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Una vita un'idea

LIBRI

Le finzioni letterarie di far parlare il protagonista in prima persona e nello stesso tempo immaginare una pseudo autobio­grafia sono topoi in uso da sempre; essi conservano una straordinaria efficacia che ritroviamo anche in questo scritto di Angelino Loffredi: egli parla per mezzo del padre, parla di suo padre ma anche di Ceccano e di un ‘avventura umana.
Tutte le esistenze sono un’avventura esistenziale e spesse volte anche avventurose; quest’ultimo carattere manca nella vita di Loffredi padre (anche se certe vicende, per un ceccanese, negli anni trenta e quaranta, potrebbero paragonarsi all’avventura), ma la sua storia è comunque la storia non programmata di un De­sistenza in quanto si è lanciato nei meandri del vivere.
Tale cosa è destino di tutti gli essere umani, che vivono la vita con maggiore o minore partecipazione e consapevolezza. Loffredi padre ha partecipato con un elevato grado alla sua ed all’altrui vita.
Il denominatore comune tra padre e figlio è la politica: una passione (una "malattia", come mi confessò un altro comunista ciociaro) evidentemente trasmessa ed ereditata consapevolmen­te. Questo è il filo rosso di tutta la vicenda che Angelino racconta ricordando il padre.
La storia esistenziale di Umberto Loffredi potrebbe essere identica a tante altre: nacque in quel di Ceccano (una comunità organizzata come tante altre), è cresciuto, ha cercato il lavoro (problema che è nato con l’industrializzazione e la società capitalistica: in precedenza il problema non era "problematico": tutti sapevano di dover fare il contadino o un mestiere), ha avuto alcune traversie e questioncelle, ha trasmesso la vita ad altri viventi, ha costruito legami di solidarietà o associazione con altri suoi vicini e sodali; infine ha concluso il suo arco esistenziale o ciclo. Eppure, in queste esistenze individuali c’è qualco­sa che differisce da uomo ad uomo. Perché Umberto Loffredi è diventato comunista? Perché ha militato in una formazione vin-citrice e reietta allo stesso tempo? Perché a Ceccano non ha chi­nato la testa per il bene/maledetto lavoro? Insamma perché è stato in un certo modo e non in un altro?
La risposta sta nella vita e nelle idee che Umberto Loffredi ha sviluppato e vissuto; nel modo di essere di una umanità singola e nel modo di esercitare quel sostrato intellettivo che sta dentro di noi.
Insamma un carattere ed un tratto distintivo sono per Loffredi figlio il motivo di una "rìlettura" della storia di suo padre. E lo fa ponendosi dal punto dì vista di una caratteristica della perso­nalità del padre Umberto: questi aveva una spiccata tendenza a ricordare le persone conosciute, ad esaminarle e questo modo di operare offre il pretesto per realizzare una rassegna duplice: della vita del padre Umberto e dell’ambiente in cui è vissuto ma con una costante, la militanza comunista alla quale ha "subordi­nato " tutto. È una caratteristica importante che ha caratterizza­to un’intera generazione di militanti, che ha caratterizzato un clima e una parte della storia del mondo, dell’Italia e di Ceccano. Chi riuscirà mai a ricostruire e restituire ai militanti comunisti il grande patrimonio ideale e di dedizione all’idea di poter costrui­re una società più giusta, di uomini nuovi, affrancati dalle servi­tù personali e sociali, degni di vivere in una società liberata?
Il compagno Umberto è stato tutto questo, nella sua Ceccano, nella sua famiglia. Il compagno Ange lino l’ha voluto scrivere in una storia "bella " (non mi riferisco al fatto letterario, ma alla necessità di ricostruire brandelli del presente/passato che hanno significato) senza la pretesa di voler celebrare il padre comunista o il padre tout court. Il senso delle pagine che leggerete sta in tutt’altro: è una testimonianza importante, di una esistenza, di un clima, di una storia, per un paese.

Gioacchino Giammaria



NOTA DELL’AUTORE
Chi ha fra le mani questa breve biografia del compagno Umberto è opportuno sappia che essa è stata scritta per un rispettoso e devoto ricordo verso una persona a me tanto cara, che merita di essere conosciuta in tutti gli aspetti della sua vita privata e delle vicende politiche che l’hanno riguardata.
Allo stesso tempo sento il dovere di precisare che sono stato spronato, incalzato e incoraggiato a realizzare questo lavoro da mia moglie Cicia.
A tale non facile impegno mi sono avviato dopo aver fatto una scelta decisiva: scrivere in modo da evidenziare realisticamente i tratti essenziali del protagonista. La finzione letteraria di far parlare in prima persona il compagno Umberto, pertanto, è stata utilizzata non solo perché efficace, ma in quanto ha permesso di riportare il modo come parlava, descriveva i fatti ed esprimeva le proprie considerazioni. Il personaggio di questa biografia, infatti, era capace al solo vedere un volto di ricavarne una storia, vera, sapendo ben unificare l’essenziale con il particolare; andando indietro nel tempo e sapendo sempre ben collegare gli avvenimenti, senza mai disperdersi o smarrirsi nella narrazione.
Mi sono limitato, pertanto a riportare date, numeri, a fare un’opera di "cucitura" e contestualizzazione ad episodi, ricor­di, momenti e considerazioni che lo hanno riguardato. Debbo altresì ammettere con grande rammarico di non essere stato in grado di mettere in evidenza le sue capacità affabulatorie usando le diversità di toni, le sue pause ben studiate e, per ovvii motivi, la sua espressiva gestualità.
Solo le persone e gli amici che lo hanno frequentato e che hanno conosciuto ed apprezzato la sua eccezionale memoria possono confermare quanto scritto.
Alcuni episodi riportati nel libro "Ceccano ricorda", pubblicalo nel 1990, lo riguardano direttamente e di conseguenza non vengono riproposti. Mi riferisco agli episodi de "La camicia nera dimenticata" ed a quello dei "Bimbi al nord": la più grande gara di solidarietà mai vissuta, quando, nel 1946, tante fami­glie del nord, attraverso l’iniziativa dei comunisti, ospitarono calorosamente i bambini del cassinate e di Ceccano.
Debbo puntualizzare, infine, che ho tracciato solo la biografia di un uomo, non ho scritto la storia della sezione comunista di Ceccano, né un saggio politico. E’ vero che questa storia individuale attraversa per più di quaranta anni l’attività della sua sezione, ma il nucleo centrale narrativo ed il conseguente svi­luppo rimane in ogni momento il compagno Umberto; solitario nelle disavventure personali, ma sempre insieme ad una moltitudine di donne e uomini che nell’agire politico hanno caratteriz­zato la vita di questa cittadina.
Personaggi semplici e appassionati che questo lavoro intende tirare fuori dal dimenticatoio e dal conseguente anonimato, poiché tutti vengono chiaramente identificati per essere collocati nell’interno di una esperienza che merita di essere orgogliosamente ricordata.
A questa "piccola storia " ho voluto dare grande dignità poiché ha contribuito a costruire il presente e alla quale valeva la pena partecipare.
Prima di concludere desidero esprimere un caloroso e convinto ringraziamento a Gabriella Cavicchini, dalla quale ho ricevuto preziosi e severi suggerimenti.
Ringrazio infine "il compagno ritrovato" Giovannino Giovannone per la disponibilità concessami di utilizzare nella copertina le sue opere: "II sogno di Umberto " ed "Eppur bisogna andar", idonee ad esprimere il contenuto di questo scritto.

Primo capitolo -Oggi è proprio un bel giorno
In una calda giornata estiva si è conclusa la mia esistenza terrena. Ora mi trovo steso sul  letto,  nella posizione tipica del morto. Si, ufficialmente sono morto, ma continuo a guardarmi intorno.
Già da tempo mi ero abituato al " momento del trapasso " e debbo confessare di averlo superato senza lamenti e  con una buona dose di coraggio, aiutato dalla presenza dei miei cari, che mi sono stati vicini fino alla fine.
Solo ora avverto una grande tristezza al pensiero di non poter più vivere accanto a loro, che tanto ho amato, e che mi hanno ripagato generosamente. Ma sono anche rassegnato a questo evento inevitabile, che la natura esige.
Ora posso finalmente essere me stesso, libero da condizionamenti (anche se in vita questi non mi hanno mai pesato tanto) e guardare con distacco tutto ciò che mi succede attorno.
Forse, per pochi istanti, è concesso ai morti  guardarsi indietro e giudicare con obiettività il proprio passato. Adesso che di vita non ne ho più, anche a me è dato tempo e modo di ripercorrerla tutta aiutato dai volti che si vanno avvicendando accanto al mio letto per l’ultimo saluto.
Visi di parenti, amici, vicini di casa e compagni di partito( Betto, Peppe Mao, Vincenzo Spagnoli, Pietro Vincenzi, operaio della CPL): tutti con la doverosa espressione di cordoglio impressa sul volto, pronti ad esternare ricordi benevoli sulla mia persona, così come è in uso fare in queste circostanze, perché il defunto viene sempre  ricordato come bravo, generoso, esemplare.
Io, che ho sempre sorriso e scherzato su tutte quelle lapidi con scritte lacrimevoli,  inneggianti al povero estinto, ora mi trovo a sentire le stesse cose, ma, questa volta, riguardanti me. Ed io le sento, le comprendo e ne sorrido, anzi, ho quasi l’impressione che il mio volto, le mia labbra  rivelino cosa sto pensando.
Al mio fianco, stanca e afflitta, siede mia sorella Teresa: la sorella con la quale continuamente mi sono  scontrato per le mie idee, sulle quali ha avuto sempre da ridire.
Sento dei passi salire per le scale e vedo entrare Eufemia, una mia cugina, sempre affettuosa,  accompagnata da altre donne del vicinato. Sono di ritorno dalla prima messa e la visita ad un defunto rappresenta per tutte loro un dovere che va assolutamente adempiuto.
Si siedono e iniziano a pregare ad alta voce. La cosa non mi piace affatto,  specialmente quando una di loro si alza e avvicinandosi  cerca d’imbrigliare un rosario tra le mie mani. Mi sento perduto e non posso fare niente ma, inaspettatamente, mia sorella, restituendo la corona, con garbo e fermezza dice: " Lui non era credente, lasciatelo in pace: ci fate contenti se rimanete e pregate in silenzio".
Fortunatamente, senza insistere, così fanno ed io rimango meravigliato dalla prontezza e dal coraggio di questa donna, nel rispettare apertamente una mia decisione da lei mai condivisa.
Sì, lei che ha sempre contestato  e criticato aspramente la mia volontà per un funerale civile tanto da rispondermi ogni volta :"Tu vuoi il funerale civile; e che sei Togliatti ? Queste sono cose da intellettuale, tu invece sai a malapena leggere e scrivere. A Ceccano tutti ricevono funerali religiosi. Vergognati!".
Che inaspettata sorpresa mi ha riservato la persona che ha sempre contrastato le mie scelte!
Comportamento analogo, ma più naturale e convinto riscontro nei miei figli ed in mia moglie. Anche in questo momento mi dimostrano rispetto e stima, non dimenticando le raccomandazioni che ho fatto loro in vita in merito a questa inevitabile circostanza. Sono molto orgoglioso di questo, perché ho dubitato dei loro comportamenti e mi spiego: nella mia vita terrena ho visto compagni che hanno vissuto laicamente, professandosi apertamente non credenti, ma dopo il trapasso i familiari, dimentichi delle idee dell’istinto, hanno permesso che tutto si svolgesse secondo il rito cattolico.
E’ risaputo, infatti, che in questi tristi momenti la decisione spetta alla famiglia e che questa per non andare "contro corrente", si lascia convincere, ma io mi sono premunito per tempo, raccomandandomi ai miei familiari, ed in particolare modo a mia nuora, e poi inviando anche uno scritto alla federazione del PCI.
Ciò che vedo attorno mi consola ed allo stesso tempo mi inorgoglisce, perché le mie volontà vengono capite e quindi rispettate.
Oggi è proprio un bel giorno!

