LOFFREDI E DINTORNI

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Ceccano con gli operai del saponificio Annunziata

LIBRI

Lucia Fabi Angelino Loffredi


CECCANO    CON GLI   OPERAI DEL   SAPONIFICIO   ANNUNZI AT A



1951   -   1962

 


Le   foto   di   copertina   sono   tratte dall’ a rchivio   fotografico   de   "l’ unità"

All’operaio   Luigi   Mastrogiacomo caduto   in   difesa   dei   diritti   del   lavoro

 Prefazione



di   Domenico   De   Santis e   G uido   T omassi



A 51   anni   dalle   lotte   sostenute   dai   lavoratori   del   saponificio Annunziata   di Ceccano, per vedersi riconosciuta una giusta  r etribuzione e condizioni di lavo r o   dignitose,   Lucia   Fabi   e Angelino   Loff r edi   hanno   ricostruito   con dovizia e particola r e documentazione quella battaglia politico-sindacale, sfociata   in   tragedia,   che   coinvolse   l’intera   comunità   .
Per   questo   motivo   lo   Spi   CGIL   e   la   Sgil   di   F r osinone,   in   occasione   della   festa p r ovinciale dei diritti e della libertà che si terrà a Ceccano, hanno voluto pubblica r e   questo   scritto.
L ’occasione   che   ci   dà   questa   pubblicazione   è   unica: rico r da r e   le   conquiste sindacali che in molte ci r costanze, come in questa, sono costate la vita dei lavoratori,   come   accadde   a   Luigi   Mast r ogiacomo   caduto   il   28   maggio   del
1962 sotto il fuoco dei carabinieri impegnati imp r opriamente a  r eprime r e la pacifica   p r otesta   dei   lavoratori   cont r o   la   di r ezione   aziendale.
Una memoria storica da rico r da r e e conserva r e per il futu r o, utile a impedi-  r e   la   cancellazione   delle   conquiste   e   dei   diritti   che   hanno   dato   dignità   al   lavo-  r o e ai lavoratori e che semp r e più spesso, scambiati per privilegi, vengono messi   in   discussione   in   questo   paese.



Segretario   generale   della  c dl   CGIL   di   Frosinone
Segretario   generale   dello
Spi   CGIL   di   Frosinone

c apitolo   primo


LA   FORZA   E   LA   RAGIONE


L ’occasionale   visitatore   che   arriva   a   C eccano   percorrendo   la   statale   via   g aeta incontra sulla riva sinistra del Sacco, fra il ponte sulla ferrovia e quello sul fiume,   un   grande   opificio   industriale   appartenuto   all’holding  a nnunziata(1), dall’aspetto   grigio   e   cadente,   inattivo   da   14   anni.   Di   fronte   è   stato   eretto   nel
2001 ,  sindac o  Maurizi o  C erroni ,  i l  monument o  i n  onor e  d i  Luig i Mastrogiacomo,   operaio   del   saponificio   A nnunziata,   opera   dello   scultore   ceccanese   A ntonio   G reci.
In seguito alla dichiarazione di fallimento, quello che fu parte di un impero economico è ora  sotto la gestione di un commissario liquidatore  che da anni sta provvedendo a vendere pezzi e materiale vario per recuperare liquidità e fronteggiare   così   le   richieste   dei   creditori.
O ggi tutta la zona limitrofa    risulta essere una delle più inquinate della pro- vincia di Frosinone a causa degli scarichi automobilistici e del betaesacloro- ciloesano,   presente   nelle   acque   del   fiume   e   nei   terreni   circostanti.   inoltre   non si   conoscono   i   composti   chimici   del   materiale   presenti   ancora   all’interno   della fabbrica.  E ppure quest’area insieme a quella attorno al piazzale d’ingresso fu per   tanti   anni   teatro   e   palcoscenico   di   straordinarie   vicende   umane,   che   carat- terizzarono la vita cittadina, e ogni qualvolta vengono ricordate parlano al cuore, procurano incredulità e grande commozione. Se lo sguardo invece si posa sul monumento all’operaio ucciso, allora i ricordi incominciano a pren- dere corpo e ci conducono direttamente a quel 28 maggio 1962,    quando alle prime ombre della sera Luigi Mastrogiacomo, operaio del saponificio  a nnunziata di  C eccano, veniva colpito da un proiettile sparato a non più di venti metri, mentre stazionava sotto un lampione    di via San Francesco. Fu abbattuto mentre difendeva le sue condizioni di lavoro e di vita da un cecchi- no,   e   non   si   è   mai   saputo   se   poliziotto   o   carabiniere. Lasciava   la   moglie   e   due figlie.  C ’era un’impari lotta fra la dignità del lavoro e l’abuso del capitale, in uno Stato repressivo con i deboli e vile con i forti, questo è il fatto, anzi potremmo   dire   il   misfatto,   da   cui   intendiamo   partire   ricordando   che   nella   fab- brica   del   commendatore   A ntonio   A nnunziata   solo   dal   1961   verranno   esercitati   i   diritti   sindacali.   Nel  saponificio   di   C eccano   infatti   non   esistevano   garanzie sul lavoro, così come invece accadeva nelle altre vicine fabbriche di  C olleferro,   Isola   del   Liri,   C eprano   e   BPD   di   C eccano.


  

CALCIO   ED   ELEZIONI


A lla   luce   di   documenti,   testimonianze   e   ricordi   personali   proveremo   a   raccontare gli avvenimenti più importanti che nel corso degli anni accaddero fuori e dentro    la fabbrica, so f fermandoci non solo sul    rapporto fra direzione aziendale   e   lavoratori   dipendenti,   ma   anche   sul   ruolo   svolto   dalla   popolazione   ceccanese   che   fu   sempre   a   fianco   degli   operai.   U na   comunità   che   non   voltò   mai lo   sguardo,   anche   se   non   mancarono   momenti   di   oblio   per   la   condizione   degli operai, come ad esempio quando la squadra di calcio esercitò su di essa una totale   attrattiva   prendendone   completamente   ogni   attenzione.
V oluta e finanziata dalla direzione aziendale, riportava sulle maglie dei cal- ciatori   la   scritta   "Annunziata".   nel   campionato   di   calcio   di   1a   divisione
1951/52   tale   squadra,   per   il   talento   dei   giocatori,   esercitò   un   richiamo   magne- tico, irripetibile sù i cittadini. La squadra titolare era composta da un    profu- go   croato,   un   ceccanese,   tre   romani   e,   per   il    resto,   da   ciociari   .
La   città   di   C eccano   visse   un   momento   di   grande   euforia   per   via   delle   entusiastiche notizie riportate anche dai giornali nazionali, esaltata la domenica  pomeriggi o  da i  virtuosism i  d i  C laudi o  G abriele ,  dall a  intelligenz a  d i  G uadagnoli ,  dall a  class e  d i   C asavecchi a   e  dall a  generosit à  d i  T itt a  G iovannone.(2)

La   squadra   non   solo   stravinse   nel   campionato   ma   riuscì   a   fronteggiare   degna- mente   negli   incontri   amichevoli   il   Padova,   il   Bologna,   la   Lazio   e   il   Sarpsbo r g, squadra   campione   di   N orvegia.

Le sue vittorie incantarono il paese, tanto da far dimenticare a tutti che gli operai   in   fabbrica   erano   senza   sindacato.
U n momento magico (per il commendatore), una vera luna di miele con la città! Ma l’ingordigia causa sempre brutti scherzi. il 25 e 26    maggio 1952 si votava per le elezioni comunali e per quelle provinciali, pertanto egli, con un manifesto minaccioso, di f fidò i ceccanesi dal votare per i socialcomunisti, in caso   contrario   avrebbe   spostato   la   squadra   in   un   altro   paese,   probabilmente   a Sora.   Fu   un   fulmine   a   ciel   sereno.   Ma   vediamo   come   si   svilupparono   gli avvenimenti   successivi.
Si votava in Italia per la prima volta per eleggere i  c onsigli provinciali e la provincia di Frosinone venne divisa in 20 collegi mentre gli eletti dovevano essere trenta. il sistema uninominale prevedeva l’elezione del candidato vin- cente   in   ogni   collegio   mentre   altri   dieci   venivano   eletti   sulla   base   dei   voti   rice- vuti   dalle   liste.
Al  c onsiglio provinciale di Frosinone, nel collegio di  C eccano, i candidati erano   quattro   ma   coloro   che   potevano   sperare   di   essere   eletti   erano   due:   Luigi igi, direttore dell’ospedale psichiatrico di  C eccano, sostenuto dalla D c , e Luigi Begozzi, socialista, dal 1948 professore di Storia e Filosofia presso il liceo  T urriziani   di   Frosinone,   amato   dagli   studenti   e   stimato   dai   colleghi,   che con il simbolo "vanga e stella" sulla scheda elettorale rappresentava i comu- nisti   e   i   socialisti   uniti.(3)
Per   il   c onsiglio   comunale   si   votava   dopo   più   di   due   anni   di   presenza   in   ammi- nistrazione del commissario prefettizio. Per l’elezione al comune di  c eccano la legge prevedeva che le liste apparentate, in caso di vittoria, prendessero venti   consiglieri   sui   trenta   eleggibili.
Il PCI   era apparentato con il PSI, mentre la D C  lo era con il PSDI. il MSI si presentava da solo.  L ’aspetto curioso era rappresentato dal fatto che la D c  presentava  come  candidato  a  sindaco  il  generale  dei  carabinieri   a ngelo  c erica,   senatore,   originario   di  A latri   ma   senza   alcun   legame   con   la   città   di  C eccano.   il   P c i   presentava   V incenzo   Bovieri,   figura   conosciutissima   e   stimata ,   già   sindaco   della   ricostruzione   dal   1944   al   1946.
Il   generale   C erica,   al   contrario,   era   distaccato   e   altezzoso:   ai   sostenitori   democristiani   che   lo   accompagnavano   non   chiedeva   mai   notizie   sulle   condizioni   di vita   degli   abitanti   della    contrada   ove   si   apprestava   ad   incontrare   gli   elettori, e la sua attenzione, forse per deformazione professionale, era rivolta    solamente   alle   distanze   dal   centro   urbano   e   alle   quote   altimetriche   del   luogo   dove si   trovava.
La campagna elettorale si svolgeva quando la squadra di calcio "Annunziata"
vinceva   il   proprio   girone,   imbattuta   e   al   massimo   della   popolarità.
Nel  corso   della   stessa   il   professor   Begozzi   conquistò   immediatamente   gli animi dei cittadini. Possedeva un linguaggio pacato e accessibile a tutti, una miscela di giustizia sociale e rassicurazioni cristiane. il lunedì mattina, men- tre si stava ancora votando, davanti    alla sezione D C  a sancire un successo elettorale   ritenuto   sicuro,   venne   scaricato   il   materiale   per   uno   spettacolo   piro- tecnico.
A lle 19, sempre di lunedì, il professor Begozzi mentre si trovava nella sarto- ria di   A medeo  G izzi, sede del comitato elettorale socialista, venne a conoscere   da   Vladimiro   Mo f fa   e   da   Lorenzino  A ngelini   i   risultati   anche    degli   altri comuni   del   collegio,   dai   quali   risultava   essere   il   più   votato .(4)
Lo scrutinio per le elezioni comunali invece andava avanti a rilento, l’esito era   incerto,   ma   per   tutti   il   segnale   esplicativo   consisteva   nello   spettacolo   piro-tecnico preparato dalla D C . Per gli elettori socialcomunisti delle campagne, privi   di   idonei   collegamenti,   la   notte   si   dimostrò   lunga,   e   di   fremente   attesa.

i fuochi non si sentirono; al contrario, la mattina del martedì, al so r gere del sole, dall’alto del serbatoio comunale si vide sventolare una bandiera rossa. Fu   il   segnale   della   vittoria   che   il   fontaniere   Luigi   G iovannone    regalò   al   popolo   della   sinistra.(5)

Il   21   giugno   1952   il   comunista  V incenzo   Bovieri,(6)   sostenuto   dai   consiglieri comunali comunisti e socialisti venne eletto sindaco. Fra i 10    eletti nel grup- po   del   P CI   c’era   anche   Romolo   Battista,   operaio   del   saponificio   a nnunziata, mentre nel gruppo D C  era presente Francesco Battista, fratello di Romolo .(7) Gli   avvenimenti  dimostrarono  che  il  commendatore   A nnunziata  aveva  il dominio nell’interno del saponificio ma non era capace di    conquistare l’animo   dei   ceccanesi.   N e   prese   atto   e   rinunciò   a   qualsiasi   ritorsione   contro   la   città. La squadra nel campionato 1952/53    continuò a giocare    nel campo sportivo comunale "Dante Popolla" di  C eccano, ma a causa delle lunghe polemiche riguardanti la campagna acquisti e le scelte dell’allenatore  U ber  G radella si ridusse   quella   connessione   emotiva   così   positiva   tra   la   squadra   e   la   popolazione   ceccanese.
Il parco giocatori improvvisamente si trovò    ingrossato da presenze di    atleti provenienti dal nord Italia.   Il   dialetto sentito lungo le strade cittadine e all’in- terno   del   campo   di   gioco   non   era   più   il   ciociaro,   familiare   e   rassicurante,   ma il   "cispadano".  T anti   giocatori   nuovi   giravano   per   C eccano   e   scendevano   in campo mentre non si vedevano giocare Bruni, Haghendofe r , Facchini, Scagliarini, Ferri e  C eriani, calciatori amati e che avevano fatto sognare gli sportivi   ceccanesi,   ora   ceduti   o   dati   in   prestito   ad   altre   squadre.  V i   fu   invece una   rotazione   continua   di   giocatori,   un’   altalena   di   presenze   confuse   e   incom- prensibili.  O ggi si direbbe che al di fuori di  G iovannone,  G abriele e  G uadagnoli   tutti   gli   altri   giocatori   furono   dei   precari.
La   squadra   non   avanzò   in   IV serie,   come   auspicato   da   tutti,   ma   si    qualificò solamente   al   secondo   posto,   preceduta   dall’avversario   di   sempre:   il   Sora.(8)
il   7   e   8   giugno   1953   si   tennero   le   elezioni   politiche   che   riconfermarono   la   D C  primo partito in Italia e a  C eccano, mentre le sinistre, P CI   e PSI,    a livello nazionale   ottennnero   un   milione   e   mezzo   di   voti   in   più   rispetto   al   1948.  A  C eccano   la   D C   arretrò    notevolmente   (-426   voti) al   contrario   i   due   partiti   di sinistra ottennero una grande avanzata(+470 voti)(9).  N ella provincia di Frosinone vennero eletti: al Senato i democristiani  C erica e Restagno; alla  c amera   il   repubblicano   C amangi ,   i l   democristian o   Fanelli ,   i   comunist i   Silvestr i e  C ompagnoni ,  quest’ultim o  ceccanese(10) .   Quest o è  i l  quadr o  complessiv o  util e  pe r   comprender e   megli o   gl i   avveniment i   ch e   c i   avviam o   a   tracciare .



LA   RAPPRESAGLIA


La   grande   avanzata   socialcomunista   a   C eccano   e   in   Italia,   la   sconfitta   della legge   tru f fa,   la   sorprendente   elezione   del   rappresentante   dei   contadini   a ngelo  c ompagnon i( 1 1)    alla   c amera    e   l’amministrazione   comunale   guidata   da   una giunta   socialcomunista   indubbiamente   davano   il   senso   del   cambiamento   e sollecitavano   atti   di   coraggio.   Nel   mese   di   luglio   si   manifestò   un   certo   fermento   all’interno   del   saponificio:   finalmente   un   tentativo   di   portare   la   rappresentanza   sindacale   mediante   la   commissione   interna,   dentro   l’opificio. Romolo   Battista,   figura   popolare,   rispettata,   dotata   di   un   certo   carisma,   ne   fu il   protagonista.   E’  opportuno   ricordare   che   veniva   chiamato   "il   capitano"   per il   ruolo   svolto   nella   squadra   calcistica   locale   prima   e   dopo   la   guerra.   I noltre era   stato   capopartigiano   di   una   delle   bande   operanti   a   C eccano   e   in   quel   luglio del   1953,   come   abbiamo   anticipato,   era   consigliere   comunale,   secondo   degli eletti,   dopo   Bovieri,   nella   lista   del   P c i .
Battista con l’on.  C ompagnoni, deputato e segretario provinciale della  CGIL , avviò   tutte   le   iniziative   necessarie   per   far   entrare   il   sindacato   in   fabbrica.  V ennero   stabiliti   contatti   ed   emersero   concrete   disponibilità.   Si   individuarono anche le persone che dovevano essere candidate alla elezione per la commissione   interna.
Quando ogni cosa sembrava definita la mattina del 22 luglio la direzione aziendale   annunciava i licenziamenti di  1 1   persone: otto uomini e tre   donne.  U na vera rappresaglia! Sicuramente c’era stata una so f fiata perché le persone colpite erano tutte coinvolte nell’iniziativa sindacale. Fra queste oltre a Battista anche persone che negli anni successivi caratterizzeranno la loro vita con  un  forte  impegno  politico:  Betto   T omassi,   G iovanna  Palermo,   G ino  T omassi,   G aspare   Maura,   Marcella   Mattone,   Paolo   D’ A velli,   Roberto   C iotoli, Rosaria   Bibi.
L ’atto padronale risultò arrogante: undici persone, otto delle quali con fami- glia a carico sbattute sul lastrico per aver provato ad esercitare diritti previsti dalla legge. Quella scelta crudele provocò una risposta tempestiva nella città. il giorno successivo, infatti, la sezione del P CI , attraverso il giornale murale "La   voce   del   popolo"   condannò   la   rappresaglia,   invitò   la   popolazione   a   soste- nere   le   famiglie   dei   licenziati,   rese   pubblico   che   A ntonio   A nnunziata   non rispettando il contratto e le previste paghe salariali sottraeva ogni anno 50 milioni   di   lire   dalle   tasche   dei   lavoratori .(12)

