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Ceccano ricorda

LIBRI

PRESENTAZIONE
Continuando nella sua opera di promozione  culturale,  l'Assessorato  alla Cultura, ha ritenuto opportuno  patrocinare  la stampa del volume «Ceccano  ricorda»  del prof. Angelino  Loffredi.
L'opera abbraccia  il periodo che va dal 1943 al 1946 rievocando gli avvenimenti  che in quegli  anni caratterizzarono la vita della nostra  cittadina,  in rapporto a quelli che nello stesso periodo si svolsero  nel testo del paese.
Ecco allora che partendo  da episodi riguardanti il periodo  del fascismo, si arriva al momento  in cui Ceccano,  precipitando nella follia della guerra conosce  il dolore, la distruzione, la morte.
Seguono, poi, le pagine  dedicate  alla rinascita  economica, civile e democratica del paese.
Il libro così come è concepito,  nel suo armonico svilupparsi,è un valido aiuto per tutti, perché attraverso una ricerca storica dei fatti ci porta a conoscenza  di un periodo  molto importante della vita del nostro paese.

L' ASSESSORE  ALLA CULTURA
Tommaso Angelini                                                                                                           

IL SINDACO
Giancarlo  Savoni


Capitolo I
PREMESSA DELL'AUTORE

Sono passati circa quarantacinque  anni dal periodo bellico e dalle vicende  ad esso  direttamente  legate, quali la caduta  del fascismo, la costruzione di uno stato democratico con tutto l'insieme di sofferenze, speranze  e passioni che hanno caratterizzato quell'epoca.
In tutti questi  anni a Ceccano quegli eventi  non sono mai stati descritti in maniera circostanziata  e ben  definita,  forse perché per scrivere di storia c'è bisogno  di fonti certe, sicure, insomma scritte e il materiale a disposizione di chi vuole intraprendere  questo  tipo di indagine non è sufficiente.
Questo lavoro,  che ho intrapreso per venire incontro alle richieste formulatemi  personalmente dai giovani  che frequentano la biblioteca  comunale,  percorre una strada irta di difficoltà  e di rischi, perché attinge prevalentemente  alle fonti orali, che pur essendo  chiaramente  opinabili, sono le più rappresentative  e le più significative  di un momento  storico particolare e di una mentalità specifica. L'essenza di queste fonti orali, anche se talvolta è compromessa dalla labilità del ricordo e dalla indubbia  componente  emotiva, non è giusto che vada dispersa,  proprio perché diventa fondamento storico,  uno spaccato  di vita cittadina.
Tante  volte abbiamo sentito parlare da un parente o da un conoscente di fatti accaduti  e che ci hanno interessato e commosso.
In molte occasioni dal racconto di una persona improvvisamente ci siamo rivisti protagonisti  o spettatori  di eventi importantissimi che il tempo ci aveva  fatto dimenticare.
Nella memoria dei cittadini  di Ceccano,  infatti, esiste  di quel periodo un patrimonio  di notizie ben catalogate, alla stessa maniera e forse meglio che nei più importanti  archivi  storici, solo che con il trascorrere del tempo  esso, per motivi naturali,  è destinato ad impoverirsi ed a dissolversi.
Non bisognava disperdere  tale preziosa conoscenza: questo  è l'imperativo che mi son dato e che ha trovato attenta e sensibile l'Amministrazione  Comunale  la quale ha reso concretamente  possibile questa pubblicazione. Era necessario  infatti che i tratti essenziali di quella  che è stata la nostra  storia venissero  riportati e scritti per essere sottoposti  alle giovani  generazioni  affinché un periodo, forse il più importante, vissuto dalla  nostra comunità  cittadina, venisse  rivisitato.
La gran parte delle notizie  che stanno alla base di questo lavoro è il risultato  di una raccolta  di memorie rilasciatami dai cittadini di Ceccano,  alcuni, purtroppo, nel frattempo  deceduti. Nei confronti  di tutti per il notevole, originale contributo consegnatomi, intendo esprimere  calorosamente la mia gratitudine  e riconoscenza.
La memoria orale costituisce, dunque, il nucleo fondamentale su cui ho costruito la parte narrativa. Questa si avvale di dati concreti e tangibili come: l'epistolario dell'avv. Ambrosi, varie deliberazioni comunali, notizie riportate da «Il Popolano» ed una documentazione storica più ampia alla quale ho attinto per collegarmi alle grandi questioni  nazionali  ed alle vicende sovra comunali.
Merita  di essere  ricordato che le fonti scritte  spesso confermano le notizie  orali rilasciatemi, le quali se pur precise nel descrivere gli episodi ed i sentimenti che li accompagnavano  risultavano essere, più di qualche volta, generiche  circa le date e i momenti precisi.
Ciò sicuramente è dovuto al fatto che il ricordo di un avvenimento rimane ancorato  emotivamente  ad esso, scollandolo dal contesto generale in cui è inserito che perde perciò  nitidezza  e colore rispetto all'accaduto.  Mio compito è stato dunque quello di ridare smalto a quel contesto  generale che rischiava di perdersi nelle singole frammentazioni, indispensabili  per altro per arrivare ad esso.
Ne è venuto fuori un libro, la cui parte essenziale è costituita dalle descrizioni riguardanti le sofferenze, le gioie, le speranze e le grandi passioni vissute  coralmente  dai cittadini  di Ceccano.
La mia intenzione di porre sempre in primo piano la coralità con cui gli avvenimenti  sono stati vissuti, un po' ha aiutato  a non privilegiare in modo particolare singoli  personaggi,  il che poteva indurmi a farne  erroneamente  degli eroi o dei demoni.  Se attenzione particolare  c'è stata per qualcuno questa è scaturita  dalla  situazione  particolare  che si era creata nella  popolazione che di volta in volta  è stata coinvolta,  animata,  catalizzata,  dalla  personalità notevole  di alcuni personaggi  che del sentimento  popolare  rappresentavano l'espressione  più vera.
Ho cercato in ogni momento di andare  a ricercare le ragioni di tutti per evitate che la verità non pendesse  tutta da una sola parte; nello stesso tempo mi sono preoccupato  fortemente  di non Lasciarmi prendere  da uno stato  d'animo partitico, di rimanere  sereno ed obiettivo  in ogni momento.
II problema più grande  è stato quello di evitare un'esposizione stringata  che desse  per scontata  la conoscenza di vicende  e personaggi.  la più grande  difficoltà  insomma è stata quella di superare il <<politichese>>,  linguaggio scarno  e lapidario idoneo  a rivolgersi solo agli <<addetti ai lavori>>.
Arricchire  e colorire  il lavoro è stato possibile  attraverso l'aiuto di due preziose collaboratrici,  Gabriella Cavicchini  e Lucia Fabi, le quali hanno favorito attraverso acuti ed utili suggerimenti  che il lavoro potesse  essere  accessibile a chiunque  abbia  interesse a conoscere  la nostra storia cittadina.

marzo 1943
In quel giorno primaverile, pieno di sole e di luce, del marzo 1943, Francesca  Massa, con la <<scifa>>, in testa  ricolma di pagnotte fumanti, esce dal forno di Ines per andare a consegnare  la preziosa merce  al negozio  di Lucia Cipriani.  Ella ripete anche  quel giorno atti e gesti compiuti  quotidianamente con meticolosa  puntualità da mesi  e mesi.
Francesca, donna energica e infaticabile, procede sicura con una mano posata su un fianco, mentre con l'altra sostiene la <<scifa>>, saldamente tenuta sul capo da una ben modellata <<croglia>>. Nell'aspetto appare orgogliosa perché si sente privilegiata per il suo lavoro, se non altro perché é avrà modo di procurare  qualche  boccone di pane in più per la sua famiglia.
Sulla piazza della Madonna della Pace c'è più gente del solito, anche perché il tiepido  sole primaverile ha spinto parecchie  persone ad uscire  di casa.
I ragazzi gironzolano  senza  una meta precisa,  fermandosi ogni tanto dentro uno spiraglio  di sole per scambiare qualche battuta o qualche maliziosità.
Gruppetti  di bambini, vestiti alla meno peggio, con calzoncini corti che lasciano scoperte esili gambe ruvide e screpolate  dal freddo dell'inverno  appena  trascorso, cercano di inventarsi,  tra urla e litigi, qualche gioco pur di correre e manifestare  la loro voglia di vivere.
Qualche  adulto, infine,  è seduto sui gradini della chiesetta  per assaporare il calore  del sole,  non solo per farne  provvista per quando rientrerà nella sua casa fredda  e umida ma anche  per lenire in quella calda e serena luminosità le angosce, le preoccupazioni e i timori incombenti  in quei giorni nella mente di tutti.

L'assalto  al pane
La distanza  che Francesca  deve percorrere  dal forno al negozio è brevissima,  ma sufficiente  per concretizzare  un disegno  sicuramente  legato a desideri troppo  a lungo repressi in chi da tanti mesi si è dovuto accontentare di soli centocinquanta grammi  giornalieri di pane.
Con un'azione  imprevista, ma sicuramente tante volte progettata, cinque  ragazzi,  proprio mentre Francesca  si trova al centro delle piazza, con gesti rapidissimi  e con una naturalezza  sorprendente, riescono a rovesciare  la <<scifa>>, e a far rotolare le pagnotte per la strada. Immediatamente un nugolo di bambini e ragazzi, ad una velocità incredibile, si appropria  del bottino  e si dilegua disperdendosi nei vicoli circostanti.
Questo  episodio accadeva in piazza Madonna della Pace,  nel terzo anno di guerra:  una guerra che sarebbe dovuto essere  breve, che avrebbe  dovuto allungare lo stivale, e che, invece,  protraendosi stancamente,  era diventata  sempre più insostenibile  e intollerabile.
In quei giorni di scoramento non si dimostrano  efficaci e persuasive  nemmeno  le campagne  pubblicitarie  volte a plasmare  le menti della popolazione.  A poco servono, ormai, le notizie rassicuranti sull'andamento della guerra, trasmesse dalla Casa del fascio e diffuse da un efficientissimo  altoparlante  o le canzoni patriottiche promettenti vittorie militari, rapidi successi,  conquiste di terre e tanta gloria.  Nemmeno  il motivo, reso appositamente suggestivo  e molto «gettonato»  in quei giorni che dice: <<colonnello non voglio pane, voglio  piombo per il mio moschetto>>, riesce  ad infondere  tanto ardore patriottico  da far dimenticare la fame a lungo sofferta.
Ma ritorniamo  ai fatti di piazza Madonna  della Pace dove alcuni ragazzi furtivamente portano  la pagnotta  di pane a casa per poterla felicemente dividere  in famiglia,  mentre  altri invece preferiscono dirigersi verso la <<macchiarella>>.
Era questo un fittissimo  bosco di querce e castagni,  posto  fra via Armando Diaz e via Madonna del Carmine,  oggi in parte scomparso sotto le costruzioni,  dove essi speravano  di poter gustare, fra  discrezione delle foglie  e dei rami, l’imprevista ma graditissima colazione.
Viene scelto in particolare il posto ove è ancora  la sorgente  che alimentava  con le proprie acque la fontana della Madonna della Pace.
Un certo Iavolella però, professore  in una scuola di Avviamento, si accorge  di movimenti  sospetti e informa  i carabinieri.
Non è ancora mezzogiorno  quando  dalla caserma partono  le prime precise convocazioni  che immediatamente  vengono  recapitate alle famiglie  degli interessati.
Considerato  il periodo  alquanto  tempestoso  in cui si svolge  il fatto, vale la pena soffermarsi  un attimo per immaginare la preoccupazione  che tali comunicazioni  vanno provocando  in seno alle famiglie degli accusati: tutte di umili origini, oneste,  lavoratrici, attente al rispetto  delle norme vigenti ma, allo stesso tempo, capaci di mettersi in agitazione  alla sola vista di un carabiniere  sulla soglia della  loro casa. In questo clima particolare  i cinque ragazzi, prima di presentarsi  in caserma per essere interrogati, prudentemente decidono  di vedersi  per concordare una linea comune di difesa.
Il luogo scelto è la casa di Lellenzo  Masi  (ragazzo quattordicenne facente parte del gruppo dei cinque).
La discussione  è animata e traspare  in tutti la preoccupazione  per i pericolosi  sviluppi che tutta la faccenda  può prendere. Alla fine però pensano che la soluzione  migliore può essere  quella di risarcire la <<bottegante>>  per la pagnotta di pane sottratta.
Ma Felicetto, il padrone  di casa che finora è rimasto  in silenzio ad ascoltare, non è dello stesso parere, perché la soluzione presa dai ragazzi,  potrebbe generare  gravi sospetti  presso  gli inquirenti fascisti: questi ultimi, infatti, potrebbero  pensale che l'assalto al pane è stato preparato e sollecitato dai genitori stessi, con inventi sovversivi,  i quali poi, per mettere tutto a tacere, avrebbero di tasca loro risarcito la negoziante. Alla fine la versione ufficiale che viene concordata  e che dovrà essere riferita in caserma, è quella che i soldi occorrenti per pagare  le pagnotte di pane, erano già in possesso  dei ragazzi stessi , perché racimolati  in seguito  ad una precedente  vendita di ferro vecchio. Ciò avrebbe confermato che i genitori erano all'oscuro di tutta una vicenda  che rischiava di coinvolgere le famiglie  in un disegno sovvertitore che non era certo ancora  negli animi dei ceccanesi.
Il pomeriggio di quel giorno di marzo 1943 non viene dunque trascorso  dai cinque amici bighellonando e gironzolando  senza una meta per le vie di Ceccano come di solito avveniva,  al contrario è un pomeriggio  molto particolare che essi non riusciranno più a dimenticare.  Verrà, infatti,  trascorso interamente  in caserma, dove alla presenza  del maresciallo  e del questore verranno  sottoposti ad un estenuante  interrogatorio. L'atmosfera particolarmente tesa e minacciosa  presente in caserma è determinata anche  dal fatto che il giorno precedente in località «Madonella» era avvenuto un altro assalto  al pane in seguito al quale una certa Gina <<l'alatrese>> ritenuta responsabile,  si trovava ancora in camera di  sicurezza.
Intanto  fuori dalla caserma, sulla via Magenta, si vanno formando gruppi sempre più folti di amici, di parenti, di curiosi che, saputo  dell'accaduto,  sostano  sulla strada, è in attesa di sapere  il responso  definitivo,  azzardano  strane  e assurde  ipotesi  sulla  sorte degli incriminati. In caserma, invece, malgrado le  pressanti intimidazioni  e minacce,  i ragazzi interrogati separatamente, ripetono quanto precedentemente  stabilito,  non riuscendo così a destare sospetti di nessun genere.  A questo punto lo spiacevole  episodio  potrebbe essere  concluso,  se non avvenisse  un colpo di scena. Il più grande dei «ribelli», infatti, Nino Bruni, esasperato  dalle continue  e minacciose  domande,  non riesce più a trattenersi:  con coraggio inaspettato,  rimprovera gli inquirènti di essere troppo duri con dei ragazzi che hanno commesso  un'azione  riprovevole  solo perché a  stomaco  vuoto e alla vista  di quelle pagnotte appena  sfornate, si sono lasciati  prendere dalla  tentazione  di assaporarle,  mentre non venivano presi provvedimenti  nei confronti  di un noto commerciante  di Ceccano che apertamente  e spudoratamente  praticava la borsa nera.
Questa inaspettata  accusa  coglie di sorpresa  il maresciallo  e i carabinieri presenti i quali, colpiti nel segnò, reagiscono  violentemente nei confronti del povero  Nino, riempiendolo di calci e schiaffi. Dopo  questo inutile e brutale sfogo,  essi si convincono  che alle spalle della bravata dei ragazzi non si cela nessuna forza sovversiva, ma solo tanta fame, per cui dopo aver loro intimato a non <<provarci più>>, verso mezzanotte,  i  cinque ragazzi possono finalmente  ritornare alle loro abitazioni.

La camicia nera dimenticata
Il 21 marzo  del 1943 è un giorno particolare: ricorre infatti il 24" anniversario  della fondazione  dei Fasci di Combattimento.  Per il regime, dunque, tale  evento va degnamente ricordato  e la cerimonia  va curata nei minimi particolari  e tutti devono  partecipare in qualche modo alla riuscita della significativa  giornata.
I dipendenti dello stabilimento della B.P.D. di Bosco Faito, come del resto tutti i lavoratori pubblici, devono presentarsi al lavoro indossando  la camicia  nera e, sempre cosi paludati,  partecipare nel pomeriggio, all'adunata celebrativa  che dovrà tenersi  in piazza.
Quella mattina però quattro operai (Tanzini Gabriele, Maliziola  Nino, Loffredi Umberto,  Papetti Giuseppe), ognuno per cause diverse  ma certamente  non per aperta contestazione  politica,  trascurano  il dettaglio  della  camicia nera e si presentano al lavoro vestiti normalmente.
Tale atto, viene  immediatamente  notato  da qualche intransigente fascista  che lavora in fabbrica  con i quattro  imprudenti e velocemente  l'accaduto viene  riferito  alla locale sede  del fascio.  Inutile dire che siffatta dimenticanza suscita indignazione e scandalo tanto che, dopo un'istruttoria  rapidissima, eseguita  dal segretario del fascio  ceccanese,  i quattro, alcuni giorni dopo, vengono  deferiti alla Commissione provinciale  di disciplina.
Il fatto assume una rilevanza  tale che ne parlano non solo alcuni giornali locali ma anche nazionali,  alterando l'accaduto e accusando crudelmente e ingiustamente  i quattro  incauti  personaggi; questi devono subire in fabbrica  anche le vessazioni dei fascisti, i quali, forti della pubblicità fatta dai giornali, con sfacciataggine , alimentano  un'indegna  campagna  denigratoria, lanciando contro
di loro assurde  accuse di disfattismo  e scarso  patriottismo. Per i quattro operai,  tutti sposati e con figli a carico, la preoccupazione maggiore non è rappresentata tanto dall'essere presi di mira, quanto  da quella di poter essere  licenziati,  dal momento  che per loro, quel lavoro costituisce  l'unico  mezzo di sostentamento.
Verso  la fine del mese a Frosinone si tiene il «processo». La seduta, affollata di magistrati  ordinari,  si svolge in un'atmosfera  di corte marziale:  si procede  con un esasperante  ritualismo sottolineato e caratterizzato dagli immancabili  e frequenti saluti romani,  dalle  battute di tacchi  e da sguardi minacciosi.  L'atmosfera pesante dell'aula  fa presupporre  un licenziamento immediato. Figurarsi  lo stato d'animo di quei padri di famiglia che, dopo aver addotto le loro motivazioni,  devono  per sei lunghe ore  assistere  al dibattimento, angosciati  per tutto il tempo,  dal pensiero di ciò che potrebbe loro capitare.  In questa cupa atmosfera, finalmente  viene  emessa  la sentenza:  ritiro immediato della tessera e sospensione  dal partito fascista per tre mesi.  Tutti tirano un sospiro di sollievo convinti di aver scampato un grave pericolo  e si affrettano a ritornare alle loro famiglie, esausti ma contenti,  per non aver perso il posto  di lavoro e per quei provvedimenti che non li danneggiano fondamentalmente.
A coloro che volessero  saperne di più, và detto che tutti e quattro i protagonisti, nel mese di giugno allo scadere  del termine, <<dimenticarono>>, di riprendere  la tessera.
Senza dubbio  questi due episodi non sono da includere  tra i numerosi  atti di aperta  contestazione compiuti in quegli anni verso il regime, tuttavia  assumono una valenza storica, perché anch'essi aiutano  la conoscenza  e la comprensione  di una realtà fortunatamente  ormai lontana.
Il primo episodio non esprime  altro che un disperato  bisogno di sopravvivenza,  il secondo  rappresenta solo un ario di negligenza o se vogliamo,  di superficialità.  Ebbene,  stando  così i fatti, essi si sarebbero potuti risolvere  con meno pubblicità,  tenendo  presente che i fascisti ceccanesi, in altre occasioni, si erano dimostrati piuttosto  tolleranti. Era risaputo, infatti, che nella sartoria di Amedeo Gizzi, nella centralissima  via Magenta, a volte, in ricorrenza del 10 giugno, a porte  chiuse  e per alcuni minuti, si commemorava il sacrificio di Matteotti senza  ritorsioni di sorta. Ma per i fascisti il lasciar correre fino ad allora aveva significato  forza e sicurezza o eccessiva  fiducia in se stessi.
In quel mese di marzo  invece, in Italia stanno accadendo  fatti politicamente  molto rilevanti.  A parte I'andamento della guerra e le sconfitte militari, a Torino  ed a Milano  gli operai delle fabbriche sono  scesi in sciopero.  Più di 150.000 di loro si sono ribellati e non riconoscono più il sindacato fascista. Apparentemente lo sciopero ha solo carattere  salariale senza  nessuno scopo  politico e in realtà questa  è anche  la versione  ufficiale.  Sta di fatto che Mussolini sa bene che gli scioperi sono soprattutto politici, contro il re-ime, pertanto egli si adopera per non far circolare questa  notizia.
In ogni luogo i fascisti, aguzzata  la vista e affinato l'udito, sono quindi impègnati a circoscrivere il movimento  e spegnere  focolai di  incendio,  per stroncare  l'insorgere  di  eventuali collegamenti.  Ecco perché i due fatti accaduti  a Ceccano  in quel periodo, anche se chiaramente  spontanei  e banali,  allarmano i fascisti locati che evidentemente hanno ricevuto ordine  dall'alto di prestare particolarmente attenzione  anche a fatti irrilevanti  che potrebbero  acquistare  intonazioni  antifasciste.
Banali, spontanei, certamente  non politici, essi esprimono, comunque,  uno scollamento,  una frattura prodottasi  nella società, destinata  a logorare  giorno dopo giorno  tutto l'apparato  fascista. La macchina  lubrificata della  propaganda  e del consenso si sta ormai inceppando  e tanti  minuti granelli di sabbia cominciano  ad inserirsi negli efficientissimi ingranaggi  del sistema.

Capitolo II
LA CADUTA DI MUSSOLINI

Gli alleati il 10 luglio sbarcavano  in Sicilia.  Dopo una dozzina di giorni e senza trovare  alcuna difficoltà arrivavano  alle porte di Palermo.
È proprio in questo periodo che incominciano  ad accadere  fatti drammatici,  ché toccano  da vicino il nostro territorio e che sconvolgono la nostra popolazione.
Il 19, aerei amèricani  bombardano il quartiere S. Lorenzo, in Roma,  seminando distruzione, paura e morte. Nello stesso  giorno viene bombardato  nella nostra  provincia I'aeroporto  di Aquino  e anche  qui si ripetono  scene  di panico, di dolore e di morte.
Io scenario successivo  a queste azioni  militari, fatto di disperazione e di invocazioni  di pace,  permette di cogliete con netta evidenza l'impopolarità del regime fascista, responsabile  di una guerra non voluta.  
Il Re d'ltalia,  Vittorio Emanuele  III, percepisce che non si può andare  oltre perché c'è il pericolo,  che la collera  popolare venga organizzata dai partiti antifascisti ed incanalata  in maniera  tale da spazzare  via non solo il regime  fascista ma la stesa  dinastia sabauda.
Queste  preoccupazioni lo spingono a definire i tempi d'azione così che , nella  notte fra il 24 e il 25 luglio, Mussolini,  da parte di elementi  legati alla corona, viene messo in minoranza  durante una seduta del Gran Consiglio.
Questo significava la fine della sua autorità incontrastata e il presupposto del suo successivo arresto.
Proprio  il 25 luglio a Ceccano  si concludono i riti per la festa del Sacro Cuore: in serata dopo una lunga e affollata processione che si snoda  per le vie del paese,  arrivati nella chiesa  di S. Nicola' il predicatore prega e fa pregare  per i soldati e per la pace.
Le uniche notizie riguardanti la caduta  di Mussolini le abbiamo da don Peppino De Sanctis che nel suo diario personale registra: «solamente  dopo le 22, stando  in casa con le finestre  aperte per il caldo, e con le luci spente  per l'oscuramento  antiaereo, si è sentita  dalla  strada  qualche  voce  che alludeva  all'avvenuto  cambiamento del capo  del Governo. Siamo andati allora  alla radio ed abbiamo sentito i proclami  del Re e di Badoglio trasmessi in ripetizione».

I fatti dello stabilimento  della B.P.D.
Con l'arresto  di Mussolini,  il 26 è grande festa a Roma ed in altre città italiane.
Vale la pena, riportare quello che succede alla B.P.D.  di bosco Faito proprio in queste  ore di concerto.
In questa fabbrica  ben mimetizzata  naturalmente  in un folto bosco di querce esteso per trecento ettari, collegata  da un binario alla stazione  ferroviaria di Ceccano, ove dal 1939 si costruivano proiettili e spolette di vario calibro, lavorano più di cinquemila persone,  di cui la metà donne. Direttore  dall'inizio dell'anno  è Giovanni  Carrasi, un ingegnere proveniente  dall'Ansaldo  di Genova.
Attorno a costui  sin dal suo arrivo fioriscono voci ed illazioni mai ben definite. Infatti,  anche se, in termini molto generici, egli viene considerato un sovversivo,  una cosa si può affermare  con certezza:  non è simpatico  ai fascisti ed agli altri dirigenti.  Possiede un fisico ordinario, è basso  e stempiato.  Preferisce  girare da solo nei reparti e sempre  con un puzzolentissimo mezzo sigaro  in bocca. Insomma è tutto il contrario del primo direttore, Muller,  alto, robusto,  atletico, un bell'uomo insomma,  dai modi eleganti, in grado  di mettere  sempre soggezione, secondo  i canoni  voluti dall'estetica fascista.  Muller amava  girare  nei reparti con una piccola corte di dirigenti.  Egli veniva rimpianto dalla  gerarchia aziendale, poiché sapeva,  anche formalmente, rappresentare  il comando,  l'autorità, il potere.
Il 26 luglio  le cose  improvvisamente, così come  vedremo, agli occhi di tutti diventano  limpide e si sgombera  così  il campo da ogni dubbio.
Quella mattina,  infatti, Carrasi arriva in fabbrica  alla solita ora. Entra nel suo ufficio, manda a chiamare due conosciutissimi  fascisti, ai quali ordina di fracassare il maestoso quadro  di Mussolini che domina la sua stanza.  Un atto certamente plateale, comunque dirompente per l'immediato  eco che ha fra gli operai. Da quel giorno Carrasi,  pur senza dichiararsi verbalmente,  viene ritenuto per quello  che in fondo era: un comunista. Fino ad allora i comunisti erano  stati identificati con gli emarginati, gli insoddisfatti,mi vinti. Improvvisamente,  invece,  un uomo del potere rompe questa immagine tanto consolidata: tutto ciò sconcerta gli animi di coloro che avevano  ritenuto  impossibile  che un potente potesse compiere un atto così clamoroso.
Carrasi, come comunista,  lo ritroveremo  nei giorni immediatamente successivi alla liberazione  quando,  fino al novembre del 44, dirigerà contemporaneamente  la segreteria  della federazione di Frosinone e la giunta  dell'Amministrazione  Provinciale.
Ma al di là di questa vicenda  individuale, alla B.P.D. di Ceccano, a riflettere  bene, da tempo accadevano  cose  strane dovute forse alla crescita incontrollata  delle maestranze.
Non dimentichiamo che la guerra aveva imposto ritmi di lavoro più intensi,  una più elevata produzione  e quindi  nuove e numerose assunzioni, tali da non permettere più quel controllo ossessivo e quell'azione  di filtro che, almeno all'inizio,  aveva  permesso  di utilizzare  operai <<plasmati>>  e quindi difensori del regime.
Nei reparti  quindi, è sempre più facile incontrare giovani  apprendisti  Che non sopportano  il regime  di fabbrica, che compiono banali  atti di indisciplina  e manifestano una palese  insofferenza verso gli impiegati, ai loro occhi considerati come privilegiati. Il reparto  più difficile, meno governabile è quello  dove si producono i proiettili di 20 mm. Vi lavorano circa 400 operai tutti qualificati è alcuni venuti da fabbriche del nord spinti dalla speranza  di migliori  salari. Ci sono, inoltre, operai rimpatriati, quali antifascisti, dalla Francia  dal governo filotedesco  del generale  Petain; gente che conosce bene il mestiere  e che in parecchi  casi  ha fatto anche una discreta  fortuna  economica.
Stranamente, è con l'arrivo in fabbrica dei fratelli  Loffreda, di isola Liri, che si incominciano  a sentire nell'interno dei reparti le note fischiettate  di «Bandiera  rossa» e dell'<<Internazionale>>,  e a vedere qualche emblematico  pugno chiuso. Qualche incitazione sovversiva, qualche saluto, qualche scettica parola sull'andamento della guerra serpeggiano  sempre più di frequente  fra gli operai.
Un clima più cospirativo, invece,  si respira, sia prima che dopo il 25 luglio,  nell'ufficio  di Andrea Aversano, dai più stretti collaboratori conosciuto come  aderente al partito popolare.
Il suo ufficio è il luogo ove sempre più spesso si incontrano anche Fischer e Torti, ambedue  socialisti, e il comunista Bianchi, un operaio specializzato. Quest'ultimo, forse già collegato con i gruppi romani della Resistenza, sostiene  la tesi della necessità di non far cadere  i nuovissimi macchinari esistenti  in fabbrica  nelle mani  dei tedeschi.  Tale intenzione  prende consistenza e si realizza dopo l'8 settembre quando  il gruppo seppellisce le macchine più utili nel rifugio della  fabbrica,  ostruendone  poi l'ingresso  con la dinamite. Purtroppo non dobbiamo dimenticare  che , pur in grande  difficoltà, i fascisti sono ancora  numerosi,  hanno tantissimi occhi e finissime  orecchie.
Sicuramente  qualcuno  informò I'ingegnere Dell'Oglio del posto esatto ove erano stati sepolti i macchinari,  poiché sarà questo  zelante collaborazionista  ad indicare ai tedeschi il luogo esatto, permettendo così la sottrazione  del prezioso  materiale.
È nella fabbrica della  B.P.D.  dunque ove si manifesta  più forte il  dissenso verso il  fascismo.
Questi atti di contestazione diffusa, capillare, penetrano  però sempre di più nella società ceccanese,  alimentando  coraggio e impedendo  così nei mesi  successivi,  la riorganizzazione di un consenso attorno ai fascisti.
Saranno pochissimi,  infatti, i giovani che risponderanno  al bando Graziani, attraverso il quale, coattivamente,  essi  venivano reclutati nella repubblica di Salò.

Si abbattono le insegne  del fascismo
Qualche giorno dopo l'episodio  riguardante  l'atto compiuto dal direttore Carasi, alcuni ceccanesi  molto determinati,  abbattono le insegne fasciste  collocate  vistosamente  sulla Casa del Fascio, sul serbatoio e sulla facciata del Palazzo  Comunale.
L'animatore  di questa iniziativa,  che in verità  viene sostenuta da molte persone,  è Mattia Staccone un accanito  antifascista  mai piegato dalle prepotenze.
Quando, prima della guerra,  era stata  apposta,  sul muro dell'edificio comunale,  la lapide  <<delle  sanzioni>>  celebrante i fasti del regime  fascista, Staccone era presente alla cerimonia,  ma certamente non per sostenere  l'iniziativa.
Il giorno della  messa in opera è per molti ceccanesi  un avvenimento particolare,  malgrado le condizioni atmosferiche  non siano clementi. La cerimonia,  infatti, avviene  in una giornata grigia e piovosa.  La piazza del Comune è gremita di alunni delle Scuole Elementari,  muniti  di gagliardetti, tutti schierati  ed allineati alla perfezione.  Gli adulti invece,  a gruppetti sparpagliati,  sostano alla estremità  della piazza.
Mattia  Staccone,  lasciata  la sua bottega  di sarto si avvicina, ma non troppo, e con aria distaccata,  assiste alla cerimonia.
Nel momento in cui la lapide  viene scoperta,  uno squillo  di tromba sottolinea  la solennità  dell'avvenimento  e nella piazza,  tra ragazzi  si osserva un silenzio assoluto. Il Mattia Staccone invece, si trova fermo in prossimità  dell'arco che delimita la piazza comunale: la mano destra è posata  sul bastone  ed il corpo è appoggiato alla parete.
Il suo sguardo è triste e malinconico perché da circa venti anni è costretto  a subire  i successi del fascismo. Il suo comportamento, la condizione psicologica  di prostrazione  danno l'immagine  di come il fascismo trionfante abbia debilitato  ogni opposizione, ogni resistenza  se pur minima. Per anni egli ha assistito impotente a simili scene; é stato più volte arrestato, manganellato e costretto  ad ingoiare  l'olio di ricino sotto le violenze  fasciste.  E naturale quindi immaginare  il suo stato d'animo  nei giorni successivi  la caduta del fascismo,  ed in particolare,  mentre, visibilmente commosso, abbraccia Leone Tanzini e Peppinuzzo Innico che sono  gli esecutori materiali  del distacco  della lapide.
In quelle ore in cui si abbattono le iscrizioni fasciste, la popolazione di Ceccano partecipa numerosa e composta. Non si registrano scene di sfrenata euforia, né episodi di ritorsione di antifascismo verso i fascisti.  Si sente solo il suono di qualche sonoro schiaffo dato da qualcuno che ha subito angherie e che finalmente può farsi giustizia. I giorni che seguono la caduta del fascismo non sono facili  per coloro che fino ad allora  hanno  potuto spadroneggiare  impunemente,  sicuri della propria autorità, boriosi e sempre pronti a trarre piccoli vantaggi  personali.
Questi  personaggi,  da un giorno  all'altro, si trovano spogliati di cariche,  di autorità  e di potere.  Se si incontra  qualche incauto per le strade  di Ceccano (molti non osano uscire più di casa),  questi ha perso quello sguardo intimidatorio, quella ostentata padronanza  di modi, quell'incedere sicuro e sfrontato, volutamente somigliante a quello  dei gerarchi di più alto grado.
In questi giorni i cittadini appaiono sollevati,  quasi contenti, anche se incombe  su tutti il timore che possa nascere  un nuovo governo  avente le stesse  caratteristiche  autoritarie  di quello  appena caduto.