Secondo Capitolo-La rappresaglia, il cantiere,la famiglia
I ricordi si affollano nella mia mente e prendono consistenza con il via vai delle persone che si fa sempre più fitto. Entra Francesco Battista (democristiano), da sempre il più autorevole e temuto avversario politico. I miei pensieri, però, vanno oltre le vicende politiche degli ultimi anni, sulle contrapposizioni e sulle aspre polemiche che ci sono state e si soffermano invece,  al periodo in cui Battista non faceva ancora politica,  ma era collocatore dell’Ufficio del lavoro di Ceccano.Questo giovane laureato, infatti, in quella estate del 1948 mi mandò a lavorare presso il saponificio "Annunziata",  sfidando l’ostilità del capo del personale, che lo aveva diffidato dal mandargli pericolosi comunisti, perché questi avrebbero portato il sindacato nella fabbrica e compromesso il controllo padronale. Si, stavo  dimenticando di dire  che  sono stato un convinto comunista, una scelta di vita che mi ha procurato grandi soddisfazioni, ma anche tanti problemi. Tornando alla mia brevissima esperienza al saponificio, ricordo che il lavoro durò appena tre giorni, passati a sgobbare all’interno della fabbrica per poi, di colpo, essere licenziato insieme ad altri operai. Del gruppo estromesso, due rientrarono subito al lavoro, mentre Tullio De Santis ed io rimanemmo definitivamente fuori. Fu questa una vera e propria rappresaglia politica, poiché essendo Tullio un dirigente della sezione socialista, e io comunista, si voleva colpire due persone impegnate politicamente nella sinistra, dando, così, un segnale netto e deciso. In quel periodo le occasioni di lavoro non si presentavano tanto facilmente, specialmente  per i socialcomunisti.  Se capitava qualche opportunità, ad esempio alla BPD, non si usava il colloquio preassunzione, bastavano le informazioni riservate della Caserma  dei Carabinieri,  per far  decidere in alto se si era idonei o meno  a quel tipo di lavoro. Con questi metodi potete ben capire come io fossi pesantemente penalizzato insieme a tanti altri che la pensavano come me. Passai, così, circa quattro anni a lavorare nei Cantieri di rimboschimento di Monte Siserno, i cosiddetti Cantieri scuola per  disoccupati, a 600 lire al giorno, assegni compresi. Ma la cosa più dura e insopportabile non era il fatto di portare pochi soldi a casa, né di non avere contributi previdenziali, quanto quella di non avere l’assistenza sanitaria. La mia famiglia, oltre che da mia moglie, era formata da tre figli ancora piccoli, che non solo andavano spesso incontro ai normali problemi  di salute tipici dell’età, quali influenze, morbillo, orecchioni e altro, ma soffrivano anche di linfatismo e di anemia, insomma di tutti quei malanni  legati a condizioni alimentari piuttosto precarie,  in cui la maggior parte del popolo italiano si trovava a vivere nel periodo immediatamente successivo al passaggio della guerra. Per prevenire l’insorgere di malattie legate alla sottoalimentazione, ricordo le pillole di plastica colorata con dentro l’estratto di olio di fegato di merluzzo, distribuite a tutti e senza limiti. Sicuramente utili e necessarie, ma non gradite ai bambini per via del pessimo sapore e dell’odore nauseabondo. Mia moglie, per integrare al misero bilancio familiare, faceva la sarta e passava le giornate a pedalare sulla macchina da cucire, senza avere spesso nemmeno il dovuto,poiché molte clienti non potevano pagare per cui doveva andare continuamente lei ad elemosinare ciò che di diritto le apparteneva..Erano tempi molto duri: disoccupazione, miseria e anticomunismo erano le componenti essenziali di quel periodo della mia vita. Malgrado i tempi tristi, io non mi perdevo di coraggio e quando la sera ritornavo a  casa, inventavo qualunque cosa pur di alleggerire il clima preoccupato che aleggiava in famiglia. Avevo, inoltre, dei figli inappetenti, per cui dovevo assolutamente ricorrere a qualche stratagemma per farli mangiare e riuscivo a far loro ingoiare qualche boccone, raccontando loro delle favole. Erano storie inventate, improvvisate al momento, che raccontavano di personaggi che loro conoscevano, vicini di casa o parenti. Ed io riportavo  tante storie buffe, senza drammi  e con una abbondanza di elementi fantascientifici. Il momento decisivo e culminante della storia  era incentrato nell’istante in cui si doveva pigiare un tasto, un bottone che avverava la magia. La sorte dei personaggi e le situazioni improvvisamente cambiavano e accadeva l’impossibile a seconda del tipo e colore del tasto che si sceglieva: il tasto verde permetteva che  il prepotente venisse beffato o ridicolizzato, il bianco lasciava che un povero cristo potesse avere qualche momento di pace e serenità, con il bottone rosso, il povero affamato poteva finalmente saziare la sua fame con un bel piattone di spaghetti, il tasto dorato faceva cadere una pioggia di giuggiole, pescetti di liquirizie ed altre squisitezze.  Loro sgranavano gli occhi  sognando ad occhi aperti ed erano  talmente attenti, da riprendermi, se la favola, nel corso dell’esposizione, subiva qualche modifica rispetto alla versione data il giorno  precedente, oppure  se sbagliavo  il colore di un tasto. Dovevo inoltre, essere accorto e far durare la storia per tutto il  tempo della cena, fino all’ultimo boccone, ma erano sempre loro a segnare il ritmo, fino a quando concludevo con un liberatorio "fetta a fetta è finita la favoletta". In questo modo raggiungevo un duplice scopo: farli mangiare e rafforzare il rapporto con loro, in un clima sereno e gaio.

Terzo capitolo-Gli anni di piombo
Ora vedo arrivare  un fraterno compagno di lotte, Arcangelo Liburdi,  conosciuto  alla BPD, prima della guerra, ed anche lui come me, uno dei  primi iscritti al PCI.  Entra nella stanza e trova  posto, in disparte. Non parla, non fa commenti né sulla mia morte né sulla mia persona, rimane in piedi silenzioso e commosso. Osservandolo, il mio pensiero va a quel 18 aprile del 1948,  all’eccezionale  successo elettorale della DC  ed al loro corteo bianco e spettrale, per le numerosissime lenzuola bianche,  lasciate penzolare, in segno di festa, dalle finestre di tutte le strade di Ceccano.Un corteo silenzioso  e senza entusiasmo,  che non aveva nulla a che vedere con le sfilate che i socialcomunisti avevano organizzato, in occasione della vittoria della Repubblica  o per le diverse celebrazioni del  1° maggio. In queste manifestazioni  traspariva l’entusiasmo e la gioia, perché esse erano portatrici  di idealità ed allo stesso tempo  le numerose bandiere rosse che sventolavano, davano colore aiutando a dimenticare e a nascondere le tristi macerie della guerra che spuntavano ai lati delle strade. Di fronte alla sfilata democristiana, proprio perché così triste e muta tanto da sembrare un corteo funebre, scattò dentro di noi un desiderio di rivalsa che andammo a sfogare, al dopolavoro di Angeletti,  in Piazza Castello, dove ci trovammo con altri compagni, Arcangelo, Lorenzino, Ettore Angeletti, Pietro Gizzi, Mario Piroli, Ranieri, Michele Olmetti,  Orsinetti ed altri, a bere vino ed a cantare a squarciagola "bandiera rossa" per farci sentire dagli avversari.Un atto inutile, ingenuo, al limite della bravata. Il giorno, dopo, però alcuni del "biancofiore", cercarono di issare la bandiera bianca sul pennone del Comune, ed io,  Arcangelo e Bicetto Canestrelli, allora vicesindaco,  immediatamente  arrivammo, la togliemmo e la gettammo via. Con Arcangelo Liburdi e Lorenzino Angelini, alla vigilia delle elezioni politiche del 1953,  ci dividemmo il materiale più importante esistente nella sezione ( registri degli iscritti e verbali delle riunioni) perché temevamo il dopo elezioni, in quanto la legge truffa ( termine inventato da Gian Carlo Pajetta ) prevedeva che se i quattro partiti di governo (DC-PSDI-PRI-PLI) affiancati dal partito Sudtirolese e dal partito Sardo d’azione, avessero preso la metà dei voti più uno, avrebbero eletto i tre quarti dei parlamentari. Un atto prevaricatore, ingiusto e veramente truffaldino. Il pericolo che potesse scattare questa legge, veniva visto da tutti con apprensione, con vera paura. D’altra parte la sola DC nelle elezioni precedenti, al Senato, era arrivata ad avere il quarantotto per cento dei voti. Gli anni dal ‘48 al ‘53 erano stati veramente duri: da una parte la scomunica e dall’altra  la repressione  e la discriminazione anticomunista in un contesto di miseria e disoccupazione. In questo periodo, si svilupparono in tutta Italia iniziative per il lavoro e per la proprietà della terra da assegnare a chi la lavorava. Furono anni di intensa attività organizzativa. Pochi i paesi che non furono toccati dal movimento per il lavoro: pensate che il fenomeno dell’anticomunismo viscerale, purtroppo procurò la morte di69 lavoratori, uccisi sulle piazze dalla polizia e i feriti, sempre nelle stesse circostanze, furono 3.126.Furono anni in cui venne contrastato duramente qualsiasi tipo di iniziativa e di manifestazione della sinistra. Dopo le minacce e le intimidazioni spesso arrivavano durante e dopo le manifestazioni, gli arresti. In cinque anni ce ne furono 92.162.Dopo gli arresti,  le condanne che furono 19.306, più  che in tutti i 20 anni del regime fascista, 4671!In provincia di Frosinone non ci furono morti ma ricordo come il 17 febbraio del 1949 la città di Isola Liri  venne messa a ferro e fuoco dalla forza pubblica, con una feroce repressione verso i manifestanti. La celere interveniva e picchiava per reprimere uno sciopero generale, proclamato contro i licenziamenti annunciati di 250 operai delle Cartiere meridionali. Come dicevo non ci furono morti, ma a Isola Liri  37  cittadini vennero feriti e 29  arrestati. Dopo un lunghissimo periodo, passato in carcere, gli arrestati furono tutti assolti dal Tribunale di Cassino. Ma il risultato più importante fu che dopo quella rivolta i licenziamenti vennero tutti revocati. Sempre nel febbraio del 1949 qui a Ceccano ci fu lo sciopero delle tabacchine. Chiedevano 315 lire di aumento al giorno. Come al solito, ci furono da parte della polizia  interventi e provocazioni. Sei operaie vennero arrestate, ma successivamente rilasciate. Il fatto veramente importante fu che le richieste rivendicative vennero tutte accolte dalla direzione aziendale. Anche durante gli scioperi a rovescio nella Val Comino, a Sezze, a Priverno a Roccagorga ed ad Amaseno si sentivano le sirene minacciose della polizia e molte furono le intimidazioni. Lo sciopero a rovescio consisteva nel lavorare senza salario. Di solito centinaia di disoccupati si mettevano a costruire una strada, necessaria ad eliminare l’isolamento fra una contrada ed il resto del paese. Ad Amaseno, 200 persone ne iniziarono una, quella di Vettia, per la quale c’erano i finanziamenti, ma  il Comune, per ritorsioni politiche, non aveva voluto dare avvio ai lavori. Il primo giorno di sciopero, il 2 Aprile 1951, vide presente un ceccanese: si trattava di Mario Piroli, sempre attivo e disponibile in quegli anni. Costui rappresentava la Federterra, sindacato che organizzava la lotta. Venne portato nella locale Caserma dei Carabinieri e duramente interrogato dal Brigadiere Marcelli. Essendosi rifiutato di firmare il verbale, già precedentemente preparato, venne diffidato a non recarsi più ad Amaseno. Mario, sempre per conto della Federterra, venne inviato nel cassinate, dove il 28 dellostesso mese, a S.Elia Fiumerapido, mentre era impegnato ad organizzare lo sciopero, venne nuovamente denunciato. Ad Amaseno, nei giorni successivi, ogni nuovo rappresentante della Federterra  che si presentava per organizzare la lotta, veniva diffidato a ripresentarsi. Nello stesso tempo la federazione del PCI aprì una gara di solidarietà per raccogliere soldi e viveri per i lavoratori in lotta. I soldi arrivarono dagli operai di Ceprano, Isola, Paliano. Gli scioperi a rovescio si fecero prevalentemente nel Sud della nostra Provincia e contribuirono a saldare richieste ed esigenze di " prima necessità", quali la strada, in base  a  piattaforme territoriali legate più in generale al lavoro ed alla occupazione. I momenti più aspri e più duri di repressione si ebbero a San