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Le scuole Giuseppine: la difficile acquisizione

LIBRI > Ceccano nel tempo

Nella mattina dell’11 marzo 1940 viene consegnata nelle mani del Podestà di Ceccano, Enrico Bruni, una riservata personale inviata dal Prefetto di Frosinone. Il Podestà legge attentamente e quasi non crede a quanto scritto. Il Prefetto gli fa presente che da "molto autorevoli dignità ecclesiastiche rivolte al Ministero dell’Interno chiedevano premura per definire l’annosa vertenza riguardante la donazione delle scuole "Giuseppine" fatta dal Vescovo di Ferentino Domenico Bianconi e mai accettata dal Comune".
Il Podestà, incredulo, si lascia sfuggire qualche imprecazione poiché la donazione era stata accettata e la vicenda chiusa da anni dagli amministratori che lo avevano preceduto.
Perché il Podestà é cosi inquieto? Egli era a conoscenza che Don Quintilio Biancone di Priverno, nipote ed erede del Vescovo che aveva fatto la donazione era il promotore delle sollecitudini ministeriali. Egli  accampava dei diritti sull’immobile già da parecchio tempo e lo faceva in modo intrigante e manipolatore.
Abbiamo a che fare, infatti, con una vicenda che attraversa la prima parte dell’altro secolo, nascosta fra le carte polverose dell’Archivio Storico Comunale, nel fascicolo Post 12/v.3
Questa storia incomincia, infatti, quando il Vescovo di Ferentino, Domenico Bianconi, nel lontano 10 luglio  1906, annuncia di essere disponibile a donare  i locali delle Giuseppine, di sua proprietà, al Comune di Ceccano, con l’impegno, però, che lo stesso corrisponda 150 lire l’anno all’Ospedale SS Sacramento.
Con due sedute, la prima del 22 luglio e la seconda del 22 settembre del 1906, il Consiglio Comunale accetta tutte le condizioni sopra descritte. L’immobile viene valutato per la somma di £ 10.000. Successivamente, l’atto  preparato dal notaio Valentino Sindici, il cui studio è in Ceccano in Via Bellatorre,. viene sottoscritto a Ferentino dal Vescovo e dal Sindaco, il 26 febbraio 1907.
A tutti può apparire una felice conclusione ma non è cosi! Il percorso amministrativo, infatti, non si è concluso perché deve essere approvato dall’autorità tutoria ovvero dal Prefetto, a quel tempo della Provincia di Roma,  che il 20 aprile del 1907 richiede, appunto, una perizia giurata riguardante il valore del fabbricato  e dalla Giunta Provinciale Amministrativa, organo che controllava, a quel tempo,  tutti gli atti dei Comuni.
Il filo conduttore lungo il quale si muovono le due autorità riguarda la convenienza del Comune ad accettare la donazione. Infatti, per poter  decidere positivamente, la Giunta Provinciale Amministrativa, nella seduta del 17 gennaio 1908, chiede una documentazione molto elaborata:
- certificato storico catastale per un trentennio
- certificato ipotecario di tutti i proprietari anteriori alla donazione
- nonché le spese necessarie per trasformare il fabbricato a scuola.
A  tale riguardo è interessante esaminare il progetto redatto dall’ing. Ciofoli, di Napoli, su incarico del Commissario Prefettizio Lugaresi, il 24 febbraio 1909. Nella relazione al progetto si rileva che nell’interno del fabbricato esistevano tre vani già di proprietà del comune, adibiti proprio ad attività scolastica. Il progetto è predisposto per 32 vani comprendente Direzione,  Segreteria, due corsi scolastici per uomini e donne, palestra e campo agricolo. Previsione di spesa £ 32.052.
Dopo quest’ultima data non si rilevano documenti che ricostruiscano fatti successivi ed i relativi carteggi e corrispondenze. C’è, però, un colpo di scena. E’ impossibile affermare se sia imprevisto  ma il 12 ottobre 1918 il Vescovo diffida il Comune " in conseguenza della nullità dell’istrumento di donazione mai fino allora accettato nelle forme legali e con la debita autorizzazione".
Sono passati, infatti,  a quella data più di dieci anni dalla donazione. Gli argomenti usati dal Vescovo sono formalmente ineccepibili anche se sarebbe molto utile conoscere i motivi di questa negligenza amministrativa ed ancor più sapere se il fabbricato, di fatto, nel corso degli anni fosse stato acquisito dal Comune.
Dopo questa diffida passano, purtroppo, ancora altri dieci anni fino a quando nel 1925, sempre a leggere le carte depositate nell’Archivio Comunale, si apre un ping pong di proposte di vendita del manufatto e relative risposte fra il nuovo Vescovo Fontana, che tratta per conto dell’erede del vescovo Bianconi ed il Commissario Prefettizio in carica. Questo equivoco balletto di disponibilità viene interrotto da Ernesto Gizzi, Podestà che il 21 maggio del 1927 rompe il gioco degli equivoci e attraverso una delibera  ricostruisce con molta efficacia e con altrettanta trasparenza  le negligenze amministrative rilevabili nel corso degli anni, esponendo contemporaneamente  anche con  chiarezza e determinazione la volontà di definire in tempi rapidi gli atti non ancora adempiuti.
Invia cosi tutti i documenti necessari alla Giunta Provinciale Amministrativa, la quale il 2 giugno, sempre del 1927, esprime parere favorevole. Infine, il Prefetto di Frosinone dopo una serie di richieste fatte al Comune riguardanti atti e perizie, finalmente, il 5 ottobre 1929 autorizza il Comune stesso ad accettare la donazione.
Con questo provvedimento gli inadempimenti passati erano stati tutti superati. Il Comune poteva considerarsi legittimo proprietario dell’immobile, eppure  il Don Quintilio,  ancora nel 1940, ci prova. Il Podestà Bruni ne conosceva l’insistenza, per questo aveva ben ragione ad essere inquieto ed a rispondere in pochi minuti alla inutile ed equivoca richiesta del Prefetto. Quella tempestività e decisione permise di stroncare ogni ulteriore tentativo di ingannare la nostra città facendo cosi in modo che il fabbricato, sito in via Giulio Stirpe, dove ora sono gli Uffici Tecnici e l’Ufficio Tributi, rimanessero di proprietà comunale.

Angelino Loffredi




 
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