CAPITOLO III
L'ARMISTIZIO E LA RESISTENZA

Il generale Castellano,  a Cassibile, in Sicilia, il 3 settembre 1943, a nome del re firmava I'armistizio con il generale  Smith.
Le gerarchie  italiane speravano  di annunciare tale evento  con una decina di giorni di ritardo, in occasione  di un massiccio  sbarco alleato sul continente, accompagnato  da un lancio di paracadutisti  americani sulla città di Roma.
Si trattava, infatti, di un bel progetto, furbescamente architettato e tale da poter  offrire buone giustificazioni  sia nei confronti dell'alleato tedesco che dei cittadini  e dei combattenti  per il grave atto compiuto.
Solo che questo  funzionale disegno non si doveva realizzare in quanto il generale  americano  Eisenhauer, non intendeva  rinviare l'annuncio  dell'accordo;  pertanto il maresciallo Badoglio, capo del governo, la sera dell'8 settembre  fu costretto  a, leggere alla radio il comunicato   dell’armistizio.
Alle diciannove e quarantacinque dalla sede dell'EIAR  il maresciallo legge il testo del messaggio  che suona così <<. . .  .riconosciuta l'impossibilità  dell'impari lotta.... deve cessare  ogni atto di ostilità verso  le forze anglo americane  da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno  ad eventuali attacchi di qualsiasi provenienza>>.
Il messaggio  esprimeva  irrisolutezza  e studiata  ambiguità; non deve stupire dunque  se alle prime luci del giorno successivo  il Re, la famiglia reale, Badoglio con generali ed altri burocrati  abbandonarono Roma diretti verso Pescara  ove si imbarcarono  su un vaporetto per raggiungere Bari.
Questa fuga ignominiosa  lasciava  alle spalle lo sfacelo della nazione,  mentre l'esercito  italiano, impegnato su più fronti, rimaneva improvvisamente senza guida  e senza direttive ed in balia degli eventi  e della reazione tedesca.
Dalle nostre parti la speranza di un'immediata fine della guerra e conseguentemente dei bombardamenti,  del sangue e del terrore è di breve durata poiché il 9 settembre  quando  il  sole è prossimo al tramonto, quasi a confermare  le scettiche  voci riguardanti la pace, un carro armato avanza lungo  la strada che risale verso la parte alta di Ceccano.  È color sabbia  e appartiene all'Africa Corps  tedesco; arriva in piazza Madonna  della Pace  ove con un'inversione a <<U>> schiaccia  uno spigolo  di marciapiede;  i segni  sono ancora evidenti,  là dove oggi c'è una Torrefazione.  Il carro si piazza in modo tale da avere alle spalle la chiesa, su un crocevia  di importanza strategica, onde scrutare i movimenti che si ritengono  sospetti.
Il carro  armato del nove settembre costituisce il primo segnale della futura occupazione tedesca. E la dimostrazione che la guerra non è finita.
Il  10 infatti c'è un bombardamento  a tappeto delle forze alleate  su Cassino;  il giorno successivo  toccherà alla città di Frosinone: il bombardamento  causerà danni gravissimi  alla città ed una ventina di morti, Il dodici  settembre  le fortezze volanti alleate attaccheranno  il campo di aviazione, procurando danni ingentissimi e lasciando settanta soldati tedeschi sul terreno,  tra quelli  che già avevano occupato l'aeroporto.
Frosinone  sarà vittima nel mese di ottobre di altre due incursioni aeree, il venticinque  quando viene  colpita la stazione ferroviaria  ed i morti saranno  trenta e pochi giorni dopo, quando le zone prese di mira saranno il centro urbano e l'Osteria De Matthais ove sul terreno  si conteranno cinque morti.

La Resistenza  in Ciociaria
Mentre i tedeschi rafforzano le posizioni attorno  a Cassino, Mussolini, il dodici settembre, è liberato sul Gran Sasso da un ufficiale tedesco,  per costituire  la Repubblica di Salò, ad uso e consumo dei suoi alleati.
Con l'aumentata  presenza  delle truppe di occupazione germaniche,  i fascisti, o quello che resta, rialzano la testa,  collaborano attivamente  invitando  i giovani a battersi  a fianco dei tedeschi.
Hanno  un argomento propagandistico molto serio, usato con una certa efficacia: la fuga del re,  di Badoglio  e degli altri Generali, rappresenta  una vergogna  nei confronti  dell'alleato  tedesco, per cui occorre riscattare  la Patria tradita.
Mussolini, annunciando la costituzione del Governo formato da lui e da altri sette ministri a lui fedeli, da radio Monaco ordina di appoggiare efficacemente e cameratescamente l'esercito germanico. Egli vuole contrapporsi al Regno del Sud, al Re ed a Badoglio stabilitisi,  dopo la fuga, nella città di Bari.
L'appello all'arruolamento non trova gli entusiasmi sperati. Nei giorni successivi all'armistizio  la gran parte dei soldati italiani cerca di ritornare a casa, altri invece si uniscono  in Jugoslavia,  Albania, Grecia, alle forze della Resistenza  locale; pochi sono quelli che si aggregano con i tedeschi.  Mezzo milione di uomini invece verrà  fatto prigioniero  da questi.
Il dieci settembre con un moto molto spontaneo, Roma, nei pressi di porta S. Paolo, soldati e popolo si erano già trovati uniti a lottare con le poche armi e con i pochi mezzi  a disposizione  contro l'occupante straniero.
«Porta S. Paolo, costituisce il seme fecondo gettato per far sbocciare la stagione della Resistenza,  momento  alto della storia d'ltalia, eroico e  tragico,  inteso oggi come un secondo  Risorgimento.
Sempre  a settembre, a Cefalonia, in una sperduta isola nel mar Ionio, ufficiali  e soldati della divisione <<Acqui>>, si opponevano  affinché  le nostre  artiglierie non cadessero  nelle mani dei tedeschi.
Dal  14 al 20,  i nostri soldati con un eroico comportamento  contrastarono la superiorità  militare tedesca combattendo  in modo valoroso. I tedeschi per l'occasione non fecero prigionieri, Pertanto alla fine della battaglia i nostri soldati (oltre 8.400)  vennero  tutti massacrati.
Un'altra pagina gloriosa scritta dalla Resistenza  è quella riguardante l'insurrezione di Napoli. Dal 28 settembre al 1 ottobre il popolo napoletano (affiancato da molti scugnizzi) combatté per le strade e per i vicoli della città, costringendo il generale  Scholl alla resa, dopo quattro  giorni di aspri combattimenti.
La città pagò un alto tributo di sangue in nome della libertà e della sovranità nazionale,  lasciando  sul terreno trecentoundici morti e trecentosessantadue feriti.
In mese, si sviluppa il fenomeno degli sbandati, costituiti da ex soldati e dai richiamati che non hanno voluto servire i repubblichini.
Le montagne sono piene di giovani che non accettano di stare con Mussolini ed i tedeschi.  Essi preferiscono ribellarsi e prendere le armi, sperando così di accorciare  i tempi della guerra  oltre che di costruire un nuovo ordine politico.
La Resistenza è un fenomeno nazionale, e riguarda quindi anche la nostra  area geografica.
Pur in una condizione  estremamente  difficile, a ridosso,di Cassino, nascono, anche  qui da noi le formazioni partigiane e benché  non sia il  caso di entrare nei particolari  delle azioni e delle questioni aperte, è opportuno  riportare il quadro  generale che si forma attorno Ceccano.
Ogni realtà locale tende a costituire delle proprie formazioni partigiane; esse quindi si presentano  di fronte al nemico frantumate e senza  collegamento.
Le più importanti che meritano  di essere ricordate  sono quella di Fiuggi,  capeggiata  dal prof. Conti, quella di Anagni, da Leone Anemone, di Sora, dal capitano Buccello. A Collepardo, nasce una formazione per iniziativa  di Saverio Turnetti, Giuseppe della Martina e Filiberto Ottaviani.  Sul Garigliano  operano gruppi direttamente legati all'esercito  alleato,  al comando  del capitano  Antonio Gagliardi,  sulla testa del quale pende una taglia di un milione di lire fissata  dal generale  tedesco Ghelmer.
Non la intascherà.  mai nessuno  e Gagliardi  al termine  del conflitto, vivo e vegeto  sarà decorato di medaglia d'argento  alla Resistenza.
A Ceprano, il gruppo  guidato da Simone  De Silvestro merita di essere  ricordato per aver salvato il 25 maggio 1944, con operai e tecnici, la locale  centrale elettrica  dalla distruzione tedesca.
A Fontana Liri opera per rutto l'inverno  la formazione  guidata da Arturo D'Innocenzo.  Con l'arrivo degli alleati D'Innocenzo amministrerà  Fontana  Liri, per un breve periodo, alla stessa maniera di una <<Repubblica autonoma>>.
Nella nostra  provincia e con molta probabilità in tutto il Lazio la formazione  partigiana più attiva è quella di Paliano,  guidata da Enrico Giannetti. Priva di elementi badogliani, si procura le armi combattendo; essa  è legata alle formazioni  romane  ed in più di qualche occasione  opera  di concerto  con il gruppo di Palestrina. Pur avendo subito duri colpi, durante  il mese di marzo è in grado di riprendere l'attività e di colpire i tedeschi fino all'ultimo giorno di guerra.
Anzi per capire  la particolarità  ed il ruolo avuto dalla banda, bisogna ricordare che i partigiani  occuparono  Paliano il 28 maggio, prima dell'arrivo degli alleati. Furono proprio loro a disattivare le mine lasciate dai tedeschi permettendo così l'ingresso americano  nel paese. Va precisato,  inoltre, che la banda  di Paliano era composta  da elementi comunisti.  Giannetti, infatti, durante gli anni trenta era stato in Francia dove aveva curato  <<il soccorso  rosso>>  per i combattenti nella Repubblica  di Spagna.
Dopo  la liberazione fu Sindaco di Paliano, e successivamente, per un certo periodo, segretario  della Federazione  Comunista  di Frosinone. E morto nel 1980.

Le bande partigiane di Ceccano
Il 4 Ottobre a Ceccano si costituisce  una banda partigiana.
È a questa  data, infatti che, attraverso un proclama, essa  nasce sotto la guida di un Comitato  di salute pubblica, il cui promotore è Giuseppe  Ambrosi, avvocato, più volte segnalato  alla polizia  fascista come persona  sovversiva.
Durante la prima guerra mondiale ha combattuto  con il grado di sottotenente.
Appartiene ad una agiata,  famiglia ceccanese  imparentata  con il marchese Berardi  ed è figlio e nipote di due Sindaci di Ceccano: Agostino e Loreto Ambrosi.  Aveva migliorato il suo patrimonio dopo la morte di suo zio Domenico, vescovo  di Poggio Mirteto prima e di Terracina poi.
Gli altri membri del Comitato  di salute pubblica sono: Lorenzo Angelini,  Mario Reali, Nicola Moscardelli, Battista Romolo,  Renato Pennino  e lo stesso  Ambrosi.
Bisogna però precisare che quando  questo  si costituisce,  alcuni giovani si sono  dati già alla macchia,  guidati  da Romolo Battista e nei giorni seguenti molti altri sceglieranno  la stessa via.
Sono  circa centocinquanta i giovani che in un primo momento mettono a repentaglio  la loro vita, non solo perché decidono di combattere  il nemico equipaggiati  alla meno peggio, e con idee poco chiare in testa, ma anche perché disobbediscono al bando Graziani, il quale impone l'arruolamento  obbligatorio  nella Repubblica di Salò,  pena la morte immediata.
La banda  però non ha vita facile;  sin dal nascere,  infatti, cominciano le prime rivalità  fra Battista  e Ambrosi  dovute ad incompatibilità di carattere e a problemi di leader schips. Per questi motivi  la banda originale  si divide  in due tronconi, per cui gli accampamenti sono separati: la banda di Battista è situata  sulla proprietà dei Ferdinandi  mentre  quella di Ambrosi è sul possedimento dei Fumanti.
Dopo i primi giorni le entusiastiche e disinteressate adesioni di questi  giovani si scontrano con una drammatica realtà: la difficoltà di vettovagliamento  e di rifornimenti.
La gran parte rinuncia alla lotta; rimangono così trenta persone circe, ma non va trascurato  il fatto che pur sopravvivendo  con i buoni di prelevamento rilasciati a contadini e ad altri cittadini, il problema  dell'approvvigionamento  resterà un grosso  argomento di polemica  successiva.
I patrioti di Ceccano hanno la caratteristica più di un’ avanguardia  isolata che di una punta avanzata di un vasto movimento insurrezionale.
Non hanno alle spalle infatti, forze sociali  che li sostengono.
Pochi sono i finanziatori ed i rifornitori  di derrate  alimentati e molto spesso  c'è incomprensione  e scetticismo.
A dimostrare le scarse basi di sostegno è significativo  il fatto che ogni tanto qualche  familiare dei partigiani  dal centro  di Ceccano  porta generosamente  qualcosa da mangiare  che ovviamente viene diviso fra tutti coloro che in quel momento sono presenti sul campo.
Pur se divise e ridimensionate nella quantità, le bande operano attivamente  lungo i Monti Lepini per tutto il mese di ottobre e novembre, ottenendo  anche dei successi.  Il 18 ottobre  a Giuliano di Roma viene occupata la Casa del Fascio, da dove si prelevano armi e munizioni,  distruggendo  poi la suppellettile interna.
Inoltre, i partecipanti all'azione riescono ad entrare in un laboratorio militare tedesco e distribuiscono vestiti militari all'incredula popolazione.
Lo stesso  giorno,  in Villa Santo  Stefano,  il commissario prefettizio, Luigi Bonomo, quasi  a voler manifestare la sua simpatia verso la Resistenza,  consegna ai patrioti  cinquanta chilogrammi  di farina e cinque litri di olio.
Nei giorni successivi una pattuglia si reca a Patrica per stabilire eventuali collegamenti con il tenente  colonnello Bufalini, dello Stato maggiore del Governo Badoglio, e per coordinare le iniziative. Infatti a Patrica,  pur non essendoci una banda nel vero senso della parola,  c'è all'interno del paese,  una trama cospirativa  che fa capo oltre che al citato  Bufalini anche al colonnello  Musumeci.
I partigiani ceccanesi  di ritorno da questa missione infruttuosa, passando  per la strada Marittima,  in prossimità del bivio di Ceccano, sparano  contro  due tedeschi  in motocicletta; uno dei due, in seguito alle gravi  ferite riportate,  morirà.
Qualche giorno dopo di ritorno da Supino e Patrica, una pattuglia di partigiani, affronta tre tedeschi  che stanno  cercando di violentare alcune  ragazze  presso  la località Lagoscillo.
Due tedeschi vengono mitragliati da Battista,  il terzo, finito gravemente  da alcune bombe a mano lanciate da Moscardelli, viene ferito con un colpo di moschetto  sparato  da Agostino Piroli. Sempre nello stesso giorno, la pattuglia ha la fortuna di aggiungere alle proprie imprese, un'operazione molto utile dal punto di vista della dotazione militare: a ridosso  della  diga della Tomacella  vengono recuperate  due casse  di bombe  a mano e dei proiettili per moschetto.
La fortuna aiuta gli audaci, tanto che un tale Archilletti mette a disposizione il suo carretto per trasportare  tutto il materiale nel campo di Battista.
Questa ultima  azione  galvanizza tutti i patrioti; il successo  ottenuto dà. ancora più slancio e coraggio, sollecitando così altre operazioni.
Viene fatto saltare, allora, il ponte della Badia per ritardare l'installazione di una batteria antiaerea che i tedeschi vogliono  piazzare proprio sotto la montagna.  Inoltre  c'è un tentativo  di liberare il padre di un partigiano  prigioniero  dei tedeschi,  dentro il saponificio  Annunziata,  ma l'azione  nonostante il coraggio  e la determinatezza,  non si conclude felicemente,  perché una sentinella  tedesca  riesce  a dare l'allarme; essa, comunque,  rimane  ferita da Battista.
Infine, il 20 novembre in contrada Maiura un maresciallo  tedesco viene sequestrato, privato  degli stivali e rinviato  a piedi nudi presso il battaglione di appartenenza  dislocato  presso  le Cocce.
Negli stessi giorni  i partigiani raggiungono un accordo  con Padre Germano,  guardiano del convento  dei Padri Passionisti,  il quale, anche egli convinto da una certa passione patriottica,  si mette a disposizione  per suonare  da otto a dodici rintocchi di campane in caso di arrivo delle truppe  tedesche.
I rintocchi  di Padre  Germano  non potranno  però evitare la dispersione  dei partigiani, quando arriverà  un reparto di SS da Tivoli per risolvere militarmente  e definitivamente  la questione aperta. Le azioni dei partigiani ceccanesi, per quanto irrilevanti dal punto di vista strategico militare, costituivano una spina nel fianco tedesco, un fastidio diventato preoccupante e al limite di ogni sopportazione. I tedeschi, dunque, portano un colpo risolutore: decidono un rastrellamento che però non produce  morti tra i partigiani; verranno solo bruciate  le capanne  dove vivono i partigiani e quelle di alcuni contadini.
Prima però avevano fatto un'incursione nel convento dei Passionisti perché ritenevano  che i partigiani  fossero alloggiati  nell'interno. Tale azione è preparata con cura meticolosa: vengono sfondate contemporaneamente tutte le porte di accesso prima e rovistate con molta durezza le celle poi. I tedeschi solo dopo tre ore di infruttuose ricerche,  accompagnate anche da colpi di mitra e di pistola,  sparati per intimidire i religiosi,  decidono di allontanarsi dopo aver derubato  il convento di materiale vario  e trascinando come ostaggi  alcuni giovani trovati  nascosti nei granaio.
A tale reazione tedesca il gruppo si sfalda; per giorni i patrioti girovagheranno sui Lepini  per disperdersi successivamente.
Qualcuno  farà il pecoraio, altro dopo un po' di tempo si ricongiungerà con i propri familiari sfollati,  Battista,  da solo, andrà a nascondersi  a Carpineto  mentre l'avvocato Ambrosi insieme  ad alcuni fedelissimi,  attraverso Lenola e Formia,  arriverà fino al Garigliano,  ove cercherà di unirsi alle forze alleate.

Le disavventure familiari  di Battista
Nell'inverno  del 1944, Romolo Battista a Carpineto  sarà ben protetto  da alcuni partigiani  di quella  zona che vivono nell'anonimato, fra sfollati  e cittadini.
Proprio a Carpineto,  verrà  a sapere che dopo il rastrellamento tedesco, di cui abbiamo  parlato, come rappresaglia  nei suoi confronti, sono stati catturati  il padre, la madre, la sorella, il cognato e la nipotina.
Inoltre saprà che è stata danneggiata  gravemente,   perché  completamente  razziata dai tedeschi,  la fiorentissima  bottega di orologeria e oreficeria  di suo padre Bernardo, situata in  Borgo Garibaldi.  La madre e la nipotina  verranno  rilasciate  dopo pochi giorni mentre  gli altri parenti rimarranno in carcere per tre mesi a Frosinone e per due mesi a Paliano.
Intanto  Romolo Battista  a Carpineto  riprende  i collegamenti con alcuni esponenti  della banda  di Ceccano.  Un gruppo di operai della B.P.D. di Colleferro,  che aveva conosciuto  prima della guerra, apre una sottoscrizione  per aiutarlo; gli vengono  così consegnate un migliaio di utilissime lire.
Oltre a ciò va pure riportato  che vi fu anche un momento in cui fra i partigiani si discusse  sull'opportunità  di attaccare  il carcere di Paliano per liberare  alcuni loro compagni.
Dopo varie discussioni  e verifiche questa generosa  intenzione venne accantonata.
Credo sia opportuno  fare gualche considerazione  sulle due formazioni partigiane ceccanesi di cui abbiamo  parlato.  Prima di tutto va riconosciuto  che tutta l'attività militare pesa sul gruppo  capeggiato da Battista. L'audacia di questa  formazione  fa in modo che alcuni uomini di Ambrosi (Moscardelli,  Pennino)  si accodino  di volta  in volta in ogni loro azione.
Nessuno dei partigiani ha legami  con i partiti. Tutti accettano la guida del Governo Badoglio, mentre Ambrosi ha stretti rapporti epistolari con un colonnello dei Bersaglieri, Gervasoni,  che si trova nascosto  in territorio  di Ceccano, presso l'abitazione di Aversa Fabrizia, e dal quale sembra  accettare qualche consiglio.
Lo scontro polemico tra Ambrosi  e Battista fu un fatto negativo, perché  non permise  di unificare e dispiegare  tutte le forze a disposizione:  creò difficoltà anche nel dibattito politico successivo ed in particolare nel rapporto  tra comunisti  e socialisti. Ambrosi,infatti, aderì al partito socialista  mentre Battista approdò a quello comunista,  in sèno  al quale, fino al 1951 fu un dirigente autorevole.
Bisogna riconoscere che le divisioni createsi  durante l'occupazione tedesca sono  la diretta conseguenza  della mancanza  di una direzione politica a Ceccano.  Da quando viene costituita la banda partigiana  fino all'ultima azione militare  tutto viene fatto all'insegna della più elementare spontaneità  ed improvvisazione.
Manca, insomma, la redazione  di un programma futuro e non sono chiari  gli obiettivi immediati sia politici che militari in grado di determinare  un coagulo di interessi  generali, tali da evitare I'insorgere  di antagonismi  personali e rivalità di gruppo.
La mancanza di una autorità politica  e morale non permette di  saldare  questa avanguardia  con tutto il paese, né di avere un legame con gli altri gruppi partigiani che operano nella zona.
Se questo  fosse avvenuto  le azioni sarebbero state senz'altro più  incisive e con molta probabilità  avrebbe potuto prendere corpo  anche  la possibilità  di salvare i macchinari  della B.P.D. di bosco Faito, evitando  così la rapina tedesca. Non per niente il Comitato  Nazionale di Liberazione si costituisce a Frosinone solo nel gennaio del 1944.
Come ha sempre  affermato  Giorgio  Amendola, a livello nazionale  ci fu un dèplorevole  ritardo  nell'iniziativa  dei partiti antifascisti fra il  21 luglio e l'8 settembre, e questo è ancora più tangibile in provincia di Frosinone dove  tale ritardo è parzialmente colmato nel gennaio  del 9414. Solo con il passaggio delle  truppe alleate, si  verrà definitivamente superato, quando cioè verranno costituiti i Comitati di Liberazione  in ogni paese, con tutti gli inevitabili problemi  però di opportunismo e trasformismo che a volte presenteranno.

Capitolo IV
NOVEMBRE

Siamo  andati un po' avanti  nel tempo con la descrizione degli episodi legati alla Resistenza; è opportuno,  perciò tornare indietro  per ragioni di chiarezza  e riprendere la narrazione  cronologica degli avvenimenti per riportare fatti importanti  accaduti nella nostra provincia nel mese di novembre  e nel periodo successivo'.
La nostra popolazione, pur vedendo bombardare la città di Frosinone e pur éssendo ben informata delle distruzioni e del numero delle vittime, spera  ancora che a Ceccano  non venga riservata la stessa infausta  sorte  .
Tra i cittadini ceccanesi  c'è molta preoccupazione  ed angoscia; tuttavia sfugge  qualcosa in termini di consapevolezza:  non si sa ancora ciò che la guerra si appresta  concretamente a procurare.
In tutta la sua storia millenaria, se escludiamo i morti del millenovecentodiciotto dovuti  alla epidemia  di «spagnola», Ceccano non ha conosciuto  terremoti,  non è stata mai distrutta né bruciata e non è stata mai schiacciata dal dominatore straniero.
Proprio perché le nostre popolazioni hanno vissuto per secoli in pace  e quindi non hanno mai assistito a ritorsioni,  violenze o stragi umane,  sono molti quelli che pensano,  o meglio si illudono, in questo momento  che i bombardamenti  devono  riguardare solo Frosinone in quanto città capoluogo di provincia.
Anche per questo alcuni di quelli che da Ceccano hanno assistito come da una platea ai bombardamenti  di Frosinone  lo hanno fatto con animo quasi distaccato,  immedesimandosi  nella tragedia  solo in parte.
In settembre  e ottobre, insomma, molti sono quelli che ancora sono convinti che Ceccano  non costituisce  un punto strategico da colpire non considerando  che sul territorio esistono  una fabbrica di munizioni,  uno scalo ferroviario  ed un ponte  sul fiume Sacco.
La vita seguita così a svolgersi in un modo tale che tutto ormai è considerato regolare pur nell'anormalità,  nel senso cioè che, ad esempio, i prodotti di prima necessità si acquistano  razionati  nei negozi e dopo aver fatto interminabili code . Tutti vivono ancora in paese, nelle proprie case ed a contatto con quel che resta dei propri beni.
Questo avviene fino al tre novembre.  Questo  giorno, infatti, segna un momento  importantissimo nello sviluppo degli avvenimenti che stiamo'esaminando: dalla sofferenza  della fame, dall'angoscia  dell'incertezza che riguarda il futuro, si passa in un batter d'occhio, a toccare con mano la crudeltà e gli orrori della guerra.
Due giorni prima c'era stato il bombardamento su Pontecorvo con la devastazione del cimitero  e dell'ospedale: moltissimi furono i feriti rimasti senza soccorso  e tanti i morti che rimasero senza sepoltura.

Cadono le prime bombe
Sono le 10,40 del 3 novembre  l943 quando sei caccia  bombardieri  fanno la loro comparsa sul nostro cielo. Il loro obiettivo è quello di colpire il ponte  sul Sacco,  ma per tre lunghissime ondate si accaniscono solo su una popolazione inerme ed impreparata. Il perimetro colpito  dalle bombe  è quello riguardante la Piazza e la zona di S. Pietro; è infatti, in questa  parte di Ceccano che vengono  distrutte molte case, gran parte delle quali erano situate a ridosso della chiesa, che al termine delle incursioni  risulterà lesionata e pericolante.
Un allucinante spettacolo  si presenta  alla vista dei primi soccorritori:  case  completamente rase al suolo, edifici sventrati,  macerie fumanti e pareti  mitragliate.  Ma questa vista stranamente  non sollecita nei presenti azioni di solidarietà,  ma incute solo terrore e desiderio  di fuga, come se improvvisamente  si fosse aperto il baratro della crudele realtà.
Grida di dolore e panico si mescolano alle invocazioni dei feriti ai quali solo pochi volontari cercano  di prestare le prime cure.
A poco serve il coraggioso conforto portato da due sacerdoti: don   Alvaro e don Getulio prontamente  usciti dalla chiesa di  S. Giovanni. Presso borgo Pisciarello,  un vecchio nucleo  abitato, costruito a pochi passi dalla cintura urbana, su un lembo di terra in  pochi  metri quadrati  vengono distrutte  le famiglie  Maura e Cristofanilli.
In questa direzione si muovono due giovani generosi per por:are soccorso: Ermete  Ricci e Amedeo De Sanctis. Aiutano  il povero Alessandro Cristofanilli  a tirarlo  fuori dalle macerie i resti della figlia  Rosa e di due nipoti, tutti ormai deceduti.
Suo figlio Mario ha preso, nel frattempo, fra le braccia  I'altro nipote Luigi Maura di sette  anni, gravemente  ustionato.  Il dolore per la perdita della sorella e dei nipoti (Giovanni  e Giacinto  Maura), la vista dell'altro nipote Luigi vivo, ma quasi  irriconoscibile per le ferite, lo prostrano  profondamente.
Egli comunque cerca disperatamente con il bimbo in braccio di dirigersi verso l'ospedale.  Il percorso lungo via Pisciarello è tutto su una salita ripida e difficoltosa.  Va avanti per  duecento  metri circa, fino a quando  arriva Dario  Santodonato  a sollevarlo da questa grave fatica. Santodonato a passi velocissimi  supera la piazza e, attraverso  via Villanza, arriva in ospedale.  Ma in ospedale sia per Luigi che per gli altri feriti che stanno arrivando,  le cure saranno scarse perché gran parte del personale alla vista delle bombe si è allontanato.
Il piccolo  Luigi morirà dopo tre giorni di atroci sofferenze.
Complessivamente i morti in seguito al bombardamento saranno diciotto:  la cifra più elevata  raggiunta a Ceccano in una sola giornata di guerra.
Il giorno dopo lo spettacolo si presenta ancora  più desolante: parecchi  cadaveri sono raccolti presso la chiesetta della  Madonna del Loco e non sono nemmeno chiusi nelle bare; sono  posti nella nuda terra quasi a mostrare  le mutilazioni, i vestiti intrisi di sangue e le membra  martoriate.  
Forse perché la popolazione è rimasta terrorizzata  ed esterrefatta da una crudeltà  tanto inaspettata,  poche  sono le persone presenti al rito funebre officiato  da don Vincenzo  Misserville.
Al termine dello stesso, Checco Carlini e Filippo Misserville, preceduti dal sacerdote con il crocifisso  ben proteso in alto, portano al cimitero su di una barella i resti delle vittime.
Una scena che si ripeterà  più volte in quanto i due, rimasti soli, avranno l'ingrato compito  di raccogliere,  a mani nude,  i corpi mutilati per compiere questo triste servizio, mossi da umana pietà.
E da rilevare  inoltre un fatto che dimostra come in quelle tragiche circostanze si potesse arrivare  a delle decisioni che non avevano né il senso della misura né del ridicolo.  Leggendo  il verbale delle deliberazioni  del commissario prefettizio,  Giuseppe  Patriarca, si scopre che il 23 dicembre  viene dato "Un premio di attaccamento al dovere di £500 di £ 400 a due vigili urbani"  non, come si potrebbe  immaginare, per I'aiuto dato ai feriti o per lo sgombero delle macerie o per altre simili motivazioni, ma «poiché hanno  provveduto»,  sempre  in quel tragico giorno, al recupero dei mobili della Casa del Fascio.
Ogni commento  su questa delibera  è superfluo; mi limito a far notare come, ancora una volta il fascismo mostrava la sua caratteristica  lontana  da ogni elementare  senso di giustizia, e tale da offendere  il buon senso dei cittadini.

Lo sfollamento
Subito dopo il bombardamento  e nei giorni successivi,  gran parte  degli abitanti del centro urbano lascia le abitazioni e si dirige verso le  campagne per cercare un rifugio sicuro, lontano dagli obiettivi militari.
Al cittadino  che in quei giorni attraversa  le vie del paese si presenta uno spettacolo allucinante  . Lungo le stradine del centro del paese (via S. Antonio, via Cappella,  borgo S. Martino, via Bellatorre, borgo Pisciarello)  fra le macerie e le case sventrate si udiva solo il mesto passo di chi le attraversava.
Ovunque le porte delle abitazioni integre sono  sprangate e le serrature girate a doppia mandata;  qualcuno  prima di andar via ha addirittura  pensato  di murare e sotterrare i beni più preziosi.
Nelle case  mutilate  il vento fa sentire  il cigolio di qualche  finestra o fa battere  qualche  porta; i  gatti nervosi e miagolanti, anch'essi increduli,  si muovono  alla  ricerca  di un luogo sicuro. Qua e là ogni tanto si avverte I'acre puzzo della morte, in alto si sentono i colpi d'ala dei piccioni  torraioli che volano  radenti, quasi impazziti per la perdita del nido. Ovunque lo sguardo si pone appare mestizia; quella parte che per secoli aveva  rappresentato  il cuore pulsante  di Ceccano, frequentata  da allegre compagnie,  straripanti di vivacità e di una inesauribile  voglia di vivere, non è più la stessa.
Inizia così lo sfollamento  di intere famiglie che, raggruppare alla rinfusa le poche cose essenziali, si dirigono verso la campagna in cerca  di un rifugio  più sicuro. Ha così inizio la convivenza  con le famiglie contadine che si mostrano generose  nell'accogliere i concittadini  nelle loro abitazioni,  tutt’altro che confortevoli.
Cinquanta anni fa, infatti, non dobbiamo  dimenticare  che le abitazioni di campagna non erano  dotate di servizi così come  oggi siamo  abituati  a vedere.  All'epoca erano quasi inesistenti  le case
in muratura. I contadini abitavano  in case di legno, dotate di una finestra larga cinquanta  centimetri o in stretti pagliai senza finestra con un solo buco al centro  del cono fatto di paglia,  impastata con sterco di animali,  che fungeva da soffitto. Non esisteva luce elettrica  e ci si arrangiava con il lume a petrolio. Mancava ogni servizio igienico,  e si beveva solo l'acqua dei pozzi.
Alle volte lo spazio per dormire era tanto ristretto  che esso veniva riservato  alle donne ed ai bambini  mentre gli uomini andavano nelle stalle. I più fortunati  dormivano su materassi di<<scartocci»  fatti con foglie secche  di granoturco,  altri invece su di uno strato  di paglia che ogni mattina veniva  rimosso ed accantonato per essere riutilizzato la sera successiva.
Sin dai primi giorni le condizioni di vita risultano  essere  di gran lunga più disagiate rispetto a quelle del paese, aumentano ancora di più le ristrettezze. In tutti, comunque, c'è la speranza di un breve stato di precarietà e che i disagi possono  durare  qualche  settimana  o tutt'al più un mese; questo favorisce lo spirito di tolleranza e comprensione dei nostri contadini.
Purtroppo le cose  non vanno così come tutti sperano. A Cassino, infatti, proprio  ad alcuni chilometri da Ceccano,  i tedeschi ormai si sono bene attestati, scavando  postazioni  nella roccia viva della montagna ampliando  grotte  naturali ed inoltre, creando  fortini seminterrati mimetizzati in maniera  tale da non essere visti dal nemico.
Nel gergo militare  questa è la linea Gustav, così chiamata da Hitler e Kesserling, ma per i ciociari  sarà semplicemente  il <fronte di Cassino>
A ben riflettere si può dire che i tedeschi in nessuna altra realtà del territorio italiano hanno  trovato  simili condizioni  favorevoli.
La linea, infatti, è come una fortezza dove i due complessi montuosi del Monte Cairo e degli Aurunci rappresentano  i bastioni, mentre  i corsi d'acqua  del Rapido, del Gari e del Garigliano ne costituiscono il  fossato.
Il tuono del cannone si sente fino a Ceccano.
Esso se da una parte appare minaccioso, da un'altra sembra essere rassicurante, perché è il segnale della prossima e desiderata liberazione  e quindi dell'agognata pace .
I giorni passano e così le settimane, mentre la fame e l'incertezza del domani si fanno sentire sempre  di più.
Man mano che negli animi il ricordo ed il terrore del bombardamento  si affievoliscono,  si ricomincia  a ritornare nel paese,  mentre alcuni preferiscono rimanervi solo di notte.
D'altronde la vita in campagna si fa sempre più insostenibile a causa anche dell'impossibilità di soddisfare le più elementari  necessità. Si preferisce, quindi, la sera tornare in paese per la presenza di luce elettrica, anche se dopo le ventuno vige il coprifuoco e l'oscuramento;  in particolar modo, c'è la necessità  di tenere sotto controllo la propria abitazione, per preservarla  da ruberie e sciacallaggii  di vario genere.