A ltre iniziative si svilupparono: la sera stessa del 23 la giunta comunale esa- minò la situazione, sostenendo la richiesta dei lavoratori e condannando i licenziamenti.   La   domenica   mattina   del   26   la   CGIL  tenne   presso   il   cinema Italia un’a f follatissima assemblea cittadina in cui l’onorevole  c ompagnoni illustrò la situazione esistente all’interno della fabbrica, ricordò    i minorenni adibiti ai lavori pesanti, la mancata retribuzione degli straordinari, le pessime condizioni   igieniche,    e   delineò   infine    le   iniziative   da   prendere(13).
Il   c onsiglio   comunale   di   C eccano   nel   pomeriggio   del   30   luglio,   pur   convocato   per   approvare   il   bilancio,   trovò   il   tempo   per   discutere   i   licenziamenti   e   formare una delegazione per incontrare il commendatore.  N ella stessa seduta il democristiano   Francesco   Battista   con   toni   duri   criticò   il   sindaco   per   non   aver convocato   nei   giorni   precedenti   il   c onsiglio   stesso.
L ’incontro   con  A nnunziata   si   tenne   dopo   le   ore   venti   ma   i   modi   bruschi   e sprezzanti   dello   stesso   confermarono   la   volontà   di   mantenere   i   licenziamen- ti. Fu un    colpo durissimo, una grave o f fesa al massimo o r gano di rappresen- tanza cittadina. Ma la città non si arrese: l’amministrazione comunale invitò i commercianti   del   paese   presso   la   palestra   comunale.   La   CGIL   spiegò   la   situazione,   evidenziò   quanto   la   città   stava   perdendo   per   la   politica   dei   bassi   salari e   chiese   un   gesto   di   palese   solidarietà.
Il giorno successivo tutti i commercianti ceccanesi raccolsero la sollecitazio- ne e come atto di sostegno agli operai abbassarono le saracinesche delle bot- teghe   dalle   ore   1 1   alle   13.(14)
Nel   riportare   gli   atti   intrapresi   per   difendere   i   lavoratori   eme r ge   l’assenza    in tutte   queste   occasioni   della   CISL   e   della   UIL,  e   nemmeno   siamo   riusciti   a conoscere   le   loro   posizioni.   E’  evidente   che   la   scissione   avvenuta   nel   1948 ancora   pesava   e   incideva   duramente.
Il 3 agosto la  CGIL , forte di un consenso esistente fuori dalla fabbrica e rilevato    che il padrone era irremovibile, non ebbe altra scelta che proclamare lo sciopero   aziendale.
U na   scelta   temeraria   che   si   dimostrò   fatale:   tutti   gli   operai   al   suono   della   sirena    entrarono in fabbrica, anzi qualcuno si avviò al lavoro prima del segnale d’ingresso .(15)
La paura purtroppo, aveva avuto il sopravvento sul coraggio e sulla determi- natezza. La città ha dovuto registrare    una cocente sconfitta, la più grave mai ricevuta,   che   peserà   negativamente   ancora   per   tanti   anni.   a   otto   anni   dalla   fine della guerra e dal ripristino delle libertà democratiche il sindacato non è rico- nosciuto.   Romolo    Battista,   a   settembre   si   dimetterà   da   consigliere   comunale
ritirandosi dalla vita pubblica e lo stabilimento si appresterà, inevitabilmente, ad   essere   chiamato   "terra   senza   legge".
L ’ A V V OC A T O   GIUSEPPE   AMBROSI


Il commendatore riuscì a mantenere il dominio all’interno del saponificio ma non fermò importanti iniziative di contestazione che lasciarono il segno fra l’opinione   pubblica  c ittadina e   videro l’epicentro nell’amministrazione   comunale   di   C eccano. Sin   dal   giorno   della   sua   elezione   a   consigliere   comunale   l’avvocato   G iuseppe  A mbrosi,(16)   primo degli eletti nella lista socialista, caratterizzò la sua iniziativa amministrativa sollecitando l’apertura di un contenzioso fiscale contro la SpA   A nnunziata.
A   tale   proposito   deve   essere   evidenziato   un   precedente   contenzioso   aperto dal   commissario   prefettizio,   Felice   Franco,   verso   la   ditta  A nnunziata   che attraverso un concordato relativo agli anni 1950-51 permetterà al  c omune di incassare   18   milioni   di   lire(17).
Secondo   l’ A mbrosi,  A nnunziata   non   pagava   in   modo   corretto   l’imposta   di fabbricazione.
L ’imposta   sulle   industrie,   commerci,   arti   e   professioni   era   prevista   dalla   legge

1075   del   1931   e   successive   modifiche   del   1937   e   del   1945,   quest’ultima   attra- verso   la   legge   629.  T al e   impost a   colpiv a   "chiunqu e   ese r cit i   i n   mod o   continu o  un a  industri a  d a  cu i  tragg a  r eddit o  soggett o  all a  impost a  d i  ricchezz a  mobi - le”(18), (art.161). Era applicata al reddito netto iscritto a ruolo agli effetti del- l’imposta di ricchezza mobile con l’aliquota che poteva giungere fino al limi- te del 3%.(19), (art 162).
Il consigliere Ambrosi, in base ai documenti a sua disposizione, metteva in discussione la veridicità del reddito netto dichiarato e quindi dei bilanci del- l’azienda. Egli prendeva in esame due aspetti: l’ammontare dell’imposte sui cartoni corrisposto al comune e il numero delle pressate di sapone al giorno. Per quanto riguarda il primo aspetto, ambrosi, raccordando il numero com- plessivo delle cassette di sapone (prodotte dalla collegata cartiera Savoni) al numero dei pezzi di sapone in essa contenuti e al loro singolo peso (200 g) ipotizzava un reddito lordo annuo di 15 miliardi.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, ambrosi prendeva in esame le pressa- te di sapone (importante fase del ciclo produttivo). Di esse se ne facevano venti per ognuno dei tre turni lavorativi, in ogni pressata si lavoravano 30 q. di sapone, per cui si arrivava a una produzione giornaliera di 1.800 q. in base ai suoi calcoli (non completamente esplicitati) giungeva al medesimo risulta- to di 15 miliardi di reddito lordo. Sempre secondo i suoi calcoli, l’utile netto era di 3 miliardi che avrebbe dovuto assicurare al comune un’imposta annua di 165 milioni(20).
Si trattava di una  somma importante che avrebbe sicuramente risolto i tanti problemi del comune.
Non si riuscirà mai a verificare l’esattezza dei calcoli ipotizzati dall’avvocato. Indubbiamente il metodo usato era molto approssimativo, privo di variabili contabili. Lo stesso  non solo accusava la Spa annunziata di evasione fiscale ma  anche il sindaco Bovieri per  essere “abulico e inerte”, arrivando ad affermare qualche volta, a seconda degli interlocutori che aveva di fronte, che il sindaco aveva compiti ispettivi e competenze per promuovere indagini. Cosa non vera. Pur di polemizzare con i suoi colleghi di partito e alleati, fingeva di non sapere che la competenza apparteneva alla polizia tributaria. Ambrosi esplicitamente parlava di una grande evasione fiscale e lo faceva in modo  continuo,  quasi  ossessivo,  e  continuò  a  farlo  per  lungo  tempo. Esaminava e commentava i bilanci annuali del 1952-53-54 e lo faceva con grande competenza. E’ opportuno ricordare che lo stesso aveva due lauree: in giurisprudenza  e  in  scienze  commerciali.  Manterrà  tale  attenzione  anche quando dal 1956 non sarà più consigliere comunale. Se non avrà la sala del consiglio come tribuna, userà la piazza del paese che riuscirà sempre a riempire di cittadini, grazie a un linguaggio creativo e pittoresco.
Frenetico e privo di inibizioni, scrive a riguardo  tre opuscoli che divulga nel paese. Il primo di questi lo distribuisce con una eccezionale teatralità  duran- te una seduta del consiglio comunale. Si fa ricevere, inoltre, dal capo di gabi- netto del ministro delle Finanze, commendatore Di Lauro. Tali opuscoli arri- vano al Presidente del consiglio Pella, il quale risponde annunciandone la tra- missione al ministro delle Finanze. Successivamente invia un opuscolo al nuovo Presidente del consiglio Scelba. Tutte le risposte che riceve sono solo di cortesia. in questa azione di denuncia è sostenuto da Giorgio Almirante, deputato del MSi, che durante l’estate del 1954 sollecitato dal federale di Frosinone Giuseppe Bonanni invia due interrogazioni: una al ministro delle Finanze per chiedere “se è a conoscenza che la SpA Annunziata di Ceccano si renderebbe responsabile di grandissime evasioni fiscali... E se non riterreb- be opportuno per necessità di chiarificazione richiamare l’Intendenza di
finanza di Frosinone…. Per conoscere se nei confronti della SpA Annunziata, accusata di alterazione e falsità nella denuncia del reddito si sia iniziata e condotta una perizia tecnica fiscale da parte della polizia tributaria e in caso negativo, se non vedrebbe l’opportunità di dare vita a tale iniziativa”.
Una seconda interrogazione viene inviata  al ministro degli interni per sapere se e come il prefetto di Frosinone sia intervenuto nella questione relativa alle infrazioni tributarie che sarebbero state commesse secondo una documentata denuncia di un consigliere comunale di Ceccano, dalla Spa Annunziata. Della  prima  interrogazione  non  conosciamo  la  risposta  ricevuta  dall’on Almirante.  La risposta alla seconda   è lunga, formale, tendente a riportare solamente che il prefetto di Frosinone non ha ricevuto l’opuscolo scritto dall’avvocato Ambrosi.(21)
E’ sconcertante il modo di agire di due ministri che eludono un tema che avrebbe meritato più attenzione.
E’ vero che Ambrosi esagera nella polemica con il comune addossandogli compiti non previsti, ma il dato vero è che attorno a una questione così importante non abbiamo riscontrato una particolare determinazione a imboccare un percorso politico e amministrativo di vera conoscenza.
E’ probabile che il sindaco Bovieri e la sua maggioranza fossero intimoriti dal rischio di delocalizzazione degli impianti o che non volessero spaventare la comparsa di nuovi interessi industriali nel territorio ceccanese. Non escludiamo tale ipotesi perché nella seduta del consiglio  comunale del 18 ottobre 1952 Ambrosi affermava che nel mese di luglio, alla vigilia di un consiglio comunale dove si doveva discutere della sua mozione, riguardante appunto l’imposta relativa alla Spa annunziata, nella sua abitazione aveva ricevuto la visita di quattro compagni di partito che lo avevano sconsigliato a tenere un atteggiamento ostile perché avrebbe allarmato una industria tessile che in quel periodo aveva intenzione di investire a Ceccano(22). Non abbiamo trovato, infine, richieste in Parlamento avanzate da comunisti e socialisti tendenti a sollecitare ai ministri competenti interventi che andassero in direzione di un accertamento tributario.
Ambrosi, oltre a sollevare questo contenzioso con Annunziata, esterna le stesse motivazioni anche nei confronti della BPD di Bosco Faito e del Tabacchificio Rossi, in misura però, notevolmente minore, con poca precisione e scarsa continuità.
Ambrosi, insomma, rappresenta il personaggio che in questi anni manterrà alta l’attenzione sul saponificio Annunziata ma attorno a lui si creò un silenzio assordante. Oltre al tema dell’evasione fiscale sulla tassa di produzione si batterà anche per il mancato pagamento statale della tassa di concessione per il prelievo dell’acqua dal fiume Sacco, per il mancato bacino di decantazione perché le acque reflue danneggiano la salubrità dell’acqua e mettono a rischio la vita della fauna ittica, e per la mancanza di deodoranti in grado di eliminare o di coprire il cattivo odore che si riversa sulla città(23).
Pur avendo aperto il comune di Ceccano delle vertenze giudiziarie perché Annunziata non paga correttamente la tassa sui cartoni e il consumo di acqua, l’Ambrosi, non soddisfatto, continua ad inveire sul sindaco e sulla giunta.
Il consigliere comunale Francesco Battista, della Dc, in una seduta consilia- re del 8 agosto 1954 “sollecita ad invogliare Annunziata a trasferire la pro- pria residenza da Roma ove paga 17 milioni di lire l’anno di tassa di fami- glia, a Ceccano”(24). Ma il commendatore solo per brevi periodi è residente nel comune di Ceccano. Lo è dal 14/9/1933 fino al  25/8/1937 per poi trasferirsi a Roma e ritornare nuovamente a Ceccano il 18/12//1956, all’indomani della costituzione di una giunta diretta dal sindaco democristiano Luigi Piroli. Il 6 luglio 1957, infine, senza alcun motivo, trasferisce la residenza a Cortina d’Ampezzo, rimanendovi fino alla fine dei suoi giorni(25).
TACI, IL NEMICO TI ASCOLTA!

La squadra di calcio “Annunziata” rimase un punto di attrazione per gli spor- tivi del circondario e, sotto alcuni  aspetti, alimentò anche una certa identità cittadina. Nell’anno 1953/54 vinse il campionato di promozione passando in IV serie. in tale categoria rimase per tre anni ottenendo risultati lusinghieri. L’avvenimento importante fu la costituzione nel 1954 della squadra “ragaz- zi”, composta prevalentemente da giovani ceccanesi. Se la prima squadra aveva fatto sognare gli sportivi, quella dei ragazzi fu un buon investimento morale e calcistico. i trenta e più ragazzi che la composero si affermeranno negli anni successivi  come dirigenti sportivi e allenatori.  Fra questi merita- no  di essere ricordati Franco Protani e Vincenzo Tiberia, “il mister”, ancora oggi preparatore e animatore della scuola calcio comunale.
Improvvisamente, poco prima della fine del campionato 1956/57, il commen- datore decise di non essere più il finanziatore della squadra. il ruolo di “filantropo” del calcio comportava esborso di denaro che egli preferì, invece, accumulare.
La lega calcio fu costretta a nominare un commissario straordinario alla guida della squadra ceccanese. in questa fase terminale, visto che i calciatori semi- professionisti si rifiutavano di giocare perché non pagati, vennero immessi in prima squadra  tanti giovani calciatori ceccanesi provocando così una situa- zione positiva nella città.
Insomma “sor Antonio” con il calcio ci rimetteva e la pubblicità che ne rice- veva non era così importante quanto la fornitura che gli stava arrivando. Giulio Andreotti, infatti, gli aveva assicurato una commessa milionaria per rifornire di sapone l’esercito italiano.
La città rimase priva di ogni coinvolgimento sportivo. il campo sportivo, privo del custode e non riconsegnato tempestivamente al comune, fu privato delle strutture: finestre e spogliatoi divelti, porte e infissi scardinati e rubinet- teria totalmente manomessa.
In questo modo inglorioso finì il calcio a Ceccano. Ma il conflitto sociale dentro l’azienda, anche se sordo, rimaneva sempre aperto. Nell’estate  del 1957 si manifestarono tre iniziative separate ma convergenti, volte a denunciare sia il tema dell’evasione fiscale (e altri aspetti del contenzioso rimasti aperti con il comune) sia il clima di paura e la mancanza di diritti all’interno della fabbrica. Da una parte si muoveva l’avvocato Ambrosi, dall’altra Giuseppe Bonanni, consigliere comunale e federale del MSI che con una certa regolarità   faceva   comizi in piazza stigmatizzando la condotta antioperaia di Annunziata, la questione delle tasse non pagate al comune e lo spostamento della residenza a Cortina d’Ampezzo. Infine CGIL e CISL, finalmente unite, con Compagnoni e Sferrazza ricordavano  la grave situazione di arretratezza e sfruttamento in cui si trovavano operaie e operai.
Intanto dalla metà del 1956 presso l’amministrazione comunale(26) non esiste- va una giunta di sinistra ma una coalizione a maggioranza centrista, conflit- tuale e litigiosa, con sindaco Luigi Piroli(27).
All’interno della maggioranza erano presenti due dipendenti di Annunziata, Domenico Forte e Paolo Basile, che nello stabilimento ricoprivano importantissime funzioni: il primo, ex maresciallo  della Finanza in pensione, esperto di fisco; il secondo, responsabile della produzione. Forti del loro ruolo condizionarono l’amministrazione perché pur in presenza di certe iniziative la stessa rimase inerte e indifferente.
E’ in questo periodo che  la città accumula  insofferenza e rancore verso una persona che pur dando occupazione non seppe legarsi mai ai ceccanesi, preferendo rimanere estranea alla città.
I deputati comunisti Silvestri e Compagnoni, invece, portarono in Parlamento l’assenza di diritti sindacali nella fabbrica, il mancato riconoscimento delle qualifiche, l’anomalia degli abiti da lavoro con marchio reclamizzante il saponificio Annunziata ma acquistato dai dipendenti, il mancato pagamento di indennità di turno, l’inesistenza di forme di  prevenzione contro l’ambiente lavorativo   nocivo alla salute. Aspetto quest’ultimo veramente inquietante, considerato che il saponificio era una fabbrica chimica con alto indice di pericolosità. Durante il periodo autunnale il ministero del Lavoro, sottoposto a tante pressioni, mise in azione l’ispettorato del Lavoro che, finalmente, si mosse per  ispezionare, verificare e sentire i dipendenti.
A dicembre, prima di conoscere gli accertamenti o la relazione ufficiale, vengono licenziate e gettate sul lastrico, cinque operaie: Giuseppa Mastrogiacomo, Annunziata Carlini, Maria Giuseppa Loffredi, Maria Dal Monte e Giuseppa Abbate.
L’unica colpa è stata quella di aver descritto agli ispettori la drammatica con- dizione di lavoro esistente all’interno della fabbrica.
Nella  discussione  alla  camera  del  4  febbraio  1958(28)    il  sottosegretario Repossi rispondendo a una interrogazione posta dagli onorevoli Silvestri e Compagnoni afferma “risulta che le condizioni di lavoro nell’azienda non si svolgono in effetti nel migliore dei modi” che la società “aveva fissato alle lavoratrici, impiegate a squadre un quantitativo minimo obbligatorio di pro- duzione giornaliera, che le costringeva spesso a continuare il lavoro oltre il normale orario”. Lo stesso pur in modo stringato  precisa ancora che il tra- sporto dei pezzi di sapone veniva effettuato dalle operaie “senza che venisse- ro osservati i limiti di peso fissati dalla legge”.
Certo era importante che il ministero, per i tempi che correvano, riconosces- se le gravi inadempienze dell’azienda, ma era riprovevole che lo stesso  sot- tosegretario all’on. Compagnoni che gli chiedeva di far riassumere le operaie licenziate, rispondesse: “vorrebbe forse che io andassi laggiù con un plotone di esecuzione?” Emergevano così tanto timore e tanta impotenza verso un industriale che aveva fatto propri i metodi e gli strumenti di lavoro praticati un secolo prima, ai tempi dei padroni delle ferriere, come erano evidenti le intimidazioni e le pressione che anticipavano di venti anni i metodi  dei brigatisti, quando divulgando i loro proclami minacceranno “colpire cinque (operai) per educarne cinquecento”
capitolo secondo

ANTONIO ANNUNZIATA

La prima considerazione da fare, quando parliamo di Antonio Annunziata, è quella di precisare che non era di Ceccano ma di Sora; la seconda riguarda l’appartenenza a una famiglia che di mestiere produceva sapone.
Il nonno Michele, infatti, già nel 1890  aveva avviato un’attività artigianale per la produzione di sapone da bucato. Tale attività all’inizio del 1900 veniva portata avanti dal figlio Luigi insieme alla moglie Maria Muscella.
Luigi, per tanti anni, con il suo carrettino faceva il giro dei macellai di Isola del Liri e di Sora per raccogliere il grasso necessario alla produzione. Era un’attività dura e dai non facili guadagni. In tale realtà piena di tantissimi sacrifici nasce nell’ottobre 1906 Antonio Annunziata. non ha un’infanzia né un’adolescenza allegra. Trascorre le giornate dentro l’opificio a lavorare e impadronirsi del mestiere, seguendo attentamente il lavoro del padre apprez- zandone i sacrifici e allo stesso modo riconoscendo l’abnegazione al lavoro della madre Maria Muscella che oltre a gestire un negozio di generi alimen- tari sostituiva il marito ogni qualvolta si allontanava.
Antonio a 17 anni è in condizioni di dirigere l’opificio, forte dell’esperienza acquisita sul campo. Non è una leggenda metropolitana quella che ci rappre- senta l’imprenditore che assaggia il sapone per misurarne il grado di alcalini- tà. Queste prove, questo singolare test li farà sempre, fino a quando avrà la forza di varcare i cancelli della sua fabbrica.
L’acquisto di una moto Guzzi potrebbe lasciar pensare alla realizzazione di un’aspettativa, alla realizzazione di un sogno. Sicuramente significava anche questo ma va ricordato che con la stessa egli faceva il giro dei lavatoi del cir- condario e qui, per  dimostrare la qualità del prodotto, lasciava gratuitamente il pezzo di sapone alle esperte lavandaie. il giovane Antonio Annunziata, precorrendo i tempi, aveva scoperto il modo più efficace per reclamizzare il suo prodotto.
Con il passare degli anni la quantità della produzione cresceva e nel 1929 arrivava a 6 quintali al giorno, mentre il numero degli operai saliva a quindici. L’attività aveva quindi bisogno di un sito diverso e migliore e la scelta cadde su Ceccano perché centrale alle grandi linee di comunicazioni ferroviarie e stradali.(1)