Donato ed a Roccagorga con molti arrestati e con i due paesi sotto assedio poliziesco. Ma la cosa non so se dire vergognosa o ridicola era la motivazione per la quale avvenne la repressione: i lavori erano ritenuti abusivi e sprovvisti di licenza. I disoccupati, dunque, venivano considerati come palazzinari, alla stregua di quelli che avrebbero poi saccheggiato Napoli o Roma. La follia dell’anticomunismo era proprio questa: la cecità e la mancanza di senso della misura. Anche se la propaganda democristiana liquidava tutti i fatti accaduti  come una "strumentalizzazione comunista", in verità i lavori avviati, per i quali esistevano i finanziamenti, furono attivati e in qualche caso gli scioperanti vennero poi anche pagati. In quegli anni di piombo, famiglie intere vennero ridotte sul lastrico, molte persone mortificate da manganellate o minacciate o costrette ad emigrare. Arcangelo, nel 1951, trovò da lavorare, ma solo per  quattro giorni, alla BPD di Colleferro. Fino a quando cioè non arrivarono le informazioni con scritto " Individuo comunista, capace di atti di sabotaggio".A questo punto merita di essere ricordato anche il padre di Arcangelo, Pietro, assessore nel dopoguerra della prima giunta Bovieri e fra i fondatori della sezione del PCI. Nel 1924 Pietro faceva l’infermiere presso il manicomio di Ceccano, succursale del S.Maria della Pietà di Roma.Venne licenziato per motivi politici e fu costretto ad emigrare negli USA. Ritornò prima della seconda guerra mondiale con un bel gruzzolo di denaro ed ebbe anche il tempo e la soddisfazione di vedere la caduta del fascismo. I suoi familiari, ricordandogli le motivazioni per cui era stato licenziato, lo sollecitarono a richiedere la reintegrazione in servizio. La Provincia di Roma accolse la richiesta. Pietro, però, era incerto se riprendere un lavoro così massacrante come quello di infermiere psichiatrico. I turni erano proibitivi perché a volte si lavorava per 24 ore di seguito. Erano passati venti anni dal licenziamento, non si sentiva più giovane, inoltre avendo del terreno da coltivare si era messo a fare il contadino, riuscendo a vivere bene. Non del tutto convinto a riprendere il lavoro di infermiere, una mattina si presentò presso gli uffici dell’Amministrazione Provinciale di Roma.Si trovò di fronte il segretario dell’Ente. Era lo stesso personaggio che 20 anni prima lo aveva licenziato: un fascista prepotente ed aggressivo che rimaneva ancora li a comandare. La sola vista di questo individuo lo rese inquieto e gli fece bollire il sangue poiché lo riportava indietro nel tempo, ad un periodo di violenze e prevaricazioni. Ma non fini qui: il segretario non aveva minimamente  cambiato i metodi che riservava verso i dipendenti nè il solito atteggiamento sprezzante e accusatorio che Pietro aveva sperimentato sulla sua pelle. Gli si rivolse altezzoso dicendo "come ti permetti di avermi fatto aspettare per 20 giorni ?"A quel punto Pietro andò su tutte le furie, perse ogni controllo ed esplose violentemente urlando " mi rimproveri che tu hai aspettato per 20 giorni ed io che dovrei dire dopo aver aspettato per 20 anni?"Con fermezza, fece dietro front e aprì la porta rinchiudendola dietro di se con forza. La vista di quella brutta persona lo aveva convinto a tornare definitivamente al lavoro nei campi, alla falde di Monte Siserno. In quegli anni aspri e duri a Ceccano c’era, fortunatamente, un giusto orientamento politico: i compagni non erano confusi e disimpegnati, inoltre c’erano due sezioni: la sezione Gramsci, nella zona Rifugio e la sezione "Centro", nei locali ove è adesso situata l’Anagrafe comunale. Esisteva un legame veramente forte con il partito provinciale e le idee e le informazioni circolavano velocemente. Noi avevamo la fortuna di sentire quasi quotidianamente Vincenzo Bovieri, che lavorava con il partito proprio in federazione e Compagnoni che dirigeva la Federterra.Per un certo periodo anche Lorenzino lavorò con il partito nella zona di Ceccano. Anzi, nel 1950, grazie al suo impegno si costituì una sezione a Vallecorsa. Anche in quella occasione la polizia intervenne e non fece tenere il comizio a Renzo Silvestri, poiché nelle vicinanze c’era una manifestazione religiosa. Non era vero, era uno dei soliti pretesti per non far sentire la nostra voce, ma i compagni non abboccarono alla provocazione e trasferirono, sempre nelle vicinanze, il luogo dove parlare. Erano anni in cui le risposte alle offensive anticomuniste venivano riportate puntualmente sull’"Unità".C’era un’attenzione particolare su tutto ciò che le sezioni facevano. A Ceccano, inoltre, venivano diffuse  copie di "Vie Nuove " e di "Noi donne".Mia moglie, pur trovando da ridire sulla mia militanza politica e rimproverandomi per le nostre ristrettezze economiche, trovava, però, il denaro ed il tempo per comperare e leggere " Noi Donne", anche perché c’erano sempre articoli legati al suo lavoro di sarta. I due settimanali venivano  recapitati nelle abitazioni personalmente  e con regolarità   sempre da  Arcangelo. Ricordo che venivano diffuse 10 copie di Vie Nuove e 3 di Noi Donne, al prezzo di quaranta lire .Il settimanale femminile più letto in quel periodo era "Grand Hotel" ed il mercoledì sera c’erano molte ragazze ad aspettarne l’arrivo, davanti all’edicola "Carlini". Era un giornale di genere completamente diverso, con il quale non potevamo competere, ma che comunque rappresentava un fenomeno importante, perché avviava alla lettura e quindi all’informazione un numero considerevole di casalinghe e popolane. Ci fu un periodo, verso il 1953, in cui Lorenzo Masi, il postino, comunista da sempre, amico e collega, fu il corrispondente locale de "Il Paese", quotidiano nettamente schierato a sinistra, che fece delle grandi ed importanti inchieste di costume e sugli scandali politici che incominciavano a venire alla luce. Le corrispondenze di Lorenzo erano molto utili a contrastare quelle  locali di Alberto Taglioni su "Il Momento", quotidiano governativo, impegnato a mettere in cattiva luce l’attività della Giunta di sinistra, che dal 1952 guidava la città di Ceccano.Le elezioni del 1953, con la legge truffa, si inserivano in questo clima. La paura nasceva dal fatto che per la DC ed i partiti satelliti (PSDI PRI PLI) disporre dei tre quarti del Parlamento significava poter modificare la Costituzione a loro piacimento e  mettere i socialcomunisti fuori legge. Avevamo paura è vero, ma tutto questo non ci piegò. La legge truffa non scattò. Le sinistre presero più voti rispetto a cinque anni prima ed a Ceccano avemmo anche la soddisfazione di eleggere per la prima volta in Parlamento, Angelino Compagnoni. L’elezione di Compagnoni la vissi anche come soddisfazione personale, perché era da legare ai giorni della sua adesione al partito. Egli aveva aderito al partito il 29 novembre del 1944, portato dal fratello Rocco, iscrittosi 25 giorni prima. Precedentemente, però, avevano aderito anche altri braccianti della Maiura. E’ probabile che Compagnoni abbia maturato la sua scelta dopo aver sentito tre giorni prima, in piazza, un comizio di Memmo Marzi ( comunista) e Angelo Carboni( socialista).Questi dati provengono dai registri che fino ad oggi ho gelosamente conservato. Alcuni mesi dopo, Bovieri, allora Sindaco di Ceccano, informò me e Lorenzino che a Frosinone doveva esserci una importante iniziativa del partito, forse il Congresso,  e per l’occasione sarebbe stata necessaria la presenza di un contadino. Ci pregò di segnalarne uno e di garantirne la partecipazione. Non fu molto difficile per noi individuare in Compagnoni la persona  più idonea anche perché, con altri, aveva organizzato una cellula, proprio alla Maiura. Partimmo senza perdere tempo verso la sua abitazione, facendo cinque chilometri, ovviamente, a piedi. Arrivati,  Compagnoni non si fece pregare  e subito dette il suo assenso.Partecipò all’iniziativa di Frosinone e da quel giorno, cogliendo questa opportunità, seppe  mettere in evidenza il suo valore. Un’altra arma discriminante e diabolica fu la scomunica che venne impartita ai comunisti ed ai socialisti nel luglio del 1949, quando la DC era già salda al potere. Non ho mai capito quali vantaggi abbia ottenuto la Chiesa con questo provvedimento, quando nell’interno del PCI e, l’ho potuto vedere direttamente, nessuno ha mai manifestato sentimenti anticattolici. Come posso anche affermare che, se  vi furono uomini del PCI o del PSI che si allontanarono dall’impegno politico, non lo fecero certo per la scomunica, ma piuttosto per poter sopravvivere economicamente. La scomunica, forse, servì a rafforzare il legame fra una parte notevole di cattolici e la democrazia cristiana. Questo problema, comunque, si sentiva, era sempre presente e riguardò alcuni  di noi. Personalmente mi sentii colpito in occasione del matrimonio di mio cognato Checco. Era l’ottobre del 1951  ed io dovevo fargli da testimone di nozze, ma non fu possibile: il prete ebbe ad obiettare che i comunisti non potevano svolgere questo ruolo, in quanto colpiti da scomunica. Sebbene gli ricordassi il mio comportamento esemplare nei riguardi della mia famiglia e verso il prossimo, il prete fu irremovibile. Mentre, per me, l’episodio si svolse in privato, nel chiuso della sagrestia, così non andò, qualche anno più tardi per Romolo, allora Consigliere Comunale del PCI. Per lui, infatti,  tutta la vicenda si svolse in maniera plateale: doveva battezzare la figlia di un calciatore di pallone che giocava con la squadra locale, quando il prete, davanti a tutti i presenti, non gli consentì di fare il padrino. Una vera e propria crudele scenata. Forse agli occhi dei nostri avversari sembravamo imbattibili, inaffondabili, d’acciaio, ma io ho ancora il ricordo di Romolo, quando mi parlò dell’amarezza provata e della figura subita davanti a tanti amici. Le sensazioni  di frustrazione e di avvilimento che mi riportò, non erano state diverse da quelle da me provate nel ’51.

Quarto capitolo-Terra senza legge
Romolo: quante vicissitudini, quante peripezie la sua vita! La più penosa fu quella  del suo licenziamento. Nell’estate del 1953 era finalmente riuscito a formare una lista per l’ elezione della Commissione Interna nello stabilimento "Annunziata" ma il giorno della presentazione della stessa, venne licenziato con altri  dipendenti: 11 persone si trovarono di colpo sul lastrico. A tanti anni di distanza li ricordo quasi tutti. Con Romolo, infatti, vennero licenziati Giovanna Palermo, Betto, Gaspare Maura, Gino Tomassi, Rosaria Bibi, Marcella Mattone, Roberto Ciotoli, Paolo D’Avelli ed altri. Questa odiosa rappresaglia determinò il 27 luglio uno sciopero generale nella città di Ceccano, che vide un’adesione inaspettata: dai commercianti che chiusero le serrande dei loro esercizi, agli impiegati comunali. Tutti scioperarono. Solo  gli operai dell’ "Annunziata" non lo fecero e gli undici non misero più piede nel saponificio. Ma il cinismo del Commendatore non ebbe limiti. Non vennero licenziati solo quelli che volevano portare il sindacato in fabbrica ma, qualche anno dopo, anche  chi espresse liberamente e con verità la dura condizione di lavoro: ciò accadde a cinque operaie che esposero ad un Ispettore del Lavoro la insostenibile situazione in cui erano costrette a lavorare. Anche a Giuseppina Abate, Annunziata Carlini, Maria Del Monte, Maria Giuseppa Loffredi, Giuseppa Mastrogiacomo  toccò la dura punizione di essere licenziate nel dicembre del 1957, per aver coraggiosamente denunciato i fatti. Il Sottosegretario al Lavoro, Repossi, in risposta ad una interrogazione parlamentare, nel febbraio del 1958, affermava che le cose dichiarate dalle licenziate risultavano essere vere, ma che il licenziamento non era una rappresaglia, poiché si trattava, sempre secondo il governo, solo di una coincidenza. Anche ai  più alti livelli dello Stato c’era viltà e sottomissione: era il 1958  e la fabbrica seguitava ad essere ancora terra senza legge. Dovemmo aspettare l’agosto del 1961, prima che i diritti  dei lavoratori venissero rispettati. Solo allora i sindacati poterono presentare le liste per la Commissione Interna ed esercitare pienamente i diritti previsti.