Capitolo V
L'INVERNO

Il mese di novembre trascorre fra tiepide  giornate di  sole. Il freddo si farà sentire solo a dicembre inoltrato, quando la gente  tenterà  di  scaldarsi   nelle  casupole   di  legno affumicandosi intorno ad  un  fuoco  senza  camino.

Il massacr
o  di  Vallerotonda e gli  episodi  di fine  anno
Il 28  dicembre, Festa degli Innocenti, non passa   felice  per  gli abitanti di  Collelungo,  una   frazione di  Vallerotonda. All'alba, quarantadue  persone  vengono prelevate  da una  grotta-rifugio  e portate sul  greto del torrente  Rio Chiaro, ove vengono massacrate  da alcuni soldati   tedeschi. Le vittime sono quattro soldati sbandati  e senza  nome, un  vecchio  di ottantasette  anni, ventitré  donne, quattordici  bambini  di cui otto  inferiori ai  quattro  anni  ed   uno di due mesi. Questa   carneficina, di cui  gli storici  parlano  poco,  è   da   considerare   assurda,  senza  motivazione,  certamente fatta solo per   intimidire  e terrorizzare  la  popolazione.
Una   vera   e   propria   strage   degli  Innocenti.
Invece il  Natale a  Ceccano è   passato senza  novità  e  la  gente ha  vissuto  la  festività con molta trepidazione ed altrettanta speranza. I tedeschi e  ancor più i  polacchi  e  gli austriaci per una volta tanto, si sono accomunati in questo commosso clima  religioso  facendo  sentire i  loro canti e   dirigendosi   numerosi a  partecipare alla messa  di  Natale. L'ultimo giorno  dell'anno, invece,  i tedeschi  preferiscono  festeggiarlo  a mezzanotte,  sparando   in  aria  in  continuazione.
In alcune  zone  di Ceccano  il rumore  si ode  tanto  forte  ed intermittente  da far sperare si tratti dell' arrivo  degli  alleati.

Gennaio amaro
Il  17 gennaio   divampava   la prima  battaglia   di  Cassino. Qualche  giorno  dopo  (il 22 gennaio)   avveniva lo sbarco alleato ad Anzio.  Agli  occhi di  tutti  sembrava  che la strada  su Roma fosse libera,  aperta,  facilissima,  anche perché  la città  era difesa solo da due  battaglioni   tedeschi.  Sembrava  essere arrivato,  dunque, il momento   decisivo,  quello  tanto   atteso  che  riaccendeva  così le speranze   di  una  immediata    liberazione.
A Pofi, il parroco della chiesa di S.Rocco, Silvio Bergonzi,  sembra tanto  sicuro  di ciò, che appresa  via radio la notizia  dello  sbarco, ne parla dal pulpito,   annunciando    ai fedeli  che di lì a qualche giorno sarebbero stati liberati.
Il sacerdote è duramente  malmenato e inviato nelle carceri di Paliano. Più tardi verrà fucilato insieme ad altri patrioti.
A Ceccano, il 23 nello stesso momento  in cui Silvio Bergonzi sta predicando nella sua chiesa, poco dopo le dieci di mattina,  Teresa Ciotoli esce dalla casupola ove abita ai margini di bosco Faito per incamminarsi verso il presidio tedesco, accampato dentro  la fabbrica.
Porta con sé gli indumenti  di alcuni ufficiali tedeschi che ha scrupolosamente lavato e stirato; si fa accompagnare da Geltrude, Anna e Vincenzo Cristofanilli, suoi figli, e da Emilia Bucciarelli, una parente.
Con il lavoro fatto, Teresa pensa di ottenere,  così come è già accaduto anche nelle settimane precedenti, non del denaro ma del pane,  un po'  di sale e forse della farina.
Gli indumenti  da consegnare sono tanti, pertanto,  occorrono più braccia per portarli, ma è domenica e il fatto che Teresa porta anche un recipiente fa pensare che con la festività avrebbe potuto  ritirare anche un po'  di minestra.
Con passo facile e lieto perché già immagina che la sua famiglia  passerà una felice domenica, si avvicina all' ingresso della fabbrica, ma improvvisamente arrivano due caccia alleati.
C'è una sola ondata,  gli aerei scendono con una picchiata radente il bosco, lanciano una bomba ed in un baleno le cinque persone perdono la vita, proprio in un momento  in cui pregustano ore di serenità. Due giorni dopo, alle ore 16, alcuni aerei alleati mitragliano lungo via Marano uccidendo quattro persone: Domenico Ciotoli, Giacinto Ferraioli, Salomé Noce, Anna Ardovini.
Gli avvenimenti di Anzio non si sviluppano come previsto.
L'insipienza del generale Lukas fa fallire lo sbarco perché, per motivi mai conosciuti, si ferma inaspettatamente.
A Cassino, inoltre i tedeschi tengono bene e i tanto attesi alleati non arrivano, al contrario, il 26 gennaio aerei americani causano panico e distruzione.
Poco dopo le ore 14 i cittadini  di Ceccano, usciti fuori dalle case per godersi un tiepido sole vedono dodici aerei con una doppia coda provenienti dal cielo dell' Arnara, sopra Colle Antico; virano verso nord per disporsi lungo il corso del fiume e scaricano bombe  a grappolo.  C'è  una sola ondata.
È un attimo: il bersaglio è mancato.  La squadriglia si rivolge verso sud ma all'altezza della Madonna del Piano un aereo viene colpito dalla contraerea tedesca e cade abbattuto.
Il ponte fortunatamente  è salvo, ma il bombardamento  ha distrutto alcuni fabbricati nella parte superiore del paese di proprietà Marini, Misserville, Apruzzese e Peruzzi posti uno di fianco all'altro  dalla Piazza a via Solferino.
Anche il monumentale  Santuario di S. Maria a Fiume è stato ridotto in un cumulo di rovine. La statua della Vergine, imballata a suo tempo per essere trasportata e conservata a Roma, viene trovata illesa con le vesti bruciate e senza l'involucro protettivo.
Il bombardamento  costituisce un duro colpo alla fede dei Ceccanesi e delle popolazioni circostanti per tutto  quello che il Santuario rappresentava.
Esso era stato  per lungo  tempo  meta  di continui   pellegrinaggi e processioni  che partendo   dai paesi vicini,  si snodavano  nei pressi del Santuario,   animati  da ceri accesi e canti liturgici.  Un colpo micidiale,   inoltre,   ad un  patrimonio   storico  ed  artistico  per  quello che  la struttura   muraria   esprimeva.
Va ricordato  che il Santuario,   costruito  sopra un tempio  pagano eretto  dall'Imperatore Antonino Pio in onore  della  sua sposa Galeria  Faustina,  venne  realizzato  per volontà  del cardinale  Giordano,  fratello  di Giovanni,   conte  di Ceccano,  nel  1196. Il giorno della  sua  inaugurazione    erano  presenti,   oltre  al Cardinale,   i Vescovi di  tutto   il circondario.   La chiesa  costruita  in stile gotico  cistercense  era contemporanea    alle abazie  di Fossanova e Casamari. Interessanti erano il portale  principale,   l'abside,   le pitture   della scuola  di  Giotto ed  il pulpito. Nell'interno  della chiesa, successivamente, era stato seppellito il cardinale Giacomo Antonelli,  Segretario di Stato di Pio IX, eminente statista che ha dato lustro alla nostra città per la sua attività politica. Nel 896, merita di essere ricordato, il Santuario era stato dichiarato monumento  nazionale. A quattordici  anni dal bombardamento, la chiesa verrà completamente ricostruita, là dove sorgevano originariamente, con lo stesso stile e con lo stesso materiale, perdendo però irreparabilmente quel valore artistico che l'aveva resa famosa nei secoli, subendo cosi l'analogo destino dell' Abazia di Montecassino. Peccato però che il parroco di S. Maria, don Vincenzo Misserville, promotore e organizzatore instancabile della ricostruzione, non abbia potuto vedere la «sua chiesa» nuovamente in funzione e restituita al culto, perché deceduto alcuni mesi prima. Nemmeno i suoi resti mortali hanno potuto avere sepoltura in questa chiesa, anche se esisteva, in merito, una deliberazione  della giunta di Ceccano, fatta l'indomani  della sua scomparsa. Il 30 gennaio, sempre di domenica ed alla stessa ora della settimana precedente, alcuni caccia alleati tornano nuovamente a mitragliare bosco Faito. La tragica scomparsa delle cinque persone aveva lasciato grande dolore nel cuore degli abitanti della contrada. Micheli Antonio, di quarantuno anni, abitante in Colle S. Paolo era un parente delle vittime e più degli altri deve aver sofferto al cospetto   di  quei  corpi  straziati.   Alla  vista degli  aerei  che  nuovamente  vengono  a portare  morte  e distruzione   prende  un moschetto  e spara  dei  colpi. Il fatto però non termina qui perché successivamente rivolge l'arma anche contro i tedeschi, anche essi responsabili della guerra In corso. Per i tedeschi è molto facile catturare un uomo solo, disarmarlo e caricarlo su un camion per portarlo dentro  la fabbrica. Micheli durante  il percorso si dibatte,  reagisce e colpisce violentemente  un maresciallo tedesco. Gli ultimi momenti  della sua vita nessuno è in grado di raccontarli ma certamente  sono stati raccapriccianti. Ufficialmente risulta essere stato fucilato ma il nipote Giovanni che lo dissotterrò per riportarlo in famiglia e rendergli delle degne onoranze funebri, trovò il suo corpo pieno di lividi ed ancor oggi non esclude l'inquietante   ipotesi che il povero Antonio sia stato sotterrato ancora in vita.

Le requisizioni,  il baratto  e la borsa nera
Fra la popolazione,  la situazione si fa sempre più difficile e pericolosa.
Spesso accade che i tedeschi rastrellino uomini e li portino a lavorare, per alcuni giorni, sul fronte di Cassino, dove sono necessarie, quotidianamente, braccia per scavare trincee e fossati o per piazzare armi. Quasi sempre queste persone ritornano a casa ma ogni volta al momento della forzata partenza lasciano dolore e angoscia. Sempre più spesso, infatti si ripete la scena drammatica che vede uomini prelevati con forza dalle proprie case, o per strada o nei campi, e costretti sotto la minaccia delle armi dei tedeschi a salire sui camions. Tutto avviene sotto lo sguardo atterrito e disperato dei familiari che già piangono per motto il proprio congiunto.  In quelle lacrime non c'è alcuna esagerazione se si pensa che sono diretti  nell' «inferno  di Cassino», ove già erano state  buttate  e si continuavano   a sganciare  milioni  di tonnellate   di bombe. Grave  inoltre, si presenta   la situazione   alimentare. La fame, sofferenza oramai  comune,  fortunatamente, aguzza l'ingegno: c'è anche  chi si arrangia  a lavorare  con i tedeschi,   ma  si tratta  di pochissimi  privilegiati. Con il trascorrere  dei giorni  si sviluppa  il baratto, sempre  più vantaggioso   per  chi possiede  derrate   alimentari. Manca di tutto, c'è  una  diffusa  penuria   alimentare;   il genere più  richiesto  è la farina;  quel  bianco,  soffice prodotto   è necessario per sopravvivere,  per reggersi in piedi  e per reagire  ad ogni forma di rassegnazione perciò si è disposti a fare qualsiasi cosa pur di averla assicurata. Nel periodo di cui stiamo parlando, per procurarsi generi alimentari di prima necessità tante famiglie e in particolare le donne, sono costrette a privarsi di tutto ciò che orgogliosamente hanno di caro e prezioso, come la «dote». Oltre ai capi di corredo, anche gli ori (bracciali, anelli, collane, orecchini, spille) servono per procurare un pugno di farina o un mucchietto di patate o di ceci. La donna che con il matrimonio si è portata un buon corredo assicura alla propria famiglia una vita meno precaria, perché ha una maggiore disponibilità  per il baratto.  Oltre a questo tipo di scambio che viene praticato nel paese e nella campagna di Ceccano, c'è un altro mercato, senz'altro più fiorente, che si svolge a Roma, ma che interessa solo chi può scambiare la propria merce con altra, come ad esempio zucchero, sale, olio, che, una volta arrivati a Ceccano, verranno usati o per la propria famiglia o come oggetto di nuovo scambio, dal momento che in paese questi sono generi introvabili. I contadini scelgono Roma anche per fare commercio di carne, poiché lì questa è molto richiesta, in special modo nelle trattorie. Nelle nostre campagne infatti,  malgrado le continue razzie operate dai fascisti e dai tedeschi, rimane ancora qualche animale in circolazione. Il contadino, di fronte al timore di perdere la mucca o la pecora o qualche gallina, preferisce abbatterle e clandestinamente farne oggetto di scambio. Una volta suddivisa in pezzi la merce viene trasportata  a spalla dentro  zaini. Alcuni,  per  arrivare  alle stazioni  più  vicine  quali  Fossanova  o Alatri   usano le proprie gambe, altri la bicicletta. Da qui, infatti, proseguono con il treno fino a Roma. Da Ceccano non è possibile usare la ferrovia, poiché il transito è impedito ai civili.
Dopo tante fatiche e pericoli, non sempre però la carne arriva a destinazione. Poteva capitare infatti di essere derubati  lungo tragitto oppure essere fermati dalla polizia fascista che sequestrava tutta  la merce. Chi dopo qualche giorno ritornava a casa con altri generi a1imentari, dava la possibilità di poter mangiare qualcosa in più o di diverso. Il fenomeno della vendita clandestina di carne si protrarrà ancora negli anni successivi alla guerra anche se avrà una connotazione  diversa.

Capitolo VI
LUIGI MASTROGIACOMO E LE FOSSE ARDEATINE

Mentre le truppe alleate da due mesi inspiegabilmente rimangono ferme sul litorale di Anzio, alle 15,30 del 23 marzo alcuni partigiani  romani,  guidati  da Carla Capponi  e Rosario Bentivegna portano a compimento un attentato  in via Rasella, in Roma. L'obiettivo è un reparto tedesco, che viene colpito e perde 32 soldati. Sul suolo restano, inoltre, una decina di feriti, mentre il resto del reparto viene messo in fuga dagli attentatori.  Uno dei feriti morirà qualche ora dopo in ospedale. Un colpo gravissimo per l'esercito tedesco, sia dal punto di vista militare che formale, in quanto per mesi quei soldati avevano marciato indisturbati  nel centro di Roma facendo sentire a tutta la popolazione le loro sicure cadenze ritmare ed il loro spavaldi canti di guerra. Ora, invece, in una strada del centro di Roma e sotto lo sguardo di tutti,  alcuni civili italiani con un imprevisto colpo di mano, hanno mortificato davanti alla città ed al mondo intero, i rappresentanti  di un esercito che ancora si riteneva essere invincibile. Tutto ciò costituisce una grave offesa, un oltraggio che solo il sangue italiano può lavare. Questa è la grave sentenza proclamata da Hitler dal suo quartier generale. In preda al furore ed alla paura egli ordina che per ogni tedesco ucciso debbano  essere fucilati dieci italiani,  già condannati  a morte. Il giorno dopo, il 24 marzo, trecentotrentacinque  uomini vengono trasportati con camions sulla strada Ardeatina,  dove vengono uccisi con un colpo alla nuca. Solo alcuni di questi, però, sono stati precedentemente  condannati a morte; la maggioranza è in attesa di giudizio; molti sono stati razziati o sono sospetti di attività antifascista. Accanto a gente famosa come il professore Gesmundo ed AIbertelli,  il colonnello   Montezemolo,  i generali  Fenulli  e Martelli, l'operaio   Fiorentini   ed un eroe come  il generale  Simone  Simoni, pluridecorato   durante   la prima  guerra  mondiale,   muore  anche  il ceccanese  Luigi  Mastrogiacomo. Chi era Mastrogiacomo? Cresciuto  nella  campagna   di  Ceccano,  in località Maiura,  si era trasferito  a Roma,  dove aveva trovato lavoro come usciere  presso il Ministero  delle  Finanze.  Egli il giorno del suo  arresto  stava  custodendo   per  conto  del  Ministero  una radio  posta  su un  barcone  ormeggiato   sul Tevere.  Per cause non ben conosciute  una pattuglia   tedesca  lo trovò non solo a sorvegliare la radio,  ma anche  ad ascoltare  una comunicazione   proveniente da fonte  partigiana, Il nostro  concittadino   venne  così portato  nel carcere di Regina Coeli e relegato  nel braccio politico.  A disposizione  della  Questura,  subì  pressanti  interrogatori   mentre   a suo  carico vennero  fatti accertamenti   e prese  informazioni.
In tutti  gli anni  successivi alla guerra  la moglie  ha sempre  affermato   che Mastrogiacomo   non  ebbe  contatti   con la Resistenza.
Di  questa  opinione   doveva  essere anche  la Questura   romana poiché,  (sempre  secondo  la vedova),  le era stata comunicata   l'immediata   scarcerazione  del marito.  A tanti anni  di distanza  nessuno ha potuto   confermare   o smentire  il legame  di Mastrogiacomo con i partigiani;   è chiaro,  invece,  che nonostante   le rassicurazioni fatte  alla moglie,  la Questura   non  aveva nessuna  intenzione   di lasciarlo. Lo dimostra  il succedersi  degli  avvenimenti   di quelle  ultime  ore. La notte  tra il 23 e il 24 il colonnello  Kappler  trascorse  scrivendo  di  persona   i nomi  dei  condannati  a morte. Arriva  però  ad  individuarne  solo duecentosessanta,    pertanto è costretto  a chiedere  aiuto  al Questore  di Roma,  Caruso.  Questi gli  assicura  cinquanta   persone   da  prelevare  fra  i detenuti   che  si trovano  nel  carcere  di Regina  Coeli,  allora  sotto  la giurisdizione dei  fascisti. Kappler  ha bisogno  di fare presto  ma in particolar  modo  sente la necessità  che in città  non  si sappia  nulla  della  rappresaglia   che sta per  avvenire. Il generale  sa molto  bene  che  non  è una  questione   semplice uccidere  trecentotrenta    persone,  teme  anche  un assalto partigiano ai camions  che trasportano   i prigionieri,   o peggio  ancora,  una  ribellione   dei  cittadini   romani. La direttiva  allora è di fare presto  e di non informare  i detenuti della  loro sorte. A nessuna  delle vittime,   infatti,   viene concesso il sacramento della  confessione. Caruso  compie un  errore di calcolo poiché invece di consegnare cinquanta   uomini,   ne  consegna  cinquantacinque. Alla  tragedia, dunque, si aggiunge  la beffa. Oggi  è accertato  che personalmente  il Questore  scrisse a macchina  l'elenco,   mettendo   i prigionieri   in ordine  decrescente  di pericolosità; il nominativo di Mastrogiacomo è al trentaduesimo posto. Questo dimostra che, per Caruso, Mastrogiacomo non era innocente ma ritenuto pericoloso al punto  tale da essere inserito in un elenco di fucilati.  Non è da escludere allora che il nostro concittadino avesse qualche legame con la resistenza romana e che la moglie non ne fosse a conoscenza. Nell'interno delle cave a Mastrogiacomo certamente apparve uno spettacolo a dir poco allucinante perché non c'era più posto neanche per morire. La scena finale di questa tragedia deve essere stata pressappoco questa: con i polsi legati, i martiri vengono obbligati a salire sui corpi dei compagni già morti. Gli sventurati si inginocchiano, presentando la nuca ai colpi dei carnefici, cadono così uno sull'altro  formando  un orrendo cumulo. La cosa ancora più incredibile è che non ci sono ribellioni, non c'è un minimo tentativo di contrastare questa carneficina, c'è, al contrario, una fatale accettazione della realtà. Subito dopo la guerra, il 25 maggio 1947, il Consiglio Comunale di Ceccano, attraverso una richiesta del consigliere Angelo Compagnoni,  delibera di ricordare il concittadino con una lapide da esporre sulla Piazza del Comune. Molti anni più tardi, il 24 aprile 1979, per la precisione, con una semplice ma commovente cerimonia l'Amministrazione  comunale intitolerà il primo Circolo Didattico alla memoria del nostro concittadino  tragicamente  scomparso.


Capitolo VII
IL PASSAGGIO   DEL FRONTE

Lo stesso giorno, in cui viene  consumato   il barbaro  massacro delle Ardeatine, a Ceccano arriva un nuovo  Commissario  Prefettizio, (sarà l'ultimo   amministratore    fascista) in sostituzione   di Giuseppe Patriarca.  Originario  di Monte S. Giovanni  Campano,il suo nome è Furor Visca. Quasi a dimostrare un fanatismo maniacale, sul libro delle deliberazioni fa scrivere «anno XXII-del Regime Fascista» dimenticando che il regime è finito. Per completare la descrizione del suo modo di pensare, è opportuno  ricordare che amava passeggiare per le strade del paese mettendo  bene in mostra due pistole che non dimenticava mai a casa.
È passato poco più di un anno da quando Francesca Massa usciva orgogliosa dal forno di Ines Santodonato per portare il pane alla bottega di Lucia Cipriani. Sembra però una vita per quanto sono state dure le esperienze dei nostri concittadini. Sono successe tante cose: accanto alla fame e all'angoscia, ora sono fatti acquisiti, quasi quotidiani,  anche il terrore e le crudeli immagini di morte.
A Ceccano il tempo scorre lento: La primavera porta via i rigori invernali e le giornate sono sempre più tiepide e sempre più assolate. Ma il bel tempo porta anche ansia e preoccupazione perché anticipa l'arrivo del ricognitore alleato, «la cicogna», in ogni occasione pronto  ad avvistare i movimenti sospetti. Si sa che dopo il ricognitore arrivano anche gli aerei per mitragliare  o per  bombardare.
Per tutta la durata della guerra di incursioni alleate sul nostro territorio se ne conteranno  trentasei.
La gente ormai è al limite delle disponibilità  alimentari. Baratti, borsa nera, piccoli furti sempre più frequenti,  non bastano più per sopravvivere.  Nei prati  è finita  anche l'erba  commestibile. La linea Gustav  vacilla e l'undici maggio  si combatte   la quarta battaglia   di  Cassino. Due  giorni  dopo  gli alleati  occupano Castelforte, S. Ambrogio,  S. Apollinare. Il quindici  i marocchini  entrano   ad  Ausonia ed Esperia.
Il diciotto,  nei pressi di Cassino sul Monte  Calvario,  i polacchi del generale Anders battono  i tedeschi. A Ceccano il 21 maggio viene rasa al suolo la chiesa di S. Pietro che era rimasta gravemente lesionata con il bombardamento del 3 novembre. La data dell'edificazione della chiesa si perde nella notte dei tempi ma sicuramente era già esistente nel 1015, anno in cui venne donata da Uberto e Amato, conti di Ceccano, all' Abbazia di Montecassino, la quale ne ebbe il possesso fino al 1530. Nel pomeriggio del giorno successivo una bomba cade sul lato nord di S. Nicola, chiesa già esistente nel 1196. Viene distrutta la sagrestia e sfondata la cappella del Sacramento, mentre il pilastro destro della stessa viene spostato di quasi dieci centimetri. Risultano,  inoltre,  molto danneggiati  il tetto  ed il campanile. Solo alcuni anni più tardi,  nel 1950, per la precisione, verrà riaperta al culto, in seguito ai lavori di restauro realizzati dal Genio Civile. Il 23 la V Armata si ricongiunge con le truppe ferme ad Anzio dal mese di gennaio. E finalmente  arrivato il tanto atteso momento.  Dopo l'occupazione di Pontecorvo la strada è aperta: i tedeschi non opporranno più un' accanita resistenza, ma cercheranno solamente di frenare l'avanzata  alleata. L'esercito germanico ha necessità di ritirarsi in maniera ordita, senza lasciare perdite notevoli in mano al nemico: incomincia allora a far saltare ponti, case, costruzioni varie ma importanti strategicamente. Questa tattica ottiene risultati sperati, perché gli alleati avanzano, è vero, ma in modo lento, senza poter esercitare una  eccessiva pressione militare. Tale scientifica opera di distruzione viene attuata, purtroppo, anche nel territorio di Ceccano. Dopo  nove mesi di infruttuose   incursioni  aree alleate,  perché gli obiettivi   militari,   tutti  collocati  fra lo sperone  calcareo  su cui si adagia  Ceccano  e la collina  di Colle  Antico  erano  bersaglio  difficile,  sono  i guastatori   tedeschi  a minare   e distruggere   il ponte, la stazione  ferroviaria   e palazzo  Berardi. Viene così distrutta  la parte più moderna  del nostro paese: quella realizzata   settanta   anni  prima  dal  marchese  Filippo  Berardi.  Di  queste  ore convulse  e dolorose  è bene  ricordare  anche  un altro  tragico  episodio.

La morte dei  fratelli  Capoccetta
Durante uno  dei rastrellamenti   del ventotto   maggio  vengono catturati   due  fratelli,   Giovanbattista    e Giacinto   Capoccetta,   abitanti  presso la località  Cantinella.   Non  si sono mai conosciuti bene i motivi che indussero i tedeschi, ammesso che potessero esserci, a prendere i due fratelli. Nemmeno è stato possibile sapere il luogo ove furono portati  e la loro utilizzazione.  Si conosce solo che la loro morte è avvenuta nella mattina del giorno dopo ad un centinaio di metri .dalla loro casa. Due uccisioni inutili di cui è impossibile ricostruire la dinamica. Si sa solo che un ufficiale tedesco sparando in aria alcuni colpi intimi datori proibisce alla povera madre di piangere sui cadaveri dei due amatissimi figli.

Le drammatiche  ore dei marocchini
Per non incorrere in qualche errore è bene precisare in modo cronologico e più ordinato quanto va accadendo sul nostro territorio in queste ore drammatiche. Per tutta la giornata del 27 maggio la zona del  Castellone,   in contrada  Fiano,  è martellata   da un fuoco  di artiglieria  proveniente   dall'altra   parte  di Monte  Siserno. E una  zona dove vivono molti  sfollati,  per i quali  i danni  procurati da queste  ultime  fasi della guerra,  saranno  notevoli,  poiché  perderanno   quei  pochi  beni  materiali   che  ancora  rimangono   loro.
L'artiglieria   alleata  sta cercando  con tutti  i mezzi  a disposizione di aprire  un varco per le proprie  truppe   e di spezzare  ogni  tentativo  di  resistenza  tedesca.
Alle prime luci dell'alba del giorno 28,i marocchini,provenienti da Campo Lupino e da Monte Siserno, grazie all'azione di cannoneggiamento,  scendendo lungo Valle Vona possono entrare nel territorio di Ceccano senza trovare grande opposizione.
Scendono veloci dalla montagna, si muovono tra i sassi con una destrezza impressionante, quasi animalesca, hanno un impeto combattivo violento. Portano il fucile a spalla ma spesso preferiscono usare il coltello, molto più utile per mozzare teste ed orecchie o per arrecare altre orrende mutilazioni.  E’ fanteria proveniente dalla direttrice Vallecorsa, Amaseno, Villa S. Stefano che ha già attraversato gli Aurunci e gli Ausoni.E bene tener conto, inoltre, che Ceccano, non viene occupata dagli alleati da sud verso nord, come sarebbe logico pensare, ma, almeno per una parte del territorio,  in senso inverso.I marocchini, infatti, da nord vanno verso sud ed in direzione del centro urbano co ntrollando, così, tutta l'area pedemontana fino alla destra del Sacco.  Presso la Badia si installa il comando francese agli ordini del quale militano i marocchini. I canadesi ed i neo zelandesi occupano, ma solo il giorno dopo, tutta  la parte riguardante la sinistra del Sacco, autotrasportati  da sud verso nord. Sta per arrivare così il momento  tanto  atteso.
Fra la gente c'è commozione e trepidazione per l'arrivo ormai imminente  degli alleati; sembra essere arrivata finalmente la fine dei lunghi parimenti e la popolazione va loro incontro con gioia, manifestando fiducia e speranza. Ma queste in un batter d'occhio andranno  deluse, perché alle prepotenze  dei tedeschi, e ai bombardamenti,  si succedono le violenze dei marocchini. Come abbiamo già riportato, costoro avevano spezzato il fronte di Cassino nelle parti sud-ovest, occupando Ausonia ed Esperia, e si erano scontrati, selvaggiamente' con i tedeschi, incuranti delle perdite. Proprio per questo ruolo feroce quasi bestiale ma apportatore  di successi, avevano avuto carta bianca dal loro comando, nel senso che nei confronti di chiunque  potevano fare quanto  volevano.
Tutto per loro, è considerato preda di guerra. Nelle cinquanta ore successive ai combattimenti  entrano nelle case depredano e si impossessano di qualsiasi cosa; ma non è tutto:  la loro ferocia si concretizza in episodi presso di noi tristemente noti: violenze, stupri e sevizie. Questi episodi arrivano così imprevisti e improvvisi che nessun cittadino ha il tempo di unirsi agli altri per difendersi; tante donne pertanto sono costrette a subire atti di incredibile violenza. Va riconosciuto che in quelle ore così confuse e disperate un ruolo positivo e di grande orientamento  venne assicurato dall'arciprete, don Iginio Ceccanese, il quale si dimostrò prodigo di consigli e di sagge considerazioni verso tutti. Altrettanto significativa fu la funzione esercitata dal convento dei Padri Passionisti che in quelle drammatiche  ore divenne un punto di ricovero e di conforto per tante famiglie che si sarebbero senz'altro  trovate sprovviste di ogni difesa. Gli atti compiuti dai marocchini alimentarono la propaganda fascista e screditarono enormemente  il ruolo delle truppe  alleate, tante  attese per liberare i cittadini  dall' occupazione tedesca. Anzi, a verificare bene, non è azzardato ritenere che fra i nostri cittadini,  senza voler togliere niente a tutto  quello che di negativo ha rappresentato  la presenza tedesca in Italia,  non esiste molto risentimento o spirito antitedesco, anzi molto spesso è facile sentire ancora oggi più di qualche apprezzamento circa la serietà e la precisione dei nostri occupanti. I marocchini però finito il periodo della belligeranza dovevano attenersi  alle norme civili. Infatti nei pressi della Badia, quando quattro marocchini, nei giorni successivi provano a violentare delle donne,  vengono denunciati al comando francese che ne ordina la fucilazione, dopo aver fatto  loro scavare la fossa.
Fra tanto dolore e tanto sconforto c'è qualcuno che già ritorna in paese lasciando  le casupole  di campagna.  I volti che si vedono in giro denunciano i mesi  di  terrore  e crudeltà; i corpi  dimagrire spesso irriconoscibili, si perdono   dentro  gli indumenti.  Il giorno successivo, finalmente,   arrivano gli americani: si scopre, così, il pan bianco, che  viene  distribuito insieme al latte  ed  al cioccolato. I cittadini  affamaci si avvicinano alla lunga fila di macchine da guerra chiedono notizie,  fraternizzano.  Si ripetono   anche  a Ceccano  come  in altre  realtà  le scene  di festa  all'arrivo   delle  truppe   alleate.
E’ proprio  durante   uno  di questi  momenti   che capita  un fatto imprevisto   che  assume  il sapore  di una  tragica  beffa:  la guerra passata  da tre giorni  e gli americani  portano  da mangiare  ai picco li, quando  improvvisamente   arriva, sulla zona Castellone,  una cannonata. E una  sola e non  si saprà  mai  da dove  è partita:   il fatto è che il conseguente   spostamento   di aria,  scaraventa  lontano   una bambina  di quattro  anni,  Giacinta  Cicciarelli,  uccidendola   contro un  masso. Una morte doppiamente    orrenda,  considerato  il fatto  che ogni episodio  di  guerra  è ormai  finito. Si contano  i morti:  dal quel  tragico  3 novembre  fino  alla fin del mese di maggio  le vittime  civili risultano  essere centodue,   pii di quelle  militari  che alla fine  del conflitto  risulteranno   essere ottantotto i feriti  civili di guerra  sono molto  di più,  e ancora moltissimi sono in quei  giorni i ricoverati presso ospedali  di guerra alleati per essere curati,  ma conoscere  il loro numero  esatto  è ancora oggi molto   difficile. Coloro  che  ritornano   dallo  sfollamento,   non  sempre  trovano le loro  abitazioni   intatte. Il quadro  delle  zone  distrutte   in linea  generale  è questo: a ridosso del centro  storico gran parte  degli edifici  sono ridotti  ad un cumulo  di macerie,  danneggiate   le torri che svettavano  alte e superbe  sul Castello  dei conti  di Ceccano;  la zona  bassa del paese adiacente  alla Borgata  ed a piazza  Berardi,  è irriconoscibile  per le devastazioni   subite. Alle case completamente distrutte   vanno  aggiunte  poi quelle che sono state  lesionate,  in modo  più  o meno  grave e quindi   inagibili. E’ difficile  descrivere  lo stato  d'animo    di chi  trova  la propria: abitazione  in simili  condizioni. Chissà quanto dolore e quanta rabbia si prova a quella vista se si tiene conto che con molta probabilità erano stati necessari anni ed anni di duro lavoro, a volte anche all' estero, per tirare su quelle quattro  mura. Quelli che ritrovano le case ancora intatte, i meno sfortunati, dividono la loro gioia con tristi presentimenti  e trepidazioni,  sia per i parenti che da mesi non vedono, sia per l'incertezza del futuro. È un intreccio inestricabile di sentimenti contrapposti. Le famiglie, anche se proveranno a farlo, non riusciranno a stendere un bilancio definitivo di quanto  hanno perso, anche perché le perdite  morali non possono avere prezzo. Ceccano in questi giorni è diventato un caravanserraglio di razze, e di lingue. Su tutto  il territorio comunale si insediano austrialiani,  neozelandesi, canadesi, inglesi, marocchini e francesi, poi americani, brasiliani ed un corpo di spagnoli residenti negli USA.
Innumerevoli sono i problemi immediati, primo fra tutti quello di ripararsi sotto un tetto e quello di avere a disposizione almeno un paio di scarpe, ma fortunatamente, si va verso l'estate. Nei giorni e nei mesi successivi si vedrà molta gente indossare calzoni, camicie ed altri indumenti  militari. Alcuni cittadini cammineranno a piedi nudi, altri, certamente più fortunati,  si serviranno di copertoni di ruote  di macchine per farne delle suole.