L’ARRIVO A CECCANO

Il terreno scelto è situato sulla riva sinistra del Sacco. nell’atto notarile stipu- lato all’inizio del 1932 risulta che Felicita Paliani, moglie di Antonio Annunziata, acquista alcuni seminativi da Riccardo Riccardelli. Nel rogito questi terreni vengono individuati nelle località di Piana del Ponte, Pasca Pancaldo, Mulino San Rocco e nel fabbricato già appartenuto alla Società Mulini, Pastificio e Lanificio San Domenico di Isola Liri “e tutti i vari fabbri- cati esistenti su detti terreni e cioè un magazzino lungo 100 metri e largo circa metri tredici, con relativo fumaiolo, piano superiore e capannone adiacente, un fienile, una stalletta vicina al fienile ed una stalletta nel mezzo” e elemento importantissimo “un binario ferroviario di raccordo al binario della stazione ferroviaria di Ceccano, compreso il binario propriamente detto e il piano stra- dale sul quale passa il binario stesso per tutta la lunghezza di metri 68,30”(2)
gli anni successivi dimostreranno che tale scelta era stata molto oculata.
Nel giugno dell’anno successivo, la signora Paliani per 45 mila lire rivende tutta la proprietà al marito, Antonio Annunziata. in questo periodo l’insieme del sito dove verranno collocati i nuovi macchinari, è di soli 5.000 metri quadrati ma rappresenta l’inizio  di un lungo e travolgente sviluppo. il 6 giugno 1938, infatti, Annunziata  acquista da Felice Peruzzi e Maria Liburdi, per cinque mila lire altre 62,80 are di terreno poste a confine di proprietà. L’ espansione sarà graduale fino ad arrivare complessivamente a 50.000 metri quadrati, di cui 30.000 coperti.
Intanto  a  novembre  dello  stesso  anno  si  costituisce  la  Società anonima Stabilimenti annunziata. Il capitale sociale è di 250.000 lire di cui 240.000 quote appartengono  ad Antonio Annunziata mentre le rimanenti 10.000 vengono equamente distribuite   tra Giovanni Battista Paliani, suo cognato, ed Enrico Carbone, amico e collaboratore. La sede della società viene stabilita in Roma, via di Villa Massima, 4.
In quel periodo gli operai in attività risultano essere 100, la produzione gior- naliera arriva a 100 quintali e qualche anno più tardi salirà a 150. Annunziata era ben attento a selezionare il personale dipendente, sin dall’inizio dell’attività nel saponificio di Ceccano ricorrerà a persone provenienti da Sora o dal circondario: Augusto Basile con i figli Paolino, Peppino e Vincenzino; Filippo Adinolfi con il figlio Benedetto; Pietro Farina. Sono persone di cui ha fiducia e che gli riservano una cieca dedizione. Bisogna anche ricordare che nel corso degli anni mai alcun ceccanese verrà fatto salire ai vertici della piramide aziendale perché Annunziata preferisce avvalersi di persone estranee alla città: Aldo Stramaccioni, Domenico Forte, Carlo e Giorgio Rossi, Roberto Bianchini, Carlo Martini.

L’INESAURIBILE ESPANSIONE

Il 7 giugno 1948 la società anonima S.a.S.a. si trasforma in Spa Annunziata con aumento del capitale a 4 milioni, inoltre vengono ampliati gli impianti e “strutturata una nuova fitta rete di distribuzione e vendita con l’obiettivo finale di aprire un deposito di proprietà in ogni capoluogo di regione italia- na e far leva su un sistema di motivati commissionari e rappresentanti negli altri centri.”(5)
E’ in questo periodo che Annunziata decide di investire nella modernizzazione di tutti gli impianti.
Il 1949 può essere considerato l’anno dell’avvio dell’innovazione che si avva- le dell’esperienza, efficacia e  tempestività dell’impresa Magrini di Roma per costruire, in pochissimo tempo, dei grandi capannoni per  5.570 mq destinati alle sale lavorazione e al magazzino con strutture portanti in conglomerato cementizio armato. Tale positivo rapporto con la Magrini viene riconfermato nel 1952, per la rapida costruzione di un nuovo deposito, e ancora nel 1953, per la realizzazione di un fabbricato in cemento armato adibito al reparto presse.(6) Il ciclo espansivo non ha attimi di rallentamento. Il prodotto presenta un ecce- zionale valore qualitativo e viene messo in vendita a prezzi imbattibili. Sale a
1.200 q. la produzione giornaliera di sapone e a 15.000 quintali annui quella di glicerina.
Viene aumentato, inoltre, il capitale sociale elevato prima a 90 milioni, poi a
500 milioni e infine ad un miliardo. La ripartizione azionaria rimane salda- mente nelle mani di Antonio, il quale solo più tardi permetterà ai figli Luigi (gGno)  e Pasquale (Lillo) di entrare nel consiglio di amministrazione.
“Nel 1959 la Spa Annunziata occupava circa 500 operai, artefici di una pro- duzione giornaliera di 2.500 q., pari ad un terzo dell’accresciuto fabbisogno nazionale e poteva contare su 14 filiali di vendita (Bari, Cagliari, Catania, Catanzaro, Cremona, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Padova, Pescara, Roma, Salerno) e il deposito diretto di Palermo.
I figli, Luigi, responsabile amministrazione e vendite, e Pasquale, responsa- bile acquisti e sviluppo, coadiuvano il padre Antonio nella complessa gestio- ne aziendale”.(7)
Si ricorda che così come all’inizio dell’attività Antonio Annunziata con la sua moto Guzzi si recava nei lavatoi a regalare il proprio sapone per pubblicizzarlo, anche nei periodi successivi adotterà qualcosa di simile: i suoi rappresentanti si recheranno nei nuovi punti vendita e lasceranno ben in vista, a disposizione della clientela, confezioni gratuite di sapone.
I propri dipendenti lo ricordano come una persona inesauribile dal punto di vista del vigore fisico. ogni mattina di buon’ora  si recava a piedi dalla sua villa alla fabbrica dove trascorreva gran parte della giornata, e non mancava- no impreviste incursioni notturne che servivano a mantenere alta la concen- trazione degli operai sul lavoro  prevenendo momenti di rilassamento e disat- tenzione. Era una persona che non delegava a nessuno, un autentico accentra- tore che sovraintendeva direttamente all’intera gestione industriale. Conosceva così bene ogni angolo dei reparti da scovare, implacabilmente, qualche operaio che di notte provava a nascondersi agli occhi degli altri per concedersi un pisolino.
Nel 1967 fu insignito dal Presidente della Repubblica dell’ordine dei cavalieri del Lavoro. Certamente un’alta onoreficenza, ma la sua identificazione rimaneva con la sua fabbrica. nel 1993 anche il figlio Pasquale venne insignito di tale onoreficenza per avere costituito “nel 1990” la Annunziata France “per la commercializzazione oltralpe delle produzioni importate dall’Italia. Successivamente ha acquisito le Papeteries de Buxeult e le Papeteries di Vaucluse”.(8)
Quando il 23 settembre del 1984  Antonio Annunziata muore, da dieci anni sono terminati i grandi conflitti di lavoro. Dopo un’occupazione del saponificio durata 100 giorni, per tutta l’estate del 1974, che vede una manifestazione nell’interno dello stesso con il ministro del Lavoro Bertoldi e conclusasi da parte del cavaliere con l’accettazione delle proposte sindacali, il rapporto con le organizzazioni dei lavoratori diviene fisiologico e realistico, senza più sfide viscerali.
In occasione della sua morte non volle grandi celebrazioni, non accettò riti spe- ciali o sospensioni di lavoro, ma pretese che la sua salma venisse trasportata lungo i reparti, mentre gli operai seguitavano a svolgere  la propria attività, quasi a ricordare a tutti che ancora era presente a sorvegliare e a comandare.
capitolo terzo

IL PRIMO SCIOPERO

Il 1961 è ricordato come l’anno della costruzione del muro di Berlino e dei primi cosmonauti che conquistano lo spazio (Gagarin, Shepard, Titov).
In Italia è l’anno  in cui il Prodotto interno Lordo (PIL) raggiunge un indice mai più ripetuto (+8,3%).
Ma non era tutto oro quello che brillava. Da quell’eccezionale risultato emer- gevano delle contraddizioni, prima fra tutte l’emigrazione. nella provincia di Frosinone mediamente emigravano più di 1.000 persone l’anno.(1) A Ceccano, invece, il fenomeno che si stava affermando era quello del pendolarismo; un migliaio di persone a piedi o in bicicletta giornalmente raggiungevano la stazione ferroviaria e con vagoni fumosi e scomodi raggiungevano i cantieri di Roma per costruire palazzi.(2)
Viaggiano in vecchie locomotive a carbone, in carrozze di legno, fredde d’in- verno e torride d’estate, sporche e maleodoranti. in condizioni di sovraffolla- meto perché mancano i posti a sedere e gli orari di percorrenza raramente ven- gono rispettati.
Costoro nei cantieri edili aderiscono al sindacato. Vedono direttamente   il conflitto, non molto diverso da quello conosciuto a Ceccano attraverso le lotte agrarie guidate dalle Leghe contadine sin dall’inizio del secolo.
Partecipano alla vita sindacale, aderiscono agli scioperi e ad altre manifesta- zioni. Al ritorno dalla giornata lavorativa acquistano il giornale “Paese sera” e le carrozze che li trasportano diventano centro di lettura, discussione e formazione sindacale e politica.
I pendolari ceccanesi, la mattina, quando il treno procedeva in ritardo ed erano certi di aver perso la giornata di lavoro,   subito dopo le stazioni di Colleferro o di Valmontone annunciavano “A terra”. Quel grido rappresentava una chiamata alle armi, quasi un inno di battaglia. gli edili e altri pendo- lari infatti, scendevano a terra e occupavano le rotaie: la corsa del treno veni- va arrestata. Dopo un po’ arrivava la polizia ma l’occupazione rimaneva fino a quando non si presentavano i giornalisti e questi assistevano alle trattative fatte alla luce del sole. a quel punto i pendolari non ponevano in evidenza solo il danno subito per il ritardo e quindi per la giornata di lavoro persa ma anche le altre questioni non risolte: mancanza di posti a sedere, sporcizia, orari non rispettati ecc. ecc.. Dopo aver spiegato i motivi della lotta

e accompagnato i giornalisti e, qualche volta, gli stessi poliziotti negli scompartimenti, l’occupazione dei binari terminava. il giorno dopo la notizia veniva riportata dai giornali e qualche parlamentare interrogava il Ministro in carica.
In verità i risultati ottenuti non furono corrispondenti all’impegno  profuso e oggi, purtroppo, bisogna riconoscere che la condizione del passeggero   è ancora più disagevole.
Al comune di Ceccano, dopo cinque anni di giunta centrista, nel mese di marzo dopo mesi di trattative si raggiunge un faticoso accordo per formare una giunta di centro-sinistra composta da DC, PSI e concentrazione demo- cratica, lista composta da dissidenti democristiani e socialdemocratici. Francesco Battista è designato sindaco. Dovrebbe essere la prima esperienza amministrativa di questo tipo in provincia di Frosinone.
Nella seduta consiliare del 21 marzo 1961 però la componente andreottiana che fa riferimento a Luigi Piroli non si presenta in aula. e’ una scelta sorpren- dente e clamorosa. a quel punto il gruppo socialista, verificata e stigmatizzata la divisione fra democristiani e tenendo conto anche delle difficoltà interne per la rottura dell’alleanza con i comunisti, attraverso il capogruppo Ugo Bellusci sceglie di formare una giunta di sinistra e votare sindaco Vincenzo Bovieri. Nasce così una coalizione debole, incerta perché sostenuta solo da 15 consiglieri comunali su 30.
Sempre a Ceccano, della  magica squadra calcistica “Annunziata” ri-maneva solo il ricordo. Il nuovo gruppo sportivo, militante nelle ca-tegorie inferiori, non primeggiava per capacità. Era solo il torneo rionale che riempiva di pub- blico le gradinate del campo sportivo e sollecitava antagonismi e passioni. In tale occasione, a giugno, la squadra rappresentante il rione “piazza”, allenata da Leandro Mattone,(in basso a destra della foto) si riconfermava la più forte superando quella del “ponte”. Sempre nello stesso anno, trascinati dal successo della grande olimpiade romana e dalla sorprendente vittoria di Livio Berruti, si sviluppava un nuovo settore sportivo: non solo calcio, dunque, ma anche atletica leggera. La squadra, presidente Angelo Vespasiani, si chiamò Società Atletica Ceccano e seppur priva di strutture e mezzi finanziari, fu sulla cresta dell’onda fino a tutto il 1967. In quel periodo costituì per i cinquecento giovani saltuari o fissi che la frequentarono, uno straordinario centro di formazione fisica e morale: Franco Del Brocco, Filippo Ranieri, Anto-nio Micheli, Fernando Fabi, Romeo Barletta, Vittorio Masi ne furono in Italia i protagonisti più affermati.
A livello nazionale è in attività il 3° governo Fanfani. Dopo i gravi fatti accaduti nei mesi di giugno e luglio del 1960 a  Genova, Reggio Emilia, Roma, Palermo, Licata e in altre città il grande movimento di popolo ha determinato la caduta del governo Tambroni e il suo tentativo autoritario. Dal 27 luglio 1960 Amintore Fanfani guida un monocolore democristiano che gode dell’appoggio esterno del PSDI, PRi, PLI e dell’astensione del PSI. E’ il governo delle “convergenze parallele” preparatorio alla nascita del governo di centro- sinistra.
E’ un momento di grandi aspettative, le raffigurazioni che la politica dà ai cittadini italiani parlano di un “benessere dietro l’angolo” ma anche della necessità di essere nella “ stanza dei bottoni”.
La Dc dal 13 al 16 di agosto del 1961 tiene un significativo convegno a S. Pellegrino, in provincia di Bergamo. Deve servire a porre le basi per il pro- gramma del futuro governo di centro-sinistra. L’impegnativo dibattito si svi- luppa attorno a due relazioni tenute da Achille Ardigò e Pasquale Saraceno. E’ uno dei momenti più alti di quella che dovrebbe essere la futura progettualità governativa.



IL SAPONIFICIO

Se questo è il contesto generale e cittadino, se la scienza porta l’uomo nello spazio, l’economia è in piena espansione e il quadro politico è in movimento, la questione del saponificio annunziata rimane sempre dominata dall’arbìtrio e dall’arretratezza. Sono passati, infatti, otto anni dal licenziamento degli undici dipendenti; ne sono trascorsi tre da quando furono licenziate le cinque donne colpevoli di aver illustrato agli ispettori  del ministero del Lavoro le drammatiche condizioni di lavoro, e la situazione è rimasta immobile, potremmo dire “normalizzata”.
Solo nel 1959 era circolato un volantino della CGIL che ricordava le terribili condizioni interne. il commendatore, odiato e temuto, in quel momento rappresentava veramente l’immagine dell’onnipotenza. Il suo potere, per i sostegni governativi di cui godeva, era tanto rafforzato che nel 1960 inventò un sindacato tutto padronale quasi a dimostrare di avere un sostegno operaio. a luglio del 1961 fece presentare una lista per le elezioni della commissione interna. Si prospettava, dunque, un voto con lista unica, utile per tacitare gli avversari politici e per dimostrare che in fabbrica esistevano le libertà sindacali.
Quando tutto sembra procedere secondo i  piani aziendali avviene l’imprevi- sto: la CISL presenta una lista di candidati. Ma ancora più sorprendente è che anche la  stessa CGIL è in grado di depositare la propria.
Improvvisamente sembra che i lavoratori del saponificio stiano cambiando. Mostrano coraggio e tempismo.
Ma i mezzi a disposizione di annunziata sono infiniti, di fronte alla inaspet- tata situazione immediatamente reagisce.
A tanti anni di distanza è per noi difficile  riportare in maniera precisa quanto avvenne all’interno degli uffici. Sicuramente un misto di rabbia e di sconcerto si scatenò fra i fedelissimi del commendatore, che ritenevano di aver preparato un piano perfetto. Possiamo anche immaginare i tentativi di scaricabarile fra gli stessi. Quello che  possiamo scrivere, invece, è che  tre candidati su sei della lista CISL ritirano la loro partecipazione alle elezioni.
Fu un colpo durissimo. Luigi Santodonato ricorda che dopo qualche ora dalla notizia, insieme con il segretario provinciale della CISL, Nicola Sferrazza e Osvaldo Rocca  varcarono il portone della questura di Frosinone per presentare una denuncia riguardante l’avvenimento.
Si trattò di una risposta tempestiva  ma fra gli operai incominciò ad aleggia- re il fantasma del dubbio. Chi sarà il prossimo a  ritirarsi? Quale sarà la lista vincente? Come andrà a finire?
Il voto degli operai e degli impiegati fu stabilito per il  9 di agosto. Una data decisiva, importantissima. il giorno precedente per i dirigenti sindacali e per tutti gli operai coinvolti fu drammatico, caratterizzato da una serie ininterrot- ta di conferme, solenni impegni, ma anche di diffidenza e  sospetti. La notte prima del voto fu per tutti lunga e piena di incubi.
FINALMENTE SI VOTA