Quinto capitolo-I lavori
Tra i presenti  vedo anche Pietro Savoni, il mio carissimo cugino  che più di tutti ha seguito il decorso delle mia malattia. Fu per suo interessamento che, dopo quattro anni trascorsi al cantiere di rimboschimento, passai a lavorare alla "Cartiera Savoni". Un lavoro faticoso svolto davanti alle caldaie  a tagliare cartoni, ma alleggerito dai buoni rapporti, anche di parentela, che avevo con i proprietari. Un impegno pesante ma sopportabile, perché in famiglia entravano  non solo più soldi, ma avevamo finalmente la tanto sospirata assistenza sanitaria gratuita. Il clima divenne più sereno e ricordo  con piacere tanti piccoli "lussi" che ci potevamo permettere, primo fra tutti, ad esempio, l’acquisto della cucina a gas, in sostituzione del fornello a carbone; la domenica sera mia moglie, addirittura, preparava per tutti le braciole di maiale e mi sembra ancora di sentire quel profumo e quel sapore!Il fatto di essere comunista non ha reso difficile solo i rapporti di lavoro, ma anche quelli  di parentela, poiché essendo l’unico comunista  in una famiglia  molto estesa,  ero considerato la pecora nera, anzi "rossa" di tutto il parentado. Dal punto di vista affettivo non mi sono sentito mai isolato o incompreso, perché c’era il partito che rappresentava una grande squadra, in cui le lotte  sostenute insieme rafforzavano rapporti umani di amicizia e spegnevano, molto bene, accenni d’invidia e l’insorgere di antagonismi. In tutti si era venuto a creare un senso di appartenenza, per cui il successo di uno era sentito come il successo di tutti. Le difficoltà di rapporto con i miei parenti scaturivano non solo dal non avere, io, un’occupazione stabile, ma anche da avvenimenti lavorativi accaduti prima della guerra. Infatti, dopo  essere stato per sette anni  Agente di Pubblica  Sicurezza, avevo perso il posto. Cosa era successo?Ero in servizio, come poliziotto, alle Tremiti, dove venivano portati i confinati: politici, persone colte, intellettuali ed antifascisti. Oltre a questi c’era anche Dumini, il responsabile dell’assassinio di Matteotti. A lui, però, era riservato un trattamento tutto speciale: infatti non gli si negava niente. Giocava con noi poliziotti a carte e a bocce e si permetteva di dare anche qualche ordine: lui si, che si trovava in villeggiatura !Fra i presenti in quel periodo c’era un liberale che si chiamava Costa. I rapporti tra confinati e le loro famiglie con i poliziotti erano normali, cioè formalmente corretti. Un giorno  casualmente mi trovai  a parlare con la moglie del Costa che mi confidò una sua pena: aveva un figlioletto che non cresceva bene, era gracile e malaticcio. Attribuiva questa sventura al fatto che il bambino non era ancora stato battezzato,perché sull’isola non aveva trovato un padrino. Senza immaginare in quale grana mi andavo a cacciare, mosso da compassione verso una madre in pena per  suo figlio, incautamente le risposi: "te lo battezzo io".Mai decisione fu più funesta, mai scelta ebbe conseguenze più catastrofiche! Feci da padrino al bambino come promesso, ma subito dopo fui licenziato. Purtroppo non ero a conoscenza di una norma che proibiva ai poliziotti di battezzare i figli dei confinati ed il cappellano militare, pur conoscendo questa disposizione, non mi aveva detto niente. Se  lo avessi saputo mi sarei guardato bene dal mettere a repentaglio la mia posizione; invece, l’integerrimo cappellano, senza considerare le mie buone intenzioni, mi denunciò ed io persi immediatamente il posto. In quel momento a lui interessava di più assicurare il battesimo ad un bimbo, anziché preservare il posto di lavoro ad un povero disgraziato!In precedenza, però, sempre a causa della mia innata semplicità,  ero andato incontro ad un ’ altra infrazione: svolgevo servizio presso il Commissariato di Campo Marzio a Roma e  fra i miei compiti c’era anche quello di sorvegliare un  politico. Ebbene un giorno,  costui per festeggiare la nascita di un figlio, mi fece entrare in casa e mi offrì un panino, che io accettai, davanti ai suoi parenti, senza pormi alcun problema; ma, mentre inghiottivo l’ultimo boccone, fui sorpreso da un mio superiore che, dopo avermi fatto rapporto, mi  fece trasferire immediatamente a Lampedusa, in servizio fra i detenuti comuni.Mai boccone fu più amaro!La mia vita, quindi, è stata condizionata, prima da un panino,  a causa del quale venni trasferito a Lampedusa, e, dopo, da un battesimo che mi riportò, definitivamente,disoccupato a casa. Così andavano le cose a quei tempi. Mi riferisco alla metà degli anni ’30. Non si andava alla ricerca dei motivi o del perché di un gesto, di un’azione: si colpiva e basta. Non mi sono considerato mai una persona particolare né tanto  meno un eroe. In coscienza, a  tanti anni di distanza debbo ammettere  che ancora non conoscevo l’antifascismo; il mio comportamento quindi  non scaturiva  da affinità o simpatie politiche particolari, ma piuttosto da un forte e genuino senso di umanità e di giustizia, esternati con naturalezza. Il ritorno a casa fu molto triste. Avevo perso un posto di lavoro su cui avevo puntato per un avvenire tranquillo, al riparo da ristrettezze e privazioni: un posto che mi conferiva rispetto da parte di amici e parenti. Ma il sogno era svanito. Di colpo tutto cambiava e, purtroppo, in peggio. Infatti, oltre al lavoro, persi anche  la possibilità di sposarmi. Da qualche anno ero fidanzato con la donna che successivamente diventò mia moglie. Non avevo potuto sposarmi prima perché, sempre secondo il regolamento di polizia, dovevano  trascorrere sette anni dall’arruolamento nel corpo e non potevo farlo dopo che mi avevano licenziato. Fu un periodo  molto difficile non solo per me, ma anche per la mia fidanzata, che riceveva continue pressioni per troncare il fidanzamento. L’unica convinta alleata, sempre pronta a coprire i nostri incontri, fortunatamente, fu mia cognata Emma.Pur riconoscendo le difficoltà, però, non mi detti per vinto e continuai ad essere presente nella sua vita quotidiana. Insomma da parte mia non ci fu  mai nessun ripensamento, poiché non riuscivo a vedere la mia vita senza di lei.Con l’avvicinarsi della guerra, finalmente, trovai lavoro presso la fabbrica di munizioni della  BPD  di Bosco Faito, a Ceccano, la più grande realtà industriale della provincia, con 5.000 dipendenti, tra cui una eccezionale presenza femminile. Dopo un anno finalmente mi sposai. Finita la guerra  feci il grande passo: presi la tessera comunista, la famosa tessera bianca, chiamata così, perché non aveva colore né simbolo. Era un normale pezzo di carta bianca, sul quale si scrivevano le generalità dell’iscritto. Fu una scelta quasi naturale. Avvenne il sedici luglio del 1944. Non aderii da solo ma insieme ad altri, anzi fummo i fondatori di una Sezione che prima non esisteva. Ricordo che insieme a me si iscrissero Pietro Viola, Pietro Gizzi, Luigi Di Vico, Sergio Carlini, Bicetto Canestrelli, Mariano Liburdi, Pietro Liburdi, Peppino Masi, Pietro Catozi, Umberto Salomone, Nino Diana, Cencio Langioni, Nino Anelli, Vincenzo Spagnoli, Lorenzo Masi, Peppino Iacoboni, Luigi Colafranceschi. Questo importante avvenimento si tenne nella sartoria di Sergio Carlini, situata in Largo Tomassini. Bovieri, che allora era Sindaco di Ceccano ed era molto  rispettato per essere stato un antifascista, portò le tessere da Frosinone, compilandole lui stesso. Ci sentivamo orgogliosi di quell’atto e accogliemmo la tessera con trepidazione. Essa rappresentava per noi una grande speranza di cambiamento.  Gli alleati, in quei giorni, erano arrivati in prossimità di Firenze, Marzi era Sindaco di Frosinone, Carrassi, comunista, era Presidente dell’Amministrazione Provinciale, Togliatti (Ercoli) Ministro: un altro mondo, dunque, anche se non ben definito, poteva essere  costruito. Era un’adesione convinta ma anche istintiva; solo dopo tanti anni avemmo la precisa consapevolezza di cosa significasse essere comunista. Infatti non conoscevamo chi fosse Antonio Gramsci, confondevamo l’Armata rossa, allora trionfante, con la Guardia Rossa, sapevamo abbastanza della vittoria di Stalingrado un po’ meno di Leningrado. Ma il grande richiamo era Stalin, o meglio Baffone. Per noi il termine Baffone non era un vezzeggiativo o qualcosa di amichevole e di personale; era espressione di determinatezza, grandi cambiamenti: per noi, dunque, rappresentava il futuro. Ma il mondo, improvvisamente, ci crollò addosso nel 1956, quando,  con il rapporto di Kruscev al 20° Congresso del PCUS, venne demolito il ruolo avuto da Stalin nel movimento comunista internazionale che metteva ancor più in evidenza le tragedie subite dalla popolazione sovietica per i duri metodi di governo da lui adottati. Fu per tutti noi, un momento doloroso perché crollava un mito, un pilastro su cui anni prima avevamo riposto tutte le nostre aspettative. Ancora più sofferte furono le decisioni che ne conseguirono allorché dovemmo rimuovere  il quadro di Stalin dalla sezione. Ci furono forti dispute  ed emerse una sofferenza  ancora più amara. Fra tutte quella  di Mario Ranieri, che alla fine di una interminabile discussione, con la voce roca e con le lacrime agli occhi, prese il quadro e  lo portò nella sua abitazione. E’ il quadro che attualmente si trova nella falegnameria di Peppe Mao e che, dallo stesso, nelle più significative occasioni, viene orgogliosamente esposto all’esterno. La piena consapevolezza  di essere comunisti la conquistammo, dunque, dopo anni di lotte  per la pace e per il lavoro. Ma fu l’elaborazione riguardante la Via Italiana al Socialismo, a darci una coscienza politica pienamente nazionale. Il primo segretario della sezione fu Pietro Catozi. Qualche anno più tardi sarà Peppino Masi, in quel momento il più giovane fra tutti noi, a sostituirlo. Un punto è importante ricordare: Pietro Catozi, Lorenzo Masi, Pietro Gizzi erano stati, nelle elezioni comunali del 1920, eletti consiglieri comunali  nella lista del partito socialista, quando i comunisti ancora non esistevano. Qualche mese dopo entrò nel partito anche Mattia Staccone, anch’egli eletto in quelle elezioni nelle file socialiste. L’essere stato il nostro partito il primo a costituirsi a Ceccano e a darsi una forma organizzata ci aveva dato un grande vantaggio, perché è probabile che ciò abbia rappresentato una forte e immediata attrazione nei confronti di uomini, che avevano alle spalle un’esperienza politica, che il PCI ora riprendeva. Attraverso le capacità di persuasione di Bicetto Canestrelli e Spagnoli, inoltre, in poco tempo, tutti i lavoratori della Romana Elettricità aderirono al nostro partito. Ma non era tutto oro quello che luceva. Si costituirono anche gli altri partiti .Alle elezioni per l’Assemblea Costituente, nel 1946, avemmo, però, una grande delusione: i voti furono meno degli iscritti. In mezzo a tanta passione e generosità scoprimmo  che c’era anche opportunismo. Fortunatamente i fondatori della sezione operarono coraggiosamente per molti anni ancora uniti  senza cedimenti. Questa grande speranza e il sogno di un mondo diverso, venivano vissuti a seconda del partito di appartenenza. Quello che unificava tutti però era l’ottimismo e la necessità di rimuovere gli effetti della guerra. Era difficile dimenticare, perché il nostro centro storico era stato bombardato e distrutto: il ponte sul Sacco, quello sulla ferrovia e palazzo Berardi erano stati minati dai tedeschi in ritirata. Distruzioni e miseria si vedevano e si palpavano ovunque. Fisicamente eravamo veramente irriconoscibili, eppure avevamo un vigore che non ho mai saputo da dove ci veniva. Avevamo fame  è vero, ma un vizio era rimasto comune a tutti: il fumo: una bella boccata di sigaretta, alla quale nessuno mai aveva  rinunciato, anche se spesso, nel periodo più difficile, una sola sigaretta veniva condivisa con altri o addirittura ci si riduceva a raccattare le "cicche" da terra. A questo bisogno non veniva data una risposta. La domanda era fortissima, ma l’offerta inesistente, perché non ci fu nel dopoguerra una immediata ripresa produttiva del Monopolio dei tabacchi. Fui tra i primi a Ceccano ad analizzare questa situazione. Ma per fabbricare sigarette in casa,  di contrabbando, ci volevano soldi, ed era difficile reperirli, anche perché l’oro e l’argento che avevamo, l’avevamo già barattato per qualche chilo di farina. Con alcuni conoscenti  proprio per alleggerire i costi, facemmo una "società". Io, come capitale, avrei dovuto portare una bicicletta, mezzo decisivo per potersi muovere. Una volta, però, acquistata la bicicletta, mi dissero che eravamo troppi e quindi dovevo uscire dalla società. Il gesto mi ferì alquanto ma non mi scoraggiò. Mi recai  in bicicletta a Sora dove  presi il tabacco, mentre ad Isola Liri acquistai le cartine. Affittai, per un paio di giorni, una tranciatrice e come dipendenti "assunsi" i miei cognati Nino e Pio. L’ "impresa" partì immediatamente e con i primi guadagni acquistai prima la tranciatrice ed in seguito la "macchinetta", strumento che permetteva di preparare con precisione ed in tempi rapidissimi le sigarette. Successivamente acquistai anche gli stampi per la confezione del pacchetto. La produzione andava abbastanza bene, tanto da avere bisogno ogni giorno di nuova mano d’opera. I ragazzi reclutati, amici dei miei cognati, erano orgogliosi di questo lavoro anche perché potevano contribuire al bilancio familiare. La mia casa era diventata una efficiente catena di montaggio. La mattina uscivo con la bicicletta per vendere le sigarette o per comprare il materiale necessario. Mia moglie, invece, rimaneva a casa ad organizzare il lavoro e a fare in modo che tutto procedesse senza rallentamenti. La richiesta di sigarette era tanto superiore alla produzione che la concorrenza cominciò ad operare delle sofisticazioni, mescolando al tabacco foglie secche di castagno o di broccoli. Ma la migliore qualità delle nostre sigarette rappresentò la nostra carta vincente, verificabile specialmente quando l’acquirente veniva a rifornirsi direttamente a casa, dove aveva modo di constatare la genuinità del prodotto. La garanzia che davamo circolò insistente ed allora dovetti chiedere aiuto a mio suocero per smerciare più sigarette. Egli si mise a venderle presso la Madonna la Pace, punto nevralgico del paese, dove c’era anche la fermata degli autobus. L’attività rese benissimo per tutto il ’45 e gran parte del ’46, poi il monopolio cominciò a funzionare regolarmente, ma ancora più regolarmente, purtroppo, funzionò l’azione repressiva della Guardia di Finanza. Parecchi arresti dei miei concorrenti mi turbarono e nello stesso tempo mi preoccuparono. Io e mia moglie decidemmo di fermare l’attività; ma quelli con i quali avrei dovuto fare la società, si erano già fermati molto tempo prima, per via di una feroce litigata, riguardante un ammanco di soldi. Con grande soddisfazione mia moglie mi disse che in circa 2 anni avevamo messo da parte 25.000 lire. Di colpo ci sentimmo ricchi, ma non sperperammo quei soldi. Il  gruzzolo accumulato rappresentò il nostro sostentamento per i  successivi anni che furono piuttosto bui. In questo via vai di persone purtroppo non vedo Mario Gizzi, già da anni scomparso e che ha rivestito nella mia vita un ruolo determinante.  Uomo schivo,  autorevole  ed autonomo da pressioni partitiche, che in un giorno di aprile del 1955, inaspettatamente, decise in qualità di Direttore provinciale delle Poste, di apporre la sua firma su di un foglio,  per farmi assumere come postino proprio qui, a Ceccano.Vi lascio immaginare lo scalpore che suscitò il fatto, una vera questione cittadina. Suo zio, Don Ottavio, abate di S.Nicola, dovette fronteggiare non pochi democristiani che andavano a protestare per una scelta ritenuta scandalosa. Don Ottavio quando si sentiva messo alle strette con fare mite e disarmante replicava " anche i comunisti debbono vivere"Per i tempi che correvano era inaudito che un comunista potesse prendere un posto predestinato a un  democristiano. Un buon posto, oltretutto!Povero "sor Mario", non ho saputo mai spiegarmi il perché di quella scelta, una decisione che ha cambiato la mia vita e quella della mia famiglia,  dandoci quella sicurezza e quella tranquillità economica che ad ogni nucleo familiare andrebbero assicurate.