Capitolo VIII
LA VITA  RICOMINCIA

La gente è provata, ma  non  esausta  da tante  sovraumane   sofferenze.  La speranza di un futuro  migliore  dà forza ed incoraggia­ mento. Fascismo e guerra  avevano  mostrato   brutture  e miserie; avevano  modificato  comportamenti  e cambiato gli  uomini.
In quelle  giornate  così convulse  si cerca di assicurare un ordine all'attività    amministrativa del  Comune. Il Comando di occupazione nomina il signor Taccheri Temistocle capo dell'Amministrazione. È una carica provvisoria, per fronteggiare l'emergenza, come si direbbe oggi. Saranno proprio due ufficiali alleati a cercarlo, là dove ancora vive da sfollato per chiedergli di riorganizzare gli uffici comunali.
Si aprono così le porte del Comune e qualche ufficio comincia a funzionare. Sin dai primi giorni gli operai della Romana elettricità, l'ente privato che allora curava l'erogazione dell'energia elettrica, lavorano alacremente per permettere un esercizio regolare. Un po' più complesso si presenta il problema idrico, perché sono andate distrutte  le pompe che portano l'acqua dalla cabina di sollevamento di via Morolense fino al serbatoio centrale. Dopo qualche giorno questo importante problema verrà risolto perché esse verranno istallate dai soldati americani, mentre gli operai del Comune assicureranno il flusso e la potabilità dell'acqua. La presenza degli americani fa sviluppare un fenomeno: alcuni, tra i più anziani ritornati  anni prima dall' emigrazione negli Stati Uniti reagivano come se l'Italia  si apprestasse a diventare il quarantanovesimo  stato americano. Sono pochi però, la maggioranza ora guarda al futuro  diversamente.
I ceccanesi per sentirsi più sicuri e garantiti hanno bisogno di un capo della comunità che non abbia niente a che fare con il pas
sato; un   uomo   non    macchiato    da   compromessi, né   infangato dai profitti  realizzati  durante  il   periodo di occupazione tedesca.

Vincenzo   Bovieri
Quest
'uomo non bisogna  inventarlo, perché è  già  vivo e attivo  nella  realtà  cittadina: si chiama Vincenzo Bovieri.
Ben conosciuto all 'epoca, viene designato a fare il sindaco dal Comitato Provinciale di Liberazione. Nel momento in cui si  accinge a rivestire la massima carica  cittadina, «Sor Cencio» ha trentasette anni. A quell'epoca è da tutti ritenuto, a ragione, comunista; ha un passato  limpido ma, per i ben pensanti, tempestoso. Nipote di Monsignor Giuseppe  Bovieri, Vescovo di Montefiascone,  figlio  dell'ingegnere Francesco e di Nicolina  Mancini, sorella del famoso Camillo, più volte    deputato liberale, Bovieri  ha studiato nel collegio  «Nazareno»,  da   cui   però   era  stato    espulso   per indisciplina. Sul  suo   conto, per   più di tredici anni c'era stata una  fitta corrispondenza  fra la locale   caserma  dei  Carabinieri, la   Prefettura  di Frosinone,  il   Fascio locale ed  il   Ministero    del'Interno. Sempre coinvolto in attività politiche  durante il  periodo fascist aveva subito una  lunga serie di diffide e di  perquisizioni  domiciliari  ed un arresto a  Milano  nel    1931. La sua vita  privata e perfino i   suoi amori  erano stati  sottoposti ad  un  invadente controllo  ed  alla stretta sorveglianza  fascista. Era   stato sottoposto al   giudizio del  Tribunale Speciale   ma  di questa   vicenda  parleremo tra poco più  estesamente. Durante il  periodo  bellico  aveva  lavorato  presso  l'impresa edi le   «Giovannettin  Anagni.
Bovieri, quando ebbe  inizio lo sfollamento, venne ospitato dai Padri  Passionisti  presso  la  Badia  poiché la  sua  famiglia, due  secoli prima,  era stata  altrettanto    generosa   verso  San  Paolo  della Croce, fondatore dell'Ordine allorquando venne  a  Ceccano  a   rilevare  il convento. Durante l'inverno del  1943, i  tedeschi,  sicuramente  sollecitati da   qualche soffiata, irruppero  nel   chiostro  prendendo Bovieri  ed altre  persone ivi  alloggiate. Tutti  vennero trasportati a  Castrocielo a   costruire trincee e  piazzuole  antiaeree.
Trovatosi  in libertà  per circostanze  molto fortunose  «sor Cencio», una volta ritornato a  Ceccano,  sapendo  di   essere ricercato dai tedeschi,  nelle  ultime  settimane   precedenti il   passaggio del   fronte era costretto  a cambiare  rifugio ogni notte  passando  da   una   ca
panna  ad  un'altra nelle  campagne di Colle  Alto e Fiano.

Bovieri  ed  il Tribunale  Speciale.
Se andiamo a  vedere  i   motivi che portatono  Bovieri  nel  carcere fascista nel  gennaio del 1931, ci  accorgeremo di  trovarci  di  fronte ad  un giallo  che  solo dopo    molti  anni,  si definì  in  tutti i particolari, tanto da poter dire che si   trattò di  una  chiara   macchinazione politica. I fatti  si svolsero in  questa maniera:  nel  1931, alla  vigilia  del matrimonio  del  principe Umberto di Savoia, scatta in tutta Italia ed  anche  a  Ceccano  la cosiddetta     prevenzione fascista. In seguito  a ciò vengono arrestate tutte quelle  persone  che  a discrezione  delle  autorità  locali  di polizia,  potrebbero portare disordine. A Ceccano nell'elenco ci sono: Toto Bragaglia,  Mattia  Staccone,  Liburdi  Giovanni  Battista, Mattone Marcantonio, pertanto vengono arrestati e reclusi nel carcere mandamentale di  Ceccano, poiché  ritenuti  sovversivi. Bovieri,  legato  d'amicizia  con   Mattia  Staccone, al quale aveva battezzato il  figlio   Nicola,  insieme con Gigino  Mastrantoni, organizza  una  raccolta di  fondi  per  le famiglie degli arrestati. I due con molta pazienza  toccano  amici  «sovversivi», e  riescono  a raccogliere centocinquanta   lire. Stranamente in   questa discreta  somma  sono  comprese  50 lire versate dalla  moglie  dell'Onorevole fascista, Michele Tanzini.
La mattina  del  7  gennaio  sulla   porta  della  bottega  di  Leonardo Bucciarelli,  in Via  S. Giovanni  viene trovato affisso un foglio di  quaderno,  con  su  scritto  a   mano    «aiutiamo gli incarcerati  politici»  accompagnato  dal simbolo di falce e  martello. Vengono arrestati   Bovieri,  Gigino Mastrantoni  e Malizia  Domenico,  un  giovane  falegname, e  posti  a   disposizione del Tribunale  Speciale. I primi due perché, secondo i Carabinieri, «ideatori  e   autori del   manifesto   sovversivo»,  il terzo, invece, perché «incaricato dell'affissione  del medesimo». I tre, anche in tempi successivi, quando sarebbe stato utile per loro dire il contrario,  hanno  sempre  negato ogni fatto.
Vale   la   pena   vedere   anche   perché   viene   arrestato   Malizia , il quale non solo non  aveva niente a che fare  con la sottoscrizione,   ma non si   interessava   affatto   di   politica. La  sera prima  dell'affissione, infatti,  in  piazza Castello  c'era un  circo  equestre che teneva spettacolo. Bovieri, avendo già  un  biglietto  per  l'ingresso  ma preferendo rimanere  a  dialogare nel locale del Dopolavoro, ove è oggi la trattoria  «Le   Rose», lo regala al   giovane   Malizia. Insomma, secondo i  Carabinieri,  il   biglietto dell'ingresso  al  circo costruisce  il  prezzo che Bovieri  ha  pagato per l'affissione del foglio. Il   27   gennaio   tutti   e   tre   vengono   prosciolti   dal   Tribunale   Speciale   grazie   anche   ad   una   raccomandazione    del   federale   Filippo Berardi.
Solo molti anni più tardi si  venne a  sapere  che   si   era   trattato di  una   vera   e   propria   macchinazione allorquando il   litigio  fra alcuni fascisti aveva rilevato in un   capetto locale l'ideatore e in due temuti  squadristi gli  esecutori di tutta  la  squallida  operazione.
Aiuta ancor meglio a  capire la condizione in cui   visse   Bovieri in quegli  anni ed  anche  come  venivano  considerate alcune persone  ritenute  sovversiv e,  una   lettera   inviata dal segretario del   fascio ceccanese al segretario federale, il  31 ottobre 1939.

«Faccio      presente    che   un   gruppo    di persone     non   iscritte   al   P.N.F. fa continuo   recapito    nel   caffè   Roma    in   Piazza    Vittorio    Emanuele di   Ceccano   dove   spesso   è   in   continuo     contatto    con   i   sovversivi   Bovieri   Vincenzo    e avv.   Ambrosi     Giuseppe,   per    entrambi    i   quali   esistono    le   pratiche     di   sovversivi   secondo    quanto    mi    ha   dichiarato    il Maresciallo    dei    CC.R R.    di    Ceccano.
I   nomi    degli   altri compagni    abituali   dei   suddetti    sono   i   seguenti: Mastrantoni  Gino, Carlini   Sergio, Bevilacqua Giovanni,    (1)   Diana   Giovanni   soprannominato  Cinquanta,   De   Nardis Luigi (barbiere ).
Mentre   ho   diffidato   i fascisti   che   frequentavano    il   caffè   ad   avvicinarsi   ai   suddetti, ho   chiamato   alla   Casa  de l  fascio il   Bovieri   Vincenzo   ed   il  Mastrantoni  Gino,  che   stanno   sempre   uniti diffidandoli che   non   avrei   tollerato   che   si   intrattenesser o  facendo   crocchio,   anche   con   gli   altri suddett i,   nel   caffè   essendo   essi   dei   sovversiv i.
Faccio  notare   che a tale   mia   specifica   asserzione   (cioè   che   è   un sovversivo)   il   Bovieri   non   ha   fatto    alcuna   obiezione.
Il   Bovieri   è   stato   ammonito    e   sorvegliato  politico   fino    al  5   luglio   u.s.
Da   quel l'epoca  ha   ripreso   a   circolare  facendo    comunella   con l'Avv.   Ambrosi   ex   ammonito   politico   anche   lui, e   con   gli  altri    suddett i,  passeggiando   mattina   e   sera  per   Ceccan o  spesso   in   comitiva e  intrattenendosi   per   ore   nel   caffè   suddetto   giocando   e   chiacchierando   non   sempre   ad   alta   voce.
Tutto   ciò   inasprisce   l'animo    dei fascisti   di  Ceccano  per   cui   ho creduto   opportuno    riferirti   quanto   sopra   ho   esposto.

Il   Segretario   del   Fascio
F.to  D'Alessan dro

Bovieri,  dunque,  non è   un trasformista   dell'ultima  ora ma   un comunista  convinto. Come vedremo, egli sarà sindaco fino al  marzo  del  194 6 quando verrà sostituito  da  un  commissario  prefettizio. Con le elezioni  comunali  del 1952  tornerà  a fare il  sindaco fino al  1956. Infine, dal 1961 al 1962,  per  la  terza  volta, tornerà a reggere la massima carica della   città.
«Sor Cencio»  ininterrottamente sarà   consigliere   comunale   dal 1952 al 1975, nel l'ottobre di quell'anno morirà  dopo  aver speso la  sua  vita  per   lo   sviluppo   del   suo   paese.
Finora  è stato impossibile ricostruire  il  giorno  esatto  in  cui  Taccheri   venne nominato commissario  straordinario da  parte delle truppe  di occupazione,  così  come non   si   conosce   la   data   esatta   della nomina di   Bovieri  a sindaco.
La  prima delibera ufficiale è  quella del 12 luglio,  giorno in cui riprendono gli atti deliberativi,  dopo  l'interruzione dei  mesi precedenti;  da questo Bovieri   risulta  ufficialmente sindaco diCeccano; egli  per  la  redazione  è  assistito   dal segretario Raffaele   Collepardi,  un eccellente funzionario che terminò  la   sua  carriera   nel Comune  di Colleferro.
Attraverso una delibera  del l'8    settembre, è  possibile  ritenere in   modo molto attendibile che Bovieri doveva essere  Sindaco sin dal 19  giugno, perché   gli   vengono liquidate milleseicentotrentadue lire  quale  rimborso spese per essersi  recato fuori residenza il 19, il 21 giugno e per altre quindici  volte,  tutte  ben   esplicitate.
Si tratta probabilmente di viaggi fatti in  veste ufficiale,  con l'autobianchi di Peppino Mastrantoni per recarsi a Fiuggi,  ove  provvisoriamente,  dopo  i bombardamenti   dell'autunno; si  era  stabilita la  Prefettura.
La  vita  ricomincia,ma per Bovieri le questioni  che deve affrontare sin dal primo momento non  sono né facili,  né   tranquille.
Il  primo problema  che  ha  di  fronte,  oltre a quello alimentare, riguarda   i   provvedimenti  da   prendere,  nei confronti   degli  squadristi,  dei   collaborazionisti  e  dei   più  autorevoli  fascisti  specie  quelli che  lavorano nell'interno  degli uffici comunali, per rendere giustizia a  tanti  cittadini  per gli atti  arbitrari ed  i toni  subiti.

L'invasion
e del    Comune
Trascorrono solo alcuni  giorni  ed i primi  nodi vengono  al   pettine. Un partigiano,  padre di  sette  figli,  va a chiedereaiuto all'Amministrazione comunale, perché la   sua famiglia vive nell' indigenza. Costui parla con il  Segretario Comunale, Giovanni   Cavallaro, il quale sia  nel linguaggio che nel gesto era rimasto  legato al vecchio ordine. Molto seccamente alle  richieste  legittime di quel  padre risponde «puoi sempre mangiare i  tuoi figli ».
E impossibile accertare quanto questa risposta sia vera o falsa, ma in questi  termini è riportata e diffusa  fra i cittadini. Per questa frase fra  la  gente serpeggia incredulità, sgomento ed una   generale riprovazione. Si discute animatamente, si critica,  ma  qualsiasi  discussione e  ogni  pur minima considerazione va a finire  sempre su  un  argomento di   grande attualità: negli  uffici   comunali comandano ancora i fascisti, ecco perché le cose  vanno  male; c'è  ancora prevaricazione  e cinismo.
La  miscela, dunque, è  già   pronta per scoppiare; il  fatto, appena  riportato, è  il  detonatore  che procura l'esplosione. L'avvocato  Ambrosi,  abbiamo  già  anticipato, è la persona  che più di tutti  si  fa  interprete di  questi   sentimenti  di  sdegno  e di riprovazione; egli   molto chiaramente     assume   una   posizione   intransigente  verso  le   persone  legate al  passato. Non è  un caso,   dunque, se  dopo  aver  tenuto  una   riunione, la  mattina  del  primo  lugli o, alcuni  partigiani  escono  dall'abitazione dell' Ambrosi, situata in via   Porta  Abbasso,  per  dirigersi  verso il  Comune con evidenti intenzioni  bellicose. Costoro, entrati  nel l'edificio,  immediatamente si  dirigono nell'ufficio  del  Segretario  Comunale, il  quale  viene  aggredito  e colpito ripetutamente. Altri,   ugualmente  ben determinati, entrano  nei vari uffici, ove alcuni  impiegati  vengono insultati  e spintonati. Il  Sindaco Bovieri, sorpreso ed indignato per quanto  sta  accadendo, viene fatto allontanare con tutti  i  dipendenti  dal  Comune e  il palazzo stesso  viene  chiuso. Un partigiano,  Arduini,  con altri,  va a  Frosinone  per consegnare  al Governatore americano le chiavi  dell' edificio. Nel Comando  Militare, Arduini, che per  un  certo periodo ha lavorato negli  Stati Uniti, sentendo la   conversazione in lingua inglese, capisce   che per i patrioti non  solo  non ci  sarà  un  encomio ma,  al   contrario,  probabilmente ci  sarà  l'arresto. I partigiani ritornano a  Ceccano ed avvisano i   compagni  di quello che  sta per  accadere. Fra i patrioti immediatamente c'è consapevolezza che il resto non è stato compreso;  l'invasione  è stata  travisata ed  ha sortito effetti  controproducenti. C'è,  quindi, nel loro animo amarezza ed impotenza.      -
Quando nel  pomeriggio arriva  la polizia militare, fra   file di gente che  solidarizza, gli   arrestati, con un atteggiamentodi   grande  dignità  e fierezza, ben ordinati, da   piazza  Municipio  risalgono verso il Monumento e il   Castello, dove saranno   imprigionati.
Diciassette patrioti, tanti sono gli  arrestati, inaugurano così   la «stagione carceraria» del secondo dopoguerra.
In verità  non sarà un  carcere duro;  sarà,  invece,  molto  aperto, in  tutti i sensi  del  termine. Gran parte dei  locali erano  stati sventrati dalle  bombe e  colpiti dalle mitragliate  ed   erano privi i  finestre; e solo poche stanze erano provviste  di  porte. I patrioti nei   giorni successivi, grazie alle  condizioni in  cui versava l'edificio carcerario, avrebbero potuto fuggire facilment e, ma preferiscono non farlo, per  non  mettersi  contro il  nuovo ordine per  il  quale  avevano combattuto. Essi   avranno  parecchie  visite,  dovute  alla  generale  simpatia  che il   loro  gesto  aveva  generato  fra  la  popolazione. Qualcuno di loro, a  sera,   avrà la possibilità  anche di  uscire, girare per Piazza  Castello, fare  una  passeggiata  e  ritornare  regolarmente  dentro  la  cella. Arnbrosi,  anche egli fra  gli  imprigionati,  avendo a  disposizione  la sua macchina  da scrivere,  scrive  al   Governatore militare  per dichiarare  la  sua estraneità al   fatto, esprimendo   però  la sua comprensione per  un atto  da  lui  ritenuto  patriottico e coerente con una rigorosa  battaglia  antifascista. Dopo  un  processo,  tenuto dalla  giustizia militare presso  la  Pretura  di  Ceccano, tutti  verranno  scarcerati  il 24 luglio.
Dopo i  bombardamenti, i   marocchini, ora  c'è  disputa anche fra  gli  antifascisti
. L'atto compiuto,  dal   punto di vista  della legalità,  è  gravissimo. La divisione partitica ed un antagonismo personale  che  andrà sempre  più emergendo fra  Ambrosi e Bovieri, costituiranno una costante  della politica ceccanese   che caratterizzerà successivamente, anche in  modo pittoresco, lo scontro politico, tanti anni di distanza è  difficile riportare, capire e  dare un giudizio circostanziato a   tutte  le  vicende  legate  al l'epurazione, che comportavano  decisioni  sui  modi  e sulle  persone  da  colpire legate  a   una  particolare  discrezionalità  da  pane  di chi   l'attuava.
Abbiamo già  anticipato  che  Ambrosi  era  un  passionale,  portato a decisioni estreme; tutto questo  era vero, tuttavia Bovieri avrebbe  dovuto  affrontare la   questione  con  una  certa  determinazione  e   coerenza, mantenendo  comunque  una  certa  cautela.
Il   giorno decisivo arriva con  il  12  di  luglio, quando con il  primo atto deliberativo di Bovieri vengono  licenziati Bruni Romolo, Tiberia Salvatore, Bovieri Giuseppe   (fratello del Sindaco) Carlini Giuseppe, Palermo Armando e Reali   Americo.
La delibera verso gli squadristi  si  esprime  con  un linguaggio duro, nei confronti  di qualcuno di  questi sembra  addirittura tuonare come una maledizione. Non   dobbiamo dimenticare però che la guerra è ancora in corso  e  gli  animi  sono accesi. Molti  andavano  alla  ricerca  di  riparazioni  per i torti  subiti  durante il  ventennio, quindi erano attenti, vigili e pronti ad   intervenire  se  avvertivano  debolezze. Dopo 8 giorni  vengono  assunti dal Comune,  in sostituzione dei licenziati, Diana Nino, D'Annibale  Eugenio e Battista  Romolo con la chiara  intenzione di  inserire   persone  non coinvolte con il fascismo. Dopo queste  due deliberazioni, ne seguono  nei  mesi  successivi  altre  riguardanti nuovi  licenziamenti e  nuove  assunzioni. Il  fatto che  deve essere  ben  considerato e  sotto certi  aspetti  apprezzato  è che licenziamenti  e  sospensioni  vengono fatti da Bovieri con serietà  e  scrupolo, senza    favoreggiamenti  né  sconti. Ricostruire  dettagliatamente  i  vari  atti rischia  di  far  diventare  questo   scritto   molto noioso. È   opportuno  invece registrare che tutti i licenziamenti verranno trasformati in sospensioni, in attesa  del   giudizio  della Commissione Provinciale  per  l'epurazione.
Tutti  questi   tentativi   di   adeguare   la  burocrazia   alla   nascente democrazia  però  non  otterranno  nessun   risultato,  perché  in  un  arco  di  tempo  inferiore  ai  due  anni   tutti i sospesi  dovranno essere riassunti   per disposizioni  superiori. Sin dal primo momento è  chiaro che  questa  delicata  questione non è  di  facile  risoluzione,  perché  si  scontrono  due  posizioni, due modi diversi  di  portare avanti   una   battaglia   politica   decisiva. Da  una   parte c'è   una  posizione ispirata dall'Avvocato Ambrosi, la  quale non vorrebbe usare alcuna cautela  maspingere  per  una radicale  epurazione. In questa  battaglia   politica  non  va   trascurato  che Ambrosi   riversa tutta l'autorevolezza  del  suo  passato   di   antifascista e di  capo partigiano di cui abbiamo  già   parlato, facendo pesare l'importantissimo  incarico di  Presidente del  Comitato di Liberazione, conferitogli  proprio   all' inizio dell’estate.
Dall'altra  parte  c'è  la  posizione  interpretata  da   Bovieri,  molto prudente, tesa  prima  di  tutto a  far funzionare  gli  uffici  comunali, a  tener conto  dei  rapporti  di   forza,e   nello stesso tempo a frenare ogni animosità e ogni spirito di vendetta  personalizzato, che avrebbero sicuramente potuto  far insorgere  nuove  ingiustizie. Il  quadro  cittadino, dunque,   incomincia  ad  apparire  complesso   perché   emergono  posizioni  diverse. Si  deve senz'altro dare  una significativa sterzata.

Capitolo IX
LA RICOSTRUZIONE

Nelle   pagine   precedenti abbiamo   visto   quale   triste   eredità   il fascismo   avesse   lasciato   alla   democrazia   ancora   debole   e   priva   di Istituti   ben   definiti. È   un   quadro   generale   caratterizzato   da   miseria   e   desolazione, a   volte accompagnato   da   brutture   e   umiliazioni   su cui   ora   si   inserisce anche  il   germe   della   divisione   e   della   nascita   di   futuri   antagonismi.
Si parte insomma da   zero   in   tutti i   campi: sia   in   quello  economico   che   in   quello   politico;   la   risalita è   un'   impresa   ardua,   che   comunque    è   opportuno    seguire e   descrivere.

Dar da mangiare agli affamati

Gli   ultimi   giorni   del   mese   di   giugno   dimostrano   che   la   stagione   agricola   non   è   andata   male:   improvvisamente   sembra   che  anche  la  natura  abbia  deciso di  collaborare al  ritorno della  pace  e della  serenità. Le  spighe  di  grano   ondeggiano   al   vento   nei   campi   che   si   sono salvati   dai   bombardamenti   e   dai   segni   della   guerra,   rincuorando gli   animi   dei   contadini ma   suscitando   anche   i   desideri   di   chi   di quella abbondanza    e   di   quella   prosperità   non   può   usufruire,    se non   di   nascosto. Molti   cittadini,   spinti   dalla   fame oramai   di   vecchia   dat a,  e   non smorzata   dall'aiuto   offerto   dalle   truppe   alleate,   non   possono   fare a   meno   di   intrufolarsi   nei   campi   e   di   cogliere   le   spighe   mature, che    costituiscono     un    tesoro    per    le   famiglie. Di solito   queste   piccole   scorrerie   avvengono   di   notte,   di nascosto; le spighe  raccolte  vengono  portate a casa in un clima di eccitazione  ed    euforia    generale. Da  questo  momento   ogni  atto  diventa  quasi sacrale,  perché teso  a   non   disperdere   neanche   una   minima   parte   di   quella   ricch ezza dalla   quale   si   otterrà    il   prodotto    più   ambito: la   farina. Le donne, infaticabili   e   contente,   dopo   aver   setacciato   tritano i   chicchi di   grano   nel   vecchio   macina-caffè,   che   tutt'al più   negli ultimi    tempi,    ha   visto   solo   qualche   chicco   di   orzo. La   farina   così ottenuta   viene   utilizzata   per   qualcosa   che   era   sparita   dalla   mensa   di   tutt i:   una   pizza,  ugualmente    gustata   anche   se senza   olio   e   senza   lievito. La   possibilità   di   poter   utilizzare   questo   prodotto   per   piatti   quasi dimenticati   permette    di   cambiare   l'umore   e   di   rendere   la   vita  più rosea.
Non   bastano   però   né  le   spighe,  né  la farina,  né  la pizza   a   risolvere   la   difficile   situazione; c'è   l'urgente necessità di   gettare  le basi per  una graduale   ripresa   generale. Nei   locali  ove   è   oggi   il   Comando   dei   Vigili   Urbani,   si   organizza   dopo un po'  di   tempo, un   magazzino   UNRA. Si   tratta   di   aiuti   americani   da   distribuire   ai   bambini,   costit uiti prevalentemente   da   latte   in   polvere   e   farinella,   dati   gratuitamente   a   tutti. Queste   distribuzioni   garantiscono la   sopravvivenza  di tanti piccoli e l   miglioramento   fisico   di   tanti   altri che   avevano   sofferto   del 'inevitabile    denutrimento    apportato da   tanti  anni di guerra.
Per le   famiglie   più   bisognose   sarà   lo   stesso Bovieri a  consegnare il   buono per   l'acquisto   dello   zucchero. Sono provvedimenti   necessari,   giusti,   ma   che   risolvono solo temporaneamente il   problema    della   fame. Si tratta anche   di   favorire un’efficace   rete   commerciale   e   di ottenere i   dovuti   approvvigionamenti. I frequenti  viaggi   del   sindaco   a   Fiuggi, ove   si   incontra   con  il Prefetto,   hanno   quasi   sempre   come   oggetto   la   richiesta   di   farina ritenuta    indispensabile. Alcuni commercianti   stringono   delle  intese,   stabiliscono   degli accordi, per   approvvigionare la   farina    in  un  unico  magazzino  arrivando anche  a  costituire  un    Consorzio. Con   l'inizio   dell'autunno   la   natura   dà   i   suoi   prodotti favorendo  le   prime   vendite di   derrate    alimentari; ma la cosa drammaticamente vera  è  che  mancano   i   soldi    per    gli    acquisti. Già   nel   mese   di   luglio   riprende    l'attività   casearia di  Guido Vinci. Nello stesso periodo si eseguono dei   lavori presso il saponificio «Annunziata », un'industria   costruita nel 1929 di cui la guerra però aveva danneggiato    completamente    struttura    ed   impianti. I   proprietari  in   occasione dell' inizio dei   lavori di  ricostruzione, spostano  il capannone  già  esistente sulla riva sinistra del fiume Sacco,  verso la  stazione   ferroviaria. Per   tutto   il 1944 sarà impegnata   nell'attività   di  ricostruzione una   decina   di   persone   che  percepirà per ciò un salario giornaliero di duecentoottanta lire. A   novembre   quando   inizierà   la   produzione,   il sapone verrà   venduto   in   provincia   di   Frosinone   e   di   Roma   dove   arriverà   trasportato da   carretti   tirati   da   cavalli. In   questo   momento    il   sapone   è   un   genere   di   prima   necessità e   quindi    molto   richiesto,   inoltre   non   esistono   alt ri  saponifici   nel territorio   per   cui   lo   sviluppo   dell'attività    si   avvia   ad   essere   rapido ed   incontrastato. Nel   1945   le   persone   impegnate   a   lavorare   saranno   trentanove mentre   nel   1946 arriveranno   ad   essere    sessantatre   di   cui   dieci   donne. Negli   anni   che   vanno   dal   1944   al   1946   i   dipendenti    pubblici e   gli   operai   della   «Romana   elettricità»   e   dell’«Annunziata»   sono   le persone   che   con   continuità  percepiscono   un   salario   permettendo così   l'avvio   di   una   sicura   base   per   lo   sviluppo   commerciale   ed   artigianale. Merita,   inoltre,   di   essere   ricordato   che  la   moneta   in   circolazi o ne   non   è   quella   battuta   dal   Governo   del   Sud,  in   questo   momento guidato   da   Ivanoe   Bonomi,   ma   quella   delle   forze   di   occupazion e. Viene  chiamata   l'AM   lire   (Allied   Military).  La   scritta   è   in   inglese a   ricordare   a   noi   italia ni   da   che   parte   sta   l'autorità    e  la   forza.