Il 9 agosto del 1961, giorno designato per la votazione nella fabbrica, rappre- senta una data fatidica perché a sedici anni dalla fine della guerra, nel saponi- ficio Annunziata di Ceccano questo evento segna lo spartiacque fra abuso e legalità, fra repressione padronale e democrazia sindacale.
Le elezioni per la commissione interna, pur in un clima teso, si tennero con regolarità, senza litigi o contese fra le parti in campo. Vi fu una particolarità che merita di essere ricordata: prima di arrivare al seggio elettorale gli operai in servizio erano stati sollecitati a passare nell’ufficio del personale per rice- vere delucidazioni e consigli che lasciamo immaginare di che natura fossero. All’inizio furono scrutinate le schede riguardanti il voto degli impiegati. Gli iscritti erano 21 e 19 furono i voti a favore del candidato eletto Matteo Tanzini della lista promossa dall’azienda, unica a essere stata presentata e quindi dal- l’esito scontato. Successivamente iniziò lo scrutinio del voto operaio. gli aventi diritto erano 537 ma i votanti furono 527 mentre le schede valide furono 507. I primi voti scrutinati furono a favore della lista padronale e tale vantaggio si mantenne fino alla sessantesima scheda. Subito dopo la lista della CGIL superò tutte le altre con un crescendo di voti che arrivò a toc-care i 275, conquistando così 3 membri nella commissione interna. La lista annunziata ne ottenne 161, pari a due membri nella commissione interna. La CISL riportava 71 voti, conquistando un membro. La commissione interna eletta risultava, dunque, così composta: 3 membri della CGIL, 1 della CISL, 3 di Annunziata, di cui uno in rappresentanza degli impiegati.(3) i sindacati potevano essere soddisfatti. il positivo risultato faceva presupporre il cambiamento tanto atteso sia dai lavoratori che dalla città di Ceccano.
Il giorno successivo alle elezioni, la CISL provinciale compilò un comunicato dai toni veramente discutibili. il filo conduttore  si sviluppava attorno a questo ragionamento: a causa degli abusi padronali, dei licenziamenti e delle discriminazioni gli operai “hanno condensato il loro profondo malcontento in un preciso orientamento politico a favore del partito comunista”. Fatta questa discutibile premessa, le idee diventano più chiare “la pentola compressa del dispositivo aziendale prepara la cottura di successi elettorali politici e amministrativi” e per raggiungere tali fini viene che “induceva la CGIL a non turbare i sistemi arbitrari della Società Annunziata”(4).
Il comunicato preparato a Frosinone da persone distanti anni luce dalla realtà cittadina e di fabbrica, dunque, arrivava  ad accusare la CGIL di aver fatto in tutti gli anni precedenti il gioco delle parti: licenziamenti,   selezioni degli assunti sulla base delle idee politiche poiché tale repressione portava sempre secondo la CISL, automaticamente più voti al PCI. Non sappiamo su quali riferimenti elettorali poggiasse tale teorema, noi ci limitiamo a mettere in evidenza dati che a riflettere bene si commentano da soli. Alle elezioni comunali del novembre 1960 la DC, seppur divisa in due liste, ottenne 14 consiglieri comunali, il PCI 8, il PSI 7, il MSI 1. Nel giorno del voto per eleggere la commissione interna l’amministrazione comunale, sindaco Vincenzo Bovieri, come abbiamo già scritto, era diretta da una precaria coalizione di sinistra che aveva il sostegno solo di 15 consiglieri su trenta. Ricordiamo invece che nella lista democristiana era stato eletto, così come nel 1956, un’influente dirigente del saponificio, Paolo Basile, ovviamente con i voti operai.
Il comunicato solo  velocemente coglieva il significato nuovo e dirompente del voto: quando affermava “questa consultazione rappresenta l’inizio della vita sindacale nell’Azienda Annunziata” era un’osservazione  necessaria per iniziare a progettare il futuro, ma veniva immediatamente mutilata da altre considerazioni quali “la CISL esce con la consapevolezza di aver ottenuto 71 voti qualitativamente sindacali” mentre i 275 ottenuti dalla CGIL esprimeva- no “una volontà pretestuosa sorretta unicamente da pregiudiziali politiche” Si trattava di riflessioni tendenti al disorientamento e alla divisione. era sconcertante che a voti veramente coraggiosi, potremmo dire eroici, venisse dato un significato ideologico e di contrapposizione: i voti ricevuti dalla CISL erano espressione del sindacato mentre quelli dati alla CGIL rap-presentavano una pregiudiziale politica.
La gravità del documento stava nel contrapporre i due sindacati: la contro- parte, infatti, non era il commendatore ma era diventata la CGIL. con questa interpretazione dunque si rischiava di ritardare quella unità sindacale in grado di migliorare le condizioni dei lavoratori e assicurare una democrazia sindacale.



ORA SI PROVA A DISCUTERE

Fortunatamente però, i giorni successivi alla elezione della commisione inter- na gli operai seppero cogliere l’importanza del risultato raggiunto. Una occasione irrepetibile e da non sciupare con polemiche fra sindacati, ma utile per affermare diritti ed eliminare paure, prevaricazioni e uno stato per-manente di soggezione avviando, finalmente, un confronto paritario con Antonio Annunziata.
I contatti fra gli operai e i membri della commissione interna e le relative organizzazioni sindacali divennero frequenti e condotti alla luce del sole. Con il trascorrere dei giorni la protesta e la rabbia si trasformavano in proposte, in una piattaforma rivendicativa comprendente otto punti che a metà del mese di settembre venne definita in tutti i particolari. Gli otto punti  chiedevano:
- rimuovere le qualifiche non rispondenti alle mansioni concretamente eserci- tate;
- ripristino delle qualifiche superiori a chi precedentemente erano state  rico- nosciute;
- parificazione della paga alle donne addette alle “macchinette”;
- revisione qualifiche del personale a suo tempo assunto come apprendista;
- indennità “una tantum” di 110 ore di paga a titolo compensativo per tutte le inadeguatezze e le inadempienze subite;
- ripristino delle attribuzioni di una certa quantità mensile di sapone;
- due ore di libertà giornaliere, a turno, per ogni membro della commissione interna;
-  premio di produzione di 5.000 mila lire per tutti più uno mobile da defini- re sulla base dell’aumento della produzione.(5)
A questo punto si deve spiegare in cosa consisteva il lavoro delle donne addet- te alle “macchinette”. L’attività in questo reparto era portata avanti prevalentemente dalle donne, costrette a lavorare in ambiente insalubre e pericoloso e senza protezione alcuna. Si lavorava al freddo o in ambiente caldissimo, con i finestroni sempre aperti, il pavimento sempre bagnato, scarpe e  indumenti non idonei. La situazione causava spesso incidenti e avviava il fisico delle donne a precoci forme di artrosi. inoltre l’elevata presenza di soda nel processo di lavorazione causava escoriazioni e screpolature non solo sulla pelle delle mani ma, in misura minore, anche sul viso e sulle braccia.
in questo stesso reparto attraverso un telaio mosso manualmente si spostava- no contemporaneamente 400 pezzi di sapone che, sempre manualmente, veni- vano tagliati da una macchinetta affilatissima e contemporaneamente timbra- ti con il marchio tipico di Annunziata.
Bastava un  attimo di disattenzione  o un cattivo funzionamento dell’ingra- naggio  per arrecare mutilazioni alle mani, così come capitò nel 1956 a Angelina Greci che si vide falciate due falangi all’indice e al medio della mano destra. Quando si ristabilì e ritornò a lavorare, venne addetta alla puli- zia del reparto. Si licenziò nel 1959 perché nella fabbrica non esisteva la pos- sibilità di lavoro per le donne sposate(6).
Ma le donne erano addette anche allo spostamento del telaio, perché dopo il taglio, i pezzi dovevano essere portati negli essiccatoi per perdere acqua e umidità, altre volte erano costrette a sostituire la funzione del portacarichi inefficiente o fermo, altre volte ancora in gruppi di tre o quatto dovevano spo- stare fino allo sfinimento  carrelli dal peso  di qualche tonnellata. insomma per una mensilità inferiore di gran lunga al salario maschile, dovevano lavo- rare  al di fuori di ogni protezione e assicurazione.
Attorno alla piattaforma rivendicativa si era creato consenso. gli stessi rap- presentanti della lista padronale erano neutralizzati e si evidenziavano forti segnali di unità fra CGIL e CISL.
Il 22 settembre le parti si incontrarono presso l’ufficio provinciale del Lavoro di Frosinone, diretto dal ragioniere Sechi. Era la prima volta che avveniva una trattativa, ma il commendatore non vi partecipò e preferì farsi rappresentare da Francesco Galella, segretario dell’unione industriali di Frosinone, convinto (forse) che gli operai fossero interlocutori deboli e incapaci di fronteggiare un confronto tecnico-giuridico. Alla trattativa, inoltre, non parteciparono i due membri della commissione interna eletti nella lista padronale.
A fronteggiare  Galella  c’erano  Osvaldo  Rocca,  Benedetto  De  Santis, Giuseppe Di Piazza, Angelo Roma, indubbiamente persone modeste che presentavano qualche difficoltà ad esprimersi in perfetto italiano, ma capaci di parlare con chiarezza ogni volta che la discussione verteva sulla organizzazione della fabbrica, collaborando in questo modo con Giuseppe Malandrucco rappresentante della CGIL e Nicola Sferrazza, rappresentante della CISL.
nel constatare che la rappresentanza sindacale era perfettamente informata dei problemi, Galella fu spesso costretto a telefonare in azienda per chiedere istruzioni. La discussione iniziata sin dal primo mattino, a causa delle incer- tezze del rappresentante dell’azienda, si aggiornò al primo pomeriggio e  in seguito anche al dopo cena.
Dopo 18 ore di discussioni l’incontro terminò con un nulla di fatto: l’azienda non accolse alcun punto, rispondendo solamente con netti dinieghi.
Di fronte a tale sfida per i lavoratori non esiste altra strada che lo sciopero. Annunziata lo sa e forse è ciò che va cercando. Uomo di grandi sfide, sempre vinte, ricerca una prova generale, una resa dei conti. D’altra parte, egli pensa, gli operai possono fronteggiare uno sciopero ? Una cosa è votare per la CGIL o la CISL, altra cosa è rinunciare a quel misero sottosalario che comunque l’azienda assicura.
Il commendatore (forse mal consigliato) vuol anticipare la proclamazione dello sciopero con una serrata, motivata dalla necessità di una revisione alle caldaie. Non è da escludere che annunziata abbia usato il pugno di ferro aspettando fiducioso che gli operai andassero a chiedergli di aprire i cancelli per lavorare. E’ un’ipotesi tutta da dimostrare, ma è questa la strada che il commendatore preferisce percorrere, sicuramente, per lui, rischiosa, ma è quella che permette alla CGIL e alla CISL di mostrare la vera forza e il grado di  consenso.

SCIOPERO!
Le ore che seguirono l’infruttuoso incontro presso l’ufficio provinciale del Lavoro di Frosinone fra le organizzazioni sindacali e il rappresentante di annunziata furono di estrema tensione. Gli incontri fra gli operai e i loro rap- presentanti si intensificarono e per agevolarli l’amministrazione comunale mise  a disposizione la villa comunale e la sala del cinema Italia.
Nella giornata di martedì 26 settembre, le organizzazioni sindacali inviarono un telegramma al commendatore dichiarandosi disponibili per un ulteriore incontro ma non ricevendo risposta, nella nottata successiva,  proclamarono lo sciopero ad oltranza, preceduto però dall’annuncio da parte dell’azienda, di una serrata di cinque giorni motivata dalla necessità di manutenzione delle caldaie.
Allo sciopero aderirono tutti, compresi i rappresentanti della lista padronale. L’evento non lasciò indifferente la città. Fu la prima volta che ciò avvenne. apparve una liberazione per tutti. Agli incontri promossi dai sindacati attraverso assemblee permanenti parteciparono i rappresentanti sindacali della BPD di Ceccano, della commissione interna dell’ospizio Santa Maria della Pietà e delegazioni operaie dei cartai di Isola del Liri.
Lo sciopero e i vari contatti che lo caratterizzarono mise a confronto esperien- ze e realtà diverse, aiutò a uscire dall’isolamento psicologico le maestranze ceccanesi, assicurò   una solidarietà di classe. il consigliere comunale Francesco Battista(7), inoltre, a nome del gruppo consiliare di concentrazione Democratica, invitò il sindaco Bovieri a convocare il consiglio comunale per esaminare le iniziative da prendere per comporre la vertenza.
Il rag. Paliani il 28 settembre, a nome dell’azienda, attraverso “Il Messaggero” faceva sapere che “si tratta di uno sciopero economico al di fuori della legge come si rileva dal cartellone affisso sui nostri cancelli. Abbiamo avuto una riunione presso l’ufficio provinciale del lavoro: le rivendicazioni loro sono state da noi controbattute. Annunziata vuole stare nella legge e tutto quello che la legge prevede è disposto a concedere: al di fuori di essa niente. Chiedono maggiorazioni per lavori nocivi: a tal proposito abbiamo nominato una commissione paritetica per stabilire attività che sono o meno nocive. Dopo prenderemo una decisione. Tra le richieste errate annoveriamo quella che prevede la parità nel trattamento economico tra uomini e donne”.
il giornale sintetizzava tale presa di posizione in questi termini “Il rag. Paliani sosteneva ancora che nel lavoro di trafila ci sono sempre e tradizio-nalmente le donne le quali, però non possono essere tenute dinanzi ai mac- chinari più di sedici ore al giorno. Da qui la determinazione di stabilire turni di otto ore per gli uomini: questo non vuol dire però, sosteneva il Paliani, che alle  donne  dobbiamo  corrispondere  paghe  uguali  agli  uomini,  potrebbe anche accadere al contrario.”
Da questa dichiarazione emergeva una miscela di antifemminismo perchè le donne erano considerate inadeguate fisiologicamente, in quanto non suffi- cientemente resistenti e “colpevoli” di aver determinato i turni di otto ore, ma ancor più saltava fuori un’idea inaccettabile: dare per scontato che si potesse lavorare ininterrottamente per più di 16 ore.
Ancora una volta annunziata voleva mostrare forza e determinazione rima- nendo sulle proprie posizioni. Ma dopo due  giorni di sciopero non ci risulta che ci siano state richieste di operai che, singolarmente o in gruppo, siano andati a chiedere all’azienda di riaprire i cancelli e riavviare la produzione, così come lo stesso, forse, si sarebbe augurato.
La mattina di venerdi 29, Luciano Renna, inviato del “Il Messaggero” ma anche insegnante di educazione Fisica presso la Scuola di avviamento di Ceccano, scuola situata a pochi passi dal saponificio, e quindi testimone diretto degli avvenimenti, sintetizza sul giornale la situazione con questa eloquente descrizione:
“nella  zona Ponte, dove l’industria sorge, e all’interno del cinema Italia, nella parte alta della cittadina, abbiamo trovato numerosi operai, giovani e non più giovani, floride ragazze e mamme di famiglia con i bimbi in braccio. E non erano soltanto operai, poiché il problema va molto al di là delle varie centinaia di dipendenti per interessare la maggior parte di Ceccano, logico, pertanto che in mezzo a loro vi fossero ex dipendenti della ditta, cittadini, massaie venute a dar man forte con la loro presenza ai propri capifamiglia. Una dimostrazione compatta e decisa, un atteggiamento dal quale molto dif- ficilmente gli operai desisteranno convinti come sono dai loro rappresentan- ti sindacali e dalla loro esperienza personale, di essere nel giusto e nel vero”. Non sappiamo quanto abbia influito anche questo articolo scritto da un serio professionista, certamente non operaista, ma alle ore 10 dello stesso giorno le rappresentanze operaie vengono invitate a partecipare a un incontro con i vertici aziendali presso l’unione industriali di Frosinone. L’invito è prontamente accolto. Nel luogo convenuto immediatamente discuteranno da una parte i membri della commissione interna Di Piazza, De Santis, Roma, Rocca, assistiti dai sindacalisti Malandrucco, Sferrazza, Altini, mentre all’altra a rappresentare l’azienda questa volta ci sarà lo stesso Antonio Annunziata con il figlio Luigi e Francesco Galella.
E’ importante evidenziare che il commendatore accetta il confronto, alla pari. Proprio lui, refrattario a ogni dialogo e a qualsiasi rapporto diretto, abituato a trattare i propri dipendenti come sudditi, ora dovrà avere la pazienza di ascoltarli, di tener conto di quello che diranno, o meglio,  chiederanno.
Si prospetta un’occasione unica e dai buoni auspici.Tanti furono gli operai che andarono a Frosinone, presso via Plebiscito, ma ancor più numerosa fu la folla  che si radunò a Ceccano davanti allo stabilimento, nell’attesa di ricevere informazioni precise. Lo sciopero riuscito, il vasto consenso cittadino, l’incontro con altre realtà sindacali e da ultimo la  trattativa, resero lunga e trepidante l’attesa di notizie.
FINALMENTE SI RAGGIUNGE UN ACCORDO

L'incontro presso l'Unione Industriali fu imprevedibilmente rapido e si risolse in modo positivo. Si concluse, infatti, alle 15,30 del 29 settembre del 1961, con un accordo fra le parti. Fu un evento importantissimo, accaduto in una fabbrica dove i diritti sindacali non erano mai stati riconosciuti e per i quali erano stati necessari tre giorni di sciopero, con il sostegno della maggioranza dei cittadini di Ceccano. il conflitto si concluse, quindi, con un accordo che riconosceva l'autorità e il prestigio delle organizzazioni sindacali e individua- va scadenze, tappe e  problemi da affrontare e risolvere. E’ opportuno esaminare con attenzione tale accordo che indubbiamente apriva una nuova fase nelle relazioni industriali. Lo riportiamo per intero non solo perché è un docu- mento prezioso, utile per capire i limiti e la portata dell'evento e per com-pren- dere gli sviluppi successivi, anche perché l'accordo non porrà automaticamen- te termine al conflitto.
Della piattaforma rivendicativa è importante conoscere bene  cosa fu accetta- to dal commendatore con l'accordo del 29 settembre e cosa, invece no. Intanto va  precisato che nell'accordo  non esiste alcun riferimento alla richiesta pari- tà salariale uomo-donna, a partire dalle donne addette alle " macchinette ". Tale assenza solleva tanti interrogativi, fra cui il ritardo culturale sul tema della parità non solo da parte dell'impresa ma anche delle stesse organizzazio- ni sindacali.
Sempre nell’accordo, così come nella piattaforma rivendicativa, manca ogni riferimento alle condizioni ambientali di lavoro e alla nocività. A tale riguardo riportiamo la testimonianza di un operario: “Annunziata ordinò delle maschere antigas, quelle della prima guerra mondiale a muso di maiale perchè l’aria era irrespirabile veniva proprio da rimettere... tutto quel lavoro era manuale: il grasso veniva portato nello stabilimento... poi veniva bollito con l’acido, poi spurgato, si faceva così il sapone... a volte si rimaneva in mezzo al vapore perché bollivano queste caldaie con l’ace o con la soda, dipendeva da quello che c’era e non si vedeva niente da qua a la, non ci vedevamo l’uno con l’altro in mezzo al vapore, tutto vapore diciamo nocivo”.(8)
Nell’accordo viene riconosciuto
1) immediatamente  il  ripristino  dell'assegnazione  mensile  pro  capite  del quantitativo di sapone concesso. (La quantità non viene identificata ma si pre- sume sia la stessa concessa fino al voto della commissione interna, allorquan- do Annunziata per ritorsione non concesse più tale quantitativo).
2) Per quanto riguarda il premio di produzione le parti si impegnano ad esa- minare la questione all'inizio del 1962.
3) Le parti convengono sulla opportunità di formulare consensualmente un nuovo organico del personale particolarmente riferito alla valutazione obbiet- tiva dei posti di lavoro e di mansioni, sulla scorta delle indicazioni fornite dal contratto collettivo di lavoro e in relazione alle specifiche strutture produtti- ve dell'azienda. A tale scopo le parti si riuniranno entro il 15 ottobre.
Nella eventualità che il nuovo organico basato sulla valutazione obiettiva dei posti di lavoro e delle mansioni dovesse fissare un numero di posti per ciascu- na qualifica inferiore al numero dei lavoratori cui in atto è attribuita la quali- fica rispondente, l'azienda potrà offrire a tali lavoratori la possibilità di per- manere nel rapporto di lavoro con la qualifica adeguata al posto e alla man- sione che verranno attribuite.
4) In relazione al riordino delle qualifiche ed al momento della sua applica- zione le parti convengono di ripristinare nella precedente superiore qualifica quei lavoratori che a suo tempo furono declassati. Agli stessi saranno corri- sposti le spettanze per differenza di retribuzioni.
5) Le parti convengono di esaminare e risolvere quei casi di lavoratori assun- ti come apprendisti e che non abbiano finora avuto attribuita la qualifica per la quale sono stati assunti.
6) L'azienda dichiara che alla commissione interna sarà data la ricorrente pos- sibilità di conferire col presidente della società per tutte le questioni riguar- danti compiti di rappresentanza interna e gli interessi delle maestranze.
7) In merito alla richiesta di una indennità “una tantum” l'azienda si impegna a corrisponderla in occasione della festa del 4 novembre. Ma l’accordo ripor- ta testualmente: "L'entità del premio sarà determinato dal commendatore Annunziata in rapporto alla misura richiesta”.(9)
Non conosciamo chi abbia predisposto tale formula, né se ci sia stata una discussione. Di fatto rappresenta, da parte del sindacato, una ingenuità tale da permettere ad Annunziata di quantificare la misura da assegnare. Pur con il limite sopraindicato, la sottoscrizione di tale accordo rappresenta il primo passo per superare anni di abusi e prepotenze padronali. il lavoro da svilup- pare comunque non è semplice per le molte questioni rimaste ancora aperte e da definire.
capitolo Quarto