Sesto capitolo- La cantina
Vedo, invece, il dott. Marcello Iorio, il medico che mi ha seguito durante i miei ricoveri ospedalieri. Con quanta passione e scrupolo scientifico ha cercato di capire quale fosse la causa della mia malattia, scaturita,  secondo lui, da una epatite non curata sin dalla gioventù.
E’ vero che  ho sempre avuto problemi con il fegato, ora posso anche capirne le cause, ma debbo  anche riconoscere di avere sempre avuto una  debolezza: bere insieme agli amici.
Il vino, la cantina, la politica: trinomio inscindibile. A  casa, infatti, bevevo poco.
In effetti il meccanismo che s’innestava era il seguente: frequentando la sezione ci aggiornavamo continuamente sulla linea  del partito che non doveva mai essere tenuta per sé, ma andava fatta conoscere agli altri. La cantina rappresentava il posto ideale, il veicolo naturale dove ci si confrontava con chi la pensava come noi e ci si scontrava con chi non era in sintonia con le nostre idee.
Anzi, nella cantina, più che in sezione, si verificava se le nostre proposte o le nostre critiche erano giuste, a seconda che queste venissero accettate o respinte .
L’aspetto politico procedeva insieme con quello socializzante, perché il buon umore  e la naturalezza della comunicazione erano sempre costanti e rappresentavano, inoltre, momenti di evasione da realtà difficili. In questo luogo i vari gruppi presenti non rimanevano mai divisi ma tendevano ad unificarsi.
Non si andava mai alla stessa cantina, ma le frequentavamo  a rotazione. Dopo tanti anni le ricordo tutte: Cipicchi, za Peppa, Cencio Tanzini, Nerbetta, Picelli, Langione, Angeletti, Cainetta, Scarapegli, zi Mappa, Ciancona, Valeria, la Mecca. Alcune di queste erano bar. Ma non ci fermavamo solo a Ceccano, spesso andavamo anche in "trasferta" ad Arnara, Pofi, Castro, Amaseno  e in altri paesi vicini. Avevamo, insomma, anche noi i nostri santuari laici.
Purtroppo con il passare del tempo  le cantine  stanno chiudendo. E’ senz’altro una perdita, un mondo che se ne va e faccio fatica a capire cosa succederà e da cosa saranno sostituite. Chissà se un giorno qualcuno saprà scrivere sulla funzione sociale  e culturale avuta ai miei tempi dalle cantine!

Settimo capitolo-Lo Stato forte con i deboli
Assorto in queste considerazioni non mi accorgo che è entrato Barbarossa, come al solito, taciturno e riservato. E’  il suo modo di fare. Barbarossa: ma quale è  il suo nome? Non lo ricordo. Nei nostri paesi il soprannome prevale sempre sul cognome.
Fa il sindacalista della CGL, ma non so quale categoria dirige, comunque va messo sullo stesso livello di Malandrucco, Berardinelli, Palombi e Notarcola. Uomini legati allo sviluppo del processo di sindacalizzazione della provincia ed a lotte memorabili. Malandrucco e Berardinelli furono i sindacalisti che con Sferrazza e Gabriele della CISL portarono avanti lo sciopero contro l’"Annunziata" nel 1962, quello della sparatoria, dei feriti, del  sangue sulle strade, del vile assassinio di Luigi Mastrogiacomo. Lo sciopero nel quale i Carabinieri, per alcuni giorni, come tassinari prendevano a casa i crumiri per portarli al lavoro; lo sciopero che culminò con la requisizione dello stabilimento da parte del sindaco Bovieri.
Esso venne proclamato per il rispetto del contratto di lavoro: si voleva ottenere il
premio di produzione, ovvero 45 lire in più al giorno.
In  quel  28 maggio, gli operai  stanchi e delusi, anche perché da oltre un mese erano senza salario, si videro inaspettatamente aggrediti in modo cinico e crudele dalle  forze dell’ordine. Un’inutile sparatoria  protrattasi per circa due ore,  provocata da un
autobus che, transitando, spinse, quasi schiacciandoli, alcuni operai verso i poliziotti ed i carabinieri, che in quel  momento erano schierati a scacchiera per difendere   i cancelli della fabbrica.
I carabinieri erano arrivati a Ceccano il pomeriggio del 16 maggio, inviati dal Ministro della Difesa, Andreotti, poiché in mattinata i poliziotti avevano fronteggiato degli scontri, durati circa tre ore, contro la popolazione insorta, senza ottenere alcun risultato.
I carabinieri appartenevano ad un  reparto speciale, l’ottavo battaglione mobile, ideato ed organizzato in quei giorni dal famigerato generale De Lorenzo di cui le cronache giudiziarie parleranno alcuni anni dopo, a proposito dell’estate del 1964,  del piano Solo, delle schedature del SIFAR e relativo tentativo di colpo di stato.
A Ceccano il battaglione era agli ordini del colonnello Mambor che con molta probabilità venne qui a fare, forse, la prova generale.
La reazione dei carabinieri, iniziata solo  con i calci del moschetto automatico e con colpi di elmetto o di bandoliera,  senza alcun motivo precipitò e si iniziò a sparare.  Il tiro era fatto per uccidere a breve distanza, non rispettando nemmeno  gli ambulatori medici dei dottori Apruzzese e Panfili,  dove venivano assicurati i primi interventi di pronto soccorso.
Ancora oggi a distanza di 24 anni sono  visibili i segni lasciati sui muri dalle pallottole. Arrivarono  a sparare anche dentro il Manicomio ed un proiettile colpì un crocefisso, appeso su di una parete. Come al solito, si cercò di dare la colpa alla "violenza operaia" ed alla sua minacciosa organizzazione.
Il Ministro dell’Interno Taviani, alla Camera, rispose in maniera omertosa e confusionaria: non volle ammettere che  i feriti e l’assassinato si trovavano a 200 metri dalla fabbrica e quindi non rappresentavano una minaccia, inoltre non fu in grado di spiegare chi avesse sparato ed ucciso, ne’ quale fosse stata la catena di comando.
Il bilancio di quella sera non ammette  discussioni. I feriti gravemente furono otto  e fra questi Vincenzo Cipriani che ebbe il fegato spappolato. Per salvarlo il Partito Comunista lo fece operare a proprie spese dal prof. Valdoni.
Cipriani, ferito, venne trasportato da Vincenzo Tiberia, presso l’ambulatorio medico del dott. Apruzzese. Lo stesso ambulatorio, senza scrupolo, venne mitragliato proprio mentre il dottore stava portando le prime cure. Sarà lo stesso Tiberia ad uscire dall’ambulatorio per fermare,  con un fazzoletto  una macchina che porterà il Cipriani in Ospedale.
La cosa più vergognosa fu che, sempre dentro lo stesso ambulatorio, venne ferito all’inguine anche Vincenzo Bovieri che casualmente si trovava lì per ricevere una prescrizione medica.
Luigi Mastrogiacomo, di 44 anni, dipendente dell’ "Annunziata", fu ucciso sotto un lampione illuminato, in via San Francesco: un bersaglio facile, un vero e proprio crimine. Lasciava la moglie e due figlie. I carabinieri seguitarono a sparare anche mentre veniva trasportato senza vita dentro l’ambulatorio del dott. Panfili.
Una parte del paese venne messa sotto sopra, ma nessun poliziotto e carabiniere risultò ferito, contuso o fu ricoverato in ospedale. D’altra parte non poteva essere diversamente: ai colpi di fucile dei militi, i cittadini di Ceccano rispondevano lanciando sassi. Una lotta impari.
Quanta paura provai quella sera, anche perché non riuscivo a trovare mio figlio. Una paura superiore a quella provata nel periodo della guerra.
Al tramonto, in quelle tiepide serate di maggio, gran parte dei ceccanesi si ritrovava accanto ai lavoratori a dimostrare che Ceccano non li aveva lasciati soli.
Per me le trepidazioni prima e l’inferno poi, cominciarono quando in Ospedale arrivarono i primi  feriti e nella grande confusione non si riusciva a conoscere la loro identità. Fu ancora più doloroso sapere che tra i  feriti c’erano giovani non dipendenti della fabbrica: Bovieri, Cipriani, Attilio Del Brocco, ricoverato direttamente presso l’Ospedale di Frosinone, tutti ventenni e coetanei  di mio figlio. Ogni volta che ci arrivavano notizie sui feriti era una pugnalata al cuore, un grande feroce supplizio. Feci un andirivieni dall’Ospedale al Comune  per essere bene  aggiornato sull’identità dei colpiti, infine mi precipitai giù in piazza Berardi, teatro degli scontri.  Qui trovai uno scenario allucinante.
A ridosso del ponte era stata alzata una robusta barricata con del materiale edile del cantiere dei palazzi Evangelisti, allora in costruzione. C’erano molti operai, ricordo inoltre Mario Maura, Percili, le sorelle Palermo, Benedetto De Santis, Vittorio Magliocchetti. Vidi molte persone con gli occhi rovinati dai gas lacrimogeni, ma anche qui non trovai mio figlio. Per esclusione non rimaneva che pensare che stesse dall’altra parte del fiume, presso la Borgata, dove si  diceva, fosse stata eretta un’altra barricata.
Sul ponte, i punti luce erano stati tutti distrutti per evitare di essere colpiti con facilità.
Nell’oscurità era impressionante assistere al fuoco dei proiettili che ogni tanto  venivano sparati proprio in direzione della Borgata.
Erano due ore che si sparava e c’erano  feriti da trasportare. Tutto avveniva nella più totale confusione. Ad un certo momento Peppino Masi, segretario della Sezione del PCI, Assessore ed animatore della solidarietà verso gli operai in lotta  e Sancte De Sanctis, un avvocato comunista, capirono che la situazione era insostenibile: presero un’asta di legno e sopra vi misero uno straccio bianco. Il loro scopo era quello di attraversare il ponte sul fiume, passando davanti alla portineria dello stabilimento, dove erano acquartierati carabinieri e poliziotti e di riportare in paese, incolumi, i ragazzi che stavano dall’altra parte del ponte della ferrovia.
Ci furono convulse trattative, forse con lo stesso Questore, che alla fine portarono ad una  soluzione.
Non so quanto  tempo effettivo passò: mi sembrò interminabile e angoscioso, poi dall’oscurità, all’improvviso, insieme a Masi e De Sanctis, apparvero i ragazzi. Non dovevano esser più di venti, perché gli altri che abitavano al Colle Antico, in via  Marano e alla Paolina, zone alle spalle della Borgata, erano stati convinti a tornare direttamente a casa. Vidi avvicinarsi Angelo Mattone, sarto, e Vincenzo Tiberia, calciatore, il quale era stato l’organizzatore delle sassate, ma anche colui che con grande spirito di solidarietà, nelle settimane precedenti aveva raccolto denaro per gli scioperanti ed era stato per tutto il periodo un fervente  sostenitore della lotta. Uno dei tanti che non aveva niente da guadagnare per una opera che oltre tutto si dimostrò rischiosa. Qualche anno più tardi, proprio per questa attiva partecipazione, essendo schedato, non venne assunto alla BPD di Colleferro.
Arrivò anche Franco del Brocco, edile, anch’egli presente ed attivo in tutto il periodo; Maura Luigi, imbianchino, e  oltre a questi, vidi apparire, sorprendentemente, Franco Papitto studente, militante missino.
Papitto è da anni che non lo vedo, so che fa il giornalista all’estero, chissà  oggi come la pensa politicamente!
Fra questi fortunatamente c’era anche mio figlio.
Il gesto di Sante e Peppino non è stato mai valutato fino in fondo e non è stata espressa loro mai gratitudine per avere dimostrato coraggio e tempestività  nell’andare a trattare, in quelle pericolose circostanze, con il  Questore davanti ai cancelli della fabbrica e per essere stati in grado di riportare salvi i ragazzi, che ancora rimanevano, inutilmente, a tirare sassi.
I colpi terminarono. Durante la notte il Prefetto fece sgomberare la fabbrica dai 54 crumiri che, in modo ridotto,  avevano mandato avanti la produzione e con le loro famiglie vennero trasferiti in un albergo a Fiuggi. Il Sindaco requisì la fabbrica. "Annunziata" sottoscrisse l’accordo così come richiesto dai sindacati.
Senza la presenza delle forze dell’ordine, i funerali di Luigi Mastrogiacomo si tennero nel dolore, ma in tranquillità. Gli operai, che assicuravano il servizio d’ordine, lasciarono i bracciali neri del lutto appesi alle porte delle case dei crumiri, sul portone della Caserma dei Carabinieri e sul cancello di una villa. Il proprietario della stessa era quello che mi aveva  licenziato nel Quarantotto.
Ritornando a Barbarossa, egli conosce profondamente non solo la situazione di" Annunziata"  ma anche quella provinciale: fabbriche in crisi, scenari nuovi, difficoltà impreviste.
Che impressione mi fa vedere quest’uomo e paragonarlo a quel ragazzo spaurito che
conobbi alla Festa nazionale dell’Unità di Livorno, nel settembre del 1969, quando tutti terminammo il corteo, bagnati da un temporale che ci martoriò per tutto il percorso.