Il contrabbando delle sigarette
La   città   non   si   arrende.   La   vita   pur con   grandi   disagi   e   anc
ora nella    caoticità,  tende     a   stabilizzarsi sempre  di  più.
Ogni   lavoro   però   è   precario, ma  meglio  il  precariato che  la  disoccupazione: ogni lavoro anche  il   più  faticoso   può    essere   sempre  il   trampolino  di lancio    per una occupazione   migliore. Tra le   attività   più originali   di   questo    periodo    merita    di   essere ricordata quella  del    contrabbando  di   sigarette. Non si  può  dire con   esattezza  quante  fossero  le persone    coinvolte,  comunque, dovette riguardare una discreta  fetta  di ceccanesi. Forse   però   è   eccessivo   parlare    di  contrabbando poiché,  almeno all' inizio, non era  tale. Infatti,  subito   dopo  il   passaggio   della guerra, epoca   in   cui   si avvia   l'attivi tà,  non   ci   fu   un'immediata   ripresa   produttiva   del   Monopolio  dei   tabacchi. L'amministrazione   statale,   insomma,   non è  in   grado,    per   ovvi motivi, di produrre sigarette, entre  esiste   una   forte  domanda di mercato, che viene    soddisfatta  dall'intraprendenza di   alcuni    cittadini,  i  quali si  organizzano e si   danno da fare  per  ottenere  anche  discreti  risultati  economic i. Che   cosa   fanno   in pratica?
Ovviamente per   fare   le   sigarette   bisogna   prima    di   tutto   aver il   tabacco.  C'è   allora chilo   va ad   acquistare   direttamente   nelle   zone   di   coltivazione,   a   Cori  o nel  Sorano. Poi  bisogna tagliarlo  e   pochi  hanno  la  tranciatrice;  quelli  che la  posseggono   traggono  profitto  anche  dall'affitto  del  piccolo  attrezzo; necessitano  inoltre  le   cartine    ed   i   pacchetti    che   è possibile acquistare    a   Isola   Liri,   dove   le   cartiere  hanno ripreso l'attività   produttiva.  In  un  secondo  momento ci  saranno   anche   quel li  che  avranno   a   disposizione  la  «macchinetta», un   aggeggio    che   permette  di preparare  e fabbricare con  precisione  ed  in    tempi  rapidissimi  le sigarette  e   uno  stampo  per la  confezione  del  pacchetto. Oggi   ci   scandalizziamo   per   le   sofisticazioni ritenendole    un fenomeno     della   nostra    epoc a,   ma   già   a   quel    tempo    esse   rientravano   nella    prassi   comune.   Ci   fu,  infatti, un    periodo in   cui   si   aveva  a   disposizione una   qualità    di   tabacco    troppo    forte,    nauseabondo. Allora   c'è   chi   prova   a   spezzare il   sapore  forte  aggiungendo  foglie  secche  di  castagno,  ma  è   una  delusione  perché   procura reclami   e  litigi  da  parte  di   chi   non  ne   apprezza il   sapore.  C'è   invece chi   riesce   a   spezzare   il   forte   sapore   con   foglie   secche   di broccoli che   riescono   veramente   ad   addolcire ed    aromatizzare.   Insomma il mercato   assorbe   queste   piccole   sofisticazioni   senza   respingerle. A tanti  anni  di   distanza   si   può   dire che l'attività  andava  bene perché   non   c'era   la   concorrenza   statale   e   perché si erano affermate discrete capacità   manageriali   nell'acquisto   della   materia   prima, nell'organizzazione   del  lavoro,  nell'utilizzo   di   una   mano   d'opera   sotto pagata   (oggi   diremo   a   regime   di   lavoro   nero), oltre   che   nella   scelta   del   mercato   di   sbocco che  era  non solo  quello  di  quartiere  o cittadino   ma  anche  quello  di   altri   paesi.
L'attività   rese   bene   per   tutto il   1945,  poi   andò   sempre   più   decrescendo   dal   1946   quando il   Monopolio  ricominciò  a produrre ed   a   fare   concorrenza  e   quando iniziò l'azione repressiva della Guardia di Finanza che sfociò  anche  in  qualche  arresto. Il   fenomeno,   anche   se   notevolmente   ridotto, durò   fino al   1950.

Si formano i partiti
La   prima   formazione   politica   a   muoversi   ed   a   vivacizzare   la   vita   politica   cittadina    è   quella   comunista. L'assalto   dei partigiani  al   Comune dà  un'accelerazione alla  costituzione della   sezione, perché esiste   la   necessità   di   creare   un'organizzazione   che   conti   e   determini    la  rinascita   del   paese. Trovare   un   locale   in   cui   operare   non   è   una   cosa   facile   se   si  considera   la   precarietà   e   la   scarsità   degli   alloggi.   Provvisoriamente   la sede   della   sezione   viene   stabi lita   presso   la   sartoria   di   Sergio   Carlini   nella   centralissima Piazza, da sempre  luogo  d'incontro  e  punto di  irradiazione  delle  ideologie  e   degli  orientamenti. A   luglio   è   già   avvi ato   il   tesseramento:   vengono   distribuite   delle tessere   provvisori e,  le   cosi dette  «tessere   bianche»,  che   non   hanno simboli. Esse   non   rappresentano allegorie o   emblemi   del   mondo del   lavoro,   così  come   siamo   stati   abituati   a   vedere  negli  anni   successivi.
Al  partito,  ovviamente   dopo   Bovieri,   si  iscrivono  alcuni   vecchi consiglieri   comunali   eletti   nel   1920 nella   lista  socialista,   tutte   persone   stimate  e  non   coinvolte  negativamente  durante  il   periodo  fascista.  Tra   questi  sono Mattia Staccone, sarto,  già   conosciuto   dai nostri   lettori, Lorenzo Masi, portalettere,   Pietro Gizzi,   fabbro,   vecchio   antifascista   al   quale   gli   squadristi   diedero   fastidio  la   notte   del suo   primo   giorno   di   nozze,   Pietro   Catozi,  commerciante.
La   gran   parte   degli   iscritti  è   costituito   da  ex   dipendenti    della BPD   di   Bosco  Faito.  Inoltre   c'è   una   buona   adesione anche   di   elettricisti   d i pendenti   della   «Romana   Elettricità»   per  via   della  azione di   proselitismo   immediatamente    avviata da   Bicetto   Canestrelli   e Vincenzo   Spagnoli.
Con   l'inverno   si   costituirà   anche  la   cellula   «Maiura » per   opera di   Angelo   Campagnoni   ed   essa  rappresenterà   nelle   campagne   l'unica   presenza   comunista   fino   all'a utunno  del  1946. Questa,   nell'estate  del  1945,  dando  un'interpretazione  estensiva   dei  decreti Gullo  in  materia  di  mezzadria   attua   la   ripartizione dei prodotti  agricoli  in  misura  dei  tre  quinti  nei  confronti  del  proprietario  terriero Berardi; il che costituì un fatto clamoros ,isolato e  non più   ripetuto. Anche se è  un  fenomeno   solo   cittadino,   il tesseramento   incontra adesioni   soprattutto   se   si   tiene   conto   che   il   PCI   è  un   part ito   nuovo  che   non   ha   legami   con   il   passato   politico   ceccanese. Ci   sono situazioni   internazionali  e  nazionali  che  sono  molto persuasive e  fatti  che conquistano  tutte   quelle persone che   veramente  vogliono   un   profondo    cambiamento. Non va dimenticato  che  nell'epoca  di  cui   stiamo   parlando  è fortemente  sentito, anzi  si  sta affermando, quello che sarà  il  mito di Stalin  e dell'Unione Sovietica.  Quelle   che   erano state  le invincibili e temute   armate   tedesche   ora   arretrano   su   tutti   i   fronti,   dopo la rovinosa   sconfitta   di  Stalingrado. L'esito  negativo   di questa   battaglia, per  i  mezzi,  gli  uomini impiegati  e  le  vite  pere, aveva dato  un nuovo e  diverso corso alla guerra. Nazionalmente  i comunisti   rivestono  un   grosso   ruolo   politico   poiché   hanno   il   numero   più   elevato   di   partigiani   combattenti. Oltre  a   ciò contavano   presso   l'opinione  pubblica  a   favore del PCI  anche  vicende  e  situazioni  molto  più  vicine  a  noi. I   comunisti   partecipano, per l'unica volta nella  storia   italiana, al   Governo   nazionale guidato da   Bonomi Ivanoe; hanno Carassi, Presidente dell'   Amministrazione   Provinciale,  Marzi   Sindaco   di   Frosinone    e   Bovieri,  Sindaco di Ceccano. Subito dopo,  in agosto, anche  la   DC   si   dà   un'organizzazione. La   sede   viene   fissata    in   Piazza.   La   DC    al   contrario   del   partito  comunista,  non  è   un  partito  nuovo; essa  si   collega    al la   tradizione del    partito     popolare   che   già  nel  1920  aveva  avuto  una  presenza nel  Consiglio  Comunale di   Ceccano. Si   riallacciano   così  vecchi   legami,   si   ritessono   rapporti   int errotti   con   le  varie   categorie   sociali,   e  si ritorna   ad   operare    anche   nelle contrade. Ma   così  come era   già   stato    nel   primo    dopoguerra     le   maggiori adesioni    si   riscontrano     tra   gli   abitanti   del  centro    urbano.  Vi  sono intere   famiglie  che   si ricollegano   imme diatamente   a   quella che   era stata   la   tradizione  del   partito   popolare,  così  come   avevano   fatto precedente mente i   loro  parenti  più  politicizzati. Questo   fenomeno,  ad   esempio,   in   particolare   riguarda   le   famiglie   Trotta"  Bonanome,  Stella,  De Sanctis . Fra gli animatori   della   costruzione della   Sezione  DC  vale  la   pena   ricordare   Antonio  De   Sanctis,  già   consigliere comunale  nel 1920. Inoltre fra  i  più  attivi   in questo periodo c'è  Enofilo Mancini,  figlio del deputato liberale  Camillo,  Andrea Del Brocco, arrestato per  una settimana  nel 1931  a  Roma  perché  Presidente dell' Azione  Cattolica di S.  Paolo fuori  le   mura   e  scarcerato  per  l'intervento   del   Questore  di   Roma,   Francesco    Peruzzi, nativo  di Ceccano.
In questo   periodo   si   sta   affermando   Temistocle Taccher i, esattore-tesoriere  del  Comune.  Costui, che nel  1957 della  DC diventerà  segretario   provinciale,  sarà   la   persona  più influente  fino al 1960. La  prima assemblea  della  Sezione si  tiene  il 27 agosto ed  in questa occasi one  verrà   nominato    un   Comitato  Direttivo   (1).
(1)   Vengono  eletti:  Mancini   Enofilo,  Picchi  Domenico,   De   Sanctis  Antonio,   Taccheri Temistocle,  Del  Brocco  Andrea,  Di   Vico   Antonio,   Bonanome   Filippo,  Quattrini   Camill o,  Trotta  Leonardo,  Pallagrosi  Paolo,  Caracci  Mario,  Colapietro  Pietro,  Dioletti  Alfredo,  Palmie ri   Quirino,   Stella   Francesco,   Masi  Pietro,  Ciotoli   Luigi,  Di  Pofi  Nicola, Guerruci    Guerino,   Angelini  Antonio,
Sempre   nello   stesso   periodo   si   costituisce   anche la   sezione   socialist a,  o   meglio   la   sezione   del   Partito    Socialista   di   Unità    Proletaria   (PSIUP); così    si   chiamava    il   partito   di   Nenni    fino  alla   scissione prodotta da    Saragat    nel    gennaio     1947.
Nella   sezione   socialista   la   persona   che   più   si  fa   sentire  è  l'avv. Ambrosi.  Di   penna  e  di   parola facile  è  quello   che   in   questo   periodo   più   di   tutti esercita   un'influenza   notevole    nella    vita    politica cittadina. Ma dietro  all'avv.  Ambrosi  ci  sono altre   persone   ugualmente attive,   ben   conosciute  e  legate  con  i  cittadini, pronte  ad  emergere e  ad  affermarsi; basta  pensare    a   Domenico   Angeletti,   dipendente dell'ospizio S.   Maria   della    Pietà,   manganellato nel 1922   da   una spedizione    punitiva    fascista;   Mario   Tiberia,    Amedeo Gizzi   che   nel primo    dopo    guerra    aveva   militato  nel   partito  repubblicano  e  che nel  1966  verrà  premiato  con una  medaglia  d'oro  per  fedeltà  al   Partito;   Antonio   Micheli, falegname.
Più  in   generale  si   può  dire   che  questo   partito  si   raccoglie  attorno  a  dei  capo contrada,   nelle  campagne   di  Ceccano.   I   dirigenti del   centro    cittadino   lavorano   per   ricostruire   un   tessuto    connettivo attorno     a   vecchi   militanti,   promotori   delle   lotte   contadine   negli anni    precedenti   e   successivi   alla    prima    guerra    mondiale.
E’ il partito che  più  di  tutti  ha  un radicamento  nella  realtà  cittadin a,   perché    ha   un   passato    del   quale    si   può    dire   che   complessivamente     è   stato    esemplare, perché  ha permesso  la  crescita civile dei  cittadini, l'affermazione  di   diritti   sempre   calpestati   ed   in   quanto ha   prospettato    una    speranza  per  un  avvenire  diverso  e   migliore.
E’   il   caso   di   ricordare   che   l'amministrazione    socialista   che   conquistò   il   Comune   nel   1920   fu   sciolta   solo   dopo   la   marcia   su   Roma,   quando   già il   fascismo   si   era   imposto   con   la   violenza   in   Italia. Non   erano   bastate,   infatti,   le   spedizioni   punitive   delle   squadracce nere   provenienti   da   Roma nel   1921   e   nel   1922   per   piegare   i   rossi, sarà necessario   un   decreto   del   re,   il1   febbraio    1923   per   far   insediare   al   Comune   il   Commissario   Prefettizio,   Turriziani   Colonna.
Il   fascismo,   durante   il   ventennio,   ottenne   più   di   qualche   convinta   adesione   tra   i   cittadini   del   centro   urbano,  anche   se   da   parte di   alcuni   artigian i,  rimase   sempre   vivo   uno   spirito   anarchico   e   socialisteggiante. Fu   totale    e   convinta,     invece,    l'adesione     al   fascismo  dei   dipendenti    pubblici,     dei   dirigenti    privati    e   degli  insegnanti. Questi    ultimi    infatti    si prodigarono     con   tutte    le   loro   forze  a   proporre    una storia  ed   una    educazione     finalizzata     alla   formazione     di   un  uomo pronto     ad   ubbidire     alla   gerarchia    ed  a   combattere     per    creare    un nuovo   impero    in   conformità    con   la   riforma   scolastica   voluta   da   Giovanni    Gentile.
Le   idee e le organizzazioni   fasciste   invece   non   penetrarono   mai nelle   campagne. Il   mondo   contadino,   isolato   e   circoscritto, perché   decapitato   dai   propri   collegamenti politici,   anche per  le  proibitive  comunicazioni  in    cui  versava  la  viabilità  rurale,     seguitò a vivere in  una  propria    dimensione  e   nel  ricordo  di  quella   che  era stata  l'esaltante stagione  del socialismo.  Il   fascismo,  occupando  il potere   attraverso   la   violenza, aveva   smorzato  la  fiammata   socialista,   pertanto   il   fuoco   rosso   non   divampò   nel   ventennio   nelle   piazze,   esso   è   stato   ridotto, minimizzato,   tanto      che   sembrava scomparso.  Ora   però
,  che   il   vento   della   nascente    democrazia     solleva   cenere,    vengono    allo   scoperto    i   tizzoni    nuovamente     pronti    ad ardere    ed  a  divampare.
Sui   socialisti   pesavano   anche due   responsabilità   e   su   questo   era insidiosa   e   latente   la   polemica.   dei   comunisti:     non    essere   stati    capaci    di  assicurare    uno    sbocco   rivoluzionario nel    1920,    quando    il movimento   era   forte   e   tumultuoso    e   non   aver   saputo   organizzare una   risposta   dura   e   conseguente   allo   squadrismo,   lasciando   i   propri   militanti    isolati   ed   indifesi, sottoposti   a   continue   aggressioni. C'è   l'eventualità   quindi   che   alla   rigogliosa  sorgente   delle   grandi lotte   contadine   e   popolari   del   primo   dopoguerra   e   dell' antifascismo   non   attingano   solo   i   socialisti   ma   vadano   ad   abbeverarsi   anche   i   comunisti. Nei   mesi  e  negli   anni  successiv i  in   particolar   modo,  l'attività dei partiti  coinvolge  sempre  più   ampi  strati   della   popolazione;   essa   non   è   un   fatto   di   vertice,   non   riguarda   solo   poche   persone: è un  fenomeno che  ha   una   coralità di   partecipazione   e   di   adesione convinta. Dopo   vent'anni  di silenzio e  di   prevaricazioni   subite   (di partito unico) si   scopre   il   gusto   della   politica.                                .
I partiti erano  tutti  rappresentati  nel Comitato  di Liberazione ove vengono dati   indirizzi  di   ordine  genera le, quali l'indicazione degli amministratori e  le grandi questioni riguardanti la vitadella comunità   ceccanese,   come    vedremo  meglio    successivamente. Non   è   un   lavoro   facile,  è   invece   molto   difficile  perché   si scontrano    idee,   posizioni    ed  interessi    diversi.    E necessario   mediare,   allentare  le   pressioni   contrapposte,   avere senso   politico. Sì   senso politico,   cosa   alla   quale  i   cittadini   non  erano    stati    abituati. Nel Comitato,   comunque   si   lavora   proficuamente;  la   nuova  classe   dirigente   fa   il   suo   apprendistato     con   un  ceno   grado   di   responsabilità. C'è    anche  da   dire   che i   partiti  hanno  specificità    diverse,  ogni partito  reca  nel   vivo   della  sua   iniziativa  caratteristi che  sue   proprie, connaturate  alla  sua  storia ed   ai  legami che   aveva   stretto e   che  voleva stringere con la   realtà    ceccanese. Tutti    comunque      si   fanno   portatori    di    idee    di    cambiament o, sostenitori  degli    ideali    di  giustizia  e   di  democrazia. E questo quello    che   unisce;  la   speranza    di   un    futuro    diverso, senza   guerre,  senza   prepotenze,     capace  di   garant ire     a   tutti    i   citt a dini    rispetto     e   uguaglianza. Al  nord,    sulla   linea   gotica,    si combatte    contro    i   ted eschi;    nelle zone    libe rate    tutti    i   partiti    sono    presenti     nel    governo   con    quella che    oggi   si   direbbe     pari    dignità.
Allora   non    esiste vano    le   TV   private,   non  si face vano    spot  a   pagamento     perché    il   collegamento     partito-popolo    era   immediato e  diretto.   Le   idee,  le   proposte,  ed   i   program mi    venivano    fatti    conoscere    attraverso   comizi    che   vedevano    la  presenza    di   un   numero di    persone   oggi    ini mmaginabile.
L'attività  delle    sezioni    era   quotidiana     perché    esse   erano    sempre    aperte   ed   affollate;     mentre    sui  muri    ancora  diroccati    si   incominciavano    ad   affiggere   i   primi    manifest i.   Con  il   passare   del tempo in   piazza   sorgeranno   veri   gruppi   differenzia ti,    a   seconda   dell'appartenenza   ai   partiti,    che   caratterizzeranno   con  le  loro reciproche invettive   le   domeniche   e   le   altre   festività. Solo   dopo   moltissimi   anni   appariranno    i  «galoppini»,  mercenari   della   politica,  ora   molto  in   voga   ed   al  soldo   del  migliore   offerente;  nel l'epoca   di  cui   stiamo   parlando  la   polit ica   era   totali zzante, ed   assorbiva   completamente    il militante:  prima   che  un   impegno era  una   fede.
«I partiti  sono la   democrazia   ch
e  si   organizza»,  essi  alimentano un   modo  nuovo    i   pensare    che   permetterà     di   creare   le   basi   di massa   alla   democrazia     italiana    e   la   renderà    immune     dai  vari   tentativi    autoritari     che    si   susseguiranno.

L'attività dell'amministrazione   comunale

Alle condizioni di  precarietà   dei  giorni    successivi   alla   Liberazione   sempre    più   si susseguono    momenti     favorevoli    a   porre   le basi per una  situazione  regolare. C'è  innanzitutto   una    fruttuosa  dialettica    nel  Comitato     di   Liberazione    Comunale     ove vengono    affrontate    e   prese   decisioni  fondamentali, pur in  un contesto dominato   da     ingenuità ed estremismi, oltre  che  da  interessi    contrapposti. Credo  però    sia   utilissimo    soffermarci  un  attimo   per   descrivere il   ruolo    ed    il   significato     dei   Com itati   di    Liberazione. Essi   erano    il   punto     di   incontro    dei    partiti     antifascist i, sia   prima  quando si   trovavano  all' opposizione e   nella    clandestinità, sia successivamente    quando   partecipano     direttamente al   secondo governo Badogli o,   attraverso la mediazione di   Benedetto  Croce   e   Palmiro  Togliatti. I  Comitati    mettono   a   disposizione    i   propri    uomini    e   le   proprie formazioni     partigiane     per   fronteggiare     e   battere    il   nazifascismo    e lasciando    al   popolo    italiano,     dopo    la   vittori a,   la   possibilità    di   scegliere    fra    la   Repubblica     o   la   Monarchia. Va   ri cordato,   infin e,   che   con   la   liberazione     di   Roma   il   sovrano Vittorio    Emanuele    III   non  ha   abdicato,    ma   ha   lasciato   le   sue   funzioni   nelle   mani   del   figlio   Umbert o, creando  così   la   Luogotenenza.
I   ministri giurano    fedeltà alla   nazione e   non   al   sovrano,  perché   il   potere   deriva dal   Comitato   di   Liberazione. Così   come   a   livello   nazionale   designa   i ministri,   a   livello   locale   designa   gli amministratori,   mentre   tocca    ai   prefetti     la   nomina     ufficiale. Il   Comitato   di   Liberazione  però  non  è   previsto    dal l'ordinamento statale,     non    è   un    Istituto     è   solo   un'autorità   politica    e   morale   in un   «limbo»  istituzionale. Il   principio    che   regola   i   Comitati     di   Liberazione    a   tutti   i  livelli è   la   pariteticità     e   l'unanimità; essi   prefigurano   una    riorganizzazione   dal   basso   dello   Stato,   poiché   l'obiettivo     da   realizzare  è quello di essere essi stessi un centro  fondamentale    di formazione   e di aggregazione   di  una  nuova  classe dirigente.
Nell'ambito di queste competenze, il Comitato, dopo giorni di discussione, designa Mario Tiberia  (socialista),  Trotta  Leonardo (democristiano)   Viola Pietro  e Liburdi  Pietro  (comunisti) alla carica di assessori. Tra questi inoltre, a Tiberia viene  assegnata  la delega  di vice sindaco.  Tutti  partecipano    alla seduta   della  Giunta   del  25 novembre 1944, che rappresenta   un fatto  nuovo  nella  vita del nostro  paese, perché  dalla caduta  della Giunta  socialista,  nel  1923, Ceccano era stata  diretta  sempre  da una  sola persona.  Insomma ci troviamo di fronte  ad una nuova  tappa  nella  ricostruzione   dell'ordine    democratico.                                                                                      
A questa data gli uffici sono in piena attività, tutti i servizi fondamenta li vengono  assicurati.   Per gli appassionati di statistiche dirò, inoltre,  che i dipendenti    che a questa  data  risultano  in servizio,  sono  cinquantanove.  Qualche  periodo  dopo,  la Giunta   in carica,  dimostrando   una certa preveggenza   rispetto  a quella  che dimostreranno    gli amministratori  degli anni successivi, conferisce  incarico per la redazione del Piano Regolatore  all'ingegnere   Rodolfo Vinciguerra  ed al Prof. Zocca Mario,  docente  di Urbanistica   presso l'Università   di Roma, perché  c'è  intenzione    di  procedere   nella  ricostruzione   del  paese in  modo  organico  ed  ordinato.
Una  intenzione    che,  purtroppo,    è rimasta  sempre  tale. Più in generale  si può dire che viene compiuto  uno sforzo egregio per regolarizzare  le entrate  comunali, provvedendo in un arco di tempo  abbastanza  diluito  alla riscossione di tutte  le imposte  previste dalle  leggi.  Con una  delibera  del  25 gennaio   1945 si istituisce   anche  un  canone   per  il consumo  dell'acqua  potabile ammontante  alla somma  di venti lire al mese per un corrispettivo di  cento  litri  al giorno. A scanso di equivoci  la delibera   prevedeva anche  che  si dovranno 0,50  lire  in  più  al giorno, se il consumo giornaliero   risulterà essere superiore ai cento  litri. A riflettere, queste  tariffe  possono  risultare  esose ma  non  va dimenticato   che chi aveva l'acqua  corrente  in casa poteva  permettersi  di  pagare  tranquillamente     quelle  somme. Nel Comitato di Liberazione  si seguita  a discutere animatamente  su tutto   e fortunatamente si decide. Tra queste decisioni c'è anche quella che designa altre 2 persone nella Giunta Comunale. Vengono infatti indicati Liburdi Vincenzo (socialista) e Filippo Bonanome (democristiano), i quali parteciperanno alla seduta del 16 giugno  1945. E giusto anche rilevare che è questa giunta a chiedere il 22 settembre l'istituzione  del quarto e quinto  ginnasio, cosa che di lì a poco verrà accolta dal Provveditorato agli Studi e che rappresentò un momento  importante  della vita culturale del nostro paese, il quale ormai si avviava sia sul piano politico che formativo ad un futuro  ricco di speranze. Purtroppo il nostro Ginnasio essendo frequentato da pochi studenti fu soppresso nel 1953, con gran danno della vita culturale dei giovani ceccanesi costretti ad un pendolarismo  negativo che si protrarrà fino ai nostri giorni.