RISPETTARE GLI ACCORDI

L’accordo sottoscritto il 29 settembre alimentò tante speranze di relazioni cor- rette e normali fra l’industriale  e i lavoratori. Si trattò, purtroppo, di una spe- ranza che durò pochissimo tempo poiché immediatamente si affermò la dura realtà delle cose.
Ripercorrendo i particolari degli avvenimenti che via via si svilupparono in modo rapido, imprevedibile e tumultuoso all’indomani dell’accordo, provere- mo a riproporli con correttezza e precisione.
Una delle prime scadenze da rispettare era quella del 4 novembre, giorno in cui doveva essere pagata  l’“una tantum” agli operai.
La discussione venne avviata, ma le posizioni fra le parti erano molto lonta- ne: i sindacati chiedevano una somma fra le 13 e le 17.000 lire a persona men- tre Annunziata rispondeva con una proposta che andava da 2 a 5.000 lire. Sempre a tale proposito il 6 novembre presso l’unione industriali di Frosinone si tenne un nuovo incontro e il commendatore si mostrò disponibile ad accor- dare la somma di 8.000 lire a persona.
La distanza fra le parti era ancora molto lontana (8.000 contro 13.000). Non si evidenziavano segnali di avvicinamento, si andava, dunque, verso un nuovo sciopero che   iniziò alle sei del 7 novembre.



PESTAGGI E VIOLENZA

La prima turbolenza si verifica quando un camion della ditta Turriziani prova ad uscire fuori dal saponificio, ma gli operai schierati davanti ai cancelli non lo permettono. Nella prima mattinata il capitano dei carabinieri, Antonini, per fronteggiare eventuali disordini chiede l’intervento della celere che arriva immediatamente: alle ore 10  quattro camionette cariche di agenti al coman- do del commissario Russo si predispongono davanti ai cancelli e di fronte agli operai che stazionano lungo la strada.
Alle 14,30 arrivano due autobotti dirette allo stabilimento che vengono immediatamente fermate dagli operai lungo la discesa che da Borgo Berardi immette al piazzale antistante il saponificio. Le forze di polizia entrano immediatamente in azione. il commissario non si impegna a risolvere il problema, sollecitando gli autisti ad allontanarsi dalla fabbrica per favorire il ritorno alla regolarità del traffico che nel frattempo si era intasato e garantire quindi l’ordine pubblico.
No! il commissario non vuole limitarsi ad essere un uomo d’ordine, al con- trario  insiste nel voler fare entrare le due autobotti in fabbrica. Non dimostra di essere un uomo saggio e responsabile, preferisce indossare immediatamen- te  la fascia tricolore per dimostrare la sua autorità e il suo potere e poi, rivol- gendosi agli operai, ordina per tre volte in modo consecutivo “In nome della legge scioglietevi”. Al terzo avvertimento gli operai si siedono per terra, inermi. Questo atto lo innervosisce ancora di più e con brutalità invita la forza pubblica a caricare persone che non minacciano nessuno e che nella posizio- ne in cui si trovano non possono difendersi. Nello stesso tempo fa entrare in azione le camionette facendo sentire l’ululato delle sirene. Ma le sirene e le manganellate non disperdono nessuno, anzi le sirene richiamano altre perso- ne che vivono nelle vicinanze. Gli operai ricevono  colpi, sono pestati, ma reagiscono con qualche sassata, inoltre ricevono aiuti da tanti cittadini che non accettano di vedere tanta prepotenza. Un episodio merita di essere riportato. Nelle vicinanze, a causa dei fatti che stanno accadendo, c’è un camion, proveniente da una legnaia di via S. Francesco e che è costretto a fermarsi,  e sta trasportando  pezzi di legna da ardere già tagliata. Gli operai ne approfittano immediatamente utilizzandoli per fronteggiare e respingere le manganellate dei poliziotti.
Intanto gli autisti delle autobotti, più saggi del commissario, abbandonano l’idea di entrare in fabbrica, mettono in moto  e  riuscendo a trovare un varco libero,  si allontanano dal luogo del pestaggio.
A questo punto,  non esistendo più il motivo delle cariche, il commissario dà l’ordine ai celerini di fermarsi. il disordine, violento, fortunatamente, è durato pochi minuti. Operai e cittadini raccolgono i pezzi di legna lasciati sul terreno e li riconsegnano al proprietario del camion. Il  giornalista Luciano Renna su “Il Messaggero”  dell’ 8 novembre con minuzia di particolari racconta i fatti e traccia il bilancio di feriti e contusi, distinguendo i cittadini dalle forze dell’ordine(1).
L’ingiustificato scontro fra  forze dell’ordine e cittadini è un fatto clamoroso che richiama davanti al saponificio una moltitudine di persone che si informa e solidarizza. Arrivano amministratori comunali e rappresentanti delle forze politiche a sostenere gli operai in lotta.
La CISL, attraverso Nicola Sferrazza, con un comunicato rileva che “il gesto del commissario Russo dando l’ordine di caricare i lavoratori era gravido di pericolose e prevedibili conseguenze. Nessun aspetto della situazione giusti- fica il gesto  che ha fatto gravare il rischio non solo sulla piazza ma sull’in- tera cittadinanza”.
Contemporaneamente Malandrucco e Berardinelli, a nome della CGIL, protestano “per l’ingiustificata aggressione subita dai lavoratori e dai cittadini che pacificamente esercitavano il loro diritto di sciopero”. i due sindacalisti concludono il loro intervento con un invito “ci auguriamo che un maggior senso di responsabilità, in particolar modo della forza pubblica e un concreto intervento dell’autorità provinciale inducano Annunziata a rispettare gli impegni liberamente presi e a chiudere la vertenza in atto”.
Per completare l’informazione di quanto accaduto nella lunga giornata del 7 novembre si riporta  che prima dell’imbrunire Aldo Maliziola (proprietario) con altri   giovani del Movimento Sociale italiano (Giovane italia), Franco Papitto e Mario Gizzarelli, consegna agli operai una grande tenda, chiamata “Giarabub”, utilizzata prima in guerra, sul fronte libico,  e successivamente, sul finire degli anni cinquanta, nei campeggi estivi che gli stessi tenevano sul litorale fra San Felice Circeo e Terracina. La tenda viene montata in poco tempo e si dimostra subito molto utile perché proprio in quelle ore comincia a scendere una pioggia fitta, e tante persone vi trovano riparo durante la notte. La disponibilità dei giovani del MSI costituisce la conferma di come sia estesa e profonda la solidarietà del popolo di Ceccano attorno agli operai in lotta. in quelle stesse ore, quasi a voler far dimenticare il danno procurato alle istituzioni da parte del commissario Russo, il prefetto Iannone capisce che non può rimanere estraneo ad un evento così straordinario. Durante la nottata si sente con i suoi collaboratori e prepara sin dal giorno successivo una serie di iniziative.
LAVORATORI SENZA AMBIVALENZE E DOPPIEZZE

Tanti operai avevano trascorso la nottata al riparo dentro la tenda “Giarabub”, la quale ben impermeabilizzata non aveva permesso che la pioggia scesa durante la notte bagnasse i presenti. Era stata collocata ai margini della stra- da, davanti ai cancelli del saponificio, nello stesso posto dove oggi sorge il monumento che ricorda il sacrificio di Luigi Mastrogiacomo.
Non siamo in grado di riportare con esattezza le dimensioni, possiamo scrivere che la stessa durante i campeggi estivi era in grado di ospitare 20 posti letto,  la cucina e il magazzino(2).
A fianco della tenda gli operai avevano sistemato un’automobile con amplificazione e altoparlante, pertanto sin dalla mattinata dell’8 novembre sotto la stessa si  andava organizzando un vero quartier generale con tavolo e sedie. Si era quindi nelle condizioni di discutere con i cittadini e con le varie dele- gazioni operaie provenienti da altre realtà del territorio. Intanto  davanti ai cancelli del saponificio lo schieramento di poliziotti e camionette si era note- volmente ridotto e, a sentire qualche sindacalista, l’atteggiamento dei pochi poliziotti rimasti non era più provocatorio.
Su sollecitazione del prefetto, Sante Iannone, alle 17, presso l’Ufficio provinciale del Lavoro doveva tenersi un incontro fra le parti ma Annunziata, senza addurre alcuna giustificazione, non si presenta.
A fronte di tale ingiustificata diserzione è lo stesso prefetto a convocare per le 19 in prefettura Antonio Annunziata e le organizzazioni sindacali. il commendatore a questo autorevole invito non può sottrarsi, pertanto si presenta con puntualità.
Da quello che riporta Luciano Renna su “Il Messaggero” del 9 novembre, il prefetto assume un  ruolo decisivo e ben determinato, infatti entra nel merito della trattativa per fissare il prezzo del premio “una tantum”.
Non siamo in grado di riportare dettagliatamente lo svolgersi della discussio- ne ma nel momento in cui il prefetto fissa il prezzo “una tantum” a 9.260 lire a persona, tale cifra viene accettata da tutti.
Ma la giornata non è finita perché alle 23 dello stesso giorno presso il cinema Moderno di Ceccano viene convocata l’assemblea generale degli operai per discutere l’accordo preso in prefettura.
In un’atmosfera molto tesa, con gli animi accalorati, avviene un fatto clamo- roso: l’ipotesi di accordo viene respinta, gli stessi sindacati vengono sconfes- sati, ma fortunatamente il senso di responsabilità rimane integro.
Il prefetto nella tarda mattinata di giovedi 9, presente Tommaso Bruni, vice- direttore dell’Ufficio provinciale del lavoro, riconvoca per via telefonica, in prefettura, le parti. L’incontro dura dalle 12 alle 14,30 e si conclude con un accordo. Dal verbale dello stesso, siamo nelle condizioni di riportare che “il comm. Antonio Annunziata aderendo alla proposta formulata dal Prefetto, si dichiara disposto a corrispondere lire 10.000 pro-capite a tutti gli operai, a titolo di indennità una tantum”.
La stessa verrà corrisposta sabato 11 novembre.
La Società s’impegna, inoltre, a computare la giornata di sciopero del 9 novembre in conto ferie. Tutti i presenti, invitati dal Prefetto, sottoscrivono l’accordo. Sempre dal verbale risultano quali sottoscrittori: Antonio Annunziata, assistito da Francesco Galella, Giuseppe Malandrucco per la CGIL, Nicola Sferrazza per la CISL, e i membri della commissione interna Giuseppe Di Piazza, Luigi Roma e Osvaldo Rocca.
Il nuovo accordo, ovviamente, deve essere esaminato ed approvato dall’as- semblea generale degli operai. L’incontro, convocato a voce e con altoparlan- te installato sulla macchina circolante in Ceccano, si tiene di nuovo presso il cinema Moderno e dura dalle17,45 alle 20,45 in una sala gremita di persone. Sono tre ore di discussione, aperte da Malandrucco e Sferrazza per motivare l’accordo. La proposta  immediatamente incontra contrarietà e grandissime contrapposizioni. La tensione rimane alta per tutta la durata dell’incontro, ma non ci sono atti rissosi. gli interventi che si susseguono in modo incalzante e appassionato sono di Giovanni Iannucci, Giovanni Ramandi, Giovanni Loffredi, Francesco Guarcini, Domenico Tanzini e Antonio Mattone. Sei interventi esposti senza ambivalenze e doppiezze, privi di incertezze, diversi per motivazioni, ma tutti convergenti nell’affermare che l’accordo così come è sottoscritto non può essere approvato.
Negli interventi degli operai si chiede che il prezzo “dell’una tantum” deve fare riferimento a 110 ore di lavoro, intese come risarcimento per le inadem- pienze contrattuali.
L’assemblea viene chiusa dall’intervento di Nicola Sferrazza che saggiamen- te non pone ai voti la proposta di accordo, ma prende atto che gli operai dopo tre giorni di sciopero fra violenze, trattative e discussioni interne non mostra- no cedimenti ma al contrario intendono proseguire ancora la lotta fino all’ac- cettazione delle loro proposte(3).

UNITI SI VINCE

La scelta degli operai del saponificio annunziata di respingere l’accordo del
9 novembre sottoscritto in prefettura dai rappresentanti sindacali e di prose- guire lo sciopero, dal punto di vista formale è dirompente, rappresenta una sconfessione. un caso sicuramente raro e lo stesso prefetto nella sua comuni- cazione al ministro dell’interno lo definisce “inusitato”(4).
Se  seguiamo attentamente lo sviluppo degli avvenimenti ci accorgiamo che la ferita è subito rimarginata, anzi sembra che non sia mai esistita. Quella scelta, infatti, non porta a nessuna lacerazione fra operai e rappresentanza sin- dacale e nemmeno fra operai e la città di Ceccano. Anzi l’appoggio dei ceccanesi  alla lotta operaia si rafforza e si estende ulteriormente.
Il 10 novembre a sostegno degli operai viene indetto uno sciopero di dipen- denti del manicomio di Ceccano e degli operai del mobilificio Viola. nello stesso giorno gli operai della BPD partono in corteo dalla fabbrica di Bosco Faito per portare la loro solidarietà agli scioperanti in lotta. Alle 20 dello stesso giorno, il consiglio comunale di Ceccano riunito per discutere altre que- stioni sospende i lavori per incontrarsi con Luigi Annunziata, figlio del commendatore, per sollecitarlo a riprendere la trattativa con i sindacati.
Il giorno successivo nella tenda “Giarabub” si assiste ad un via-vai di delega- zioni provenienti dalle fabbriche di Isola del Liri, e due conducenti di autobot- ti, incaricati di entrare nel saponificio, si rifiutano di farlo, si fermano in prossi- mità dei cancelli, scendono dagli automezzi e fraternizzano con gli operai.
Per tutta la durata dello sciopero ogni mattina alle 7,30 le sirene dello stabili- mento continuano a suonare e si mormora che quel suono stia a significare la disponibilità del commendatore e il suo perdono verso gli scioperanti. Gli stessi, però, con un altoparlante posto sotto la tenda rispondono con le note de “L’inno dei lavoratori” e con questi diversi suoni viene dato il buongiorno ai ceccanesi.
L’unità, dunque, è tanto forte che Luciano Renna sul “Il Messaggero” del 12 novembre scrive “Una cosa si va delineando sempre più: gli operai non sono soli. Al loro fianco hanno tutta la popolazione e le altre categorie di lavora- tori della provincia.”
Nella giornata del 13 Sechi responsabile dell’ufficio provinciale del Lavoro, direttamente raccordato con il prefetto sente i sindacati per trovare una solu- zione positiva. Negli stessi momenti nelle sale del comune l’assessore Peppino Masi(5), attraverso un’azione di paziente tessitura, riesce a favorire la costituzione di un comitato cittadino di solidarietà verso gli operai e la reda- zione di un manifesto immediatamente affisso nel paese e di cui riportiamo il testo “Considerato che l’agitazione in corso e la posizione assunta dal datore di lavoro determinano il prolungamento dello sciopero, con evidente danno per gli interessi dei lavoratori e dell’economia locale, il Comitato auspica una sollecita ripresa delle trattative per un soddisfacente componimento della con- troversia. Nel frattempo invita la cittadinanza tutta a dare un concreto appog- gio agli operai e alle loro famiglie con contributi da versare presso la segre- teria del Comitato stesso per lenire, sia pure in parte, il loro stato di disagio” E’ interessante e significativo conoscere  coloro che sottoscrivono quel testo: il sindaco Bovieri, i gruppi consigliari, Francesco Colapietro e Giovanni Percili in rappresentanza dei dipendenti del manicomio, Giuseppe Ranieri e Salvatore Cicciarelli per conto dei dipendenti BPD, Giuseppe Roma per conto dell’Alleanza contadini e  Giuseppe Pizzuti per la coltivatori diretti, Andrea del Brocco e Amedeo gizzi per le organizzazioni artigiane e Augusto De Nardis per l’Unione commercianti. Queste adesioni esprimono l’eccezionale sostegno cittadino assicurato allo sciopero.
Sempre Luciano Renna su “Il Messaggero” del 14 novembre, scrive riferen- dosi a quanto accaduto il giorno precedente “Poco dopo le ore 20 erano per- venute agli scioperanti, presso la tenda, dove arde nella notte un fuoco con- tinuo, oltre 130 offerte in viveri e denaro”
L’unità cittadina tanto estesa e ben manifesta sotto forme diverse sollecita un’attenzione continua e particolare verso le richieste operaie. Presso l’uffi- cio provinciale del Lavoro il dott. Sechi attraverso contatti diretti o per via telefonica  ha completato la sua azione di ricognizione, ha sentito infatti più volte le parti, e fa sapere al prefetto che esistono le condizioni per raggiunge- re l’accordo.
Nel pomeriggio del 14 novembre il prefetto convoca la proprietà e i sindacati in prefettura. Dal verbale di accordo, anche questo in nostro possesso, risulta che il commendatore non è presente: è rappresentato dal figlio Luigi e da Francesco Galella.
Le rappresentanze sindacali presenti sono composte da Sferrazza, Altini e Rocca per la CISL e Malandrucco(6), Berardinelli, Di Piazza, Roma e De Santis per la CGIL.
cosa succede?
Nell’incontro del 9 novembre si era raggiunto l’accordo di pagare 10.000 lire come “una tantum” per ogni persona, a risarcimento o riparazione per il mancato rispetto delle clausole contrattuali.
In prefettura si arriva a  verbalizzare l’accordo nei termini che riportiamo: “Fermo restando l’accordo sottoscritto il 9 novembre corrente, la Ditta corri- sponderà ai propri operai le somme appresso indicate secondo la loro qualifi- ca”.
Alle 10.000 lire già concordate per tutti, la significativa novità ora è costitui- ta dal fatto che verranno erogate altre “6.700 lire per gli operai specializzati,
4.700 lire per gli operai qualificati, 3.900 lire per i manovali qualificati, 2.900 lire per i manovali comuni, 2.000 lire per le donne di qualunque categoria.” Per concludere, riportiamo ancora che “il pagamento degli importi venga effettuato entro tre giorni”(7).
Per gli operai tale accordo rappresenta un grande successo, corrisponde inte- ramente alle richieste  per le quali  uno sciopero era stato protatto per sette giorni.
capitolo Quinto