Lo ricordo strizzare la camicia inzuppata d’acqua ed aspettare, caparbio, il ritorno del sole. Quello fu il suo battesimo politico ed Oriano Pizzuti , che l’aveva spronato a partecipare, fu il suo padrino.
Spero che il periodo dell’intervento delle forze dell’ordine nei conflitti di lavoro sia definitivamente finito.
Esistono ora nuove situazioni e mi vengono in mente argomenti che mio genero Giovanni ha riportato in questi anni, riguardanti la situazione ad Ivrea e attorno a Torino: riduzione della grande fabbrica, produzione fatta fuori dalla stessa, nascita di nuovi capannoni, operai specializzati che diventano imprenditori. In queste nuove condizioni quale sarà la forza del sindacato? Ed, infine, gli operai comunisti  diventati ora piccoli imprenditori, rimarranno comunisti?
Dal 1980, da quando il sindacato ha perso nella vertenza Fiat, la strada si è fatta difficilissima. Chiudono le fabbriche, diminuisce il numero degli operai ed oggi si temono trasferimenti e licenziamenti anche alla BPD-Snia di Bosco Faito, proprio qui a Ceccano.
Ho visto, inoltre,  difficoltà e divisioni anche dentro il partito. Ma l’altro grande interrogativo per me è rimasto quello di conoscere meglio quali sono state le cause che l’anno scorso, per il Referendum sulla scala mobile,  ci hanno fatto perdere proprio in Emilia.
Sento la voce di Lellenzo Masi. Con Amedeo Gizzi, Antonio Micheli, Lucio Giovannone e Walter Apruzzese è stato tra i più prestigiosi responsabili del PSI ceccanese. Lo sento parlare con Giovanni, mio genero. Non entrerà nella mia camera. Lo so, lui ha avuto sempre un rapporto "difficile" con la morte. Non vuole vedere i defunti, preferisce ricordarli  vivi.
Proviene da una famiglia socialista ed ha fatto per un breve periodo anche il Sindaco a Ceccano. Serio ed affidabile, un vero uomo di sinistra. Non si lascia travolgere dalle passioni e non si mostra mai litigioso. Con coerenza ha sempre portato avanti la politica della sua federazione, in particolar modo le indicazioni del senatore Minnocci. Proprio per questo accettò che a Ceccano i socialisti facessero la Giunta con la Dc. Era l’estate del 1962 e fu  uno dei primi esperimenti del centro-sinistra fatti in Italia.
A noi comunisti sembrò un vero tradimento: si rinnegavano anni di battaglie fatte insieme.
Il democristiano Battista divenne sindaco. I socialisti, a poche settimane dai fatti accaduti  davanti al saponificio, lo preferirono  al comunista Bovieri.
Per parecchi mesi gli tolsi il saluto. Una decisione sbagliata, sicuramente esagerata.
Lui, negli anni successivi, con molta autoironia, diceva che la precoce alleanza con la
DC gli aveva permesso di conoscere subito questo partito, con tutte le feroci divisioni interne e di ritenerlo inadeguato a governare Ceccano. Dopo questa esperienza, durata in modo molto sofferto, fino al Settanta, Masi ha sempre sostenuto che l’alleanza con i comunisti era affidabile e produttiva, in quanto un impegno sottoscritto con noi veniva sempre rispettato.
Il centro sinistra, quello nazionale di Moro e Nenni, noi comunisti l’abbiamo avversato, criticato, combattuto per spingere e migliorare la situazione dei lavoratori. Bisogna, però, riconoscere che quel periodo, anche se a priori tendeva ad escluderci dal governo centrale, almeno fino alla scomparsa dell’Onorevole Moro, è stato positivo, dimostrando anche attenzione nei nostri confronti. L’Italia è andata avanti.  Ora con Craxi, dopo la questione della scala mobile, non so come andrà a finire.

Ottavo capitolo- E’ possibile fare un bilancio?
Intanto mia moglie si è seduta accanto a mia figlia Adriana. Hanno tenuto fede alla promessa che  avevo strappato loro: non hanno indossato abiti neri. Il dolore lo hanno dentro e traspare nei loro visi tristi e afflitti. Mia moglie è silenziosa, ma disponibile ai convenevoli d’uso. Quanti rimproveri ho ricevuto da questa donna!
Molto parsimoniosa, non mi ha fatto trovare mai una lira di debito, ne’ un affitto di casa pagato in ritardo, nè si è mai impelagata in chiacchiere e pettegolezzi. Ha rappresentato per tutta la famiglia  una  vera sicurezza. Attraverso sacrifici e piccoli risparmi, senza nulla togliere alle esigenze dei figli, siamo riusciti ad acquistare la tanto desiderata casa.
L ‘unico argomento che ci divideva  era sempre lo stesso: la politica. Secondo lei chi fa politica non deve sposarsi, non può formarsi  una  famiglia, perché  va incontro a rischi,  privazioni, mettendo a repentaglio l’avvenire stesso dei figli.
Ma ora che  sono arrivato alla fine della mia esistenza, mi domando: sono stato un buon marito ed un buon padre?
Nel corso degli anni i miei figli hanno trovato la loro sistemazione.
Ho passato quindici anni a portare lettere, con due consegne al giorno, sotto l’acqua, il gelo, la calura estiva.
Fino agli anni Sessanta,  il mezzo più usato per comunicare erano le poste, scarso era l’uso del telefono, tutto veniva spedito e vi lascio immaginare quanto lavoro fosse necessario per smistare l’enorme mole di corrispondenza e consegnarla a domicilio, muovendoci a piedi. Inoltre, ogni   postino doveva coprire una zona molto vasta.
Su tutto il territorio di Ceccano lavoravano solo quattro portalettere.  Ma io mi ritenevo ugualmente fortunato, non solo perché finalmente avevo un lavoro fisso, ma anche perché  questo mi permetteva di essere me stesso, con le mie idee, i miei convincimenti, ma soprattutto con la possibilità di poterli esprimere liberamente, senza condizionamento alcuno. Insomma potevo aderire a qualsiasi iniziativa politica o sindacale senza timore.
Infine gli anni della pensione, altri sedici, trascorsi serenamente dedicandomi agli affetti familiari, facendo teneramente il nonno ed imparando anche a cucinare per le mie nipotine.
Il giovedì, ad esempio, cucinavo gli gnocchi e loro erano entusiaste di avere un nonno cuoco.
Era diventato un vero e proprio rito: guai a mancare un giovedì!. In verità io lo facevo anche per creare un’occasione in più per scambiare opinioni politiche con mio figlio, perché la politica continuava ad essere una delle mie ragioni di vita.
In luglio, undici anni fa, moriva a Parigi mio fratello Antoniuccio. Provai un grande dolore per la scomparsa di un fratello che, avendo solo un anno più di me, aveva intensamente condiviso tutto il periodo della mia infanzia e della mia adolescenza.
Eravamo molto simili sia per la gioia di vivere che per una sorta di sensibilità tutta nostra, molto personale. Non avevamo bisogno di parlare per capire cosa e come la pensavamo. Inoltre, lui era  più allegro di me, ancora più ottimista.
La mia infanzia è passata vivendo e trascorrendo gran parte del tempo nei "Caselli" della ferrovia, essendo mio padre caposquadra delle ferrovie. Carsoli, Carpinone, Isernia, Zagarolo sono stati i luoghi che mi hanno accompagnato per tutta l’adolescenza. La nostra era una vita da isolati, poiché abitavamo fuori dai centri abitati. Avendo del terreno a disposizione, mia madre, aiutata da mia sorella Rita, oltre a svolgere le normali mansioni domestiche, curava l’orto e si dedicava all’allevamento di polli e di un maiale che servivano al fabbisogno della famiglia. Fratello ed amico era Antoniuccio. L’altro fratello, Giovannino, era di poco più grande di noi, ma completamente diverso: serio, studioso, incapace di trasgredire, insomma tutto d’un pezzo. Il terzo fratello, Vincenzo, era più il piccolo e quindi faceva una vita separata dalla nostra. Con Antoniuccio  spesso non andavamo a scuola e per questo motivo non ricordo più quante volte siamo stati bocciati. Sicuramente ci accomunava l’imprudenza e l’irresponsabilità. Mi ricordo, ad esempio, le bravate intraprese ad Isernia, dove c’era un ponte di legno molto alto su cui passava la ferrovia. Noi due spesso vi salivamo, lo percorrevamo per un tratto seguendo i binari e poi, circa alla metà del ponte, dove l’altezza era da brivido, mio fratello, tenendomi  per le gambe, mi faceva penzolare a testa in giù, nel vuoto, fino ad arrivare con le mani sotto il ponte, per  prendere dal nido, gli uccelli, che lì sotto nidificavano in quantità.
Si trattava di  emozioni folli, rischiose ed azzardate.
L’altro divertimento consisteva nell’assistere alle veglie funebri che per il modo in cui si svolgevano, rappresentavano per noi una novità, poiché nel Molise i morti venivano pianti in modo diverso, da come veniva fatto a Ceccano.
Tutto per noi diveniva spettacolo, novità e divertimento. Le protagoniste principali erano le donne del paese, anche non parenti del defunto. Assistevamo ad un miscuglio di pianto, lamenti, nenie interrotte da grida acute e stridenti, da scoppi irrefrenabili e da gesti convulsi fino ad arrivare a strapparsi  i capelli ed a procurasi graffi sul viso.  Per goderci questo spettacolo, che non so definire, ogni volta cercavamo di accaparrarci i posti migliori, che di solito erano quelli sopraelevati.
Questo spettacolo lo avevamo visto così tante volte che eravamo in grado di anticipare lo sviluppo delle scene, dei gesti,  delle parole e la progressione ritmata dei lamenti.
Di fronte a questi continui e gratuiti spettacoli come potevamo essere interessati alla scuola? Mio padre, che sapeva  scrivere perfettamente e leggere il giornale,  non riusciva a convincerci a studiare, neanche usando  la cinghia.
Mia madre rappresentava il pilastro della famiglia: era una donna decisa, forte, amata, rispettosa e rispettata, non solo dalla parentela, ma anche dai vicini di casa. A tal riguardo ricordo che quando abitavamo ad Isernia spesso andavamo a trovare un suo nipote che studiava in un convento nelle vicinanze. Si chiamava Lallo Innico che in seguito diventerà Console della Milizia.
Quando invece, nel 1922 ci trovavamo a Zagarolo, spesso ricevevamo la visita di un altro suo nipote, Toto Bragaglia, socialista e vice sindaco di Ceccano, che in fuga dalle aggressioni fasciste, utilizzava la nostra abitazione.  Quando Toto, già pedinato partiva dalla Stazione, i fascisti di Ceccano, timorosi di affrontarlo, per via della sua forza fisica, telefonavano ai  camerati romani, affinché fossero questi a pestarlo all’arrivo, nei pressi della Stazione Termini. Toto, invece, con astuzia ed abilità ricorreva ad un efficace  stratagemma: saliva sul treno a Ceccano, scendeva a Zagarolo, visitava noi, per poi prendere il "trenino" delle Vicinali che non arrivava però, a Termini. In questo  modo non venne mai preso.
Purtroppo questa ospitalità ad un certo punto non fu più possibile  accordargliela, perché nel 1923 mio padre venne collocato forzatamente in pensione per aver partecipato allo sciopero generale dell’ agosto del 1922. Questo fu l’ultimo sciopero che si fece prima del fascismo. Ebbe poche adesioni tranne appunto da parte della categoria dei ferrovieri. Quel fallimento spianò la strada, qualche mese dopo, alla marcia su Roma.
Mussolini disintegrò l’unità politica socialista dei ferrovieri licenziandone alcuni, collocandone  in pensione altri ed assumendo, invece, molti fascisti.
Quando mio fratello Antoniuccio, nel  frattempo emigrato in Francia, ritornò la prima volta  nel 1939 per farci  conoscere sua moglie, ci parlò della legge sulle ferie pagate che lì da poco era stata approvata.
Sapere che i lavoratori francesi potevano usufruire di 14 o 21 giorni ( non ricordo bene) di vacanze retribuite era una cosa sorprendente, incredibile, che allungava le distanze fra l’Italia e la Francia. Era la dimostrazione che in quella nazione si viveva meglio che da noi.
Dopo la guerra ritornava in estate ogni due o tre anni, portando  con se’ anche  la famiglia. Aspettavo con trepidazione il suo ritorno e sempre si rinnovavano momenti bellissimi di gioia e di allegria, con altri amici e parenti. Era sempre allegro, disponibile, capace di evitare discussioni e polemiche. Non parlava mai di politica, anche perché sapeva che l’argomento procurava divisioni e litigi familiari. Era evidente che economicamente stava bene. Fare il sarto al centro di Parigi  gli permetteva di condurre una vita senza problemi economici e senza restrizioni di alcun genere. Aveva una  clientela scelta ed affezionata ed i segnali che ricevevamo circa il suo benessere, erano tutti promettenti.
Nel 1974, quando  ritornò per la solita vacanza,  le giornate insieme trascorsero  liete, ma mi lasciarono tuttavia, un po’ di malinconia.