Capitolo X
LE   VICENDE   LEGATE   A   PIAZZA   PEPPETTO    RICCARDI

Rovesciar e  un   regime   significa   modificare   mentalità   e   organizzazione   della   vita,  cambiare   feste   e   riti;   a volte   vuol   dire   anche sostituire insegne  e   nomi   alle   strade. E'   un   process o  complesso,  tortuoso  in   cui   convergono   varie   idee, diverse   spinte e   posizioni   contraddittori e.  Questo   movimento   reale a   volte   è   condizionato   da   singole   personalità.  Nel   periodo   di   cui stiamo   trattando, una   persona   molto   influente   e   di   cui   abbiamo già   scritto   è   l'avv.  Ambrosi.  Egli da   Presidente   del   Comitato   di Lib erazione   è   nelle   condizioni   di   poter   influenzare   anche   l'attività   della   Giunta    Comunal e.   Proprio   sulla   base   di   questi   indiriz zi dati   dal   Comitato   di   Liberazion e,  la   Giunta,    il15   marzo   del   1945, delibera   di   cambiare   nome   sia   a   piazza   Berardi   che   a   borgo   Berardi   che   dovranno   essere   rispettivamente   chiamate   piazza   Peppetto Riccardi   e   borgo   Don  Giovanni   Minzoni. È   molto   interessante, a   giustificazione   di   questa   intenzion e, quanto   preme sso   nell'atto    deliberativo:   «e ciò perché  la  famiglia Berardi   appartiene  a   quella   categori a  di   plutocrati   che   hanno   sempre spadroneggiato   in paese e   il   cui attuale   rappresentante  Berardi   Filippo   è   stato   segretario   federale   del   partito   nazionale fascista   e   preside   della   provincia   di   Frosinone».
Fatta   questa   premessa   quando   si   accenna   alla   lapide   commemora tiva,   la   deliberazione   diviene   ancora   più   colorita,   «si   ritiene opportuno   di   apporre   quella   di   Peppetto   Riccardi,  calzolai o,  morto nel   1930,  simpatica   ed   assai   ricordata   figura   di   popolano  ceccanese,  strenuamente   antifascista ,   mentre   per   la   denominazione   di   borgo   Berardi  si   ritiene    opportuno    sostituirla    con    quella    di    Don Giovanni   Minzoni   noto  arciprete   di   Acerra   (chi   scriv e,  a   mano, fa   un   errore   perché   il   sacerdote   era   di   Argenta)   ucciso   dalla   squadra   fascista   di   Balbo». Per   i   riflessi   che   questo   atto    determinò     nei   giorni    e   nel   periodo   successivo   è   opportuno     focalizzare    il   susseguirsi    delle   vicende.
Immediatamente   dopo   l'approvazione della   delibera l'Avv. Ambrosi    scende  in   piazza    Berardi    accompagnato     da   alcuni    collaboratori, per   scegliere il posto migliore  ove  apporre  la lapide  intitolata  a  Peppetto  Riccardi.   Il   suo atteggiamento   è   sicuro,    quasi spavaldo; discute    ad   alta    voce   cercando    il   consenso    con   sguardo esperto    ed   indagatore.  Dopo  tanto  scrutare,  la   sua   scelta,  guarda caso,   cade   proprio    sul   posto    ove   c'è  la   vecchia   lapide    intitolata     al marchese    Filippo    Berardi.
Per  non incorrere in  qualche   confusione  è bene  precisare  che non è quel Filippo  Berardi,  Federale e  Preside  della  Provincia,  di cui  parla  la  delibera  e  vivente  all'epoca  del  fatto,  ma l'omonimo nonno  che  nel  secolo   precedente  aveva dato  un  grande    impulso alle   attività    economiche  di   Ceccano  e  favorito    l'edificazione     nella zona    bassa   del    paese. Il   sito   scelto   è   sulla   parete    di   un   palazzo    di   proprietà   della  famiglia    Berardi    (là   dove,   per  intenderei,     la   Cassa   di   Risparmio    ha svolto    la   sua  attività).
Nel   momento   di   cui   stiamo   parlan do,  si   stanno   realizzando dei   lavori   di   conservazione   ed   ampliamento     del l'edificio in   seguito   ai   quali    esso   diventerà    così  come    lo   vediamo    oggi.  I   lavori   sono portati    avanti    da   Umberto     Salomon e,    un   valente  artigiano  dell' epoca; fra gli  operai  c'è  anche Giorgio  Valbrunn  che  negli   anni  successivi  si   affermerà  come  ottimo     imprenditore edile. Presiede   e   dirige  i   lavori Edoardo Savoni, uomo  molto  legato ai  Berardi, dai quali  riscuote   fiducia    in   qualità di Amministratore. Savoni pur  non essendo coinvolto  nelle   scelte,  intuisce di cosa si tratta e suggerisce all' Ambrosi che   dati    i lavori  in   corso,   il   marmo   della   lapide   potrebbe    essere   danneggiato. Questa   ipotesi   viene   scambiata   dall'   Avv.   Ambrosi per   una   minaccia,  e non è   detto che tale non   fosse nelle   intenzioni di   Savoni. Subito  la   discussione si   anima ed i toni   diventano   aspri   ed   accesi   tanto   da   esser e  chiaramente   uditi   fino a   borgo S.   Martino, meglio conosciuto   come   la  «Capocroce». Qui   vive   Mario,   figlio   di   Edoardo.  Egli   individua  le   parti   in causa,   intuisce   quello   che   sta   accadendo    ed   in   un   baleno   è   in   piazza. Con il suo arrivo  l'animatissima    discussione  non   si   placa   anzi   si accende   tanto    che   si   arriva  alle   mani.Nonostante    questo  aspro   litigio,   dopo   qual che   settimana   avviene   la   cerimonia  ufficiale. Per  questa   occasione   si   fa   un   corteo   che   partendo   dal   Munic i pio   arriva giù   in   piazz a.  La   gente   è   molta,    ma   meno   rispetto   ad altre   occasioni.   Il   clima   non   è   euforico   e   nell'aria    si   avverte   una sensazio ne  strana   fatta    di   scetticismo   e   di   sospetto. E   presente   il   sindaco   Bovieri,   ma   l'orazio ne  cel ebrativa   la   tiene   l'avv.  Ambrosi;   egli   non   parla   a   lungo,   si   limita   solo   a   tratteggiare   alcuni   aspetti   della   vita   di   Peppetto   Riccardi,  sottolineando le angherie   da   lui   subite   e   cercando   di   accreditargli qualcosa di profetico, riportando per   filo   e   per   segno   alcune   colori te invettive che   il   Riccardi   era   solito   lanciare   verso   i   ceccanesi.   Nella   seconda parte   del suo   intervent o,  l'avvocato   quasi a voler difendere la   val i dità   della   scelta   fatta,   affronta   la   questione   della   nota   simpatia   del Riccardi   verso   il   vino.   Ambrosi   non  la   smentisce   anzi   la  carica   di significati   letterari,   poiché   mette   sullo   stesso piano   Riccar di  con Giosuè Carducci, il quale,   sempre   secondo l'avv.   Ambrosi,   aveva scritto   le   miglio ri  poesie   in   stato   di   euforia. Nonostante   queste   pennellate   pittoresche   che   avrebbero   dovuto   generare   simpatia   fra i presenti, la   manifestazione   si   scioglie più   freddamente  di come era   iniziata. La   sera stessa   di   questi   fatti,   si   ripetono   scene,  episodi   che   da un   pò   di   tempo    non   sono   nuovi   ai   ceccanesi. In quell'epoca   i   giovani   non   avevano   molti   motivi   di   distrazione. Erano   però   molto   creativi perché   ricchi   di   fantasia   e   genialità. Tra   di   loro,   inoltre,  c'erano   personaggi   caratteristici   ed   originali. In   questo   periodo   un   ruolo   particolare   è   esercitato da   un   certo   Andrea,  residente   in   via   S.  Giovanni. Da  tutti è considerato come un   uomo   mit e,  tranquillo, dotato   di   una  flemma,   che   oggi si   direbbe    «anglosassone ».
In   quei  giorni,  anzi   in  quel le  notti,  di   cui   stiamo   scrivendo, Andrea   si  diverte a   mettere   in   fila   i   suoi   coetanei  più   che   ventenni inquadrandoli    e   facendoli   marciare.   In quei   momenti,  i   suoi   modi   si   trasformano e  diventano   imperiosi   e   qualche   volta  maneschi, rivelando   aspetti   all'   apparenza    insospettabili   del  suo   carattere.
Il   luogo    di    quelle    esercitazioni     è   il  perimetro     comprendente Madonna     della    Pace,    il   Monumento,   piazza Castello.
Che cosa   rappresentavano queste pseudo manifestazioni? Sicuramente la   componente fondamentale è quella ludica, finalizzata   al semplice    divertimento a   cui   tutti    partecipano  con   un coinvolgimento unanime.  Un   gioco   molto   più   simpatico   e   sicuro di    altri    ai   quali    assistiamo oggi,   come    quelli dei    centauri che  si impennano   con   i   loro   motorini    o   dei   giovani    automobili sti  che   si cimentano in    pericolose    prove    di  velocità.
La sera   in   cui   fu   inaugurata   piazza Peppetto Riccardi   l’itinerario  del   gioco è   modificato;    si sta   scendendo, infatti, lungo    viale della  Libertà, quando all'altezza  della Madonnella, Andrea  ordina un  imprevisto   quanto perentorio  «A   destra». Il   gruppo   scende così   sulla   strada ripidissima e dopo  un   centinaio  di   metri    si ferma davanti  al l'  osteria,    conosciuta    come   quella    di   «Zi   Mappa».  Proprio lì   davanti vi sono tre giovani che si stanno salutando per andare altrove. Essi   sono Gigettino   Piroli,  Tiberio   Tiberia,  meglio  conosciuto come  «zio   Bebbo»  e Memmino Savoni. Piroli   sta   ritornando a   casa,   perché   sua   moglie  non sta   bene mentre  Savoni sta  entrando nella casa di quella che poi  sarà   sua  moglie, Roberta;  anche Tiberia  ha   un   appuntamento.  Alla   vista   del   gruppo    così  allineato e   coperto  che   stimola  immediatamente curiosità  e simpatia, i tre dimenticano i   loro impegni   e   preferiscono  unirsi  ad esso.
Tutti insieme   entrano   nell'osteria, vi   sostano   allegramente, bevendo altrettanto    allegramente,   trascinati    dall'atmosfera   di   entusiasmo e   di euforia che   il   gioco    sa   generare. Quando   escono   Andrea   riordina   a   fatica   le   file   per   via   dell'a l cool,   riesce   a   far   riprendere la   marcia,  ma   il   gruppo invece   di   risalire   verso   il   Monumento   si   dirige   verso   il   ponte. Sempre   inquadrato arriva   così   sulla   Piazza  che   a   questo punto  non so   se   chiamare    Riccardi    o  Berardi. Giunti lì Gigetto   Piroli   sale   su un mucchio  di terra conquistando una    posizione     idonea    per    arringare    i   compagni.     Incomi n cia   la   sua   declamazione   on un concetto che amerà  riproporre negli anni successivi ogni  qual  volta   si   troverà   nelle   stesse   euforiche  condizioni.  «Noi   siamo   nati   per   essere   principi.   Noi   siamo   nati   per comandar e».    Il   concetto   si   sviluppa   ancora   con  un   periodare   che ondeggia   dal   punto   di   vista   della   coerenza   e   che  comunque   è   un'   apologia   del   superomismo   e   della   forza. La   lapide   di   Peppetto    Ricc ardi   è   proprio    lì  davanti:   apposta da   poco;   illuminata   dalla   luna   piena   appare  ancora   più   bianca   ed evidente;   rappresenta   veramente   una   tentazione   per   l'allegro   gruppo.   Ecco   allora  che   vola   un   sasso   che   risuona   sul   bel   marmo   nuovo.   Immediatamente ne   volano   altri.   La  lastra   prima   si incrina, poi   si   spezza;   una   parte   di   essa   si   stacca   e   con   un   gran   tonfo   cade sul   terreno. Il   fatto   accaduto,   certamente   spiacevole   e   stigmatizzabile,   assume   un   significato   più   grande  di   quello   che   dovrebbe   avere   perché   è   gonfiato enormemente. Viene eccessivamente   caricato   di significati   politici,   quasi   un   attentato  alla   Resistenza;   pochi   purtroppo   sono   in   grado   di   dare   un   giudizio   sereno,   idoneo   a   ricondurre   il   senso   dell'accaduto  alla   sostanza   del   fatto. Il   giorno successivo   l'avv. Ambrosi,  sdegnato,   fa   presente   il fatto alla   Caserma   dei   Carabinieri.   Vengono   così   fermati   in   camera   di sicurezza, come   presunti   responsabili,   Gigetto   Piroli,  Tiberio Tiberia, Memmino Savoni   ed   in   più   suo   padre Edoardo. La scazzottata e   le   parole   di   Edoardo,  dunque, scottavano ancora. Viene   interrogato   anche Andrea.   Questi   dà   la   sua   versione   che è   quella   sin   qui   riportata,   ma   con   una   variante   rispetto   al   finale che   mer ita   di   essere   riproposta.   Andrea,  infatti,    non   dice   «è   stato uno   scherzo   finito   male»   oppure   «eravamo ubriachi», né tenta   altre  banali   giustificazion i.  Egli  riconferma   la   serietà   dell'   esercit a zione  con   una    eccezionale   solennità,    accompagnata    da   grandi pause, che sta  a dimostrare la   convinzione   con   la   quale   partecipava   al   gioco.  La   parte finale per lui  non   esiste.  Con   orgogliosa   soddisfazione   afferma:  «Alle   23,30   ho   ordinato    ai   miei   uomini  di sciogliers i.  Così è   stato   fatto».   L'interessante   per   lui   è   quello   di far   conoscere   che   è   stato   obbedito   dai   suoi   «uomini». Dopo   gli   certamenti  del caso  vengono   scarcerat i  prima   Edoardo   Savoni,   che   in   tutta    la   vicenda   non   c'entrava   niente,  e   poi   Tiberio   Tiberia.  In   Caserma   in   stato   di   fermo  rimangono   Piroli   e Memmino   Savoni   perché   i   più   coinvolti.  Il   fatto   non   passa   inosservato   ai   cittadini di Ceccano che si riuniscono su   via Magenta, ove è situata    la   Caserma  dei  Carabinieri, richiamati e  incuriositi dalla   particolarità   degli   avvenimenti. Amici e  parenti   dei   fermati discutono   animatamente   difendendo    le   posizioni   dei   propri   congiunti.    Piroli  e  Savoni   hanno   molti   sostenitori   perché   essendo   di carattere   aperto   e   socievole   godono   di   una   vasta   cerchia   di   amici. La   denuncia   fatta   da   Ambrosi,   quale   Presidente   del   Comitato di   Liberazione,   dunque,  non   riscuote   né   adesioni   né   simpatie.    I due   fermati,   inoltr e,  hanno   un   parentato   molto   vasto; proprio   su via   Magenta   parenti   di   Savoni   sono   le famiglie   Innico,  Bragagli a, Peruzzi,   Loffredi. L'umore   dell'opinione    pubblica   non   sfugge   a   Temistocle Taccheri, il   quale dagli uffici e dalle   finestre   dell'Esattoria Comunale che gestisce   proprio su   via  Magenta,   ha   potuto   ben interpretare la   situazione. Inserirsi   nella   vicenda   per   lui   non   è   solo   questione di   sensibilità:   è   un'occasione   irripetibile   per far svolgere un   ruolo   autonomo e  decisivo alla Democrazia Cristiana   di   cui è   un   influente   dirigente. È   questo   il   momento migliore   per   differenziare   la   D. C.   dalle posizioni   di   Ambrosi,   Bovieri,   comunisti  e  socialisti. La   situazione è   favorevole ;   per   questo scende   direttamente fra la   gent e ,   incontra   amici  e  parenti   dei   fermati,   critica   esplicitamente l'azione di   Ambrosi   ed   annuncia   una   iniziativa   ufficiale   della   D.C.  a  favore di   Piroli   e   Savoni. In un   periodo   in   cui   si   facev a  tutto   all'unanimità ,   in   nome   dell'an tifascismo, questa   presa   di   posizione   della   DC   è   la   prima   manifestazione   di   distinguo  e  di   autonomia   rispetto agli   altri   partiti . Con   il suo   operato   Taccheri,  in   questo   momento, cerca  di   estendere   le simpatie   attorno al   suo   partito.  Vuole  spezzare,   insomma , l'influenza di Bovieri ed   Ambrosi   sulla   vita   politica   cittadina.  Sia lui   che   altri   componenti  di   partito  si   prodigano   così   per   invitare la   sera del   giorno   successiv o  tutti  nella   sezione   DC,   in   piazza, là dove ora   c'è   un'oreficeria. Arriva   così   l'appuntamento   tanto   attes o . Prima   dell'imbrunire   la   sezione   è   gremita   di   persone:   parenti ,    amici,   curiosi,   militanti.  Lo stato   d'animo   generale   è   inquieto   e   teso.  A   tenere la riunione ,   arriva   da   Roma   l'avv.   Ercole   Marazza, un uomo di spicco, conosciutissimo, membro autorevole del partito, il quale non va confuso con Achille  Marazza, anch'egli     democristiano e membro del Comitato  Liberazione  Alta Italia . Al suo  arrivo  c'è  molto fermento,  molti gli   stringono la mano  e   vogliono  essergli presentati. Marazza con a fianco Taccheri  si   dirige verso il tavolo della presidenza.  Mentre alcuni si siedono ed   altri   si sistemano ordinatamente  in piedi,  l'avvocato tarda ad accomodarsi. Quando   il   brusio diminuisce ecco  che egli con un gesto   teatrale  tira   fuori    dalla    tasca una   pistola,  mettendola   ben   in  evidenza  sul   tavolo. E'   un   vero   colpo    da   prestigiatore :   tutti    si   scambiano     sguardi    interrogativi     ed   il brusio    immediatamente  cessa.   In   questo clima   radicalmente  mutato  si   dà spazio    a   pochi    e   rapidissimi    interventi  attraverso  i   quali  si espongono  e si   precisano  meglio  i   fatti ; ma    il   dato    sostanzi a le che emerge è   che,  oramai,  l'assemblea  si   affida  all'uomo  che ha davanti. Quel   gesto   da   teatrante ,espressione   di   grande   determinatezza  e coraggio,  ha   assicurato  a   Marazza  un   carisma   eccezionale, poiché  i   presenti    sono   pronti    a   fare   qualsiasi   cosa egli   proponga. L'avvocato di cose   da dire,   però, ne   ha   ben   poche;   spinge   soltanto   tutti   ad   uscire  dalla  sezione  e   a   dirigersi    verso   la   Caserma . La   strada   è   piena   di   gente   che   si   reca   a   far   visita  ai   Sepolcri   del Giovedì  Santo   e   che   viene   distratta    dal   deciso   corteo.Tutti   vogliono immediatamente  conoscere  i   fatti   e   partecipano   emotivamente  a quanto    sta   accadendo. Marazza   entra in   Caserma , scambia   alcune   parole   con   il   Maresciallo   Boni  e chiede   che   venga   chiamato   il   Vice   Pretore   che   conduce   le   maglie   della   vicenda . E'  accontentato,   perché   questi   si   presenta subito   dopo. Si   apre   una   discussione fra  i   due sul   fatto e   sulle   responsabilità,   che   non   dura   molto , e alla   fine   della   quale   Piroli   e Savoni   vengono   messi   in   libertà. Si   può   immaginare   la   soddisfazione   dei   presenti   e   quella   dello   stesso   Marazza,   ma   in   particolar modo   la   gioia   di   Taccheri. E’ un  vero   tripudio,  un   trionfo   subito   accreditato   all 'intervento   democristiano. Nella   giornata del Venerdì Santo la sezione   democristiana   resterà   aperta  non   solo   perché sarà   il   luogo   di   riflessione   e   di   commento  a   quanto   accaduto, oltre   che   di   autocompiacimento  per   il risultato   ottenuto ,  ma   anche   perché   accoglierà  le   molte   persone che   andranno    ad   iscriversi   al   partito. Tutti   questi   ricchi   e   succosi   avvenimenti , scaturiti  dalla  rimozione  di   una  lapide, otre  ad aver generato  situazioni   imprevedibili   e cariche   di   conseguenze,  avevano portato alla ribalta  un personaggio    fino ad allora   conosciuto  da pochi, quel  Peppetto Riccardi,  che se   non  fosse   stato  per tutto  lo scalpore  e  il   clamore  suscitato   dagli   avvenimenti   su   descritti , avrebbe   riposato per   l'eternità in un   tranquillo anonimato. Nel   riportare   l'esposizione   di   questi   avvenimenti   è   opportuno non    tralasciare   qualche   considerazione. La   conclusione   di   questi   fatti   fa   emergere   che   la   defascistizzazione   non   è   un   processo   semplice   da   poter   attuare   a   tavolino;   ha invece   bisogno   di   tempi,  modi   e   alleanze   da   mettere  di   volta   in volta sul   piatto della   bilancia   delle   scelte. La   famiglia   Berardi nel   corso degli   anni   aveva   ricevuto   e   riceveva   rispetto   da   parte   della   popolazione,   perciò   non   bastava   essere   stato   federal   fascista per   essere  disprezzato   o   odiato   dai cittadini. In   verità   il   popolo ha   provato   un   vero e  giustificato   risentimento soprattutto  verso  i   fascisti  del proprio ceto, i  quali   durante  tutto il   ventennio nella  vita di  relazione   (nei   bar, per strada , nei   vicoli, nei cinema)   non   perdevano   occasione   per   mostrarsi   prepotenti  e vendicativi.   Nei   confronti   della   famiglia   Berardi   non   esistevano motivi   di   rancore. Oltretutto  Peppetto Riccardi non era   conosciuto  da   tutti  i  ceccanesi   anche   perché da   quindici   anni era   deceduto  e   per   quanto potesse   sollecitare un   simpatico   ricordo non   poteva  né   determinare   uno   schieramento   a   sua difesa   né reggere   il   confronto   con   Filippo  Berardi  cui lapide, peraltro, verrà  apposta   nuovamente   negli anni successivi.  È il   caso   anche   di   analizzare   meglio   le   conseguenze   che   questo episodio   creò   nell 'interno  dei   partiti.
La  famiglia   Savoni   con   molti   parenti   e   tante   amicizie, fino   ad allora   non   interess ata   alla vita   dei   partiti,    aderì,   dopo   queste   vicende, alla   DC   e   da   allora è   rimasta   un   sicuro   pilastro   di   questa forza   politica.   A   questa   famiglia   apparterrà   nel   1946   un   segretario   della   sezione,   Pietro,   il   quale   sarà   anche   consigliere   Comunale dal   1952   al   1960.   E’   Savoni e   democristiano   anche   l'attuale   Sindaco. Gigettino   Pirol i , che fino alla   scarcerazione   era   tesserato con il   PCI  da  quel   giorno    divenne    democristiano  e   rimase  sempre  con questo partito nel  quale  ha  esercitato  un grande ruolo    d'attrazione,  specie    nei    settori  popolari .  È  stato consigliere  comunale  dal 1952  al  1980  e   sindaco   dal   1956  al   1960  e   dal  1965  al 1973. Taccheri   con   questa   operazione crea   cosi   le   condizioni   che   permetteranno  alla   DC  di   diventare   anche  a   Ceccano   un   grande   partito   di   massa . Dopo   questi   avvenimenti,   la   Giunta   sarà   molto   più   cauta,  anzi   troppo  prudente   nel   cambiar   nome   a   piazze   e   strade.   Solo in dicembre   avverrann o  nuove   intitolazioni,   d'altra   parte   non   più   procrastinabili:  viale   Littorio   diverrà   viale   della  Libertà;  via Michele Bianchi,   via   Fontanella;   via   28 ottobre ,   via Matteotti;   piazza   Vittorio   Emanuele,    piazza   25   luglio.
Più   in   generale   si   può   dire   che   tutti   gli   amministratori   che   successivamente si   avvicendarono   alla   guida   del   paese   furono   molto attenti  a  non   ripetere   fatti   analogh i  a  quelli   citati.   Anzi   furono molto   parsimoniosi :   solo   il   nome   di   piazza   Castello   fu   cambiata in   piazza   Mancini. Se   nomi   nuovi   ci   sono   stati,   riguardano   soltanto   strade   di   nuova costruzione,   come  via  Antonio   Gramsci, via Domenico   Misserville,   via   Aldo Moro,   via   Giuseppe   di   Vittorio,   scelti   con   accordo  unanime   del   Consiglio   Comunale .

Capitolo XI
FATTI TRAUMATICI

La   seconda   parte    del    1945   raccoglie   e   fa   esplodere    tutte    le   contraddizioni e le ambiguità che si erano andate diffondendo ed cumulandosi    sin    dall'indomani  della    riconquista delle  libertà democratiche. Il   punto  nevralgico,   il cuore   ove   questi   contrasti   si   agitano   e dirompono  è il  Comitato  di   Liberazione.  Esso, come già  è  stato anticipato, costituisce   un'autorità   politica  e   morale a cui   partecipano   tutti  i   partiti    e   che   dà   gli   indirizzi   di   politica   generale. E   stato   già  scritto che  è presieduto   dal l'avvocato Ambrosi   ed è   stato   già esplicitato   come   sin   dai   primi   giorni   della   liberazione, nel   nostro   paese   si andassero   enucleando  due   politiche   contrapposte: quella   «moderata»   di    Bovieri   e    quella    «estremista»  di Ambrosi.
La   verità   è   che   l’ Ambrosi   non   ha   mai   condiviso   la scelta   del Comitato   Provinciale   di   Liberazione   di   designare   Bovieri  come  sindaco  di   Ceccano.  Egli   come   Presidente   del   Comitato    Comunale di   Liberazione   porta   avanti   una   coerente   azione   alternativa   a   quella sostenuta   da   Bovieri, facendosi   carico  di colpire gli  uomini   del   passato   regime   attraverso   una   linea   intransigente.  Ambrosi  nell'individuare  le  persone  da  colpire  non   va   per   il sottile:  Filippo   Berardi,   Arduino   Buglioni,   Michele  Tanzini   sono sempre   al   centro   delle  sue   «attenzioni»; questo è quello  che   emerge   dalle   sue   lettere,   dalle   relazioni   e   dal   diario   di   guerra. Questa   strategia   di   lotta   politica   e personale   viene   fuori   chiara,  netta,  ben   determinata    e   tale   da   contrappo rsi'  alle   scelte   di Bovieri.
In   un   momento   in   cui   l'antifascismo   diventa   ideologi a,  anche perché   sempre   più   si   contano   le   vittime   massacrate   al   nord   dai   tedeschi a Marzabotto, Boves, S.  Anna di Stazzema   ed   evidenti   sono i   segni   della   complicità   dei  fascisti   repubblichin i, è  fac ile   per   Ambrosi   far   vibrare  le   corde   del   patriottismo     in  particolar    modo    dopo l'insurrezione      nazionale   del  25   aprile,    per   cogliere    e   mettere     in evidenza    le   indecisioni,    le   contraddizioni      che   ogni  tanto,   inevitabilmente,  emergono   nell'  attività  amministrativa  di   Bovieri.
Il   tema   centrale   in   cui   si   scontrano   queste   posizioni   è   rappresentato   dalla   lotta   al   fascismo,   ma   tocca   anche   al tri   problemi  legati  alla   vita   economica   della   citt à.   Nel   Comitato   di   Liberazione si discute   e   si decide  sul   come   calmierare   il  prezzo   del   sale   e   su   come dare    attuazione   al l'ordinanza   del   sindaco,   che  impone   ai  caprai la   vendita    diretta   del   latte   ai   consumatori,  impedendo   così   che   l'industria  casearia   assorba   completamente la   disponibilità  sul   mercato   del   prodotto,  visto  che   i   latticini   sono   molto   richiesti   dalla   vicina  Roma. Piccoli  e   grandi  problemi   che   si   intende   risolvere,  a  volte,   ignorando   le  più    elementari    regole   del   mercato   o   della   praticità. Ambrosi   con   molta  ostinazione   cerca   anche   di   portare   alla   luce le   responsabilità   di   quella   che  lui   ritiene   una   truffa,  fatta   alle spalle   del   Comune   da   parte   di   chi   aveva  incassa to  l'IGE   per  conto dell'Amministrazione   e   successivamente   non   l'aveva   versa ta  nelle casse   comunali. Questioni   concrete,  dunque,  che   appassionano. Problemi   veri,   alcuni   dei   quali   però   affrontati   in   modo   esagerato   rispetto    all'importa nza   che   meritavano,  forse   perché   interpretati   in   modo errato   alla   luce   del   sospetto   e   del   pericolo   di   tradimento.
Questo   faceva   nascere   in   tanti  l'idea   di   una   rivoluzione   tradita,   legata   al   timore   di  una   regressi one   politica   e   sociale   rispetto  alle   conquiste   strappate   con   l'insurrezione  nazionale   del   25   aprile. Nel   Comitato   di   Liberazion e,  dunque,   si   discute,  si   media,  si compongono   alla   meglio   le   singole   posizioni   per   arrivare a   delle scelte   unanimi.   Tutto   procede   in   tal   modo   fino   a   quando   Ambrosi   pretende   che   sia   esclusiva   competenza   del   Comitato   di   Liberazione   approvare   il   ruolo   del   Focatico,   una   tassa   che   oggi   non   esiste più   ma   che   veniva   pagata   dalle   famiglie  ceccanesi     al   Comune   fino alla   riforma   tributaria   del   1972. A   questo   punto e   su questo   argomento il Sindaco  Bovieri  diventa  fermo e  ben   det rminato.    «Questo   argomento»  scrive  al   Comitato   di   Liberazione  «è   di   assoluta   competenza   della    Giunta».     Su   questo   punto   non    ci   sono  mediazioni.  Nell’ interno  del   Comitato   di   Liberazione,   il   PCI   si   schiera   dalla parte    di   Bovieri e   così   anche   la   sezione   democristiana,   la   quale, attraverso   un   telegramma   del   vice   segretario   Andrea   Del   Brocco, comunica   che   non   intende   partecipare   alla   riunione   del   Comitato per   discutere   sul   Focatico.   La   vicenda   non   si   compone.    Ambrosi scrive   così   al   Comitato   Provinciale   una   dura   e   lunga   requisitoria verso   Bovieri   mettendone in   evidenza   quelle   che   egli   ritiene   essere   delle   debolezze   e   chiedendone    la   destituzione. Fra   le   altre  cose  Ambrosi   mette   nel   lungo   elenco   di   critiche a   Bovieri   anche   il   fatto   di   non   aver   degnamente   ricevuto   il   Ministro   della   Pubblica   Istruzione   Vincenzo   Arangio   Ruiz. In   verità   il   ministro   all'inizio   del   mese di   settembre,    capita   a Ceccano   a   fare   una   visita   privata   ad   un   suo   nipote,   Francesco   Flores,   il   quale   vive   insieme   con   il   suocero   Filippo   Bononome,   assessore   comunale. Si tratta,    dunque,    di   una   presenza   strettamente    privata   non riconducibile   ad   alcun   impegno   legato   alla   funzione   ministeriale, eppure   Ambrosi nella   sua memoria   inviata   al   Comitato   Provinciale   di   Liberazione   scrive «   E’   venuto   il   Ministro   della   Pubblica   Istruzione   in   forma   privata   ed   il   sig.   Sindaco   non   si   è   degnato   ad   andarlo a   ricevere, essendo   liberale.  All'invito   di   venire   ha   fatto   rispondere   che   aveva disturbi    viscerali   mentre    era   all'osteria    di   tal   detto «Cipicchia ».  Più   che   nei mesi   precedenti   è   evidente   la   divisione   fra   le forze che   hanno   il   compito   di   guidare   la   transizione   verso   la   democrazia.   In   quei   giorni   di   incertezza   fra   la   gente   c'è   molta   apprensione,   fino   a   quando    il   Comitato   Provinciale   il   30   ottobre   prenderà una   decisione   non   per   destituire   Bovieri,   ma   per   sciogliere   il   Comitato   Comunale   di   Liberazione   lamentandone    il   «mancato   funzionamento». Il   Comitato   Provinciale   di   Liberazione   è   vero   che   compie   una scelta,   forse   giusta   e   forse necessari a,  comunque   è   la   ratifica   della divisione   verticale   fra   quelle   forze   che   più   autenticamente    si   erano   dimostrate   portatrici   di   una   politica   di   rinnovamento.
E   un   colpo   duro,   traumatico   di   cui   pochi   avvertono   i   presupposti   degli   sviluppi   negativi   che   si   creeranno   per   via   dei   risentimenti che   si andavano accumulando. Ambrosi    momentaneamente   è   battuto,  ma   nell'interno   della  sezione    socialista    ha   ancora    credito,     è capace    di  influenzare e   di    determinare    delle    scelte. La   futura,   più   importante   scadenza   politica   è   quella   costituita   dalle   elezioni   comunali    previste   per   marzo. Il significato   di   questo immediato appuntamento è   notevole   anche   perché    sono   le   prime elezioni     che    si   svolgono    nell'Italia     del    dopoguerra. Nel    1946   non    vigeva   il   sistema   di   votazione   proporzionale,   così come   prevede   la   legge   elettorale   di   oggi.  La   normativa   disponeva che   la   lista   vincente   avesse   assicurata   la   presenza   di  ventiquattro consiglieri comunali   su   trent a.   Se   comunisti   e   socialisti   si   fossero presentati   con   liste   separat e,  c'era   il   rischio  che   la   lista   vincente potesse   essere   quella   DC. È   una   possibilità   che   nessuno   può   escludere,   anche perché   non ci   sono   dati   di   comparazione   a   cui   fare   riferimento   e   quindi  ogni risultato   è   imprevedibile. In   Italia   vige   il   patto   d'azione   fra  comunisti   e   socialist i  dal quale proviene   la   direttiva   di  formare   liste   in   comune   per   fronteggiare la   vittoria   DC.
A   Ceccano   le   cose   non  vanno   in   questa   direzione,  perché   sin dall'inizio   ci   sono   discussioni   e   contrarietà   che   riguardano   la   presenza   di   Bovieri   sulla   lista  comune.  In   questo   periodo   sia   la   sezione   comunista   che   quella   socialista   sono   situate    nell'   interno    del palazzo   ove   oggi  è   l'Anagrafe   comunale.  I   locali   della   sezione  comunista, sovrastati   da   una   grande   raffigurazione   di   Stalin,  sono al   pian   terreno   mentre   i   socialisti   si   trovano   al   secondo   piano.   Durante   il   mese   di   gennaio   le   scale del   palazzo   erano   state   discese e   risalite   innumerevoli   volte   senza   che   l'accordo  venisse   trovato. Si   è   parlato   ed   ancor   oggi   si   parla   dell'unità    della   sinistra   nel dopoguerra   quasi   a   farla diventare   indistruttibil e,   ferrea,   addirittura   mitica.   La   verità   è   che   questa  è   una   leggenda,   è   un   fatto   privo   di   fondamenta    concrete.
I   rapporti   fra   comunisti   e   socialisti   sono   stati   sempre   difficil i, fatti   di   lotte   sorde,   non   chiare   ed   a   volte   inquinati    anche da   accesi personalismi.   Va   pure   precisato   che   per   quanto  riguarda   la   questione   della   formazione   della   lista   le   difficoltà   non   è   solo   Ambrosi a   sollevarle.
Ambrosi è o  la   punta   dell'iceberg, cioè  quello  che  si   vede o   meglio   quello  che  si   sente;  in   verità,   c'è  nella  sezione    una    sorda pregiudiziale    nei   riguardi    della   candidatura    di   Bovieri    perché   questo avrebbe     significato   l'egemonia      dei    comunisti     sui    socialisti. Con   il   passare   dei   giorni,   alla   pacata    discussione,    alle   posizi oni  argomentate    incomincia     ad   accompagnarsi    un    pericoloso    nervosismo. Volano   frasi     ingiuriose  ed     oltraggiose.  Quando  la situazione    ristagna    ed   ogni   dialogo    sembra    impossibile    alcuni   partigiani    comunisti     e   socialisti   cercano   di   prendere    in   mano   l'iniziativa    per   dare     uno  sbocco   unitario.   Gli     argomenti    che    usano purtroppo    non    son o  proprio    politici,    poiché   corrono    parole    grosse,   e   minaccios e.  E   ancora    più    importante      ricordare    che  la   guerra con  il   suo    patrimonio    di    distruzione     aveva  lasciato    sul  posto  un grande    arsenale  bellico.   Numerosi    erano    i   cittadini,  indipendentemente  dalle   idee   politiche,  che   circolavano    ancora   con  la   pistola in    tasca;   per  alcuni    rappresentava     una    difesa,    ad    altri   dava    sicurezza,    altri   ancora    la   usavano    come    strumento   di   trastullo,     di   gioco,   per    divertirsi    e   per    affermarsi    nel   rapporto   verso   i   conoscent i. A   due    anni    dal   passaggio    della    guerra    quindi     in   alcune    serate,    a Ceccano    era   molto    facile   sentire    il   rumore    di   qualche  colpo  di   pistola  o   di   mitra,     anche    se   va   riconosciuto     che   non    vi   furono    mai «incidenti»    verso    le   persone. Nella    sezione    comunista     avviene    quella    che   sarà   l'ultima   discussione    pre-elettorale.   Sono   presenti    i   dirigenti     delle    due    sezioni   ed   una    rappresentanza      di   partigiani.     E   certo   che   la   discussione ricalca   temi monotoni   e   già   sentiti che   però   accendono    ugualmente gli    animi. E' difficile   però   ricostruire minuziosamente  i   fatti    e   le dinamiche     che   si   susseguono,   dopo    che   i   partigiani     hanno    chiuso con   atto    di   forza    il   palazzo    con   dentro    tutti    gli   interlocutori,      con l'intimazione       perentoria     di    raggiunger     un    accordo.
Il   dato   ugualmente    certo    è   che    l'avv. Ambrosi,     in   seguito    a quella    che   egli   ritiene    una  violenza,   presenta    una    denuncia     affermando    di   essere   stato   sequestrato    nella   sezione   comunist a.    Fa   i   nomi e   cognomi    delle   persone    presenti    al  fatto. I   carabinieri   in  seguito a   questa    denuncia     nei  giorni    successivi   sottoporranno   a   perquisizione   alcune    abitazioni     e   procederanno      ad    alcuni  arresti. «Il   Popolano»,   settimanale   della   federazi one  comunista,   nel   numero   cinque    del    1946,    nel   dare    la   notizia    degli    avvenimenti   scrive.   «Tre   partigiani, l'eroico capobanda   Battista    Romolo,   Bevilacqua    Luigi,    Masi   Giacinto,   l'11   febbraio     sono    stati    arrestati     e   si trovano    detenuti    nel   carcere   di   Frosinone.    Ancora   una   volta   gli   antifascisti   vanno   in   galera,   mentre   i   fascisti   rimangono   indisturbati».  In   verità   gli   arrestati    non   sono   tre   ma   quattro; a   quelli    indicati a   aggiunto    Ruspantini  Giovanni   Battista.    Per   la   precisione   va   anche   rilevato   che   Battista   è   iscritto,    da   qualche    giorno,   al   PCI,  Masi e   Ruspantini   alla   sezione    socialista    mentre  Bevilacqua    non   ha   ancora, fatto  alcuna    scelta    di   partito. E   strano   che  un    avvenimento   così  clamoroso   venga   liquidato in   poche    parole    da   un    giornale    che   vuole    difendere la   posizione dei   patrioti. Questa elusività    fa   intendere     che   le   argomentazioni di    difesa    sono    oggettivamente poche. Masi   e   Ruspantini   rimangono   in   galera   per un   mese,  mentre Battista e Bevilacqua   per   quattro   mesi   e   dodici   giorni,   poiché   nelle   loro   case   erano   state    trovate    armi    e   munizioni. uesti   avvenimenti   dividono    ancora   di   più   il paese,   poiché   consolida  vecchie fratture  e ne  fa   emergere  altre,  mentre     il   clima    diventa  sempre   più   rissoso   e   foriero    di    ulteriori     distorsioni.
Il   Prefetto,  per   motivi legati   al   mantenimento   dell'ordine    pubblico,   approfitta    per   sciogliere    la   Giunta     in   carica   e   nominare,     il 16   marzo,    il   signor    Flores   Francesco,   genero    dell'assessore   Filippo    Bonanome     e   nipote     del   ministro     Arangio    Ruiz,    commissario prefettizio.   Inoltre   è   importante   riportare   che   le   elezioni    comunali   vengono    spostate   in   autunno,   non   esistendo   le   condizioni    di   tranquillità   per   un    sereno    svolgimento     delle    stesse. Per far   scarcerare gli   arrestati   una    delegazione   comunista     composta    da   Bovieri,    Nino   Diana   e   Sergio   Carlini   ottiene    un   incontro    a   Roma   con   Togliatti, allora   Ministro di   Grazia  e   Giustizia. Chi   partecipò a   quell'incontro   ricorda   che   da   parte    del   Ministro    trovò   corteia   ed   una   promessa   di   interessamento,   ma   nella   sostanza   le   giornate    successive   dettero l'impressione   che   l'uscita al   carcere   degli   arrestati, avvenisse   solo sulla    base   delle    capacità    professionali     dell'av v.  Domenico     Marzi.
Il   primo   atto   che    il commissario   Flores   compie   è   la   riammissione   di   tutti    i   dipendenti    comunali,    legati   al   fascismo   e   sospesi da   Bovieri   sin   dal luglio   del   1944.   Queste   riassunzioni vengono effettuate    sulla   base   delle   indicazioni    fornite    dalla  Commissione    Provinciale    all'epurazione. Vale   la   pena   ricordare   che   i   problemi   legati   ai   modi   attraverso i   quali   si   procede    all'epurazione di   dipendenti legati al   fascismo non    rappresentano un   fatto    local e,   riguardano     situazioni     e   realtà nazionali.
Togliatti   quale   Ministro    di   Grazia    e Giustizia    con   grande    lungimiranza    politica    ha   la   sensibilità    di   capire   che   bisogna   creare   uno stato   nuovo   e   democratico   basato   sul   consenso   e   non   sul   dominio dei   più   forti.  C'è   insomma   la   necessità   di   affermare   che   la   guerra è   veramente   finita   e   che   il   compito   primario   è   di   creare   concordia fra   tutti    i   cittadini.
Il   governo   prepara   così   un'amnistia   per   tutti   i   fascisti,   esclusi quelli   implicati   in   fatti    criminosi. In   questa   maniera,   che   sia   discutibile   o   meno   la   scelta   togliattiana,   la   riassunzione nel l'apparato   statale   dei   fascisti   avviene   sulla   base   di regole   certe   e   non   di   una   discrezionalità   affidata   agli amministratori. Con   questo   atto,    cercando   di   superare   i   vecchi   risentimenti, si   faceva   ancora   un   ulteriore   passo   in   avanti   per   consolidare la   nostra   democrazia,    e   creare   un   vero   stato   di   diritto.