IL PREMIO DI PRODUZIONE

Prima di riprendere le vicende nel saponificio Annunziata riteniamo utile riportare alcuni avvenimenti che ci permettono di cogliere piccole e grandi questioni che si connettono fra di loro e danno il senso più compiuto a quan- to stiamo riportando.
Nel consiglio dei ministri del 21 novembre 1961 Mario Scelba e Guido Gonella  attaccano Enzo  Biagi, direttore del Telegiornale, perché secondo loro, dà poco spazio alle notizie ufficiali; accusano la rubrica televisiva Tribuna Politica e lo spettacolo di intrattenimento Studio uno di aver introdotto nel cuore delle famiglie italiane Palmiro Togliatti e ballerine con le gambe troppo scoperte.
Nel mese di dicembre vengono raggiunti fra sindacati e imprenditori due significativi accordi: il 13 dicembre viene firmato il contratto calzaturiero che fissa a 45 ore l’orario settimanale di lavoro; il 22 novembre dopo otto mesi di trattative, quello riguardante la parità salariale uomo-donna nel settore metal- meccanico.
Il 27 gennaio1962 a Napoli si tiene il congresso della Dc. Il segretario Moro propone una formula di governo di centrosinistra che viene approvata dalla maggioranza. Nei giorni precedenti Moro aveva inviato al pontefice un pro- memoria, esaminato poi dai vescovi della CEI, sulla linea politica della Dc. Ricevuto dal cardinale di Napoli, Castaldo, Moro è informato che il Vaticano non pone alcuna preclusione alla sua linea politica e all’apertura al PSI.
Il 2 febbraio il primo ministro Fanfani per rispettare le scelte congressuali si dimette e forma il 21 dello stesso mese un nuovo dicastero, questa volta tri- partito: DC, PSDI, PRI con l’astensione del PSI. Sono passati 18 mesi dalla caduta del governo Tambroni ma la realizzazione del governo di centro-sini- stra si dimostra difficile da realizzare.
Il 21 di febbraio nelle cartiere di Avezzano, Isola del Liri e  Ceprano  si svolge uno sciopero di 24 ore per l’istituzione di un premio di produzione collegato al rendimento e per miglioramenti dell’indennità di malattia.
Il dato importantissimo da evidenziare riguarda la scadenza per tutto il 1962 di 14 contratti di lavoro. E’ dunque un momento di preparazione di lotte da portare avanti, un impegno che tocca milioni di lavoratori e di riflesso, per le ripercussioni che avrà, anche il mondo politico e istituzionale.
Dopo questa carrellata di informazioni ritorniamo a Ceccano. L'accordo sot- toscritto fra le parti il 14 novembre 1961, dopo sette giorni di sciopero, riguar- dante il pagamento dell’“una tantum”, (in pratica il risarcimento dovuto ai dipendenti in termini salariali per il mancato rispetto del contratto nazionale), non sarà più ripreso.
Si aprirà, però, un’altra questione, forse più importante e significativa: il pagamento del premio di produzione.
L’attività produttiva, a rimorchio dell’espansione economica nazionale, nel saponificio Annunziata era altissima e alcuni dati fondamentali lo dimostrano in modo molto eloquente: dal 1959 al 1961 la produzione giornaliera del sapone passò da 2.500 a 5.000 quintali. Con l’apertura di 14 filiali su tutto il territorio nazionale, la rete di vendita venne estesa e capillarizzata. A Palermo venne creato addirittura un deposito. il fatturato annuale al 31 dicembre 1961 fu dell'ordine di 30 miliardi di lire e  il bilancio si chiuse con ben 7 miliardi di utile(1). Un risultato notevole, quasi incredibile.
Non siamo in grado di riportare in maniera particolareggiata la discussione che si sviluppò fra le parti in quel periodo, ma ci sentiamo di sollevare una questione: di quell’utile  se ripartito, quanto sarebbe dovuto tornare ai dipen- denti in termini retributivi, visto che tale ricchezza era stata prodotta con il loro lavoro? Certamente una parte.
Nell’accordo sottoscritto il 29 settembre 1961 uno dei tanti punti prevedeva l’erogazione del premio di produzione a partire dal 1° gennaio 1962. Le orga- nizzazioni sindacali, nella seconda parte del mese di gennaio,  a tale riguardo aprirono la trattativa, purtroppo accompagnata da tensioni perché  stava sor- gendo un altro problema: sempre nell’accordo di settembre, era previsto il ritorno alle mansioni superiori degli operai declassificati nel 1959 per rappre- saglia, e alcuni di questi, in quel quel mese di gennaio, avevano ricevuto let- tere attraverso le quali l’azienda negava tale riconoscimento.
Non va dimenticato un altro aspetto ugualmente importante: in quei giorni  i sindacati stavano trattando il contratto nazionale dei chimici. i sindacati loca- li chiedevano che venisse quantificato ed erogato un anticipo del premio di produzione, in attesa di fissarne la struttura attraverso il contratto nazionale che si stava sottoscrivendo.
Il 1 febbraio 1962 per discutere di questo argomento si tenne un incontro presso l'ufficio del lavoro di Frosinone,  ma l'esito fu negativo. La tensione ritornò altissima e la sera stessa nelle  strade cittadine si sviluppò una mani- festazione operaia, anche perché l’azienda aveva anticipato la volontà di rico-

noscere solo il minimo garantito dal contratto.
Per meglio conoscere le diverse posizioni è necessario riportare una dichiara- zione  di Carlo Martini, dirigente dell’ufficio personale dell’azienda, apparsa su “Il Messaggero” il 3 febbraio. Martini capovolgeva l’accordo del 29 set- tembre: “Tale impegno non comportava obbligatoriamente da parte del- l’azienda l’istituzione del premio di produzione, ma soltanto un impegno di esaminare la possibilità della sua istituzione” poi, con un linguaggio felpato che solo apparentemente sembrava concedere qualcosa, continuava “tanto più che è in corso in sede nazionale il rinnovo del contratto di lavoro della nostra categoria. Pertanto tra i molti miglioramenti che si prevedono, anche di carattere economico, verrà inclusa l’istituzione obbligatoria di un premio di produzione. L’azienda intende soprassedere in linea generale alla istituzione del premio per attendere ciò che verrà stabilito allo scopo di attenersi scru- polosamente alle norme contrattuali e di non compromettere le trattative in corso in sede di contratto nazionale”.
A questa dichiarazione, sempre sullo stesso giornale, si affiancava quella di Nicola Sferrazza, segretario provinciale della CISL, il quale smentiva il dott. Martini ricordandogli che il premio di produzione era già previsto... “nell’ultimo comma dell’articolo 21 del contratto collettivo nazionale tuttora vigente e dall’impegno assunto dalle parti in sede locale con l’accordo del 29 settembre 1961. E’ pertanto legittima la richiesta che il premio di produzione abbia a decorrere dal 1° gennaio 1962”. Per spiegarne meglio il significato dichiara: “Per quanto concerne la pretesa del datore del lavoro che ritiene di dover attendere la conclusione della trattativa per attenersi a quanto verrà eventualmente stipulato si  fa osservare che fermo restante la decorrenza del 1 gennaio e la corresponsione di un acconto mensile non sorgereb-bero ostacoli da parte dei lavoratori affinché l’accordo venisse stipulato”.
Insomma secondo Sferrazza il pagamento del premio una volta definitiva- mente concordato si sarebbe dovuto pagare mensilmente.
Due posizioni diverse anche se quella di Sferrazza, pur smentendo Martini circa l’esistenza in vigore del premio di produzione,  non sembra ipotizzare esplicitamente la necessità dello sciopero.
Per discutere dello  sciopero, nella mattinata del 4 febbraio viene convocata l’assemblea degli operai presso il cinema Italia.  Quando tutti ritenevano che la trattativa nazionale sarebbe stata lunga e travagliata, nella serata del 3 feb- braio viene sottoscritto il  contratto nazionale del settore olio, grassi, sapone. Per i sindacati nazionali si tratta di un grande risultato poiché nell’accordo è

previsto un’aumento dell’8% per i minimi tabellari e dell’1,5% per 4 anni di anzianità. Per capire la portata positiva degli aumenti salariali dobbiamo ricordare che dal gennaio 1961 al gennaio 1962 l’inflazione è appena del 2,8% e non costituisce un problema come invece diverrà negli anni successivi. L’assemblea si tiene, presieduta da Gabriele della CISL e Malandrucco della CGIL, ma per le novità avvenute e per la necessità di approfondire i termini dell’accordo e le dirette conseguenze con la vertenza aperta, si decide all’unanimità di sospendere lo sciopero.(2) La sospensione è senz’altro un atto saggio e opportuno ma il tema posto e la sua risoluzione,  si presentano ancora una volta difficili da superare, considerata la spregiudicatezza del commendatore a rinnegare gli accordi e a cambiare le carte in tavola.
Il 10 marzo avviene un fatto imprevisto, sicuramente clamoroso. il consigliere comunale democristiano, potremmo dire, l’uomo di annunziata, Paolino Basile vota il bilancio proposto dalla giunta di sinistra. Diventa così il sedicesimo consigliere, decisivo a salvare l’amministrazione. Nella velocis- sima dichiarazione rilasciata in consiglio dice di compiere l’atto per evitare al Comune la gestione commissariale. Non si sono mai  conosciute le motiva- zioni più profonde di tale scelta ma se ricordiamo che fu il commissario pre- fettizio Felice Franco agli inizi degli anni cinquanta, così come abbiamo riportato, a spingere Annunziata a raggiungere il concordato di 18 milioni per l’imposta di fabbricazione, è probabile che l’arrivo di un nuovo commissario incutesse tanto timore. Tale voto però non rafforza la giunta socialcomunista anzi riapre nell’interno della sezione socialista l’ipotesi di un’alleanza di cen- tro-sinistra. Il 7 aprile dei quattro assessori socialisti in carica se ne dimetto- no due (Valter apruzzese e Salvatore D’annibale).
Il consigliere Ugo Bellusci sostenitore del centro sinistra, nel ricordare l’ap- poggio di Paolo Basile avverte il sindaco, parafrasando Lacoonte: “temo i nemici di classe specie quando portano regali”. La situazione amministrativa pertanto rimane precaria e con poche prospettive.



ALTRO CHE PREMIO DI PRODUZIONE

Fra azienda e lavoratori dopo lunghe e infruttuose trattative, ancora una volta le cose non vanno come dovrebbero andare. Si ricomincia a trattare presso l’ufficio provinciale del lavoro di Frosinone. il tema fondamentale è l’istitu- zione del premio di produzione, ma il commendatore a ogni incontro nel

momento decisivo compie sempre un passo indietro, smentendo così l’impe- gno annunciato dal dott. Martini.
Si arriva  al 25 aprile quando alle ore 22 la CGIL e la CISL, dopo aver verificato che l’imprenditore ancora una volta si rifiuta di discutere,  proclamano lo sciopero.(3)   e’ opportuno, arrivati a questo punto, considerare meglio la situazione dell’impresa: nel dopoguerra ha incamerato dallo Stato circa 200 milioni di lire come indennizzo per danni subiti durante il conflitto; la fabbri- ca si estende su un’area di 50.000 metri quadrati di cui 30.000 coperti; il lungo periodo di salari bassi ha dato la possibilità di apportare alcune importanti innovazioni tecnologiche; ha  aperto nuovi impianti per la lavorazione e la vendita di copra, farina di cocco, mangime e glicerina. Dal 1955 è il primo produttore italiano di sapone secco e fornitore unico dell’esercito. All’interno del governo gode di chiare e ostentate protezioni politiche: Augusto Fanelli, Pietro Campilli e Giulio Andreotti. Nell’azienda lavorano 537 operai e 21 impiegati. Antonio Annunziata è consapevole che tale situazione si protrarrà negli anni futuri per cui accettare il premio di produzione per il 1962 significa precostituire un precedente per lui oneroso. La ricchezza prodotta, secondo il suo modo di pensare, non può essere divisa con nessuno. Neanche in termini irrisori.
Lo sciopero una volta proclamato presenta però alcune situazioni di grande difficoltà: 54 operai non aderiscono e rimarranno giorno e notte in fabbrica a lavorare. nello stesso tempo attorno ad annunziata scattano tanti piccoli e grandi meccanismi di protezione. Nessuna autorità sanitaria certifica le con- dizioni igienico-sanitarie esistenti dentro la fabbrica e lo stato di promiscuità visto che non esistevano dormitori autorizzati. La polizia che presidia i can- celli della fabbrica permette che gli automezzi vi entrino  per poter caricare il sapone o scaricare altro materiale e così è anche per l’automezzo del ristora- tore Picatti di Veroli che una volta al giorno  consegna i viveri. Inoltre, fatto ancora più grave, vengono assunti durante lo sciopero sei persone che quoti- dianamente raggiungono il posto di lavoro trasportate e protette dai carabinie- ri. Non ci risulta che alcuna autorità abbia preso iniziative tali da identificare in questo un reato stabilito  proprio dalla legge del 29  aprile  1949, numero
264, art. 27.
Pur di fronte a tante avversità gli operai in lotta non si arrendono, godono del sostegno dell’intera città e vengono aiutati finanziariamente dagli operai delle fabbriche della provincia. i commercianti ceccanesi, inoltre, sono immediata- mente disponibili a fare credito. Anche l’unità politica è salda.

Il 9 maggio il consiglio comunale esprime all’unanimità adesione e sostegno alla lotta operaia. Nella seduta è assente il consigliere Paolo Basile dirigente dell’azienda annunziata.
Antonio Arcese inviato de “Il Tempo” con il permesso di annunziata entra in fabbrica e in un articolo dell’11 maggio riporta l’incontro avuto con coloro che sono rimasti a lavorare riuscendo a trasmettere all’esterno il messaggio che fra i crumiri non ci sono segnali di cedimento. Ma è altresi significativo che Arcese  non può fare a meno di concludere il suo articolo con queste considerazioni “A Ceccano tutta la popolazione si mostra solidale con gli operai in sciopero”.
Nella città le famiglie dei crumiri subiscono un pesante isolamento. A volte affrontano insulti e violenze psicologiche e la condanna morale subita  lascerà il segno per molti anni. E’  impossibile ricostruire in modo preciso i motivi e le forme di persuasione adoperate dalla direzione aziendale per cui tali operai non aderiscono allo sciopero ma il dato più eloquente è che hanno a carico famiglie numerose che dipendono esclusivamente dal salario della fabbrica. Non vivono in campagna ma in centro e non posseggono un piccolo pezzo di terra da cui trarre un minimo di sostentamento.
Gli operai che scioperano inviano lettere e telegrammi a coloro che sono in fabbrica a lavorare. Inoltre una macchina dotata di altoparlante gira per alcu- ni giorni  attorno alle mura di cinta del saponificio mandando questo messag- gio: “Adesso siete solo voi a soccorrere Annunziata: solo voi ad incoraggiar- lo nella pazza idea di provocazione contro tutto il paese. Ancora una volta vi invitiamo alla riflessione. Noi abbiamo deciso di continuare la lotta e se sarà necessario con altre forme”(4)
Non mancano forme di terrorismo psicologico, tentativi di allarmismo che vanno riportati.
Nella proprietà di Giuseppe Basile in via S. Francesco, a pochi passi dal saponificio, l’impianto di riscaldamento è andato distrutto (forse per un corto circuito) con conseguente cedimento strutturale. Lo stesso Basile,  capofabbrica del saponificio rivela che sono stati gli operai a svegliarlo avvertendolo dell’accaduto e, insieme al sindacalista Altini, a smorzare l’incendio. Se Luciano Renna, inviato de “Il Messaggero” descrive i fatti nei modi corretti e veritieri così come li abbiamo riportati, la redazione del suo giornale, non sappiamo se a Frosinone o a Roma, con un titolo a cinque colonne scrive “Lanciata una bomba Molotov contro l’abitazione del capofabbrica di Annunziata di Ceccano.”(5)

