcagnato>> d'ingegnere che preferisce sempre girare da solo e non disdegna, gettando «il decoro» alle ortiche, di rimboccarsi le maniche per aiutare qualche operaio in difficoltà. Sul suo conto, poi, come se non bastasse, circolano voci non confermate che lo definiscono «un sovversivo>>.
Ma ritorniamo al 26 luglio. Un giorno che farà diventare limpide alcune cose, sgomberando così il campo, dopo mesi di congetture, da dubbi e illazioni.
Puntuale, come ogni mattina, il Carrasi entra in fabbrica e va nel suo ufficio. Manda subito a chiamare due noti fascisti cui ordina di fracassare il maestoso
quadro di Mussolini che troneggia nella sua stanza.
L'operazione viene compiuta senza battere ciglio e senza commenti, ma l'atto plateale ha un eco immediato ed una risonanza enorme in tutti i reparti.
Da quel momento in poi il Direttore viene considerato per quello che era, un comunista, ed uno dei primi uomini di potere a compiere un'azione così eclatante.
C'è insomma quanto basta per presentare sorpresa e per far discutere lungamente gli operai della B.P.D. Uno stabilimento dove in verità da qualche tempo si stanno verificando awenimenti alquanto interessanti.
Con ogni probabilità essi sono la diretta conseguenza dell'accresciuto numero di maestranze che il regime non ha potuto accuratamente <<controllare». Non va dimenticato, infatti, che la guerra in atto ha imposto dei ritmi di produzione più intensi, e conseguenti nuove assunzioni che non è stato possibile passare a setaccio, con meticolosa pignoleria, di quell'esame politico che finora ha garantito operai quieti e difensori del fascismo.
Ora nei vari reparti vi sono anche dei giovani apprendisti che mal sopportano l'organizzazione del lavoro così come è concepita, che compiono atti, anche se banali, di indisciplina verso gli impiegati considerati dei privilegiati.
Il reparto «più difficile» e meno governabile è quello dove si producono i proiettili da 20 mm., qui vi sono occupati quasi 400 operai, tutti qualificati, alcuni provenienti dalle industrie del Nord con il miraggio di un miglior salario ed altri rimpatriati dalla Francia, in quanto ritenuti degli antifascisti dal governo filotedesco di Petain. Tutta gente, comunque,


che conosce bene il mestiere e che ha anche fatto una discreta fortuna economica. Negli altri reparti, specialmente dopo l'arrivo dei fratelli Loffreda di Isola del Liri, la situazione non è tranquilla ed ogni tanto si sente fischiettare qualche nota di «Bandiera Rossa>> e dell'<<Internazionale>>, per non parlare di qualche saluto a pugno chiuso, e dei commenti molto scettici sull'andamento della guerra.
Il clima più cospirativo si respira invece, sia dopo che prima del25 luglio, nell'ufficio di Andrea Aversano che è ritenuto dai più stretti collaboratori un'aderente al Partito Popolare. Nel suo ufficio si incontrano sempre più spesso Ficher e Torti, ambedue socialisti, e l'operaio specializzato Bianchi, un comunista, forse già collegato con i gruppi romani, che sostiene la necessità di non far cadere nelle mani dei tedeschi i nuovissimi macchinari esistenti all'interno dello stabilimento.
Un'ipotesi questa che con il passare del tempo prende sempre più piede fino a realizzarsi dopo l'8 settembre allorché il gruppo seppellisce alcuni tra i migliori macchinari nel rifugio della fabbrica il cui ingresso viene ostruito successivamente con la dinamite.
Un atto di sabotaggio che purtroppo, considerando la mancanza d'unità dei gruppi antifascisti dell'epoca e l'efficienza dei numerosi fascisti ancor sulla breccia, viene annullato in breve tempo.
All'orecchio dello zelante collaborazionista che risponde al nome dell'ing. Dell'Oglio viene fatta un'importante soffiata sull'accaduto e costui si precipita ad indicare ai tedeschi il luogo ove sono sepolti i macchinari. È così che il «prezioso materiale>> viene riportato alla luce ed uno dei più importanti atti di
<<contestazione>> annullato.

(da Il Picchio, gennaio 1985)


 
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