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Tommaso Gizzi: un ciociaro che per poco non fu Papa

LIBRI > Frammenti di vita ceccanese
 

Tommaso Pasquale Gizzi nacque a Ceccano il 22
settembre 1787. Qui passò la prima infanzia fino a
quando la famiglia non decise di inviarlo nel vicino
Seminario di Ferentino. Nello studio mise in rnostra
una spiccata predilezione verso i problemi giuridici
e, grazie a questa riconosciuta inclinazione, fu no-
minato Segreto di Rota. Ben presto, però, incomin-
ciò a svolgere un'intensa attività diplomatica che con
gli anni gli permetterà di acquisire un eccellente pa-
trimonio di conoscenze e di esperienze.
Venne inviato in Svizzera, dove fu prima Uditore
di nunziatura e poi Nunzio. Sempre con tale qualifi-
ca fu mandato in Baviera, quindi, alla Corte Piemon-
tese ove la sua attività fu tanto apprezzata da meritare
la commenda dei SS. Maurizio e Lazzaro. Il Gizzi
ebbe inoltre la possibilità di farsi conoscere in Bel-
gio dove ricoprì l'incarico straordinario di affari. Sa-
lito al soglio pontificio Gregorio XVI, gli venne
affidata la Straordinaria Delegazione di Ancona ove
mise in evidenza le sue capacità diplomatiche quan-
do riuscì a persuadere le truppe francesi, intervenu-
te dopo l'occupazione austriaca di Bologna, a ritirarsi
di fronte alla città.
Nominato Arcivescovo ritornò Nunzio in Svizze-
ra, dove, superando oggettive resistenze e difficol-
tà, si dimostrò ottimo organizzatore e pastore
ripristinando il Vescovado di S. Gallo. Dopo il ri-
torno a Torino, il 22 gennaio 1844, venne nominato
Cardinale e Legato della provincia di Forlì. Qui la
sua scrupolosa e tollerante attività venne riconosciuta
perfino dal D'Azeglio, che di lui così scrive: « La pro-
vincia o legazione di Forlì, sottoposta al Cardinale
Gizzi, al quale ci gode l'animo render quell'omag-
gio che merita la sua umanità e la sua nobiltà del cuo-
re, che rifugge da ogni lordura di polizia, ne impedisce
le provocazioni ed ogni altra ribalteria...»
Alla morte di Gregorio XVI le previsioni fanno ri-
tenere che i candidati alla successione siano due : il
Cardinale Luigi Lambruschini, già da 10 anni Segre-

tario di Stato, ed il Cardinale Gizzi.Il primo, chia-
ramente reazionario, è il rappresentante della
continuità del regime, l'altro esprime il nuovo. Giz-
zi, protetto e sostenuto dai Cardinaii Vannicelli e
Massimo, grazie alle cose scritte dal D'Azeglio, ali-
'mentava le speranze dei liberali per la sua dimostra-
ta attività tollerante ed equilibrata. La fiducia verso
il Cardinale ceccanese era tanto forte da indurre ad-
dirittura alcuni notabili romagnoli ad inviare al col-
legio cardinalizio un appello affinché venisse eletto
un Papa che concedesse qualche riforma. Se era ben
visto dai liberali, Gizzi era, però, avversato dal Met-
ternich; pertanto, non è da escludere che l'austriaco
Cardinale Gaysruck, Arcivescovo di Milano, portasse
al Conclave un veto dell'Austria verso il ciociaro. Il
Conclave si tenne al Quirinale e, con l'imprevista ele-
zione di Pio IX, si risolve in due giorni.
Quando uscì la fumata bianca, il sole era già tra-
montato, e perciò l'annuncio dell'elezione del nuo-
vo Papa fu rinviato al giorno dopo.
A questo punto awenne un grosso equivoco: si sep-
pe che erano necessari, per vestire il nuovo Papa, Sa-
cri paramenti di taglia piccola. Ciò, vista la grossa
corporatura di Lambruschini e la minuta del Gizzi,
lasciò supporre l'avvenuta elezione del secondo. Que-
sta ipotesi alimentò uri forte entusiasmo fra la po-
polazione che durante la notte si radunò sempre più
massiccia sulla piazza. La notizia, alle luci del gior-
no seguente, arrivò persino a Ceccano dove il paren-
tato, nel palazzo ancora oggi situato inpiazza XXV
Luglio, incautamente espresse la gioia rompendo il
vasellame. Pio IX quando apparve alla popolazio-
ne, rimase colpito da tanto entusiasmo, ne fu con-
tento e contemporaneamente condizionato.
La storia ci ha dimostrato come tutti gli atti di Pio
IX furono strappati più dalle dimostrazioni popola-
ri che spontaneamente concessi. Val la pena ricor-
dare, a tal riguardo, che uno dei luoghi di incontro
e di aggregazione della iniziativa dei liberali, fosse


l'osteria di un altro ciociaro: Angelo Brunetti, me-
glio conosciuto come «Ciceruacchio». Ad illudere le
speranze dei liberali furono alcuni atti che sembra-
no rivoluzionari: la nomina dello stesso Gizzi a Se-
gretario di Stato, l'amnistia del 16 luglio e
l'immediata crescita d'influenza del progressista
Mons. Carboli Bussi. Si parla tanto di tradimento
o di voltafaccia del Papa durante la primavera del
'48, ma, a veder bene, tale atteggiamento era già in
embrione nell'enciclica «Qui pluribus» del9 novem-
bre 1846, per la redazione della quale non fu estra-
neo il contributo di Gizzi, dove veniva affermato che
<<la nefasta dottrina del cosiddetto comunismo era
sommamente contraria allo stesso diritto naturale>>.
A questo punto si potrebbe obiettare: cosa centrano
i liberali con i comunisti? la verità è che in quel pe-
riodo si manifestò, non solo a Roma, una tendenza
espressa ancor meglio nell'Allocuzione del 20 aprile
1849, che caratterizzò la propaganda clericale: quel-
la di far apparire come inevitabilmente sfociante nel
socialismo ogni movimento progressivo, anche il più
moderato. Gizzi fu direttamente coinvolto da que-
ste spinte provenienti in particolar modo dalla Francia
e ne fu l'espressione. Anche se è difficile dare un giu-
dizio complessivo ben definito egli non può essere

definito o considerato un cattolico-liberale, intenden-
do con ciò quel movimento che da Gioberti si carat-
terizzò sempre piÌr nel periodo che va dal'46 al'48,
ma, invece un tollerante che voleva un riformismo
amministrativo e non una laicizzazione del papato.
È possibile ritenerlo in questa maniera per l'avver-
sione manifestata vèiso la creazione della Guardia
civica. Questa promessa di Pio IX, strappata dalle
manifestazione, indusse il Gizzi a dimettersi da Se-
gretario di Stato nell'estate del 1847, poiché per lui
costituiva un grave cedimento, portatore di sbocchi
pericolosi ed imprevedibili.
Dal suo punto di vista non ebbe torto perché i fat-
ti gli diedero ragione: l'assassinio di Pellegrino Ros-
si, la Repubblica, la fuga del Papa.
Ma anche dopo questi eventi continuò ad essere
un fedele e convinto servitore del Pontefice e ad avere
un ruolo importante mentre il Papa si trovava a Gaeta
poiché, da Lenola, coordinò i collegamenti con pre-
lati ed ufficiali borbonici, francesi e pontefici ostili
alla Repubblica.
È durante questo scrupoloso lavoro che muore, im-
provvisamente il 2 giugno 1849.

(da Gazzetta Ciociara, novembre 1978)


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