Il comitato cittadino lancia lo sciopero di solidarietà cittadina per mercoledì
16 maggio. La manifestazione, per evitare provocazioni della polizia, si deve tenere  nella parte superiore della città, in  piazza 25 luglio, dalle ore 10.
Gli ambulanti, anche se il mercoledi è il giorno di mercato, unanimemente non montano le bancarelle, i commercianti locali lasciano abbassate le sara- cinesche.
Mentre la piazza si va riempiendo, alle 9,40 il sindacalista Malandrucco e alcuni operai che presidiano lo stabilimento notano che dentro la fabbrica due camionisti della ditta Nicola Turiziani stanno caricando le scatole di sapone sopra i camion(6). Si tratta della solita, quotidiana razione di illegalità. il sin- dacalista e altri operai si agitano, insultano e si avvicinano ai cancelli, chie- dono ai poliziotti di intervenire per fermare l’abuso. Ovviamente costoro si guardano bene dal farlo.
A tanti anni di distanza è difficile quantificare quanti fossero gli operai presenti, sicuramente non più di venti, tanti infatti sono coloro che normalmente formano il picchetto, anche perché in quei minuti l’appuntamento per tutti è di convergere nella parte superiore della città. Pochi operai, dunque, ma sufficienti a far muovere le forze di polizia. Il vice questore grilli dà ordine ai commissari Gianfrancesco e Mansiero di far sgomberare il piazzale antistante i cancelli. Gli operai non arretrano. Il commissario più anziano indossa la fascia tricolore e dopo aver intimato lo sgombero ordina di suonare la tromba come segnale della carica che arriva immediata. Non sono solo i poliziotti che si muovono manganellando, si mettono in moto anche le camionette che fanno sentire le sirene. Gli operai sotto un’eccezionale forza d’urto arretrano, ma non si fanno prendere dal panico. Le sirene suonano, le camionette incominciano a fare i caroselli e dalle stesse vengono manganellati tutte le persone che si trovano nei pressi  di piazza Berardi. In questa occasione vengono fermati quattro cittadini e portati dentro il saponificio dove sono  brutalmente picchiati. Davanti ai cancelli, nelle vicinanze della fabbrica non c’è alcun operaio. Non esiste alcuna preoccupazione per l’inviolabilità della fabbrica, i poliziotti e le jeep invece continuano a intimorire e a colpire dentro il centro storico, al bivio di via Gaeta e alla zona Borgata. Com’era già avvenuto nella carica del 7 novembre, il suono delle sirene non mette paura anzi stimola, eccita, invita a rispondere e diventa una chiamata alle armi. Dal-la parte alta del paese, coloro che si trovano in piazza corrono velocemente verso la zona ponte attraverso le tante stradine del centro storico, sembrano tanti rivoli di acqua che si ampliano sempre più e che su piazza Berardi

confluiscono fino a diventare un fiume in piena.(7)
Sulla riva destra del Sacco, l’imprenditore nestore evangelisti sta costruendo due fabbricati di notevoli dimensioni. Gli operai e numerosi altri cittadini indignati per tanta ingiustificata prepotenza ne approfittano e impugnano pezzi di ferro, sbarre di legno e pietre, si ergono a sbarramento per fronteg- giare l’urto della polizia. Le camionette vengono affrontate, qualche operaio riesce a salire sulle stesse. Poi quando la piazza si riempie ancora di più la bar- ricata diventa mobile, la polizia arretra mentre incominciano a volare sassi che colpiscono con precisione i poliziotti. i rapporti di forza sono modificati. La polizia dopo due cariche è costretta a rinchiudersi nel saponificio. Pur essendo arrivate a Ceccano tutte le forze esistenti nel territorio provinciale, la po-lizia è in difficoltà, assediata.
Dal palazzo comunale scendono il sindaco Bovieri, altri amministratori e sin- dacalisti. Il questore Tagliavia li fa entrare  nella fabbrica e apre la discussio- ne mentre fuori regna un clima silenzioso e teso. Chiede al primo cittadino di impegnarsi per convincere la popolazione a rimuovere l’assedio. in risposta il sindaco  chiede di liberare i fermati, rinchiusi nella fabbrica. La trattativa va avanti a fatica: alle 13 viene liberato l’operaio Angelo Mizzoni; alle 14,30 il barbiere Fiore Ciotoli; alle 15 escono Vincenzo Maura, ritornato da pochi giorni dal Venezuela, e Giovan Battista Masi, operaio; più tardi ancora Arnaldo Brunetti. Ogni volta che un fermato esce dai cancelli si odono applausi e grida di gioia. Il sindaco e gli altri contribuiscono a normalizzare la situazione, la tensione si allenta. gran parte dei presenti ritorna a casa.(8)
Si contano anche i feriti: fra gli operai Giovanni Funari viene ricoverato presso l’ospedale di Ceccano per ricevere 6 punti di sutura alla gamba. Ne avrà per nove giorni.
Tra le forze dell’ordine carabinieri e poliziotti vengono ricoverati presso l’ospedale di Frosinone.(9)
Lacrimogeni, jeep, manganellate,  poliziotti e carabinieri attivamente impe- gnati, forza d’urto inusitata, non sono  stati in grado di bloccare la reazione spontanea  dei cittadini, anzi c’è stata la mortificazione di un vero e proprio assedio che ha messo in discussione e ridicolizzato la forza dei militari e ha costretto il questore a chiedere aiuto al sindaco e a trattare con lo stesso il rila- scio dei fermati.
Alle già molte forze dell’ordine presenti in Ceccano se ne aggiungono altre. Alle 18, infatti, proveniente da Roma, inviato da Giulio Andreotti, ministro della Difesa, arriva un battaglione della VIII  brigata mobile.(10)   Pochi anni dopo, attraverso i giornalisti Scalfaro e Iannuzzi, verremo a sapere che costoro sarebbero stati a disposizione del generale De Lorenzo per portare avanti nell’estate del 1964 il tentativo “golpista”, meglio conosciuto come Piano Solo. Sono carabinieri comandati dal tenente colonnello Mambor: arrivano con otto automezzi, ma prima attraversano il centro cittadino sin nella parte alta del paese. Si mostrano come se partecipassero a una parata militare, pre- sentando   il loro minaccioso biglietto da visita. Vengono accolti con tanti fischi. Non stazionano fuori dei cancelli ma entrano dentro la fabbrica: non debbono avere contatti coi cittadini per  non essere “contaminati” dai lo-ro argomenti.  Infatti si dice che precedentemente i poliziotti sono stati troppo a contatto con la gente comune e durante gli scontri non hanno dimostrato la necessaria durezza.
I volti dei nuovi arrivati esprimono rabbia e voglia di rivincita.
SECONDO SCIOPERO DELLA CITTA’

Gli incidenti avvenuti non interrompono le trattative fra i sindacati e la direzione aziendale che si tengono regolarmente sin dal giorno successivo, accompagnati dalla solita altalena di speranze e delusioni, annunci di disponibilità e retromarce da parte di Annunziata. Gli incontri si svolgono presso l’ufficio del lavoro di Frosinone o nella sede regionale,  altri ancora presso il ministero del lavoro.
Il commendatore rimane fermo sulle sue posizioni, opponendosi alla richiesta del premio di produzione. La  sua parola d’ordine è di non riconoscere gli accordi sindacali nazionali, ben attento a non precostituire una prassi. Per tutto il periodo il commendatore è disponibile a dare qualcosa ma non il rico- noscimento della produttività. Attraverso il figlio Luigi al termine di un’ ennesima e infruttuosa trattativa in sede ministeriale comunica alla stampa che vuole concedere complessivamente per il 1962  a tutti i dipendenti 5 milioni di lire e per l’anno successivo una somma che sarà lui a stabilire. Dunque non si tratta del premio di produzione. Luigi Annunziata precisa: “Si tratta di un regalo che l’azienda intende fare ed è giusto che a stabilirne l’entità si sia noi e non altri”.
Questa incredibile dichiarazione viene rilasciata il 24 di maggio,(11)  il giorno prima del secondo sciopero cittadino, e sta a dimostrare non la mentalità di un imprenditore moderno  ma quella di un autentico, antiquato padrone.

Chiaro e lampante che nel rapporto tra imprenditore e lavoratore non deve esserci alcuna mediazione di natura sindacale. Insomma non devono esserci trattative ufficiali e risultati duraturi ma una sorta di elemosina che sarà elar- gita dal padrone se e quando lo riterrà opportuno.
Si va così verso il secondo sciopero cittadino che si terrà il 25 di maggio. Questa volta è di 24 ore e, come  per quello precedente, l’adesione degli uffi- ci, delle scuole, del commercio e dell’industria è totale.
Per tutta la giornata la città è vuota e silenziosa, il clima è teso. Tutte le forze di polizia della provincia e il battaglione dell’VIII mobile sono presenti in ogni angolo del territorio comunale. Sulle strade di accesso a Ceccano viene esercitata una pesante azione di controllo. Da Roma arriva l’ispettore capo di polizia, Di Stefano, per verificare lo stato di efficienza dei reparti. Un presi- dio di poliziotti staziona davanti al cantiere dell’imprenditore Evangelisti. Da qui infatti il 16 maggio gli operai avevano preso molto materiale per difen- dersi e fare le barricate. Numerose camionette circolano lungo le strade per affermare il  dominio poliziesco sulla città.
I sindacati per evitare nuove provocazioni della polizia hanno rinunciato sin dalla mattinata a formare il solito picchetto davanti alla fabbrica.
La città è assediata, chiusa. A chi arriva da fuori appare una città fantasma. Improvvisamente, però, si rianima: operai, donne, giovani, famiglie intere e tanti comuni cittadini arrivano da ogni parte del paese. L’invito lanciato dal comitato cittadino è accolto, piazza 25 luglio si riempie nuovamente di una gran folla, la città ancora una volta si schiera con i propri lavoratori in lotta. Alle ore 17,30,  il sindaco Vincenzo Bovieri apre con poche parole la manifestazione di solidarietà e dopo di lui intervengono i rappresentanti di tutti i gruppi  consiliari:  Francesco  Battista,  per  concentrazione   Democratica; Giuseppe Bonanni, per il MSI; Luigi Piroli, per la DC; Ugo Bellusci, per il PSI e l’on. Angelo Compagnoni, per il PCI. Dante Pantano, segretario provinciale dei cartai, riesce ad appassionare e infiammare la piazza ricordando le vicende accadute ad isola del Liri nel 1949, quando un intero paese scese in piazza per difendere 300 operai licen-ziati dalle cartiere Meridionali. Ricorda l’occupazione militare, le camionette, le donne che buttavano la cenere negli occhi dei poliziotti, le manganellate, i ferimenti, il morto, gli arresti e i processi, le successive assoluzioni ma anche la riassunzione di tutti i licenziati. Pantano parla come un fiume in piena, carico di passione e ricordi, descrivendo episodi di solidarietà e di coraggio. Trasmette commozione e speranza(12) Prima di concludere il suo intervento fra gli applausi dei presenti consegna nelle mani del sindaco 150.000 lire raccolte dal sindacato fra gli operai di isola del Liri. Nella stessa serata Giuseppe Masi a nome del comitato di solidarietà cittadina legge tutti i contributi ricevuti(13). Si elencano anche i sostegni provenienti da altre realtà. La manifestazione si conclude  senza incidenti con la polizia che si è mante-nuta a distanza. Il giorno successivo si tiene un nuovo e infruttuoso  incontro fra le parti in sede ministeriale.
28 Maggio 1962

Si arriva al 28 maggio e, come succede dal primo giorno di sciopero in mat- tinata, accompagnate e protette da due macchine dei carabinieri, entrano in fabbrica sei persone che ai cancelli vengono accolte da fischi e da un coro d’insulti. Non sono dipendenti del saponificio e nemmeno avviate al lavoro dall’ufficio comunale di collocamento.
Al tramonto si riconferma invece la  quotidiana  solidarietà, quando davanti ai cancelli si radunano moltissime persone. Appuntamento che avviene spontaneamente ogni giorno e al quale nessun ceccanese intende mancare.
Le sei persone entrate al mattino escono la sera alle ore 18, accompagnate dagli inevitabili fischi, protette e condotte nelle loro abitazioni con le macchi- ne dei carabinieri, trasformate in taxi. La tensione e l’affollamento aumenta- no quando da Roma arrivano i pendolari che dalla stazione ferroviaria transi- tano davanti alla fabbrica a piedi o in bicicletta. Anche per loro è divenuto un dovere fermarsi, ascoltare e solidarizzare.
Sono le ore 19: arriva un grosso automezzo che da Borgo Berardi procede con grande difficoltà lungo la strada gremita di persone.
Secondo l’on. Compagnoni, così come illustra nel suo intervento del 14 giu- gno alla Camera, una parte dei presenti deve spostarsi verso la fabbrica (una trentina) per lasciar passare il camion. Tale spostamento li fa entrare in con- tatto con i carabinieri e immediatamente volano parole grosse. Qualche cara- biniere cerca di fermare un operaio ma sarà ripreso da un maresciallo che gli ordina di non insistere. E’ opportuno, per capire meglio le dinamiche che si stanno sviluppando, riportare quanto compagnoni dirà nel suo intervento alla camera:
“A questo punto io, il segretario provinciale della CISL e altri dirigenti sin- dacali che eravamo presenti, ci avvicinammo per cercare di allontanare que- sto gruppo di 25-30 operai che si erano avvicinati  troppo alle forze di poli-

zia. Eravamo riusciti a persuaderli a portarsi dalla parte opposta della stra- da, quando fummo improvvisamente aggrediti alle spalle con i calci dei fuci- li con i quali i carabinieri colpirono alla testa e alle spalle il segretario della CISL, gli altri dirigenti sindacali e anche me. Immediatamente ebbe inizio il lancio di candelotti lacrimogeni per far sgomberare la piazza”.
Possiamo accompagnare questa importante testimonianza con altri particola- ri che contribuiscono ad arricchire la conoscenza di quei momenti. I dirigen- ti sindacali colpiti alle spalle sono Giuseppe Altini e Nicola Sferrazza della CISL. Fra gli spintonati vi sono  tre  giovani: Luigi Santodonato, Franco del Brocco e Aldo Maliziola, che negli anni successivi confermeranno minuziosamente l’accaduto. L’operaio Angelo Roma per coprire il corpo di compagnoni si ritrovava la scapola fratturata da un fucile usato come clava. Scaraventato a terra, rimane svenuto, si riprende ed è trasportato in ospedale dal figlio Orazio, arrivato successivamente in suo soccorso. Lo stesso Compagnoni rimane  ferito da un colpo di calcio di fucile alla testa e al labbro superiore.
Ricordiamo che in questa fase nessun commissario di polizia indossa la fascia tricolore, non ci sono inviti ad arretrare, non si ode lo squillo di tromba per annunciare la carica. Dilaga e cresce una violenza feroce e ingiustificata. Ai colpi di  bandoliera, di calcio di fucile  e di manganello si aggiunge il lancio di candelotti. La parte bassa della città ancora una volta è colpita, offesa e sconvolta.
Dopo 45 minuti il piazzale antistante la fabbrica è sgombero, non esistono rischi di assalto al saponificio, ma si inizia a lanciare sassi e a preparare bar- ricate sul ponte della ferrovia e sul ponte del Sacco. Nell’aria è presente tanto fumo e si respira l’odore acre dei candelotti lacrimogeni, ma ancora non si spara.




LE FORZE DELL’ORDINE SPARANO

Alle 19,45 si registrano quaranta medicati presso l’ospedale di ceccano, altri dal dott. Filippo Apruzzese e altri ancora nell’ambulatorio di nazzarena e Francesco Panfili.(14)
Le forze dell’ordine dovrebbero accertare che non esistono pericoli di un
“assalto” al saponificio pertanto dovrebbero rientrare nei ranghi, invece

senza alcun motivo incominciano a sparare.
A 50 anni da questi fatti può apparire incredibile ciò che andremo a scrivere ma ci atterremo scrupolosamente ai fatti e seguiremo dettagliatamente gli avvenimenti mettendo in evidenza i momenti più drammatici e significativi, le persone coinvolte e i luoghi.
Se ingiustificate sono state le cariche che si sono ripetute sugl’inermi cittadi- ni che non si disperdono ma rimangono raggruppati su tre aree: piazza Berardi, Borgata e via S Francesco, ancor di più si dimostra ingiustificabile l’ordine di sparare. Si fa fuoco in tutte le direzioni. Non siamo in grado di documentare l’ora esatta e l’ordine cronologico dei ferimenti ma attraverso le testimonianze possiamo ricostruire la traiettoria dei proiettili.
Ennio Serra, validissimo atleta della Società Atletica Ceccano che ritornava dall’allenamento al campo sportivo, ricorda  le foglie dei platani di  via S. Francesco cadere colpite dai proiettili, il fastidio agli occhi e alla gola procurato dal lancio dei candelotti lacrimogeni e la necessità di ripararsi negli adiacenti locali del cral. In particolar modo ha ancora vivo nella memoria il drammatico momento in cui, con altri, soccorre Luigi Mastrogiacomo colpito sotto un platano, molto distante dai cancelli della fabbrica, e lo trasporta prima nell’ambulatorio del dottor Panfili, poi caricarlo, ormai senza segni di vita, sulla “seicento” del dottore, per trasportarlo nell’ospedale di Ceccano che allora si trovava nella parte superiore del paese.
Il quotidiano “Paese sera” qualche giorno dopo, il 30 maggio, ricorda l’ope- raio ucciso con questi termini:
“…era stato militare durante la guerra in Grecia ma si vantava di non aver ammazzato nessuno. Pendolare, edile a Roma mentre la moglie restava tutto il giorno curva sulla terra a sradicare la gramigna dai solchi. Quando ritor- nava da Roma, se ancora era giorno, andava direttamente a zappare accan- to alla moglie. Stavano risparmiando il centesimo per fare la casa e l’ultimo mattone lo avevano murato due anni prima: una casetta ad un piano con quattro stanzette pulite, con grandi finestre spalancate sulla campagna nella zona Pescara. Avevano raggiunto il sogno di due sposi. Da un anno lavora- va da Annunziata, ritenendo questa una condizione migliore di quella prece- dente per il maggior tempo che aveva a disposizione. Quel giorno, o meglio quella sera, come tutte le altre, dopo il lavoro nei campi era sceso fra i suoi compagni, aveva i vestiti da contadino. Per tutta la giornata infatti era stato con le viti e con la macchina del verderame. Quando l’ammazzarono aveva indosso una camicia a scacchi colorata e un paio di calzoni neri”.

Luigi Mastrogiacomo, 44 anni, iscritto alla CISL, lascia la moglie Francesca Savone e due figlie: Fabrizia e Felicia  con molta probabilità nella sparatoria è il primo ad essere colpito.
Vincenzo Cipriani, 24 anni, operaio della BPD di Bosco Faito, sta ritornando dalla fabbrica, arriva in pullman e scende alla fermata della stazione ferrovia- ria. Si incammina verso la borgata perché in quella zona dovrebbe incontrare la fidanzata ma trova invece le forze dell’ordine che gli sparano addosso spap- polandogli il fegato. Viene soccorso dal suo amico Vincenzo Tiberia e traspor- tato in autoambulanza all’ospedale di Ceccano.   Nella stessa incursione le forze dell’ordine mitragliano l’ambulatorio del dott. Filippo Apruzzese, situato sul ponte della ferrovia, colpendo la serranda semichiusa e ferendo all’inguine il diciottenne Vincenzo Bovieri, apprendista elettrauto, che casualmente si trova in quel luogo. Il dottore alzando una fodera bianca va dal colonnello Mambor, presente  sul piazzale davanti ai cancelli del saponificio, informandolo che deve transitare con un ferito per portarlo in ospedale.

Per capire meglio la drammaticità degli avvenimenti riportiamo quanto rila- sciato dal dottore “Mentre mi allontanavo sentivo Mambor gridare ai suoi” Basta, pazzi, basta. Fatela finita, non sparate più. “Ma neanche lo sentivano. Ora sparavano in alto ma appena ebbi superato la barricata che gli operai ave- vano alzato alla fine del ponte sul fiume, ripresero a sparare a mezza aria”.(13) Vengono feriti con arma da fuoco tre dipendenti del saponificio che si trova- vano al di là del ponte sul Sacco in prossimità della farmacia, allora di pro- prietà Ferrara: Angelo Cicciarelli, 35 anni, colpito da una pallottola al petto, Vincenzo Malizia, 42 anni, colpito alla spalla sinistra, Remo Mizzoni, 42 anni, ferito alla caviglia sinistra. Tutti e tre vengono ricoverati presso l’ospe- dale di Ceccano.
Le pallottole arrivano addirittura a colpire l’officina di Riccardo Vasetti, lon- tanissima dal teatro di guerra.
E’ curioso il racconto riguardante il ferimento di Francesco Celenza, 44 anni. Costui è un coltivatore diretto, animatore della Bonomiana. Ritorna con il suo automezzo carico di fieno verso casa, situata  in via Farneta. Entra nell’area della sparatoria, imprecando contro gli operai e inneggiando a Gerardo Gaibisso e alla DC. E’ quasi  a casa quando si accorge di avere del sangue sulla camicia. Solo allora ricorda di aver sentito un pizzico sul petto e di averlo sottovalutato. Non si precipita in ospedale perché teme, ripassando davanti il saponificio, di essere arrestato. La mattina seguente, febbricitante e senza forze, su insistenza della moglie viene condotto  nell’ospedale di Ceccano(14). Il sarto Attilio Del Brocco, ventenne, è ferito da un colpo sparato a poca distanza in un vicolo di borgo Berardi, costeggiante l’edificio della scuola elementare. Ferito alla gamba destra e soccorso da Umberto Moscato, viene caricato sulla giardinetta di quest’ultimo e trasportato all’ospedale di Frosinone. Si ritrova per tutta la nottata nella corsia con poliziotti e carabinieri, leggermente contusi per qualche sassata ricevuta.(15 Nella giornata successiva parenti e amici che vanno a visitarlo dispensano insulti e contumelie ai militi ricoverati tanto da far temere l’insorgere di una rissa, pertanto Del Brocco venne spostato in un’altra camera. Gli stessi rappresentanti delle forze dell’ordine vengono dimessi  nello stesso giorno.
Con molta probabilità Del Brocco potrebbe essere stato l’ultimo ad essere ferito perché è ipotizzabile che la strada verso l’ospedale di Ceccano fosse ostruita da una barricata sul ponte della ferrovia e poi dalla barricata, ben più robusta, eretta alla fine del ponte sul Sacco, a fianco del cantiere evangelisti.