Antoniuccio che non indugiava mai sulla politica, quell’ultima volta mi fece delle considerazioni che da una parte mi inorgoglirono ma nello stesso tempo mi intristirono. L’argomento di queste conversazioni fu la differenza di condizione dei pensionati in Italia ed in Francia. Arrivato a settanta anni riconosceva che i suoi coetanei ceccanesi non erano solo allegri come  sempre,  ma erano anche soddisfatti e sereni per le garanzie di sicurezza in cui vivevano. Insomma arrivò a dire che tutti stavamo meglio di lui per via della sua povera pensione di sarto, con la quale doveva  vivere proprio al centro di Parigi.
Come lui avevamo una casa, ma avevamo anche pensioni migliori, ospedali  medicine , scuola gratuita per i figli, insomma una rete di sicurezza in alcuni casi più robusta di quella francese. Il fatto nuovo era che,  per la prima volta, mi parlava di politica, affermando che il  nostro benessere  era dovuto alla forza ed all’unità dei sindacati italiani  che non si battevano solo per il salario, ma anche per le questioni più generali, cosa che non succedeva in Francia. Quando diceva queste cose mi ricordavo degli ultimi scioperi prima del mio pensionamento, ai quali avevo partecipato. Erano stati proprio quelli  riguardanti la politica per la casa e per le pensioni.
Queste considerazioni mi rattristavano, poiché mio fratello si trovava ora a dover fare i conti con una realtà non facile, anche se non drammatica, e che comunque lo turbava.
Allo stesso tempo  metteva in evidenza cose che non avevo mai considerato prima.
Insomma Antoniuccio mi faceva pensare che avevo fatto bene a fare quello che avevo fatto: quelle scelte ora avevano dato a me ed a milioni di italiani una condizione di vita buona ed un futuro sereno.
Gli ultimi scioperi ai quali ho partecipato sono stati quelli del 1968 e del 1969, relativi ad una diversa politica per le pensioni e per la casa.
Proprio in quegli anni non posso dimenticare un altro importante e significativo momento: il 1 Maggio del ’68, che fu festeggiato a Roma, in Piazza S. Giovanni. Ricordo quella  giornata non solo per  la passione dei partecipanti che manifestavano per  le strade di Roma, ma anche per le novità che scoprimmo.
Per l’occasione utilizzammo uno striscione sul quale ricordo che c’era stata una lunga ed accesa discussione, inerente a come dovesse essere scritta la frase " Ceccano è pronto" oppure "Ceccano è pronta".  La gran parte di noi era d’accordo per la prima ipotesi, ma poi quando una professoressa ci indicò la seconda, a malincuore, l’accettammo. Non potevamo mettere in discussione una persona che aveva studiato. Anche se Ceccano femmina proprio non ci andava bene.
La mattina prendemmo il treno. Eravamo in parecchi, forse una ventina di persone tra le quali ricordo  Mario Ranieri e suo nipote Mariano, Alfredo Gizzi, Mario Papetti, Lorenzino, Arcangelo Liburdi, Giulio Sindici, Gino Tommasi, Orfeo, Peppe Mao, Franco del Brocco. Scesi alla Stazione  Termini, appena Orfeo e Mariano aprirono lo striscione, immediatamente ricevemmo manifestazioni di simpatia. Tutti commentavano favorevolmente, anche se c’era sempre un sorrisetto ironico che li accompagnava. Arrivati a Santa Maria Maggiore trovammo la piazza piena di giovani che  ci accolsero con grande calore. Qualcuno addirittura ci abbracciò. A dimostrazione del consenso che ottenemmo ci fecero aprire il loro corteo che partiva proprio dalla Basilica. I ceccanesi avanti e tutti gli altri dietro. "Ceccano è pronta" dunque, faceva sognare.
Questi ragazzi che avevamo attorno, che quasi ci coccolavano, non  avevano però niente a che fare con gli operai edili romani, con il popolo delle borgate, facce a noi familiari che avevamo conosciuto nelle manifestazioni precedenti. Questi giovani erano completamente diversi.
L’ultimo grande corteo al quale avevamo partecipato era stato nel 1964, in occasione dei funerali di Togliatti. C’era più gente è vero: un milione di persone e molta tristezza. Moltissima commozione,  pugni chiusi alzati ed anche qualche segno della croce. Ora, invece il corteo era rumoroso, colorato. I cartelli prevalentemente raffiguravano Ho Chi Minh, Guevara, Mao, Fidel Castro.
Ad un certo momento vidi, rappresentato su di un cartello, il viso di un asiatico. Chi era? Nessuno di noi lo sapeva. Provammo anche un po’ di imbarazzo a chiederlo. Poi uno di questi ragazzi disse che si trattava di Giap, un generale vietnamita che aveva battuto i francesi in una famosa battaglia, in un posto di cui non ricordo il nome e che avrebbe sconfitto  anche gli americani.
Ma fra tante immagini mancavano quelle a noi più care: quelle di Longo, di Di Vittorio e di Togliatti.
Gli slogan erano per il Vietnam e contro l’imperialismo americano. Erano ragazzi con  barba e capelli lunghi. Da come parlavano si capiva che erano intelligenti e preparati.  Inoltre  c’erano molte ragazze, belle, simpatiche e qualcuna con la minigonna.
Ci si presentava, insomma, un altro mondo.
Procedevano tutti ben affiancati, lanciando all’unisono slogan e cantando ben intonati. Stando con loro non ci eravamo ancora accorti che la simpatia che avevamo suscitato era legata esclusivamente allo striscione,  che per noi aveva tutto un altro significato, da quello che loro, invece, gli attribuivano.
Infatti: lo striscione, che  per noi significava "pronti alle elezioni", era stato voluto da Mario Ranieri e doveva essere messo sul palco di Ceccano in occasione dell’apertura della campagna elettorale, di quel 1968, ma fu portato a Roma e in quel giorno, in quel contesto, con quelle parole d’ordine, aveva preso tutto un altro significato. Quei ragazzi addirittura  potevano pensare che l’Italia stesse per esplodere, pronta alla rivoluzione e noi eravamo i primi e più genuini portatori di questo messaggio.
Arrivammo a San Giovanni. C’era moltissima gente e finalmente tanti volti a noi familiari. Ci mettemmo in prossimità del palco e qui  capimmo che quei ragazzi, con i quali orgogliosamente avevamo sfilato per le strade di Roma,  ostentando pugni chiusi, slogan e bandiere rosse e vietnamite, non erano lì per sostenere il sindacato, ma per contestarlo. Personalmente rimasi molto turbato dal modo in cui accompagnarono il discorso del sindacalista (forse  Agostino Novella) con urla, schiamazzi, contestazioni.
Come si dice, eravamo caduti nella tana del lupo.
Comunisti e sindacalisti venivano chiamati borghesi, moderati, revisionisti, qualcuno ci chiamava addirittura revisionisti moderni. Debbo dire che non capivo il significato di tutto questo. In mezzo a noi, non tutti dissentirono su questo modo di dire e di fare, anzi qualcuno affermava che era ora di fare la voce grossa. D’altra parte ….Ceccano era pronta.
Intanto alla mia bara si sta avvicinando Antonio Carlini. Più di vent’anni fa, stette tra la vita e la morte, facendoci tremare  tutti. Ora è lui che viene a salutare me. Come è strana la vita!
E’ quell’ Antonio che in quel primo maggio alla fine della manifestazione ci aspettava in via Rattazzi per recarci a mangiare tutti insieme da "Livio", trattoria molto cara a noi ceccanesi ed a me familiare, poiché ci andavo ogni qual volta mi recavo a Roma, con mio cognato Armando e spesso anche con lui.
A lui , oltre che un legame di parentela, mi ha sempre legato un vecchio sodalizio di amicizia e politica  fin dal 1920, quando in un giorno d’autunno Toto Bragaglia ci chiese se volevamo accompagnarlo a Giuliano di Roma per assistere al comizio di un ocialista. Toto era molto più grande di noi. Era un vero capo socialista, una persona forte ed autorevole, che qualche settimana dopo diventerà vice-sindaco di Ceccano.
Pur non essendo in quegli anni ancora impegnati politicamente, lo assecondammo ed il giorno dopo con la "Cacciatora" di Pippo Sodani ci recammo a Giuliano. Avevo quattordici anni, Antonio ne aveva sedici circa.
Il socialista che doveva parlare era un avvocato, candidato che verrà eletto nell’allora Consiglio Provinciale di Roma. Si chiamava Patriarca e veniva da Priverno.
Era la prima volta che sentivo parlare di politica, anzi per me rappresentava un mondo oscuro, incomprensibile.
Ricordo la sorpresa piacevole nel trovare, una volta arrivati nella piazza dove si doveva tenere il comizio, molte persone presenti e mi stupì la calorosa stretta di mano datami dal Patriarca. Di lui ricordo  una folta barba e l’affettuosità con la quale salutò prima Toto e poi noi. Ma anche Toto, sicuramente per motivi diversi dai miei, era rimasto felicemente sorpreso di trovare tante persone. Questa piacevole sensazione svanì nel momento in cui improvvisamente cominciarono a suonare le campane: un suono assordante, fastidioso che incuteva paura. Non sapevo ( come seppi dopo) che lo scontro politico, in quella campagna elettorale, avveniva tra il Patriarca, socialista, e l’avvocato Colombo Bonanome di Ceccano, del Partito popolare, che successivamente diventerà la D.C.
Perché il suono delle campane? Il Parroco, che sicuramente parteggiava con il rappresentante del partito cattolico, con scaltrezza,  era ricorso a questo stratagemma, non solo per disturbare ed evitare il comizio, ma soprattutto per inviare un segnale alle persone presenti perché boicottassero il comizio stesso. E così  avvenne. Il prete aveva raggiunto lo scopo, ma da quel momento successe di tutto, perché i presenti, fortunatamente non tutti, non si limitarono a tornarsene a casa, ma ci attaccarono con fare prepotente, dapprima usando solo parole forti e poi  anche le mani. Toto  prima si preoccupò di difendere l’incolumità dell’avvocato Patriarca, facendolo subito ripartire, poi insieme a noi due cercò di fronteggiare questi scalmanati, che seguitarono a correrci dietro lanciandoci sassi, fino al Santuario della Madonna della Speranza. Qui finalmente riuscimmo a riprendere la "cacciatora" di Sodani che nel frattempo, in preda al panico per il timore che venisse capovolta dai prepotenti, era andata avanti a noi, senza potersi fermare per farci salire. Quando la maggior parte del gruppo finalmente  si fermò per la fatica, ci accorgemmo che due uomini  continuavano a correrci dietro facendoci cenno di fermarci. Così facemmo e ci accorgemmo che erano due socialisti che ci invitavano a tornare successivamente a Giuliano. Ci voleva da parte nostra un bel coraggio per farlo, avremmo dovuto essere dei veri temerari.
Le elezioni si tennero il tre ottobre del 1920. Patriarca venne eletto al Consiglio Provinciale di Roma con 1781, voti mentre il popolare Bonanome ne ebbe 1628. Il collegio elettorale di Ceccano comprendeva oltre a Ceccano anche Giuliano, Villa S.Stefano e Patrica.
Per anni, attorno alla conclusione di questo episodio, abbiamo riso abbondantemente e solo nel 1953 sono  ritornato con Antonio a Giuliano, in occasione della Festa dell’Unità, organizzata dalla locale Sezione, prudentemente accompagnati, questa volta, da un folto gruppo di compagni di Ceccano. Fortunatamente, tutto si svolse tranquillamente.
Ritornando all’appuntamento con Antonio alla trattoria in via Rattazzi, gli raccontai tutto ciò che avevamo visto e sentito nella manifestazione.
Lui non si meravigliò più di tanto; ci raccontò che già dall’inverno appena trascorso, gli studenti avevano incominciato a manifestare nelle Università e nelle strade romane. Era una novità, non erano veri comunisti, comunque,  questo movimento rappresentava  un fatto positivo poiché gli studenti erano sempre stati di destra. Non dimentichiamo disse " furono gli studenti a sostenere Mussolini a fare la guerra, questi al contrario  sono contro la guerra in Vietnam e stanno con i rivoluzionari di tutto il mondo"
La verità  era, ma solo dopo l’ho capito, che le idee dei comunisti camminavano sulle gambe degli altri. Facevamo fatica a capire che avevamo perso il monopolio dell’opposizione. Il mondo, in quei giorni, stava cambiando. Scendevano nella lotta nuove generazioni con diverse mentalità e diverse forme organizzative.  Ma questo non semplificava le cose anzi le complicava di parecchio.

Nono capitolo-Fra aurora e crepuscolo
Non immaginavo che tanti amici venissero a  salutarmi. In vita, con il lavoro di postino, ho avuto modo di conoscere molte persone e verso di loro mi sono comportato sempre con rispetto ed educazione, ricevendo in cambio amicizia e considerazione.
Con i compagni  ne abbiamo sostenute di lotte! Non dimenticherò le lunghe battaglie fatte per garantire i servizi civili nelle campagne ( estendimento della rete idrica, raccolta della N.U, strade agevolmente percorribili, servizi  scolastici), in modo che la vita fosse come quella che si viveva nel centro del paese.
Assistevo alla seduta del Consiglio Comunale, quando venne votata  la costituzione, il 31 marzo del 1982, della Banda Comunale. Ero presente anche all’inaugurazione della sede ( ex Cinema Italia), nel giugno del 1985, che avrebbe ospitato la banda stessa. Non potrò mai dimenticare, inoltre, l’inaugurazione,  nel novembre del 1981, della Biblioteca Comunale, divenuta subito,  non  deposito di libri, ma  punto d’incontro e  centro di varie iniziative culturali.