Capitolo XII
I   BIMBI   AL   NORD


A
ncora   una   volta   siamo andati   troppo   avanti   nella   narrazione dei   fatti; me   ne   scuso   e   faccio   un   passo   indietro   per   esaminare   i tratti   essenziali   di   una   vicenda   di   grande   umanità.
Durante  i   lavori   del   quinto    Congresso   Nazionale   del   PCI,   tenutosi   a   Roma   dal   26   dicembre   1945   al   6   gennaio   1946,   Raul   Silvestri,   delegato   della   federazione   di   Frosinone,  pone   al l'attenzione di   tutti   i   congressisti,   nel   suo   intervento   del   31   dicembre,   la   triste condizione   dell'infanzia  nel   Cassinate. Illustra   la   drammatica   situazione   in   cui   versa   il   territorio   più   distrutto   d'Italia,    descrivendo   la   mancanza   delle   più   elementari    condizioni   di   vita.
Lo   stesso   giorno,   nel   corso   del   dibattito   congressuale   la   federazione   di   Pavia,   a   parziale   risoluzione   del   problema   si   impegna   a ospitare   duecento   bambini;   i   delegati   di   Imperia   ne   invitano   quindici,   quelli   di   Parma   trecento,   Mantova   trecentocinquanta, Cervia   cento.   In   una   sola giornata,  quindi, si   manifesta   la   volontà  d'ospitarne   novecentosessantacinque.   Le   disponibilità   proseguono   anche   nei   giorni   successive   fino    a   raggiungere   la   cifra   di   tremilacinquecento  'unità.   Il   6 gennaio   una   delegazione   del   congresso porta   soccorsi   con   un' autocolonna   organizzata   dalla   RAI   ai   cittadini   di   Cassino   ed.   esamina   sul   posto   quali   sono   gli   interventi   migliori   da   fare   nel   campo   dell'assistenza.
Di   ritorno   da   Cassino,   Teresa   Noce,  moglie   di   Luigi   Longo, che   avev a  fatto   parte   della   delegazione,   dalla   tribuna   del   Congresso descrive   il   tragico   scenario   fatto   di   rovine   di   ogni   genere,   di   miseria   e   di   disperazione.   Termina   l'intervento   con   un'affermazione che   testimonia   il   dolore   rassegnato   delle   madri   costrette   a   staccarsi dai   loro   figli.
«Bisogn a  vederle   ringraziarci   con   le   lacrime   agli   occhi   per   l'   offerta   di   condurre   i   loro   bambini   fuori   dall'inferno    in   cui   vivono! Bisogna  vedere  i   volti   emaciati   dalla   malaria   che   ha   colpito   tutti». Nelle   conclusioni,  fra   le   altre   cose,  Togliatti   prende   al   volo   l'occasione   per   creare   una   concreta  solidarietà   fra   nord   e   sud,   che   smuova   le   coscienze,  che   costituisca   una   lezione   di   fraterna   solidarietà. Le   buone   intenzioni    vengono   accompagnate   dai   fatti.
I   delegati   frusinati   ritornano   dal   Congresso  consapevol i  di   avere alle   spalle   l'appoggio    di   tutto   il  partito;  con   tranquillità  possono mettersi   al   lavoro   per   mandare   tremilacinquecento  bambini   in   altrettante    famigli e,  per   un   tempo  minimo    di   4   mesi.
Precisiamo   che   la   «zona   del   cassinat e»  va   considerata   in   maniera   più   estesa della   relativa  area   geografica,   intendendo    insomma   tutta    la   provincia   di   Frosinone.
Qui   si   costituisce   un   Comitato   formato   dalla   Federazione   del PCI,  dal   Prefetto,   dalla   Deputazione   Provinciale. L'azione   di   questo Comitato   operativamente   poggerà   sull'intraprendenza    e   sulle capacità   organizzativ e  di   Tullio   Pietrobono. Non   va   dimenticato, inoltre,  che   a   titolo   personale,  fa   parte   del   Comitato   un   sacerdote,   don Luigi   Minotti,  che   opererà   attivamente per   tutta   la   durata   della campagna,   nonostante   il   dichiarato   disimpegno   delle   gerarchie   ecclesiastiche.  Per   tutto   il mese   di   gennaio   e   l'inizio   del   mese   di   febbraio,  questo   è   il   tema   dominante   su cui  si  opera   nel   basso   Lazio. È   attorno   a   questa   generosa   iniziativa   che  si  dispiegano   le   energie migliori.  Anche   a   Ceccano  si  lavora   in   questa   direzione,   infatti  si prendono    contatti    con   le   famiglie,  si   selezionano   le   richieste,  si spiega   il   significato   delle   iniziativ e.  La   sezione   comunista   è   in   pieno   fervore;   assidua   e   giornaliera   è   l'opera  del   segretario   Peppino Masi, di   Lorenzino   Angelini   e   di   Umberto   Loffredi.  Alla   fine   di gennaio,  nel   momento   più   alto dell'iniziativ a,   Tullio   Pietrobono tiene   una   conversazione   nella   rubrica   radiofonica  «Radio Roma» sul   tema   «I   comunisti   ed   i bambini   poveri»  dalla   quale   è   utile   stralciare   e   riportare   alcuni   brani:   « i Comuni   della   Ciociaria,   una   volta produttivi   sono   oggi   pure   e   semplici   espressioni   geografiche   su cui è   rimasto   qualche rudere,   qualche   ciuffo   di   erbe   selvatiche.   Le   campagne   sono   ancora   in   gran   parte   minate.    I   contadini   costretti   a   vivere   nelle   capanne   e   nelle   caverne.   I   frutteti,  gli   oliveti   sono   ridotti a   tronconi,  a   pochi   rami   bruciat i.  Un'infernale    pioggia   di   bombe, durata   ben   8   mes i,  scavando  migliaia   di   buche   ha   scatenato   un   esercito   implacabile     di   zanzare   ....    Non    sempre,   però,    si   ha   la   memoria   di   chi   è   costretto    a   vivere   ancora    in   questa    bolgia,    dove   la   gente   abita    nelle    baracche    che   non    riparano    dall'umido      e   dal   freddo, le scuole   sono   deserte    perché    i   bambini     sono   malati    e   nudi;   la stazione   antimalarica     non   funziona    perché  manca    di   medicinali    e   del personale,  a   sua   volta   ammalato.  Fra   tanta    rovina,    un   grido    è   stato    lanciato: «Salviamo    l ' infanzia»,   questa   inestimabile  ricchezza deve   essere   salvata   ad   ogni   costo!   Il   partito    comunista,  il   partito del   popolo,   consapevole   della   sua   funzione   nazional e,  in   un   magnifico   slancio   d i  solidarietà   ha   fatto   affluire   nei   giorni   del   Congresso   nazionale   aiuti   di   ogni   genere,   ma   l'atto  che   assume   il   più alto   valore   di   umana   solidarietà,  che   segna   la   profondità   di   affetti che   lega   tutto   il   popolo   italiano   è   rappresentato   dalla   richiesta   che è   stata   avanzata   da   molte   federazioni   del   nord   di   ospitare   tremilacinquecento    bambini    che   potranno    soggiornare   lassù   per   un   periodo   minimo    di   4   mesi».   Pietro   bono   conclude   la   conversazione con   una   considerazione:   «mentre   non   solo   un   centesimo   di   chi ha creato   la   tragedia   di   Cassino   contribuisce   all'opera   di   redenzione, è   ancora   il   popolo   che   con   la   sua   forza   rinasce materialmente    e moralmente    e   s'impegna    a   salvare   il   più   prezioso   patrimonio    di vita   umana».
Finalmente   arriva   il   giorno   della   partenza,   il   tanto   atteso   momento.   È   il 16   febbraio.  A   Ceccano   c'è   grande   eccitazione   anche perché   è   un   sabato   pieno   di   sole   che   arriva   dopo   tante   noiose   giornate   di   pioggia.   In   piazza   25 Luglio   si   sono   riuniti   i   bambini   che si   apprestano   a   partire   per   il   nord.   A   quelli   di   Ceccano   se   ne   sono aggiunti   alcuni   provenienti   da   Patrica.  Sono tutti   vestiti   a   nuovo con   abiti   e   scarpe   offerte   dal   Comitato.    Ci   sono   anche   altri   bambini,   ragazzi,   parenti,    amici   che   guardano   con   una   punta    d'invidia.   Nelle   madri   però   c'è   trepidazione   poiché,   per   loro,   rimangono sempre   dubbi   la   destinazione   e   il   futuro   dei   loro figli.   Nelle   vicinanze   del   Monumento  ai   Caduti,   i   genitori   danno   i   loro   ultimi consigli   ai   figli,   così come   fanno   anche   alcune   suore   di   carità. C'è   l'incontro   di   tutti   con   il   sindaco   Bovieri e   del   suo   vice   Mario Tiberia;   poi   don   Peppino   De   Santis    impartisce   la   benedizione.   Nel frattempo   il   fotografo   Angelo   Bucciarell i  si   sta   prodigando   ad   immortalare   tutte   le   fasi   ed   i   momenti   più   significativ i  della   partenza. Infine, Lorenzino    Angelini,     ad   un'ora     prestabilita,     invita    tutti    ad    avviarsi   verso    la   stazione    ferroviaria. Si   forma    così   un   vero   e   proprio    corteo    che   attra versa    Ceccano, ricevendo    applausi    calorosi;   esso   è   aperto    da   scritte   di   plauso    e   ringraziamento   per    le   famiglie    del    nord.  A   mezzogiorno    arriva    il treno    proveniente   da   Cassino   formato    da   due    locomotive,     undici  vagoni,    un   vagone   ospedal e,   un   vagone    comando    e  un   bagagliaio. Su   ciascun   vagone    vigilano   due    sorelle    della    Croce   Rossa   con   due militi    dello    stesso   corpo.    Alla   code   del   treno    hanno    preso    già   posto   i   bambini   del   cassinate.    Al   centro,    con   quelli    di   Ceprano,   prendono    posto    quelli    di    Ceccano,    mentre     alla   testa,    di  lì a poco,   si accomoderanno   quelli   di   Frosinone.  Il   treno   ovunque   si   fermerà a   Colleferro,   Roma,   Civitave cchia,   Pisa,   Prato,   Firenze   e   Bologna verrà   accolto   con   grandi   manifestazioni    popolari   di   solidari età   e di   gioia.  Ai bambini   verranno   offerti   latte,  biscotti,  frutta,   pane, marmellata   ed   altri   generi   di   conforto.  A   Pavia,   cosa   inverosimile, per   ore   ed   ore   diecimila   persone,   sotto   una   pioggia   scrosciant e, aspetteranno   l'arrivo   del   treno.  Il   numero   complessivo   di  bamb i ni   previsto   per   il   primo   viaggio   doveva   essere   di   mille   unità.    In verità   furono   ottocentocinquanta.    In   quelle   settimane   infatt i,  fu forte   in   particolare   nel   Cassinate,   la   campagna   terroristica   tendente ad   incutere   timore  e  a   spaventare   le   famigli e,  dicendo   che   i   bambini   sarebbero   stati   portati    in   Russia.
Nei   viaggi   successiv i  che   furono   in   tutto   cinque,   ed   uno   in   media   ogni   venti   giorni,   invece,   si   verificò   il   fenomeno   inverso:   i   familiari   che   cercavano   con   ogni   mezzo   di   aggregare   al   gruppo  dei partenti    bambini   che   non   erano   in   nota.  La   verità,   infatti,    si   imponeva   più   forte   della   menzogna,  poiché   i   bambini   del primo viaggio immediatamente    incominciarono   a   scrivere   a   casa   descrivendo la   favorevole   situazione   trovata ed  allegando   a   riprova   anche   fotografie.                                                                     
Vale   la   pena   ricordare   al cuni   episodi   certamente   marginali   ma significativi,   che   aiutano   a   comprendere il clima politico   esistente ed   al cuni   orientamenti    dell' epoca.   Ad   accompagnare   i   bambini per   tutto    il   viaggio,   il   Comitato   di   Ceccano   designò   due   signorine:   Maria Di   Bernardis   e   Supplizia   Speranzini.  Tale   scelta   scontentò   fortemente    una   signora,  la   quale   aveva   fatto  del   tutto    per essere   designata    accompagnatrice:  una    certa   Filomena    meglio    conosciuta come la   «Cavasass i».  Costei,   dotata    di   un   carattere  collerico,   alla   notizia    della   sua   esclusione    si   lasciò   andare    a   rimostranze durissim e.    Per  quello    che    ella    ritenne     un    affronto    lasciò   il   PCI. La   mattina    in   cui  il   correo   passa   gioioso   sotto   la   sua   casa   fa   sventolare    per  protesta     un   drappo     bianco.  Per   i   tempi   che   corrono il   gesto    avrebbe    potuto   essere   considerato     provocatorio,    ma   la   cosa   desta    fra    tutti    i   cittadini,   fortunatamente, ilarità.
Non    cambia    partito,     invece,   Mattia    Staccone,    dotato     di    ben altra    tempra,    più    volte    ammonito, fermat o,    arrestato    durante     il fascismo.   Matti a,   la   mattina     della    partenza,     non    arriva  in   tempo per   prendere  uno   dei   dieci   bracciali   rossi,  inviati   dalla   federazione e   messi   a   disposizione   degli    uomini   del   servizio   d'ordine. Lo   angustia   di   non   avere,    in   una    giornata    come    quella, il segno   di   riconoscimento.  Per lui,  comunista   da   sempre,  poteva   apparire   quasi quasi una   declassificazione.
E   contrariato   da   tutto  ciò,  ma   non   si   arrende:   ritorna   nella   sua bottega   di   sarto   per   farsi   un   bracciale   tan to  grande   da   coprire   per intero    tutto    il   braccio. Fa   in   tempo   ad   unirsi;  all'altezza   della   Villa   Comunal e,  accorciando   con   passi   rapidi   pur   essendo   claudicante,  e   con   la   folta   chioma   scompigliata   dal vento   per   via   S.  Sebastia no,  con   tutti   gli   altri, per   non   essere   escluso   in   questa   importante   giornata. Complessivamente   i   bambini   ceccanes i  ospiti  delle   famiglie   del nord   furono   centocinquanta.   Essi   furono   accolti   da   famig lie   operaie   e   bracciantil i.  Abitarono   in   case   calde   dove   si   mangiava   regolarmente   e   dove   furono   al   centro   dell'  attenzione   ricevendo   affetto ed   amore.   Tutti   poterono   andare   a   scuola   senza   subire   interruzione.  Quelle   famiglie   che   una   certa   propaganda   aveva   definito  «diavoli»  furono   tanto   rispettose   dei   sentimen ti   cristiani   dei   bambi ni, da   favorire,  in   certi    casi,   anche    l'ac costamento    alla   prima    comunione.
Quel li  che   ritornarono   lo   fecero con   rimpiant o. Alcuni   rim a sero   ancora   per   anni.  Tutti   comunque   ancora  oggi   conservano   rapporti   fraterni   con   le   famiglie   che   li   hanno   amorevolmente   accolti in   quei  difficili   giorni.


Capitolo XIII
SI   RITORNA     A   VOTARE

Le   elezioni  comunali, come   abbiamo    già   scritto,    vengono    rinviate    al l'autunno; si   va   a   votare    invece  il   2   giugno   per   l'elezione del l'  Assemblea   Costituente e per scegliere,  attraverso il  referendum  istituzionale    fra   la   repubblica    e  la   monarchia. La   fase   successiv a  al   passaggio   della   guerra   è   stata   la   rigogliosa stagione   della   costituzione   dei   partiti.  Eventi   non   silenziosi   e   nemmeno    riservati. Le   scelte  che   di   volta   in   volta   i   cittadini   assumono   vengono   vissute   alla   luce   del   sole,   con   coralità. Le sezioni di partito, punto   di   riferimentoe   di   discussione   su grandi   e piccole   questioni   sono   quotidianamente    apert e,  l ì  si   raccolgono   gli  iscritti   e   si   preparano  manifesti. I   comizi vengono   ascoltati   da   molti   cittadini.  La    politica   è   una vera   e   propria   passione   che   coinvolge   tutti.  La   piazza   acquista   una centralità   eccezionale; è  il   punto  di   incontro   e   di   scontro   di   tutte le   parti    in   causa. Con le indizioni   delle   elezioni   ora   si   va   ad   una   verifica   fra   paese   reale   e   paese   legal e.  Si deve   appurare,   infatti,  quanto  pesino veramente   le   forze   che   hanno   guidato   la   Resistenza e   quanto    invece   quelle   che   sono   rimaste   alla   finestra   a   guardare.
Più   in   generale,  inoltre,   bisogna risolvere   lo   spinoso   problema istituzionale; si   dovrà   decidere,  infatti, se eliminare   una   monarchia   centenaria   e   radicata   nella   cultura   storica   italiana,   ma   responsabile   del l'avvento   del   fascismo e del disastro   nazionale   o   aprire una   stagione   politica   completamente   nuova   con   tutte   le   incognite che   questa   può   presentare.

Religione e  politica
Altre grandi  questioni    vengono   poste   all' attenzione dei cittadini in  quella  primavera   del  1946.  Ancora   oggi  si discute    molto    sul   difficile   rapporto    fra   religio ne   e   politica    e  sull'autonomia      polit ica    dei cattolic i. Questioni    ancora  oggi   controverse   e che   durante  la   guerra di  liberazione  non   erano   venute    alla  luce   in   maniera    palese. Merita di essere   riportata,  pertanto,     una  parte   molto  significativa  di un  articolo  apparso sul  numero   tredici   del  settimanale  «Il   Popolano». «A   Ceccano    vi   è   un    convento   di   frati. Da  quando è   iniziato il   periodo  elettorale,  i   reverendi    padri    disertano  giornalmente  il chiostro  per   battere la campagna  e l'abitato  lanciando     le   solite   calunnie   contro    i   comunisti " senza   Dio" , facendo    pressione   d'   ordine    spirituale   per    convogliare    i   voti    degli    elettori     verso    il   partito democristiano. Si  chiamano     Padri   Passionisti,    ma   la   loro   passione    non   è   quella   evangelic a,   ma  una   interessata,   astiosa   passione    di   parte. Ce   li ricordiamo    questi    stessi   Passionisti    della   politica    quando     nel  1920 negavano  nel  confessionale  l'assoluzione    ai   nostri    contadini     che avevano   diviso   i   prodotti    delle   proprie   fatiche   come   stabiliva   la  legge e   non    come    pretendevano    i   padroni. In   occasione  del   recente  Sabato  Santo, il   passionista    della    politica    Padre    Antonio    si   è   rifiutato     di  benedire     la   casa   del   compagno    Loffredi    Umberto,  perché    comunista. Entrato   nella   sartoria   del   compagno   Carlini    Sergio,   gli   ha   da prima   impartito   la   benedizione,   ma   appreso   poi   che  si   trattava   di un   comunista,   rivoltato   il   manico   del l'aspersorio   e   pronunciati     non sappiamo     quali    scongiuri,   ha   ritirato    la   sua  benedizione,      dimenticando    però    di   restituire     l'obolo     donatogli     dal   nostro    compagno per   la   prima    operazione. Chiestogli    spiegazioni,  il  padre    Antonio ha   affermato    che   ordini    superiori   gli   vietavano    di   benedire    le   case dei    comunisti. Il   fatto   riportato  è   vero, posso   confermarlo   direttamente    anche   perché   riguarda  la   mia   famiglia:   avvenne   nel   Sabato   Santo   del 1946.   A   Ceccano,   e   forse   anche in   Italia,   questa   era   la   prima   manifestazione  di    intolleranza  che antici pava  di   tre  anni il   provvedimento    del    Santo   Uffizio ,    attraverso   il quale   comunisti    e   socialisti venivano    scomunicati.
Tutti    possono   immaginare   l'eco   che  rapidamente     l'episodio    suscita   ed   il   chiacchiereccio    che   solleva  in  tutto  i l paese  ove   la   cultura   religiosa    è   ben    radicata. Questo    accade    nel   primo    pomeriggio     ma,   a   sera,   poco    prima di   andare    a   dormire,  inaspettatamente   a  casa   mia   vediamo    arrivare   l'abate  di    S.  Nicol a,   Don    Ottavio   Sindici   ed  il  suo   sacrestano Alessandrino.  In un   clima   di   gelo,   dopo  aver  proferito   qualche    orazione    benedice    la   nostra    casa   e   velocemente  tira   via.  Ricordo    molto   bene,   il   sollievo   di   mia   madre    seriamente    legata   alle   tradizioni religiose.
Cosa   era   successo?   Perché quel  colpo  di  scena  imprevisto? Lo capimmo dopo  qualche    minuto,  con  l'arrivo    di  mia  nonna. Ci   raccontò in   modo    molto    sintetico    che   dopo  aver   saputo   della   mancata   benedizione   era   andata direttamente dall'abate,    per   ricordargli che   fuori  dalla  chiesa,    semmai    ci   dovevano   essere  case   non    benedette,    quelle    sarebbero    state   le   abitazioni    di   alcune  adultere    e   non dei   comunisti,     facendo    riferimento    a  fatti   che   erano  ben    noti   all'Abate.
Mia   nonna,   certamente   senza  volerlo,  estremizzando   uno   spirito   di intolleranza,    vedeva    così affermata  la sua  «giustizia».
Ma a pensarci  bene  fu questo  il morivo  che convinse Don  Ottavio a benedire  casa mia? O ce ne fu qualche  altro? E bene  mettere nel  conto  anche  un' altra  ipotesi. Don  Ottavio,  parroco  di S. Nicola  dal 1919 al 1976, era l' ottavo dei figli di Alessandro  Sindici,  un garibaldino  anticlericale,  che aveva fatto  parlare  molto  di sè  e delle  sue idee.  Per i suoi trascorsi politici  Alessandro  aveva ricevuto  dal regno  Sabaudo  anche  una piccola  pensione.
Subito  dopo  la fine  dello  Stato  Pontificio, divenne   assessore al Comune  di Ceccano ed è durante il periodo in cui egli è amministratore   che  per  sua  volontà  alcune  strade  fanno  riferimento   a personaggi  o a episodi  del Risorgimento:   via Magenta,  via Solferino,  borgo  S. Martino,   borgo  Garibaldi, piazza  Vittorio  Emanuele,  via Cavour.   Gli  stessi  nomi  scelti  per  i figli  hanno   un  certo richiamo laico; come Clotilde,  Belgioiosa, Leonida,  Ginevra.  Quello di  Ottavio,   era un  secondo  nome, il primo  era Tit o.  Gli    ultimi anni, per    motivi    non    conosciuti,   per    Alessandro    furono    tristi    ed amari;  dopo    essere   stato  sconfitto    ad   una   elezione  comunale  i vincitori    per   ridicolizzare   il suo   isolamento   chiamarono   il   vicolo   ove egli   abitava   «Vicolo   del   merlo».
Secondo   la   leggenda   cittadina   si   dice che   il   figli o,  Don   Ottovio,   sia   stato   avviato   al   sacerdozio   dal   parentato   come   riparazione alle   idee   del   padre.  Don   Ottavio   era uno   dei   pochi,  quindi,    a   conoscere   direttamente    cosa   fosse   l'anticlericalismo, in   quale   forma si   manifestasse   ed   era   in   grado   perciò   di   professare   una   religiosità pratica   e   tollerante.
Non   ho   mai  saputo   che   fine   abbia   fatto   quel   Don   Antonio, che   aveva   rifiutato  di   benedire   la   mia   cas a,  vorrei però   riportare un   episodio   che   giudico   molto   significativo,   capitatomi   tanti   anni dopo.
Invitato   al   pranzo   che   i   Passionisti   offrono   per   la   festa   di   S. Paolo   della   Croce,   in   qualità   di   Sindaco,   nel   1983,   Andrea   del   Brocco   mi   fece   conoscere   un   Passionista   con   il   quale   era   in   molta   confidenza,   che   veniva   dal   Brasile   e   che  era   sta to  fino   a   20  anni  prima nel   Convento   di   Ceccano. Dopo  i  convenevoli   iniziali,   io   non   partecipai   più   alla   discussione   ma   preferii   lasciare   che   i   due   continuassero   la   loro   profonda e   interessante   conversazione,   ritenendo   opportuno    e   piacevole   rimanere   a   sentir e.  Il   Passionista   parlò   del   ruolo   che   il   suo   ordine aveva   in   Brasile,  ma   mi   stupirono   ancora   di   più   le   parole   che   usava,   come   «sfruttamento»  «classe   dominante»,    «rapina   capitalistica»,  «sottosalario», «sottosviluppo».   Nominava   categorie   e   concetti politici   a   me molto   familiari.   Temeva,   inoltre,  che   l'assassinio   dell'Arcivescov o  Romero,   avvenuto   qualche   anno   prima   nel   Salvador ad   opera   degli   squadroni   della   morte,   potesse   essere   esportato   anche  in   Brasile.   Era   una   conversazione sempre   più   interessante   ed impegnativa.  Ad un   certo   punto   mi   aspettavo   che   Andrea   del Brocco   lo   interrompesse   e   meravigliato   gli   dicesse  «ma   sei   passato   per caso   al   nemico? ».  Questo   invece   non   avvenne;   il   buon  Andrea   seguiva   attentamente, interveniva   garbatamente,   annuiva   dandogli ragione   e   rafforzando   i   suoi   argomenti.
lo   qualche  anno    più    tardi    capii  di   aver   assistito    alla   esposizione  di   contenuti     che   sono   ora   alla   base   di   quella    che   viene   chiama ta   la  Teoria    della  Liberazione,     molto    diffusa    fra  i  cattolici    del terzo    mondo. Come    cambiano   le   posizioni!   Chi    avrebbe    mai   potuto     immaginare  che   i   frati   passionisti  andassero    ad   occupare    un   ruolo    in   Brasile   in  difesa    degli    sfruttati, che      mettessero    a  rischio    la   loro   vita  e che    venissero    chiamati    «comunist i».   Proprio    quei    Passionisti    che in Italia   tanti   anni  prima   erano   stati   contro   coloro   dai   quali   ora prendevano     modelli    di   analisi  della    società, raggiungendo      spesso con    essi   un    approdo     comune.

Le  elezioni del due  giugno
Ma   ritorniamo   alla   campagna     elettorale.
Avevamo   già    anticipato     che    il   dopo   liberaz ione    a   Ceccano   e in   tutto    il   resto   d'Italia     era   stato   vissuto   come   un  bagno collettivo di   politica,   perché   poche   erano   le   persone  che   ne   erano restate  fuori o   che    non    avevano    partecipato     alle   grandi   discussioni. Nasce  anche    un' organizzazione     che   vede   questo    ritorno   alla democrazia    con   molto    scetticismo,   poiché   proclama   di   essere   contro   i   partiti.  E   il   movimento   dell'«Uomo  Qualunque»    che   pur    affermando   di   contrastare   le   logiche   dei  partit i,  si  muove   ed   opera come   tutti    gli  altri. Raccoglie, ma  solo   in   pane,  i   nostalgici   del vecchio   regime. Durante   il   mese   di   maggio   Vittorio  Emanuele  III   che   già   dal la Liberazione   di   Roma   aveva   delegato   le   sue  funzioni  al   figli o,  abdica   in   favore   dell'erede  Umberto.    L'ex  re  ,  non   va dimenticato, era  stato   il   protagonista  della   vergognosa fuga   di   Pescara, in   seguito   alla   quale   aveva   lasciato,   dopo  l'armist izio   dell'8   settembre, l'esercito   allo   sbando   ed   in   balia   delle   rappresaglie   tedesche   e   l'Italia   senza   guida.   Con   l'abdicazione   a   favore di   Umberto,    la   dinastia   sabauda   cerca   di   darsi   una   nuova   immagine  e   di   togliersi di   dosso    tutte    le   precedenti   responsabilità;   in  tal    modo    crede    di ridurre   gli    argomenti    dei    sostenitori     della    scelta    repubblicana.
A   favore    della    Repubblica     si   schierano    i   partiti    della    sinistra e, almeno    ufficialmente,  la   DC.    A   Ceccano   il   clero   è  però   schierato   dalla    parte    della    monarchia.    Negli    ultimi    giorni    della    campagna   elettorale,    merita   di   essere ricordato,    appare    un   manifesto monarchico     che    furbescamente      cerca   di   toccare   le   corde   più   profonde   del   sentimento   familiare   e   patriottico:  riporta   una   delle   fotografie   della famiglia    di   Umberto   di   Savoia,   dall'aspetto    sereno e   rassicurante   sotto   la   quale   fa   bella   mostra   di   sé   la   scritta:   «povera famiglia   senza   una   patria».Nel   momento   in   cui   vanno   a   votare   i   cittadini   hanno   a   disposizione   due   schede:  una   per   la   scelta   istituzionale,   I'altra   per   eleggere   i   membri   dell'   Assemblea   Costituente,    la   camera   cioè   che dovrà   preparare   la   Costituzione. Con   le   elezioni   del   due   giugno   a   Ceccano per   la   prima   volta sono   iscritte   alle   liste   elettorali   anche   le   donne.  In   altre   realtà   italiane   le   donne   avevano   già votato   per   la   prima   volta   in   occasione delle   elezioni   amministrative   di   marzo.   I   seggi   elettorali sono   tutti disposti   nel   centro   del paes e,  quindi   si   può   immaginare   il   fermento e   la   concitazione   di   quei   momenti.    La   partecipazione   dei   ceccanesi   al   voto   è   massiccia.   Sin   dalle   prime   luci   del l'alba   essi   si   sistemano ordinatamente   davanti   ai seggi elettorali,   orgogliosi  di   esprimere la   propria   scelta.  Alla   fine   risulteranno aver   votato   7.904 cittadini pari   all'89,6%;    tutto avviene con   ordine, non   ci   sono   incidenti, segno   questo  che   esistono  già consapevolezza   di   scelta   e   coscienza politica.
Per   quanto   riguarda   il   Referendum   istituzionale   i   ceccanesi  assegnarono   5.390   voti   alla   repubblica    e   1595   alla   monarchia.
Sui   risultati   di   questa   consultazio ne  vale   la   pena   fare   qualche considerazione:   con   il   73,2%   di   percentuale   Ceccano   con   Anagni risulterà   essere   la   cittadina    più   favorevole   in  Provincia alla   scelta repubblicana.  La realtà ceccanese   è   però   in   netto   contrasto   con   l' andamento    elettorale   del   centro-sud   ove   la   scelta   monarchica   si   afferma   in   tutte    le   province,  esclusa   quella   di   Trapani. Un discorso a pane,  ugualmente  merita il risultato per l' elezione dell' Assemblea Costituente. Il Partito socialista risulta essere la prima  forza politica  con 2706 voti,  seguito  dalla  DC con 2087, quindi   dal  PRI con  1016 voti.  L'«Uomo  Qualunque»    ne ottiene 176.  Il PCI  perviene  ad  un  risultato   deludente:    527 voti,  il che è lontano   da  ogni  più  scettica  previsione. Il   fatto    più    sconcertante     è   che    i   Comunisti     pur   essendo    stati gli   animatori     della    campagna   elettorale,    prendono     meno    voti   del numero     dei    propri     tesserati.
Anche  questo  è un  dato  anomalo,   perché  i risultati   del  PCI a Ceccano  sono al di sotto  di ogni media.  In Italia,  infatti,   il PCI ottiene   il 18 %  dei voti, a Ceccano invece poco più del 7 %.  C'è ancora di più:  il risultato del PCI ottenuto  con le libere elezioni del  2   giugno   impallid isce   rispetto   a   quello   delle   elezioni   del   1924, quando   con   i   fascisti   davanti   e   dentro   i   seggi   e   con   un   pesante   cl i ma   di   prevaricazion i,  i   comunisti  presero   132   voti'  pari   al  7,2%. Per   chi   conosce  bene   questo   partito,  ce   n'è   abbastanza   per   discutere   nella   sezione   comunista,  sulle   cause  che   hanno   portato   ad   un risultato  così   catastrofico.   Per   anni   ed   anni   ed   ancora   oggi  i   comunisti   viventi,   continuano   a   giustificare   lo  scarso  consenso   ottenuto con   la  sottovalutazione del  voto comunista  per la Costituene,  poiché  l'impegno  fondamentale era  rivolto a  sostenere  la  scelta   repubblicana.
A   tanti   anni  di   distan za  è   più   diffici le   anali zzare   quali  siano state   le   cause   di   un   voto   così   deludente,   pur   tuttavia   mi   permetto di   mettere  fra   queste  anche le  vicende   accadute   a   Ceccano   nel   mese   di   febbraio.  L'arresto  dei   partigiani,   la   violenta   discussione   dei comunisti  con  l'avv. Ambrosi per la  formazione del la  lista  da presentare per  l'elezioni  Comunali,  I'arrivo  del  Commissario   Prefettizio  per   motivi  di   ordine   pubbli co,    e  più  in   generale   il   fatto  che ancora   tante  armi   stessero   in  circolazione,  non  avevano   permesso ai  comunisti   di  presen tarsi   agli   eletto ri  come   forza   di   governo.   A due   anni   dal passaggio  della   guerra  i   cittadini  avevano  bisogno   di sicurezza   e  certamen te  mal  sopportavano  colpi   di   pistola   o   raffiche  di   mitr a,    espressione di   anarchia   e   di  precarietà  e  non   del la volontà   di  costruzio ne  di  un   nuovo  ordine.
Ma  a   parte   le   vicende  locali   c'è  da  dire  che   la  democraz ia   fa un  altro   passo   in   avanti.   E   risolta  con   dodici   milioni   di   voti  la  questione  istit uzionale  con   la   scelta   repubblicana.   Pur   sconfitto,   attor no all'istituto    monarchico     si   erano    raggruppate   tutte    le   forze  che    temevano   uno    sviluppo  della   democrazia;   il   re,   insomma,   con    gli oltre   dieci   milioni    di   voti   ottenuti     riusciva  ancora    a   garantire     vecchi   interessi    e   ad   essere   in   sé   per  sé   un    elemento     di   freno    alle   richieste    che    venivano    dall ‘Italia     uscita    dalla    Resistenza. Il 13 giugno  Umberto   di Savoia, il re di maggio,  lasciava l'Italia per  ritirarsi  a Cascais, in Portogallo.   L'Assemblea   Costituente eletta  a suffragio  universale,   prima  di  scrivere la nuova  Costituzione  elegge  a capo  provvisorio  dello  Stato  Enrico  De  Nicola.  Si dovrà  preparare   una  Costituzione   non  concessa da un  sovrano  illuminato,    ma  strappata   da grandi  masse  che si sono  battute   nel corso di una  lunga  battaglia  antifascista,   mettendo   a repentaglio la propria   libertà  e rischiando   la propria   vita per  la creazione  di un  nuovo  ordine  democratico.   La Costituzione  non  può  essere e' non  sarà  un  atto  preparato   a tavolino   da  luminari   della  scienza giuridica  e del  diritto,   sarà invece  il portato   di  una  grande   lotta di popolo  che ha visto protagonisti   uomini  e donne,  fedi  ed ideologie diverse.  Proprio perché nasce dal corso della storia, ha avuto ed ha una validità che si è protratta nel tempo.