Carabinieri e poliziotti hanno compiuto, armi alla mano, tante incursioni anche lontano dalla fabbrica. A sostenerlo questa volta è la  superiora del  manic mio, suor Olga Visconti, che qualche giorno dopo mostra alla stampa un foro di proiettile a fianco di un crocifisso affisso all’interno della struttura(16). Abbiamo riportato i dati più salienti e non ci siamo dilungati su altri aspetti: feriti, manganellati, persone trascinate a forza dentro il saponificio, selvaggiamente picchiate e poi abbandonate sull’asfalto fuori dai cancelli della fabbrica (Armando Cipriani, Franco Di Pofi, Giacomo Coccarelli).
A testimoniare l’opera di distruzione  è rimasta per oltre venti anni, a monito e memoria di quel tragico giorno, la parete anteriore della scuola elementare San Francesco interamente crivellata di colpi.
L’avvocato Sancte De Sanctis, membro della giunta Provinciale Amministrativa, residente nella parte superiore della città, assiste dalla sua abitazione alla sparatoria. Telefona al prefetto, il quale sentendo la descrizione degli avvenimenti e non riuscendo a entrare in contatto con il questore che in quel momento si trova all’interno del saponificio, sollecita l’avvocato stesso a mettersi in contatto con quest’ultimo per fermare la sparatoria. L’avvocato e l’assessore comunale Giuseppe (Peppino) Masi attraversano tutto il ponte sul Sacco sventolando un pezzo di stoffa bianca  per riferire al questore  l’ordine del prefetto.(19)
Non conosciamo i termini dell’incontro. Ciò che possiamo riportare è che De Sanctis e Masi dopo l’incontro si dirigono prima verso il gruppo di persone che si trova su via San Francesco e poi verso il gruppo della borgata dove ancora ci sono giovani che scagliano sassi verso le forze dell’ordine. i due rie- scono a  calmare gli animi,  rimandano  a casa alcuni dei presenti che abitano nelle vicinanze e ne accompagnano  altri che abitano nel centro del paese, passando indisturbati davanti ai cancelli della fabbrica, riuscendo così a fer- mare ogni ulteriore contrasto.
Un’ora dopo arriva da Roma l’ispettore del ministero, Di Lorenzo, sente il questore,  raccoglie notizie,  non interpella  il sindaco e se ne ritorna a Roma. E’ opportuno  riportare, a proposito di responsabilità, un passaggio dell’intervento dell’onorevole compagnoni nella seduta pomeridiana del 14 giugno alla camera: “d’altra parte, lo stesso questore di Frosinone nella notte del 28 maggio, quando il sindaco si recò sul luogo della sparatoria, dopo che un rappresentante della giunta provinciale amministrativa per portare l’ordine del prefetto di far cessare il fuoco, dichiarò che lui non c’entrava assoluta- mente perché erano stati i carabinieri a sparare; come se il questore non fosse responsabile  di tutti gli organi di polizia”

All’una del 29 maggio annunziata e la sua famiglia vengono convinti a lasciare Ceccano e alle ore tre dal saponificio vengono allontanati i crumiri e portati in localita Fraschette di Alatri.
Quella notte si chiude la triste e drammatica vicenda, ma nei giorni successivi alla sparatoria i fratelli Romolo e Francesco Battista, Tiberio Tiberia, Luciano Pistilli e altri volontari continueranno la loro opera di solidarietà donando il loro sangue a quei  feriti che dovranno subire interventi chirurgici.(20)
Di fronte a eventi così tragici rimangono tuttavia domande alle quali non venne e non verrà mai data una risposta esauriente: chi dette l’ordine di cari- care prima e sparare poi, e quali furono le cause di un atto così estremo?. Scrive Luigi Tonelli su “L’Unità” del 30 maggio: “ci  tornano in mente le parole del tenente colonnello Mambor colui che ha dato l’ordine di aprire il fuoco “Ci hanno aggredito”- aveva detto con un cinismo gelido che spaven- tava- “e abbiamo sparato. Non ho potuto evitarlo: quando ho gridato di ces- sare il fuoco, nessuno ha rispettato il mio ordine “ Ricordiamo che il Mambor è il comandante del battaglione dell’VIII Mobile che dal 16 maggio staziona- va nel saponificio”.
Il ministro Taviani in Parlamento dirà, in modo pappagallesco e macchietti- stico, che furono gli operai ad assalire le forze dell’ordine e queste costrette a difendersi, sparando.
Presso l’archivio di Stato di Frosinone non esistono né la relazione del que- store che documenta i fatti, né il verbale del magistrato, procuratore capo Macri che chiude l’istruttoria di tale uccisione, né il verbale dell’autopsia pre- disposta dai dottori Carella e Massaccino.
Nella mattinata del giorno successivo la salma di Mastrogiacomo si trova nella camera mortuaria dell’ospedale di Ceccano. i familiari dovranno aspet- tare in una estenuante attesa lungo via S. Sebastiano  l’arrivo in tarda matti- nata del magistrato.  Solo dopo l’autorizzazione potranno finalmente portare a casa la salma per la veglia funebre.
I poteri forti, attraverso il prefetto  cercano con ogni mezzo di convincere il sindaco Bovieri a far svolgere la cerimonia funebre in forma privata,  senza una caratterizzazione popolare. il motivo è il solito, quello pretestuoso dell’or- dine pubblico. Ma il sindaco non cede e telefonicamente, con fermezza, chie- de al prefetto che il giorno successivo nessun poliziotto o carabiniere  sia pre- sente nelle strade di Ceccano. Saranno gli operai con le loro divise di lavoro e una fascia nera sul braccio in segno di lutto ad assicurare il servizio d’ordine. Al tramonto, Bovieri si reca davanti i cancelli e indossata la fa

scia tricolore, entra nel saponificio, requisisce con una ordinanza il complesso industriale(21). Un atto di giustizia. Finalmente attraverso il coraggio di un sindaco, lo Stato dimostra  di non essere vile e remissivo verso i forti.
Alle ore 10 del 30 maggio un lungo, sterminato corteo accompagna la salma di Mastrogiacomo dalla casa, situata nella zona Pescara  alla chiesa di San giovanni e poi al cimitero. La bara viene portata a spalle dagli operai.Tutta Ceccano fa ala al corteo funebre: saracinesche abbassate, lavoro sospeso in tutti gli uffici pubblici, folla incredula, commossa e silenziosa. La moglie pur non ristabilita dal collasso che l’ha colpita, segue coraggiosamente per tutto il lungo percorso il corteo. Le due figlie rimangono a casa.
Finita la cerimonia religiosa, in piazza 25 luglio parlano l’avv. De Sanctis, a nome dell’amministrazione comunale, e i segretari regionali Sighinolfi per la CGIL, e  Macario per la CISL. Quest’ultimo, fra le altre cose, chiederà che la polizia  sia disarmata durante i conflitti di lavoro. Va sottolineato che questa risulta essere la  prima richiesta ufficiale rivolta alle istituzioni.
Nelle stesse ore con modalità e tempi diversi in tutta Italia le organizzazioni del lavoro, unite, indicono uno sciopero generale di condanna per il fatto lut- tuoso. Le adesioni sono altissime sotto certi aspetti impreviste e cariche di indignazione e sdegno.
Il giornalista Luigi Pintor  durante una tribuna elettorale incalza il segretario della DC Aldo Moro su quello che viene chiamato l’eccidio di Ceccano. Quest’ultimo risponde affermando che la DC ha appreso la notizia dell’ecci- dio con sentimenti di profonda commozione e di vera solidarietà e che i risul- tati dell’inchiesta preannunciata  dal ministro Taviani saranno assolutamente obbiettivi e rigorosi(22) gli articoli di Glauco Marocco su “l’Avanti”, le dichiarazioni dei socialisti Brodolini e Pieraccini, le prese di posizione dei sindacalisti Scalia e Storti della CISL in sede parlamentare, dimostrano che la misura è colma. Ma Annunziata non cede. La fabbrica è ferma e lui in quelle stesse ore, in sede ministeriale riconferma il suo no al premio di produzione.
L’uccisione di Mastrogiacomo è diventata un caso nazionale e il suo sacrifi- cio viene sempre accompagnato alla richiesta di disarmo della polizia nei con- flitti di lavoro.
Lo stesso Togliatti dedica alla vicenda annunziata un editoriale su “Rinascita”, rivista settimanale del Pci, di cui riportiamo una parte:
“Ma qui siamo nel Mezzogiorno; qui siamo in una zona che è feudo elettorale di Giulio Andreotti, gran notabile democristiano, Ministro della difesa nazio- nale e organizzatore dell’Arma dei Carabinieri. E qui avviene l’incredibile, l’assurdo. Che la maestranza in sciopero e la cittadinanza, la quale e con essa

è solidale, sia in fermento, è conprensibile, è giusto. Vi era lo stesso fermento a Milano, attorno ai cancelli della Borletti; vi è a Pontedera, per lo sciopero alla Piaggio. Ma a Ceccano avviene che viene inviato, direttamente da Roma un reparto di carabinieri in assetto di guerra. E’ uno dei reparti, sembra, che sono stati organizzati e addestrati apposta, non si sa in base a quale decisio- ne, per la guerra civile, per la guerra contro il popolo, contro i lavoratori. E il reparto fa il suo mestiere. Si apposta nella fabbrica e attorno alla fabbrica e poi, senza preavviso, senza aver subito alcuna provocazione seria, alla pre- senza, però, di un funzionario di PS, si scatena, apre il fuoco, uccide, copre il suolo di feriti, e infierisce sui caduti coi calci delle armi da fuco”(23)
A Roma venerdi 1 giugno, alle 12 inizia un incontro fra le parti presso il ministero del Lavoro, coordinato dal sottosegretario Ettore Calvi, per definire la questione aperta. Le rappresentanze delle organizzazioni sindacali sono numerose(24). Per la confindustria sono presenti  Bordoscia e Galella oltre che Antonio e Luigi Annunziata. Si tratta inutilmente fino alle 14.
L’incontro riprende alle 18. Le organizzazioni sindacali precisano che il pre- mio di produzione mensile dovrebbe essere quantificato in 1.898 lire per gli operai di seconda categoria e 2.666 per gli operai specializzati. alle 20,45 il sottosegretario conclude una lunga, infruttuosa giornata di discussione ricon- vocando l’incontro  martedi 5 giugno.
Nelle stesse ore sono riuniti i consigli comunali di Frosinone e Ceccano per discutere dei fatti accaduti a Ceccano.
A Frosinone il consigliere Arnaldo Marzi propone un contributo per la famiglia di Luigi Mastrogiacomo di 200.00 lire e un ordine del giorno, su cui inter-engono Dante Schietroma, Aldo Sica, Danilo Roveda e Antonio Iadanza. il testo, frutto di una complessa mediazione, auspica che “ le controversie sindacali   non abbiano più a dar luogo ad episodi luttuosi e vengano invece composti nel pieno rispetto dei principi democratici e costituzionali” Dopo l’approvazione il consiglio tiene due minuti di raccoglimento per onorare la morte di Mastrogiacomo.
Nel consiglio comunale di Ceccano dopo gli interventi di Giuseppe Bonanni, Francesco Battista e Angelo Compagnoni si concorda un telegramma da inviare al Presidente del consiglio per sollecitare “autorevole interessamento per composizione vertenza e perché torni la tranquillità nel paese”.
Il Consiglio inoltre decide di erogare la somma di lire 500.000 a favore della famiglia Luigi Mastrogiacomo e di Lire 400.000 a favore dei feriti.(25)

LA TRATTATIVA PROSEGUE

Il giorno successivo, 2 giugno, Amintore Fanfani, presidente del consiglio, trovandosi a Frosinone per inaugurare il tronco dell’autostrada del sole, Roma-Frosinone, incontra una delegazione di ceccanesi (Augusto De nardis, Amedeo De Santis, Nicola Ricci) nella quale è presente Francesco Battista, dirigente provinciale della corrente fanfaniana. Il presidente ascolta e poi con toni decisi e convinti dichiara “ Martedì ci sarà una seconda riunione al mini- stero del Lavoro, alla quale prenderà parte il ministro Bertinelli. In quella occasione vedrò io stesso il da farsi e mi adopererò in ogni modo perché l’ac- cordo sia raggiunto. Tranquillizzate la popolazione ceccanese: “i tristi fatti di lunedi non si ripeteranno  mai più e presto la fabbrica riaprirà i battenti”.(26) Non è una banale promessa, risulta essere un impegno.
Fanfani e Nenni impegnati a formare un governo di centro-sinistra, che veda presenti i socialisti non possono subire un clima così acceso attorno a una vicenda su cui anche da parte delle organizzazioni cattoliche si chiede una positiva e rapida conclusione. inoltre proprio in quei giorni stanno per entrare in azione i metalmeccanici per il rinnovo del contratto. Esistono le premesse di una estensione della lotta diffusa e generalizzata e il ceccanese Luigi Mastrogiacomo   è il martire e l’eroe. Per i governanti è un rischio troppo grande  che deve essere rimosso.
Il 5 di giugno l’incontro fra le parti si tiene a Roma presso il ministero del Lavoro. E’ presente lo stesso ministro Bertinelli. Sono presenti tutte le delegazioni di categoria e 40 operai. La discussione dura nove ore. Dopo tante proposte e sfibranti compromessi si raggiunge un accordo che prevede per gli operai:
Corresponsione di 30.000 lire per il 1962; fruizione dal 1 gennaio 1963 del- l’aumento del 3% sul  premio di produzione che così sarà globalmente porta- to al 6 % con un aumento di paga di 1000 lire al mese.(27)
Il commendatore finalmente riconosce il  premio di produzione quantificato in  un aumento di 45 lire al giorno. La  vicenda si chiude.
Annunziata, sprovvisto delle necessarie protezioni, ha ceduto. Se le copertu- re politiche gli hanno garantito per tanti anni il successo e gli alti profitti, ora le stesse non possono più sostenerlo perché la questione è diventata molto più grande. Attorno ai fatti di Ceccano, infatti, si sta  giocando una partita politica con caratteristiche nazionali.
Il giorno successivo l’accordo il sindaco Bovieri revoca l’ordinanza di requi-

sizione del saponificio e dopo un controllo tecnico del funzionamento della caldaie e dei forni si rimettono in attività tutti gli impianti. i crumiri ritorno- nano nelle loro abitazioni.
Gli operai feriti ricoverati negli ospedali di Ceccano e Frosinone mostrano chiari segnali di miglioramento; solo Vincenzo Cipriani che avuto il fegato spappolato da un proiettile, lotta fra la vita e la morte. Per lui il 7 giugno ci sarà un consulto fra il medico provinciale di Frosinone e il dott. Condorelli, direttore della clinica medica dell’Università di Roma.
Trascorrerà un’altro mese in ospedale e poi ritornerà a casa.(28)
Il 4 agosto si costituirà al Comune di Ceccano un’amministrazione di centro- sinistra, una delle prime in Italia, con Francesco Battista sindaco e Antonio Micheli vicesindaco.
Con l’intervento di Togliatti, venerdi 9 giugno, i comunisti romani chiudono a Roma, in piazza S. Giovanni, la campagna elettorale per le elezioni comunali. Una delegazione di operai del saponificio (Mimma e Adriana Palermo, Angelo Roma, Vittorio Magliocchetti, Bernardino De Santis, Mario Maura) prima si incontra con Togliatti stesso, poi accompagnata da applausi calorosi viene   chiamata a salire   sul palco.(26)   In questa favorevole conclusione si mescolano soddisfazioni, dolori, amarezze e speranze.
Noi terminiamo questa ricostruzione ricordando che in tutte le vicende sindacali e politiche l’esito non è mai scontato. I risultati ottenuti, le conquiste, i diritti strappati, sia quelli sociali che civili devono essere sempre difesi, rima- nendo vigili quando essi vengono rimessi in discussione perché a volte per cause diverse si perdono.
Nel caso che abbiamo illustrato Antonio Annunziata ha solamente firmato un accordo,   un atto importantissimo, ma è pronto a riprendere il bastone di comando e nessuno in quel momento è in grado di prevedere gli sviluppi futu- ri. Infatti le vicende successive dimostreranno che l’atteggiamento del com- mendatore continuerà ad essere antagonista e tendente a ribaltare i rapporti di forza. Presto, forse,  riprenderemo a raccontare gli sviluppi successivi perché storie come questa meritano di essere seguite   per essere completamente conosciute.
il Sindaco
Preso atto della gravissima situazione venutasi a creare in seno alla cittadinanza inseguito ai luttuosi incidenti del 28 u.s..
Precisato che tali incidenti sono conseguenza della vertenza sindacale in corso da ben 34 giorni, tra le maestranze in sciopero ed il proprietario della fabbrica Annunziata.
Constatato che la causa dello stato di tensione, che ha portato al gravissimo incidente deve essere ravvisato nel comportamento intransigente del proprietario e nella situazione creatasi a seguito del fatto che un gruppo di dipendenti ha continuato a prestare la propria attività nono- stante lo sciopero unitario dalle organizzazioni sindacali locali.
Rilevato che persiste tuttora una grave situazione di pericolo e di perturbamento dell’ordine pubblico suscettibile di aggravamento, per il fondato timore di ulteriori incontrollate iniziative di parte.
Constatato che nel caso presente ricorrono i presupposti per l’applicabilità dell’at. 7 della legge 20 marzo 1865 n 2248 allegato e che prevede il potere dell’autorità di disporre della proprietà privata in caso di grave necessità pubblica e in relazione agli articoli152, n3 e n 4 e 153 del testo unico della legge comunale e provinciale 4 febbraio 1915 n 148 e successive modificazioni:


Ordina
La requisizione immediata dello stabilimento della spa annunziata, sito in via ponte 1 in Ceccano, a decorrere dalla data del presente provvedimento. Affida inoltre la custodia per la conservazione dell’immobile e di quanto è in esso contenuto al Comando dei Vigili Urbani di Ceccano, ai quali manda per la esecuzione della presente ordinanza.



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