Nell’ultimo decennio,  una fra le più significative lotte,  a cui ho partecipato attivamente, è stata quella per la casa. Molte persone di Ceccano, finalmente,  con la realizzazione del nuovo quartiere Di Vittorio, hanno visto esaudite le loro aspettative. Ricordo le numerose iniziative promosse per affermare e realizzare il nostro progetto di dare gli appartamenti a chi ne aveva bisogno.
E poi la grande festa per il 1° maggio di due anni fa, proprio nel Quartiere Di Vittorio, in occasione della consegna di altri di 84 appartamenti, oltre ai primi. La grande soddisfazione è che nel prossimo anno ne verranno consegnati altri trecento. Una battaglia lunga attorno alla quale c’è voluta e sarà necessaria ancora tanta attenzione.
L’ultima grande manifestazione alla quale ho partecipato è stata quella del 1° maggio 1985 per l’inaugurazione del metanodotto.
Altra grande fondamentale realizzazione della sinistra a Ceccano, portata a termine in pochi anni.
Ricordo un grande corteo  che, dalla piazza del Comune si snodava fino al piazzale della Stazione ferroviaria. La banda comunale era in testa, seguivano gli sbandieratori, il gonfalone e al seguito una moltitudine di persone. Arrivati sul Piazzale della stazione, davanti ai presenti ci fu l’accensione della prima fiamma. Con questa realizzazione si sarebbe abbassato il livello d’inquinamento e il costo per il riscaldamento. Spero che,  l’impegno continui, per estendere l’utenza e fare in modo che Ceccano diventi il paese più metanizzato d’Italia.      
I miei ricordi potrebbero andare avanti ancora per molto purtroppo però è giunto il momento di lasciare per sempre la mia casa.  Tra i ragazzi che sollevano la mia bara scorgo Maurizio Cerroni. Rivedo la sua prima immagine quando in quel 1 maggio 1972 si presentò con la sua fiammante moto giapponese per partecipare alla lunghissima carovana di moto ed auto che, con bandiere rosse, attraversarono Amaseno, Villa, Giuliano e Prossedi per andare incontro a Enrico Berlinguer che  da Latina veniva a tenere un comizio a Frosinone, in occasione della campagna elettorale di quell’anno.
Che momenti, quante speranze!
Quando noi di Ceccano arrivammo, il piazzale antistante il comune di Frosinone era gremito di gente e non esisteva possibilità alcuna di avvicinarsi al palco. Ignazio Mazzoli, allora segretario della Federazione del PCI, dal microfono con un intervento veramente opportuno e tempestivo, disse " compagni, la nutrita delegazione di Ceccano ha accompagnato Berlinguer, lasciamola  avvicinare al palco".
A questo invito  subito si aprì un varco, e tutti riuscimmo a passare fra gli applausi dei compagni.
Quanta commozione, quale immensa soddisfazione!
Maurizio è arrivato al partito nel momento migliore, quando stava avvenendo  una tumultuosa crescita organizzativa e si stava creando un nuovo gruppo dirigente, oltre a due sezioni ed al comitato cittadino.
Diversi compagni entrarono a lavorare nella federazione e in altre organizzazioni di categoria.
Ceccano insomma, forniva nel suo insieme, quadri al partito provinciale.
Maurizio, dunque, faceva parte di quella giovane generazione che, in seguito ad una giusta ed oculata politica, locale e provinciale, si saldava alla generazione che l’aveva preceduta, senza polemiche e senza rotture.
A Ceccano, nelle elezioni politiche del 1976 il PCI ottenne circa il 48 per cento dei voti, mentre nelle provinciali del 1980 circa il 43 per cento.
Quanti militanti ho visto negli anni Settanta e in questo inizio dell’Ottanta! Mai vista tanta passione accompagnata da un così straordinario entusiasmo! Alle sorelle Palermo si unirono Stefania, Anna Lisa, Gina Tiberia, Edoarda Angeletti, Liliana Bucciarelli, Gigina, Lorena, Paola,  Lorenzina, Gianna Maura, Maria Grazia.
A Franco Del Brocco, Oriano, Tonino, Betto, Aldo, Mario, Memmino, Giulio Sindici, Nicola Masi, Tomassino Angelini: compagni diventati dirigenti in occasione del congresso del 1968, si unirono Francesco Compagnone, i fratelli Catozi, Pannella, Antonio Cecconi, Agostino, Orfeo, Angelotto Perfili, Salvatore Compagnoni, Gigiotto Cipriani, Emilio, Giannetti, Antonio Del Brocco, Domenico Aversa Pasquale Casalese, Chiucchiolo, Angelotto Perfili, Domenico Aversa, Terenzi, Vincenzino Del Brocco, Mingarelli, Vincenzo Bucciarelli e molti altri.
Mi viene anche in mente che fino ad allora l’unica donna che aveva fatto attività seriamente e con continuità nella sezione era stata Giovanna Palermo con le sorelle Mimma ed Adriana.
Ci fu  un breve periodo in cui una indipendente, Pia Capoccetta, venne eletta in Consiglio Comunale nella  lista del PCI. Era il Sessantaquattro. Dopo tre anni, però, senza alcun motivo apparente passò al Partito Socialista Unificato.
Dal 1971, progressivamente, qui a Ceccano il ruolo delle donne si è modificato notevolmente. Presenza, impegno e capacità di elaborazione ne sono state le caratteristiche. E’ stato il dato più positivo di quel periodo. Nella sezione ho visto e apprezzato compagne bravissime, disinvolte, competenti. Durante le impegnate discussioni interne era gradevole ed appagante sentirle intervenire, con la loro dimostrazione di grande autonomia.
Nelle elezioni del 1975, a soli 21 anni, Anna Lisa De Santis venne eletta Consigliere Comunale e designata Assessore. Furono proprio le donne a volere l’istituzione del Consultorio e l’Unità Territoriale Riabilitativa. Furono le donne che nell’interno delle scuole, dopo i decreti delegati, s’imposero affinché i libri non venissero cambiati ogni anno, anzi che gli stessi venissero acquistati dal Comune ed alla fine dell’anno fossero recuperati dalle scuole stesse, per poter essere nuovamente riconsegnati,
gratuitamente, l’anno successivo agli studenti. Sempre le donne furono in prima linea per il trasporto gratuito degli alunni e l’istituzione delle mense scolastiche.
Chi riuscirà mai a quantificare i risparmi economici e la crescita culturale avuti nell’interno delle famiglie per queste non facili conquiste?
Gli anni che vanno dal 1970 al 1985 sono quelli in cui si coniugava il dire con il fare, in cui riuscimmo ad entrare in rapporto con i cittadini ed a dare le giuste risposte. Infatti si discuteva in Sezione, ci confrontavamo nelle contrade e  in incontri di caseggiato ed, infine, si decideva in Comune con le necessarie deliberazioni, anche perché dal 1975 al 1985, ininterrottamente, amministrammo la città. Chi ha vissuto nell’interno della sezione questa grande esperienza di un partito di lotta e di governo non è cresciuto solo individualmente, ma sarà in grado, negli anni futuri, di restituirlo in termini di consapevolezza politica alla città di Ceccano.
In quegli anni, aderì anche Giovannino Giovannone, il primo artista nel nostro partito, sempre disponibile e sensibilissimo, capace di cogliere fino in fondo i sentimenti e le sensazioni di tutti. Per sei anni, ininterrottamente, ha ricoperto la carica di Assessore nel nostro Comune, aprendo e portando avanti un impegnativo dibattito sulla cultura ed i relativi strumenti.
Di lui ricordo particolarmente l’idea che ebbe di riportare su di un pannello di sette metri le tessere del PCI che fin dal 1945 avevo gelosamente conservato. Questo pannello fu esposto sul palco della Festa dell’Unità del ‘76, riscuotendo un enorme successo.
Io ero soddisfatto più di lui. Una vera opera d’arte che per anni è stato utilizzata anche per altre manifestazioni nella provincia. Quel pannello però alla fine è andato perduto. D’altra parte molto materiale ha seguito la stessa sorte!
Tanta generosità spesso non è accompagnata dalla necessaria attenzione a difendere e preservare atti, cose, dichiarazioni, scritti: tasselli della nostra storia  che solo attraverso la memoria orale  riusciamo oggi a far rivivere.
In questi anni insieme a Maurizio, nel partito operano altre valide persone come Luciano Natalizi, costruttore del partito di Colle Leo, dove da anni opera una  sezione molto attiva, capace di organizzare feste dell’Unità e di raccogliere molti voti.
Un altro compagno su cui si può contare è Arcangelo Compagnone, tranquillo, stimato nella sua contrada: per 5 anni è stato un bravo assessore.
L’ultimo arrivato è Francesco Ciotoli  che da sei anni è fortemente impegnato a costruire il partito, attraverso la cellula "Amendola" in una realtà dove forte era la presenza democristiana. Anche lui ha svolto con competenza il ruolo d’Assessore .
Ci sono però anche dei punti deboli. A Colle Antico, purtroppo, non abbiamo trovato nessuno in grado di  sostituire adeguatamente Mimmo Anelli.
Nel dopoguerra questa rappresentava la zona rossa, il punto di riferimento su cui contare nei momenti difficili.  Con Mimmo si sono fatte le più impegnative  battaglie per i servizi civili: luce elettrica, rete idrica, scuola, strada, ecc. Ora c’è il vuoto. Vedo, dunque, luci ed ombre. Si, anche delle ombre. La discussione avviata l’altro
anno sul dopo elezione non mi è piaciuta. Si è discusso troppo sui 90 voti persi alle elezioni comunali senza guardare a quelle regionali e  provinciali nelle quali, lo stesso giorno, si è perso  molto di più rispetto alle elezioni precedenti.
C’è qualcosa di  epocale che sta avvenendo, anche se non sono in grado di rappresentarne la profondità e le dimensioni, e non vedo una adeguata e corale consapevolezza. Noto addirittura un tentativo, molto coperto ma insistente, di copiare i socialisti solo perché hanno ottenuto qualche voto in più rispetto alle elezioni precedenti. Pochi compagni, nel momento in cui discutono, si ricordano che i socialisti sono rappresentati dal Presidente della Repubblica, dal Capo del Governo, dai Presidenti della Giunta Regionale e Provinciale, dai Presidenti dell’Area Industriale, della USL e  Comunità Montana e per finire dai Presidenti dell’EPT e dalla Pro Loco locale.
Lellenzo Masi al tempo delle elezioni era contemporaneamente Assessore al Comune, alla USL ed alla Comunità Montana. I socialisti hanno più incarichi che personale politico a disposizione. Il partito non degli Assessori ( come si dice) ma dei Presidenti. Un partito con un potere così immenso che però, se andiamo a guardare bene,  ha ottenuto solamente la metà dei nostri voti .
Non ho ricette da proporre ma quello che mi sento di dire è che se i nostri successi sono stati ottenuti è perché siamo entrati dentro i meccanismi del processo di industrializzazione. Li abbiamo capiti ed a volte, prevedendone le conseguenze, li abbiamo addirittura anticipati. Ora non si può far finta di non sapere che è in atto un processo di deindustrializzazione e  che Ceccano è il paese più colpito in tutto il Lazio. A questo bisogna guardare ed alle relative conseguenze. Se non lo facciamo e non ci adeguiamo arretreremo ogni volta e dopo ogni elezione troveremo sempre un responsabile al quale dare le colpe. A problemi grandi sono necessari grandi conoscenze ed altrettanti provvedimenti. A tutto quello che sta accadendo non possiamo rispondere facendo del clientelismo, o la politica del "piacere", ma, pur avendo sempre come obiettivo il potere, è necessario mantenere  alto e con convinzione il nostro rigore e adeguare la nostra progettualità.
Progettualità e potere per cambiare la situazione esistente !
Maurizio per quattro anni ha diretto con impegno e serietà la sezione ed abbiamo fatto bene l’anno scorso a indicarlo per farlo eleggere  al Consiglio Provinciale. Si troverà in un osservatorio dove potrà vedere meglio quello che accade. Speriamo  possa trarne profitto per aiutare, cosi, la sezione a capire le grandi cose che stanno accadendo attorno a noi.
Mentre la bara, sollevata a braccia, scende le scale della mia casa una grande tristezza mi assale, ma subito mi  rassereno perché vedo una bandiera rossa e vedo parenti, che da vivo,  hanno avversato le mie scelte politiche ma che oggi sono presenti,  seppur ad funerale laico. Con grande piacere vedo che è presente anche suor Flavia Savoni, una mia cugina. Della federazione è presente, commossa,  Rosina Folisi.
Mentre il corteo si forma e le note della marcia funebre  vengono suonate dalla banda comunale, le mie  amate nipotine distribuiscono a tutti i presenti un garofano rosso. In prossimità del Cimitero la banda suona l’Internazionale e  Tullio Pietrobono, vecchio segretario della federazione  comunista, si commiata da me con alcune commoventi  parole. Con soddisfazione mi rendo conto che il Partito ha letto la  lettera nella quale avevo dato tutte queste indicazioni.
Mi dispiace lasciare affetti ed un mondo nel quale vorrei ancora essere presente. Ma la natura ha le sue inesorabili leggi. Sono in fondo soddisfatto e posso andarmene senza rimpianti, perché ho dato un senso alla mia vita. Ho capito, cioè, che l’importante è vivere lottando intensamente insieme agli altri, partecipando alla  vita di coloro che ci circondano, per una valida meta da raggiungere e io l’ho fatto.


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