Capitolo XIV
LE   VIE   DI    COMUNICAZIONE

Lo scalo ferroviario  era stato  fatto  saltare  dai tedeschi  in ritirata  qualche   giorno  prima  dell'arrivo   degli  alleati. Dopo  l'esplosione   delle mine  collocate dai guastatori  tedeschi, la stazione  si presenta  agli occhi dei cittadini   come un  cumulo  di rovine,  con  rotaie  distrutte,    divelte,   attorcigliate. Alloro   arrivo gli americani  immediatamente   provvedono   a ripristinare  la linea  attraverso  il Genio  ferrovieri.  I tempi  di attuazione  dei  lavori  sono relativamente    rapidi,   ma  c'è  da specificare che viene messo in funzione   un solo binario,  anziché  due,  per fare fronte   all'emergenza. La linea  ferroviaria  serviva per trasportare   mezzi  e truppe   verso nord  ove la guerra  era ancora in corso, pertanto,   fino  all'estate nel  1945 i civili non  avevano  a disposizione   questo  mezzo  di trasporto,   che  oltre  tutto   non  poteva  fermarsi   a Ceccano. Le locomotive  non  erano  di fabbricazione  italiana  perché  venivano  dagli Stati Uniti.  Esse, passando, lanciavano  un suono prolungato   uguale  a quello  che  sentiamo   ogni  volta  che  vediamo   i films  western.
Visto che c'era  un solo binario  gli americani  usavano  uno  strano modo  per  le comunicazioni   riguardanti  il  diritto di precedenza: il macchinista prendeva al volo presso la stazione ferroviaria il foglio, posto su un mezzo sopraelevato, con l'ordine  di servizio. Nel biglietto le indicazioni erano molto precise, ed evidenziavano le stazioni ove fermarsi per dare la precedenza di marcia al . treno che veniva dalla parte inversa.  Un discorso a parte va fatto sulla «centrale operativa». L'edificio della stazione raso completamente al suolo dai tedeschi, fu sostituito immediatamente da un vagone ferroviario e successivamente da una  baracca in legno. Questa, un  paio  di  anni  più  tardi  andrà  distrutta   per  un  incendio  causato  dal petrolio  ivi custodito   in bidoni  per essere utilizzato  sia per  la segnaletica   che  per  l'illuminazione. Il capostazione di allora in servizio, Alessandro  Apruzzese, con un atto veramente   esemplare  riuscì a salvare dall'incendio    l'incasso della  biglietteria   consegnandolo    poi  all'autorità    ferroviaria. Durante il passaggio  degli  alleati  venne  costruita  da loro una strada  che si snodava  lungo  le pendici  della montagna.  Partiva da Castro  dei Volsci, e dopo  aver attraversato  il territorio   di Ceccano proseguiva  in territorio   di Giuliano   di Roma,  in prossimità   della Palombara.   Gli  americani  la fecero  in  pochi  giorni  ed attraverso la stessa evitavano  di  passare  nel  centro  di  Ceccano. Tale  strada non  è stata  più  utilizzata   dalla 'fine del conflitto,   pertanto   è stata invasa dalla  boscaglia.  Ogni  tanto si parla di qualche  progetto   redatto  dalla Comunità Montana  per risistemarla,   ma penso  che sia un  bene  che  rimanga   sepolta,   altrimenti c'è  il rischio  che il suo ripristino incentivi un'attività edificatoria  nell' unico posto del nostro  territorio   rimasto   incontaminato. Come  già scritto,  anche  il ponte sul fiume Sacco era stato minato e fatto saltare in aria dai tedeschi in ritirata,  per ostacolare il passaggio delle truppe  alleate. Era stato progettato dall'architetto Palazzi e costruito nel 1859, in coincidenza con la realizzazione della ferrovia Roma-Ceprano. Poggiava su nove arcate ed era lungo centotrenta metri e largo sei.  Sin dai primi giorni successivi alla ritirata tedesca, si tenta di eliminare i disagi dovuti al fatto che Ceccano è rimasta divisa in due. Il primo provvedimento  che venne preso riguardò l'installazione di una zattera che da terra veniva trainata a mano trasversalmente  al corso del fiume,  per mezzo di funi. Costituì un  provvedimento  momentaneo, sperimentato  per qualche settimana,  infatti, dalla zattera si passò ad una rudimentale «passerella» poggiata su barche. Questo mezzo di passaggio era senz'altro migliore del precedente, ma non permetteva il transito dei veicoli, anche perché esso non era stabilmente fissato. Questo accorgimento venne utilizzato per tutto  il periodo autunnale e per l'inverno. A questo provvisorio transito sulle barche è legato un tragico episodio  che commosse  profondamente    tutti  i cittadini   ceccanesi. Il giorno  8 dicembre del '44, in occasione della festa dell'Immacolata Concezione una donna di Vallecorsa, Salutina Antonetti, madre di quattro  figli morì annegata. Quel giorno ella viene a vendere il pregiatissimo olio del suo paese a Ceccano. Dopo aver venduto non si sa bene quante bottiglie di olio ad alcuni suoi clienti abitanti presso la Borgata, passato da poco mezzogiorno, si immette sulla passerella per attraversare il fiume.  La poveretta si avvii a percorrerla con la canestra sulla testa; il passo è spedito, quasi sicuro, forse anche lieto per il ricavato ottenuto dalla merce venduta. Ella non tiene nel dovuto conto che il fiume è in piena e che l'acqua fluttua  minacciosa ai fianchi delle barche, facendo ondeggiare la passerella. E durante questi brevissimi momenti che la donna, nella vana ricerca di mantenere la canestra sulla testa, alza tutte  e due le braccia; è questione di un attimo: un leggero movimento basta per farle perdere l' equilibrio, cadere in quelle acque minacciose e torbide da cui viene tra­ volta inesorabilmente. Il corpo verrà ritrovato qualche giorno più tardi, dopo logoranti ricerche, proprio dove le acque del fosso Rovagno si uniscono a quelle del fiume. Dopo qualche giorno, arriva una piena ancora più possente e tale da distruggere le barche e la passerella. È una vera maledizione perché ancora una volta le comunicazioni fra le due pani  del territorio di Ceccano rimangono interrotte per alcuni giorni, rendendo così molto difficile il rifornimento della farina e degli altri generi alimentari,  che si prelevano quotidianamente  dal magazzino del Consorzio Agrario di Frosinone. Si pensa allora di costruire qualcosa che abbia maggiore efficacia: viene approntata  una passerella costituita di traverse ferroviarie tenute insieme ai fianchi da un pezzo di rotaia, e poggiante, proprio a metà del fiume su quella superficie di pietra, che ancor oggi visibilmente emerge dall'acqua,  ultimo  residuo del vecchio ponte di legno di un secolo prima. I lavori furono diretti da Nino di Pofi che tornato,  in quegli anni, dagli Stati Uniti, per l'esperienza acquisita nel campo della viabilità, si riteneva potesse garantire rapidità nei lavori. Il passaggio realizzato, indubbiamente era migliore  e più funzionale   dei precedenti   anche perché  permetteva il  transito  degli  automezzi   leggeri,  ma era pur  sempre  precario  e insicuro. Era più che mai necessaria la costruzione  di un'opera   definitiva, del ponte  in muratura.   Insistente allora sarà l'iniziativa  del Sindaco  e dei partiti   nel prodigarsi   a chiedere  l'avvio  dei  lavori per la realizzazione   di  questo  ponte   che  non  solo avrebbe  garantito il collegamento   fra le due  parti  di Ceccano,  ma ancor più  avrebbe assicurato un benefico effetto sull'occupazione   operaia,  ancora asfittica  e ridotta. Durante   la seconda  parte  del  1945 i lavori del ponte  vennero assegnati dal Ministero dei Lavori Pubblici alla ditta  Gubitosi  e Nardone;  impresa  che ancora oggi opera nel napoletano,   mentre  la direzione  dei  lavori fu affidata  alla sorveglianza  della  Commissione alleata.  L'attività lavorativa dà una boccata  di ossigeno  all'economia ceccanese, perché parecchi operai  del posto,  in particolar  modo di Colle   Antico,  vengono  impiegati   in   questa   importante   opera.
Attorno   ai   lavori   del   ponte   merita   di   essere   ricordato   un   episodio interessante.   Nella   primavera   del   46,   quando   già   tutte    le   vecchie arcate   sono   sistemate,   rafforzate,   collegate   ed   i   lavori   sono   quasi completati,   arrivano   a   Ceccano   il   Ministro   dei Lavori   Pubblici,   Romira,   ed   un   generale   americano   del   Genio.   Di   fronte   ad   una   folta platea   che   incuriosita   si   raduna   per   partecipare   compiaciuta   alla   verifica   dei   lavori,   il   generale   mostra   immediatamente   e   senza   mezzi termini   la   propria   insoddisfazion e.  Non   accetta,   infatti,   che   la   larghezza   rimanga   la   stessa   del   ponte   precedente.   Indubbiament e, il General e proveniente   da   un   paese   più   avanzato   intuisce   che   quella   larghezza   non   sarebbe   stata   sufficiente,   ed   i   fatti   oggi   gli   danno ragione,   a   sostenere   la   futura   viabilità. Purtroppo    per   come   sono   stati   impostati   i   lavori,   cosa   di   cui egli   si   lamenta   vivamente,   il   generale   riuscirà a   fare   allargare   la strada,   così   come   noi   ancora   oggi   la   vediamo,    di   soli   due   metri. Un   po’  più   lungimirante    fu   il   progettista   del   ponte   così   detto dei   «Francesi» , quello   posto   sulla   ferrovia per   intenderei,   poiché, riuscendo   a   prevedere   l'elettrificazione  della   strada   ferrata   trenta anni   prima   della   sua   realizzazione,   progettò   l'arcata   del   ponte   più alta   della   precedente. I   lavori   dei    due    ponti    terminarono   con   grande    soddisfazione di    tutti    i   cittadini     solo   dopo    il    1947.    Fino    al   termine     dei    lavori del  «Ponte  dei  Francesi»   i   cittadini     passavano    lungo    una    stradina che   costeggia    ancora   oggi   la   proprietà   Annunziata  e   dopo    aver   attraversato    la   ferrovia    si   inerpicavano     su   una    ripida    salitella,     vera croce   per   i   carrettieri,    per   immettersi    sul   viale   che   conduce    alla   stazione    ferroviaria.


Capitolo XV
LE   ELEZIONI   DEL   CONSIGLIO   COMUNALE

Il risultato   ottenuto   nelle   elezioni   politiche   del   2   giugno   galvanizza   i   socialisti   che   acquistano   fiducia.   Esso   rappresenta,    inoltre,   una   grande   soddisfazione, in   particolar   modo,   se   si   tiene   conto della   sconfitta   dei   comunist i.   La questione  non   risolta   e   ampia­ mente   discussa   durante   i   mesi   di   gennaio   e   febbraio,  circa   i   modi con   cui   formare   la   lista   unitaria   di   sinistra,   resta   aperta   ma   ora   con un   aspetto   più   chiaro   e   molto   netto:    i   socialisti   hanno   alle   spalle un   elettorato   di   2.700   voti,   mentre   i   comunisti   ne   hanno   uno   di 527,   un   rapporto   quindi    di   5   a   1.   In   questo   periodo   nell'interno della   sezione   socialista   viene   alla   luce   con   maggiore   nettezza   e   si afferma   una   componente   che   negli   anni   successiv i  verrà   chiamata «autonomista»,   perché   alla   ricerca   di   un   ruolo   diverso   rispetto   a quello   comunista.
In   questa   situazione   si   riapre   la   trattativa   per   la   formazione   della lista   unitaria.
Antonio   Micheli che   successivamente   sarà   Vice   Sindaco   sia   nel  1952   che   nel   1962,   è   il   portavoce   socialista   che   detta   le   condizioni per   la   lista   unitaria:   potrebbero   esserci   solo   tre   comunisti,   ma   non debbono   essere   uomini   troppo   caratterizzanti.   Tradotto   in termini   reali,   come   già   sappiamo,  vuol   dire   non   candidare   Vincenzo Bovieri, personalità   ormai   affermata   e   membro   del   Comitato   Federale   del   PCI.   La   sua   presenza   nella   lista   infatti   avrebbe   significato   la   sua   naturale  candidatura    a   sindaco.
La   trattativa   questa   volta   non   si   trascina molto   per   le   lunghe, anche perché   i   socialisti   sono   molto   determinati   e   precisi   nelle   loro   condizioni,    in   quanto    si   sentono   sicuri   di   essere   gli   interpreti della   volontà   popolare.   Alla   fine   di   agosto   è   ormai   chiaro   per   tutti che   non   esistono   le   condizioni   per   un   accordo,   e   si   va   così   alle   elezioni   con   due   liste   di   sinistra.   Nella   formazione   della   lista   i   socialisti,    convinti    sempre    più    di   ottenere     un   successo,    non    candidano l'   avv.  Ambrosi   e   accompagnano    questa    decisione   con   un   errore   madornale:     trascurano,     infatti,     che   il   voto   socialista  di   giugno    viene da   un    elettorato     di  campagna.     La   lista   che    i   socialisti    preparano non    tiene    sufficientemente      conto    di    questo;     essa   è   composta   da un    numero     di    candidati     del    centro    urbano     prevalente     rispetto     a quello    dei   candidati     che   vivono   nelle   campagne.     In   effetti    la   vecchia  tradizione    legata   alle   lotte   contadine    che   aveva   portato    ad   avere sindaci    come   Giovanni    Funari,   Pasquale    Carlin i,   Filippo    Colapietro,    si   era   confermata     viva   e   vitale    identificandosi      a   giugno     con  il   voto   socialista.   C'è   dunque    il   malcontento    di,   qualche   persona che   diventerà   sempre   più   diffuso   e   più   esteso.   E   a   questo   punto che   dai   comunisti   viene   fuori   quello   che   i   fatti   hanno   dimostrato essere   una   grande   intuizione  politica:   farsi   promotori   di   una   lista di   contadini   che   oltre   a   raccogliere   le   vecchie   tradizioni   di   lott a, sappia   rispondere   anche alloro   malcontento.    Viene   così   preparata e   presentata   la   lista   della   Lega   dei   contadini,    integrata   da   alcuni iscritti   del   PCI.   Fra   gli   accordi   si   conviene   che   futuro   sindaco   dovrà   essere   Pietro Colapietro,   dirigente   contadino   sin   dal   1912,   fondatore   dell'Università   Popolare   nel   1914,   persona   molto   saggia   e stimata,   fratello   di   quel   Filippo   che   era   stato   sindaco   dal   1920   al 1923,  eletto   nella   lista   socialista.   Bovieri   non   viene   presentat o, con l'intesa che   immediatamente    dopo   l'elezione   degli   organi   avrebbe   dovuto   essere   assunto   come   impiegato   del   comun e,  per   poter consigliare   ed   indiri zzare   i   futuri    amministratori.
Le  el ezioni   si   tengono   il   13   ottobre.    Le   liste   in   competizione sono   cinqu e,  tutte  composte da ventiquattro   candidati:   la   Lega   dei' contadini    con   il   simbolo   di   falce,   martello   e   vanga;  il  PRI  'con   il simbolo   dell'eder a,   il   Partito   Socialista   con   il   simbolo   della   falce, martello   e   libro;   una   lista   di   indipendenti    di   centro   con   il   simbolo del   grappolo   di   uva,   infine   la   DC   con   lo   scudo   crociato.
I   voti   ottenuti    dalle   singole   liste   sono   i   seguent i:  gli   indipe n denti   140,   il   PRI   513,  la   DC   1.103,  i   socialisti   e   i   comunisti   prendono   complessivamen te  3.580 voti.   Ai   lettori   chiedo   scusa,  ma   i  risultati   delle   due   liste   non   sono   stato   in   grado   di   ric avarli.   La   stessa Prefettur a,  forse   già impaurita   del   «pericolo   rosso » li   assomma   insieme   nei dati   ufficial i.  Comunque   pur   non   disponendo dei   risultati delle    due    singole    liste,    è   accertato    che   la   lista  della   Lega   è   quella che   ottiene    il   maggior    numero    dei   voti   mentre   quella    socialista   si piazza    al   secondo    posto.    Sulla   base   della   legge  elet torale    allora   vi­ gente    entrano    in   Consiglio    Comunale     tutti   e  ventiquattro i   candidati   della   Lega   e   sei   della   lista   socialist a,  sulla  base  delle  preferenze espresse.   (1)
Come dato   statistico   oltre   che   politico   va  riportare che   i   sei   consiglieri   socialisti   sono   tutti    abitanti    del  centro  urbano.
Il   risultato   elettorale,   secondo   il   costu me  dell'epoca,   viene   festeggiato   dalla   Lega   con   un   lungo   corteo   e  grande   presenza   di   popolo.   Il   futuro   sindaco,   Colapietro,   al   termi ne della  manifestazione, parlando   presso   le   Borgata,   anticipa   che   l'attività   della   Giunta   che si   va   a   costituire   dovrà   essere   come   una   casa  di  vetro;  affermando così   il   valore   universale   della trasparenza  amminist rati va.
Il   Consiglio Comunale   si   tiene   il   27 ottobre.  E   presieduto   dal Commissario   Prefettizio   Francesc o  Flores,   il  quale  in  modo   preciso   e   particolareggiato   presenta   il   rendicon to   dei  sei  mesi  della   sua attivi tà.   C'è   un   principio   molto   valido   che   afferma e  che   è   opportuno   riportare   per   intero   «Non   il   potenz iam ento   dei   sussidi   in   denaro   o   in   natura  che   abituano    all'umi lian te    e  continua    richiesta di   aiuto,  ma   il   potenziamento    dell'affer maz ione   del   lavoro   che   liberi   dal   bisogno,  dovranno   essere   in   futuro  la   forza  che   solleva   il popolo   di   Ceccano   dall'attuale    sofferen za».
La   Lega   ha   vinto,  ma   i   socialisti   non  sono  affatto  rassegnati, perché   intendono   rigorosamente   contrastar e sin  dal   primo   momento ogni   atto   dei   vincitori.   Già   al   primo   punto   dell'   ordine  del   giorno, quello   riguardante   l'eleggibilità    dei   consig lieri  comunal i,  essi   fanno   delle   opposizioni.
Per   la   Lega   vengono   eletti:  Anelli  Filippo,   Canestrelli  Felice,  Cola Pietro,  Gizzi   Pietro,  Catozi  Giovanni,   Olmetti  Michel e,  Pandolfi   Alfredo;  Di  Vico  Giuseppe,  Compagnoni   Angelo   di  Pietrontonio,   Compagnoni   Angelo di  Antonio,   Spagnoli  Vincenzo, Cervoni   Arcangelo,  D'Annibale   Salva tore,  Mingarelli  Giovanni,  Spinelli   Lorenzo,  De Brocco  Alessandro,  Spinelli   Angelo,  Liburdi   Agostino,   Nicolia  Francesco,  D'Amico  Orlando,   Liburdi   Pietro,  Lucchetti   Pasquale  e   Anelli   Nino.Mentre  i   Consiglieri   Social isti   sono:   Apruzzese   Alessandro,  Angeletti Domenic o,  Micheli   Antonio,   Rispoli  Giuseppe,    Di   Stefano   Michelangelo,  Cerroni   Domenico.

Il   socialista  Domenico    Angeletti     chiede    con  sott ili    argoment a zioni    la   decadenza     di  Liburdi    Pietro    e   di   Pandolfi   Pietro    poiché affini,   in   quanto    suocero  e  genero.  Can estrell i,  a   nome   della   maggioranz a,  compie   un   tentativo   di   mediazione   per   evitare   uno   scontro   frontale   e  saggiamente   propone    di   non   esamin are  il   ricorso, ma   di   inoltrarlo   alla   Giunta    Provinciale   Amministrativa,    (un   organo   della   Prefettura   che fino   alla   nascita   della   Region e,  ha   controlla to  l'attività    dei   Comuni),    lasciando   quindi   alla  stessa   ogni­ decisione   in   mer ito.
La   proposta   non   viene   accolta,   anzi   a   quel   punto   Antonio   Micheli,  consigliere   socialista,  si   alza per  chiedere  l'ineleggibilità    di Canestrelli e di   Spagnoli,   anch'egli  eletto   fra   le   liste   della   Lega, poiché   essendo dipendenti    della   Romana   Elettricità,   ente   erogatore   l'energia  elettrica al   Comune,  secondo   lui  non   possono  tutelare   il   Comune   stesso.
In   verità   si   tratta    di   argomenti   molto   pretestuosi, corrispondenti   solo   ad   uno   stato   d'animo    tipico   di   tutti    coloro   che   escono sconfitti   dalle   elezioni. Le   due   proposte   socialiste   vengono   messe   ai   voti   e   come   si  può immaginare   vengono   respinte   dalla maggio ranza.  A   quel   punto, però,  le   questioni   non   sembrano   chiudersi,   anzi   improvvisamente c'è   un   colpo   di   coda   veramente    imprevedibile. Canestrelli  si   alza e   chiede   la  ineleggibilità   di   Michelangelo   Di Stefano,  consigliere   socialista,   in   quanto   figlio   del   capo   guardia. Anche   questo   è   un   pretesto,   non   ha   insomma   nessuna   base   giuridica,  è   senz'altro   una   ritorsione   ai   fatti   precedentemente    sollevati;  Solo   che   Canestrelli  ha   alle   spalle  la   forza   dei   numeri   ed   il   voto dei   consiglieri   comunali.  Di   Stefano   così  viene   privato  del   seggio conquistato   con   le   elezioni   ed   è   costretto   ad   uscire   dall'aula.
I   ventotto   consiglieri   comunali   presenti   in   aula,   assente   Liburdi   della   maggioranza,    passano   così alla   elezione   del   Sindaco   ed anche   in   questa   occasione non   mancano  le   sorprese:  Colapietro, meglio conosciuto   come  «Zi  Pitrucc i»,   verrà   eletto   al l'unanimità con   ventotto    voti,  socialisti  compresi. I   consiglieri   socialisti,   infatti,   sin  dal   primo   momento   cercano con   incitamenti   e   lusinghe   varie   di   scardinare  l'unità   dei   consiglieri della   Lega,  non  perdendo   occasione  per   minarne   la  compattezza. Le   votazioni   successive   per  l'elezione   degli   assessori   effettivi   e   di quelli   supplenti,    mettono    in   evidenza   che   i   23   consiglieri   della   Lega non  sono   disciplinati  in quanto   ve ne sono alcuni  che  votano in   libertà. Fra   gli   assessori   effettivi  vengono  eletti  Nino Anelli,  Bicetto Canestrelli,   Nino   Catozi  e   Compagnoni    Angelo   ma   costoro   pur   avendo    a   disposizione    ventitre  voti  ne  ottengono  molto  di  meno.   (2)
Fra   coloro  che   prendono   voti   non  previsti, ma  non   vengono   eletti c'è   Di   Vico   che   ne  ottiene   addirittura   dodici,  il   che   vuol   dire  che oltre   che   dai   cinque   socialisti,  ha  ottenuto   voti   da   sette   consiglieri della   maggioranza. Fra   gli   assessor i  supplenti   vengono   eletti   Olmetti   e   D'Annibal e, (3)   ma   anche   in   questa   occasione   mancano   parecchi   voti   di   consiglieri   di   maggioranza. Gli eventi   sopra   descritti   mi   auguro   possano   esser e  ritenuti   interessanti   per   la   registrazione   fattane,   per   aver  tirato   fuori  una   fotografi a  ingiallita  e   forse  dimenticata   nel   tempo.   Ad alcuni   più sensibili, gli   episodi   meno   edif icanti   possono   aver   procurato fastidio  e   delusione se si   tiene   conto   che   essi   avvengon o  nel momento   stess o  in   cui si   raggiunge   una   tappa   tanta   affannosamente   ricercata,  qual'é  l'affermazione   piena   della   democrazia.
Una   democrazia   conquistata   oltre  che  con   tanti   sacrific i  e   privazioni anche   con   il   sangue   di   46.000   partigiani caduti,  30.000   italiani   caduti   combattendo  nei   movimenti   di   liberazione   in   Grecia, Albania,  Jugoslavia, Francia,  33.000   militari   morti  nei  lager tedeschi,  8.000   deportati   politici   uccisi   dai   nazisti   nei   campi   di   eliminazione,  10.00 0 soldati   italiani  caduti   combattendo   a   fianco   degli   alleati. Un   tributo,    dunque,   veramente   alto.
(2)   Vengono eleni  assessor i  effettivi:  Anelli  Nino   (20  voti),   Canestrelli   Bicene   (19  voti),Catozi   Nino   (17  voti),  Compagnoni  Angelo  (16   voti).Non   vengono   eletti   ma  prendono  ugualmente  voti: Di   Vico   Giuseppe   (12  voti),   Anelli  Filippo  (11  voti),  Liburdi   Agostino (9   voti),  D'Annibale    Felice   (7   voti).
(3)   Vengono   eletti  assessori supplenti:  Dimeni  Michele(17  voti),  D'Annibale  Felice(16   voti). Non  vengono   eletti   ma  prendono   voti:  Di  Vico  Giuseppe  (7   voti),  Anelli   Filippo  (6  voti).
Mai   nessun   altro   insediamento   di   Consiglio  Comunale,  sia   prima che   dopo  il  fascismo , fu   tanto   tumultuoso   e  conflittuale   come   quello   del   1946. Nello stesso   tempo   merita   di   essere   ricordato   un   fenomeno   che caratterizza   quel   momento:  le   sofferenze   e  le   privazioni   della   guerra erano   state   vissute   da   tutti   ma   ogni   cittadino   aveva   risolto   i   propri  problemi   isolatamente,   aguzzando   il   proprio   ingegno   e   stimolando  il   proprio   spirito   di   iniziativa.  Nel   dopoguerra,   invece,   la   formazione   dei   partiti   ricompone   tutte    le   frammentazioni   della   società   ed i   piccoli   egoismi   sulla   base   di   programmi   e   di   idee.   I   partiti   sono in   grado   di   assicurare  a   tutti   una   speranza,   un   futuro   e   di   ipotizzare perfino   la   costruzione   di   una   società   nuova. I   cittadini,   pur   se   diversamente  schierati , alimentano   e   sono   compartecipi   di   questo   «sentire  comune».   Questo   fecondo   clima   caratterizza   la   scena   nazionale   e   quella   cittadina;   la   solidarietà   è   un   valore non   solo   proclamato a   parole   ma   concretamente   realizzato. Le   vicende accadute  dentro e  fuori il Consiglio Comunale rappresentano un aspetto, forse marginale, dell'intera vicenda politica. I grandi interessi generali sono ancora prevalenti rispetto agli   interessi   personali   o   di   gruppo. Nell' epoca   di   cui   stiamo   scrivendo   non   esiste   la   degenerazione del   sistema   dei   partiti   come   purtroppo    avviene   oggi. Le vicende  politiche anche   nei momenti più alti della  loro grandezza ed   esemplarità  purtroppo sono state accompagnate da   piccinerie   e   zone   d'ombra. Non   deve   scandalizzare   nessuno   se   è   stato   sempre   così.
Pur in   un clima   di   grande antagonismo   fra   forze   politiche   cittadine,   il   quadro   istituzionale   ha   compiuto   un   altro   passo   in   avanti. L'Italia   è   già   uno   stato   repubblicano   e   l'assemblea costituente   sta già   disegnando   quella   Costituzione   che   andrà   in   vigore   dopo   quattordici   mesi.   La   democrazia   si   consolida,   i   partiti   attraverso   la   propria   attività   la   radicano   fra   i   cittadini. Gli   antagonismi,  le   polemiche, le   rivalità   fra   gruppi   cittadini   continueranno   a   caratterizzare   la   nostra   vita.  Il   Consiglio   Comunale   dovrà   portare   avanti   una   eccezionale   mole   di   lavoro   legato   ai   grandi   temi   della   ricostruzione.   Bovieri nella   seduta   consiliare  successiva con 14  voti   contrari  e  13   favorevoli non verrà   assunto   come   dipendente   comunale.  È   un fatto    che   vuol dire   molte   cose  e   va   interpretato   in   diverse  maniere.   E   vero   che   non si onora  un patto  sottoscritto  ma è anche espressione che la democrazia sprigiona nuove forze, nuove energie e se vogliamo  anche   nuove ambizioni    personali.    Si   apre  una  fase  in cui  c'è  la   volontà  ad affermarsi  e a  non  accettare  ipoteche  personali  e   primogeniture. Siamo cioè   di   fronte    all'altra  faccia   della  politic a.  Tutto  questo  non  vuol dire sempre  assicurare   una   stabilità alle  istituzioni;  il   procedere,  infatti,    sarà   alternato  da   antagonismi   e   realizzazioni,  incertezze e   validi   atti   deliberativ i.   Con   questo  incedere   spesso   incerto   e   nell'ultimo periodo senza  una  base  di  appoggio, la   Giunta    andrà    avanti    fino all'aprile  del  1950,  quando  la   maggioranza    dei   consiglieri   si dimetterà   facendo    arrivare   il   Commissario    Prefettizio.   La   Giunta   diretta da   Colapietro   lavora   per   quasi   quattro   anni   attraversati   da   grandi eventi   quali   la   rottura   del l'unità   nazionale   all'inizio   del   1947 e dalle   elezioni   del   18   aprile   del   1948:   momenti   senz'altro   significativi e   che   meritano   approfondimenti   non   precipitosi   e   che   qualche   altro,   sollecitato   da   questa   pubblicazione   mi   auguro,  vorrà   fare.



FONTI   ORALI
Le   seguenti   persone   attraverso   i   loro   ricordi   hanno    permesso   la   realizzazione del   libro
:
1  -  Apruzzese   Enzo
2   -   Battista   Romolo
3   -   Bevilacqua   Luigi
4   -   Bonanome   Pio
5   -   Carlini   Checco
6   -   Carlini   Sergio
7   -   Chiucchiolo   Carlo
8   -   Ciceiarelli   Giuseppe
9   -   Compagnoni    Angelolo   -   De   Santis   Luigi
Il    -   Ferri   Giovanni
12   -   Liburdi   Arcangelo
13   -   Loffredi   Umberto
14   -   Martini   Carlo
15   -   Mastrantoni   Luigi
16   -   Micheli   Giovanni
17   -   Peruzzi   Aldo
18   -   Piroli   Agostino
19   -   Reali   Roberto
20   -   Santodonato    Dario
21   -   Savoni   Pietro
22  -  Tere nzi   Loreto

FONTI SCRITTE
Battaglia Garritano               Breve storia della resistenza
Domenico Tortolano            I cannoni di Cassino
Robert Katz                            Morte a Roma
AA.VV.                                    Storia D’Italia
Gioacchino Giammaria       Dati sulla resistenza in ciociaria
Arturo D’Innocenzo             Ritratto di una Repubblica
AA. VV.                                  Ceccano nel tempo
Michelangelo Sindici           Ceccano l’antica Fabrateria
Carlo Cristofanilli                  La chiesa abaziale di San Nicola
Tommaso Bartoli                  Azione Cattolica
AA. VV.                                   Quaderni di ricerca su Ceccano
AA. VV.                                   Due secoli di gloria nella Badia di Cecca
Serie "Il Popolano"
Registro deliberazioni comunali di Ceccano

 

















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